RAZZISMO MADE IN CAGLIARI QUANDO I CATTIVI SIAMO NOI
Quando Giulio Angioni riflette sul fatto che i sardi si siano scoperti razzisti nei confronti dei napoletani e si interroga sulle cause ci pone di fronte a un fatto che sarebbe meglio non sottovalutare.
di D.G.
Non mi preoccupano i 'buu' scagliati dalla curva all'indirizzo di questo o quel giocatore della squadra avversaria durante Cagliari – Inter. Chi conosce la Curva e gli ultras sa perfettamente che questo genere di cori hanno un carattere specifico all'interno della curva e che nel momento in cui vengono cantati vanno presi come un'amplificazione teatrale di una società parallela, quella della curva appunto e che possono essere letti in quella chiave soltanto e fuori dall'equazione giornalistica classica.
Al contrario se di razzismo si vuol parlare allora bisognerebbe affrontare l'argomento Napoli. Non sono sicuro che le radici di quest'odio vadano ricercate nella notte dei tempi. Non per i sardi almeno. Sono del parere che c'è un evento in particolare che può essere stato il motore di un'escalation di razzismo che ha compromesso l'immagine dei napoletani agli occhi dei sardi e ha fatto in modo che su di loro si incollasse il marchio d'infamia, la convinzione della loro inferiorità.
Con non poca imprudenza sostengo che le radici di un odio così forte vanno ricercate proprio in ambito calcistico, nello spareggio tra Cagliari e Piacenza, partita giocata a Napoli nel 1997 che metteva di fronte due squadre, in un campo neutro, che si stavano giocando l'opportunità di rimanere in serie A.
Non si è trattato di un evento squisitamente calcistico, ma di una mobilitazione di massa che portò circa 20000 sardi al S. Paolo, cifra che se letta con gli occhi di oggi, solo tredici anni dopo, ha dell'incredibile.
Le ricostruzioni di quella giornata sono molto confuse, addirittura controverse, ma convergono tutte su un epilogo che vede scoppiare contro i tifosi sardi l'ira dei napoletani, da un certo punto della partita in poi, e protrarsi oltre i minuti effettivi di gioco fino alle strade della città.
Questa è la storia che tutti conosciamo, o forse quella che ci interessa. Ma qualcosa non torna.
Nel corso di una ricerca da me condotta sul tifo calcistico a Cagliari tra il 2006 e il 2009, uno degli ultras che intervistai ricostruì la vicenda prendendo in considerazione diversi accadimenti che riguardano soprattutto quanto successo all'inizio di quella giornata fino allo scadere del primo tempo. Il supporter sostiene che fin dall'arrivo nella città partenopea vi furono, da parte di un gruppo di tifosi cagliaritani, dei comportamenti provocatori e addirittura dei cori di dileggio verso i napoletani. Si tratta probabilmente, è vero, di un fatto circoscritto a un piccolo gruppo di tifosi più accesi, che non rispecchia il clima di generale serenità della spedizione sarda, ma che, come vedremo, può scatenare seri cambiamenti nella prospettiva del tifo, soprattutto quando il coinvolgimento emotivo del pubblico, si trova all'apice.
E' importante premettere che è impossibile immaginare che il comportamento di 20000 persone fosse omogeneo partendo dal presupposto che si trattava di un pubblico misto che comprendeva giovani e anziani, talvolta addirittura bambini. Tuttavia al comportamento degli ultras dobbiamo dare, in queste occasioni, un'attenzione particolare, dal momento che i loro codici comunicativi sono ritualizzati e che le tifoserie presenti in uno stadio si osservano e si confrontano per tutto l'arco della partita. Questa premessa dev'essere fatta in primo luogo per anticipare che ciò che nel tifo vale per uno spettatore non sempre vale per un gruppo di tifosi organizzati e viceversa.
