Occupazione umanitaria per "proteggere" la popolazione
Da diversi mesi Atene è il teatro di scontri in cui il popolo greco si batte per rigettare le politiche del governo di Papademos.
Al di là del fatto che forse questo rabbioso movimento non ha saputo produrre alternative politiche fuori del sistema occidentale e che probabilmente (non ne ho notizia, ma l'esperienza mette in guardia) tra i cittadini ci sono i soliti infiltrati, lo scontro di piazza di per sé potrebbe diventare un tema politico di discussione non solo per l'ormai nota troi[k]a UE-BCE-FMI, ma anche per l'OTAN (la cui ultima operazione repressiva internazionale in Libia, guarda caso, ha avuto una regia europea).
Un sindacato di polizia greca ha infatti recentemente chiesto un ordine di arresto per i funzionari del Fondo Monetario che si recassero nel paese oltre a non garantire più la repressione dei disordini gettando quindi un insolito ma costruttivo ponte popolo-polizia.
Invece, tra gli ultimi provvedimenti presi dal precedente governo Papandreu c'è stato un azzeramento dei vertici delle forze armate, goffamente giustificato con ordinarie scadenze di mandato, probabilmente nel timore di un moderno colpo di stato militare.
A questo proposito non è mai stato ben chiaro se questo potenziale golpe sarebbe sarebbe stato patrocinato dalla stessa troika per imporre le severe misure economiche richieste alla Grecia o se, al contrario, sarebbe stato un golpe realmente patriottico (forse il primo nella storia) per ripudiare le istituzioni internazionali, salvare l'indipendenza della Grecia e proteggere il popolo da governanti che rispondo solo a poteri non nazionali.
E' invece certo che la Grecia sta da anni aumentando le proprie spese militari (1,8 % del Pil nel 2009, 3% quest'anno), una politica dubbia in questo momento ma che non dovrebbe scontentare i vertici di forze armate. E invece potrebbe essere stata proprio la destinazione di questi investimenti a indispettire i militari ellenici poiché la Grecia sta di fatto soddisfando la volontà di Francia e Germania nell'acquistare loro armamenti per ottenere il supporto di quei due paesi allo sblocco dei presunti aiuti del FMI. Gli acquisti di armi infatti non riguardano solo commesse dei governi passati ma anche dei più recenti mesi di governo.
La prospettiva di ulteriori disordini laddove una parte delle forze di polizia e forse anche una parte delle forze armate potrebbe schierarsi con la popolazione, lascia intravedere qualcosa che in Europa si era vista per l'ultima volta venti anni fa e anche allora con la complicità dei poteri internazionali: la guerra civile.
Le istituzioni che governano la situazione non possono non pensare a un'opzione violenta per tenere la situazione sotto controllo con il pretesto umanitario di "salvare" dal caos un membro della civilissima UE, e gli strumenti coi quali intervenire sarebbero almeno due.
Da un lato l'Eurogendfor, una forza di polizia militare europea il cui motto, Lex paciferat, è già di per sé abbastanza inquietante e che, soprattutto, agirà sì verosimilmente sotto il controllo del governo greco (e quindi, oggi, di Papademos, uomo del cartello bancario) ma senza i limiti di responsabilità di una forza di polizia nazionale e quindi in modo molto più violento e senza ripercussioni per abusi e soprusi.
Come misura estrema l'UE potrebbe invece richiedere l'intervento della stessa OTAN, specialmente se le forze armate, in parte o nella totalità, dov'essero davvero schierarsi con il popolo a difesa dell'indipendenza nazionale e contro il ladrocinio delle banche.
Il risultato di un intervento armato europeo e OTAN porterebbe a una presenza militare e paramilitare stabile in Grecia con esplicito commissariamento della sovranità nazionale, già di fatto lesa dall'appartenenza a istituziono come l'UE. La Grecia potrebbe diventare, pur se di fatto lo sono già tutti i membri, il primo stato dell'UE ad esplicito mandato e protettorato di Bruxelles.
Questo quadro costituisce un'ipotesi che, pur concepita su basi reali, potrebbe non verificarsi mai neanche lontanamente.
Eppure nella sua concretezza o, al contrario, nella sua fantasia tutto questo ci mette di fronte a un interrogativo cui non possiamo sfuggire.
Noi che ci impegniamo nella controinformazione, nella denuncia, nella guerriglia informatica, nei picchetti, e che contemporaneamente rendiamo onore a figure lontane nel tempo e nello spazio perché hanno imbracciato le armi contro l'imperialismo straniero o l'arroganza del potere economico, se scoppiasse una guerra civile a due passi da casa nostra senza nessuna scusa che giustifichi la nostra passività, avremmo noi il diritto di rimanere ancora una volta inattivi o saremmo invece obbligati moralmente ad abbandonare tutta la nostra vita per schierarci a difesa di un popolo aggredito?




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