La testimonianza del sopracitato ultras ricostruisce l'innalzarsi della tensione tra la tifoseria cagliaritana e il pubblico partenopeo a partire da due importanti premesse. Innanzitutto l'andamento della partita, che già dalle prime battute della gara vede per il Cagliari avvicinarsi l'ipotesi della retrocessione, questo costituisce un fattore di frustrazione soprattutto per i sostenitori più accesi. In secondo luogo l'ingresso nel settore dei tifosi del Cagliari di un gruppo di rumorosi ragazzini napoletani, probabilmente entrati allo stadio in un secondo momento, ma comunque intenzionati a tifare Cagliari. Questi due eventi insieme scatenano probabilmente un equivoco comunicativo, un black-out nelle effettive intenzioni del pubblico. Spiegata in quest'ottica la trasformazione radicale dei rapporti tra la tifoseria cagliaritana e quella partenopea, secondo questo ultras, nascono quindi da un’incomprensione comunicativa. Non si tratterebbe di un caso isolato e in questo senso è utile la spiegazione che, in merito a questi difetti di comunicazione, fornisce Fabio Dei, spiegando che certi eccessi incontrollabili dipendono da disturbi nella comunicazione: dal fatto cioè che il codice simbolico usato è così sottile che talvolta non viene inteso allo stesso modo dai partecipanti all'evento (1992). In questo caso i tifosi cagliaritani recepiscono in un modo sbagliato i cori dei napoletani.
La cosa straordinaria è che questo fenomeno in questo caso non coinvolge soltanto una parte del pubblico, quella più accesa, ma una parte più ampia dei partecipanti all'evento. Ne è dimostrazione il fatto che diventano protagonisti di scontri fuori dallo stadio anche altri individui che quel giorno non si erano nemmeno recati allo stadio.
Inutile dire che non si sta cercando di giustificare gli atti inqualificabili di violenza che si sono ripetuti ai danni dei tifosi del Cagliari. Si vuole piuttosto spiegare quali possono essere state le cause di un odio tra le tifoserie che tutt'oggi resiste e di cui, prima del '97 non ci sono segnali documentati.
Alla domanda di professor Angioni si può forse rispondere che gli eventi di quella giornata hanno in qualche modo fatto sì che si incancrenisse una forma di razzismo verso i napoletani, a partire dalla cattiva accoglienza che ai tifosi sardi è stata riservata in quella occasione. Ma se non possiamo dire con certezza che non ci fosse una forma di avversione verso i napoletani anche prima di quella gara, possiamo invece dire con certezza che se questa avversione ci fosse stata anche prima, dallo spareggio Cagliari – Vicenza in poi, questa ha trovato forti motivazioni per diventare più forte.
Il calcio oltre che uno sport è un fenomeno sociale totalizzante. Sentimenti come la gioia, l'euforia, la rabbia e e l'odio, vengono fortemente amplificati.
La cosa che risulta interessante è che questa ostilità si è allargata a macchia d'olio anche per moltissimi sardi che con il calcio non hanno nulla a che fare, che non seguono le partite di calcio, che non sanno chi sia Conti o Cossu, che a mala pena hanno sentito parlare delle prodezze di Gigi Riva.
Naturalmente in questo contesto lo stadio dovrebbe rappresentare il luogo di risoluzione delle controversie e dovrebbero essere gli ultras a condurre le manifestazioni d'odio più acceso. Tuttavia così non è. Le nuove disposizioni in materia di sicurezza negli stadi impediscono l'arrivo degli ultras partenopei il che rende impossibile lo scontro, cosa che ha fatto giungere una tifoseria intransigente sui valori ultras come gli Sconvolts ad evitare qualunque coro di dileggio, sulla base della logica per cui se una tifoseria non è presente è inutile insultarla o provocarla.
Navigando sui blog in cerca di informazioni mi sono per caso imbattuto in una lettera che un tifoso del Napoli ha spedito a un direttore di un quotidiano in cui descrive il modo in cui il pubblico e gli steward della tribuna laterale Nord avrebbero insultato e addirittura sputato lui e il suo gruppo di amici, in tutto una decina di ragazzi che per ragioni di lavoro si trovano nella nostra isola.
E' evidente che in questo contesto le responsabilità sono tutte nostre e che si tratta di una forma di razzismo che come tutte le forme di razzismo irrimediabilmente costringe la ragione nell'ombra. L'odio verso i napoletani è un esempio di come, qualche volta, nelle storie che sentiamo o che ci raccontiamo, ci scopriamo essere noi i cattivi.