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Discussione: La Commedia di ognuno di noi

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    Predefinito La Commedia di ognuno di noi

    La Commedia di ognuno di noi
    Dante si fa nominare non solo da Beatrice ma anche da Adamo. Un’ipotesi, già del Boccaccio, che contrasta con le interpretazioni romantiche.
    Le cantiche sono un viaggio del poeta negli stati d’animo dell’uomo
    di Carlo Ossola

    Anticipiamo qui parte della conclusione del corso triennale (2010-2012), che il nostro collaboratore Carlo Ossola ha dedicato alla Lectura Dantis presso il Collège de France di Parigi. È in corso di stampa presso Marsilio, la sua Introduzione alla Divina Commedia. La lezione conclusiva, dedicata a «La Divina Commedia nella “memoria collettiva” del Novecento», sarà tenuta il 4 aprile prossimo, alle 17, nell’Amphithéàtre Marguerite de Navarre del Collège.
    Siamo stati formati dalla critica a pensare alla Divina Commedia come «viaggio a Beatrice» (così suona il titolo del celebre saggio di Charles S. Singleton, Journey to Beatrice, 1958). Il fedele d’Amore mantiene la promessa che chiudeva la Vita nova : «Appresso questo sonetto apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei». Beatrice appare nel Paradiso Terrestre, al sommo della montagna del Purgatorio, ivi trionfa e ivi nomina, per la prima volta nella Commedia, Dante: «Quando mi volsi al suon del nome mio, / che di necessità qui si registra» (Purg., XXX, 62-63). La teoria romantica che da Rossetti a Gourmont ha ispirato la lettura del poema trova qui il suo sigillo.
    Ma molti ostacoli presenta tuttavia una lettura siffatta: il primo ed evidente è che Dante si fa lì nominare per essere aspramente rimproverato da Beatrice: «Dante, perché Virgilio se ne vada, / non pianger anco, non piangere ancora; / ché pianger ti conven per altra spada» (Purg., XXX 5S-57). Anche a voler ammettere che Dante si pieghi a un gesto di umiltà, e poi ascenda gloriosamente con Beatrice al Paradiso, sul più bello – come si dice in maniera colorita ma calzante – Dante si fa poi abbandonare da Beatrice: «Uno intendëa, e altro mi rispuose: / credea veder Beatrice e vidi un sene / vestito con le genti glorïose» (Par., XXXI, 58-60). La guida al mistero e alla visione finale sarà san Bernardo: su questo “transito” Jorge Luis Borges ha scritto pagine finissime e non resta che rinviare ai suoi Saggi danteschi. L’ipotesi romantica rimane monca e toglie anzi grandezza al «poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra» (Par., XXV, 1-2), toglie spessore alla lettura allegorica del testo che Dante difende spiegando, nell’Epistota a Cangrande, e citando nel poema il salmo In exitu Isräel de Aegypto (Purg., 0,46).
    Occorre prendere sul serio il testo e ritornare a una ipotesi già avanzata dal Boccaccio e dai primi commentatori e ripresa nel Novecento da Ezra Pound: «In un senso ulteriore è il viaggio dell’intelletto di Dante attraverso quegli stati d’animo in cui gli uomini, di ogni sorta e condizione, permangono prima della loro morte; inoltre Dante, o intelletto di Dante, può significare “Ognuno”, cioè “Umanità”, per cui il suo viaggio diviene il simbolo della lotta dell’umanità nell’ascesa fuor dall’ignoranza verso la chiara luce della filosofia» (E. Pound, Dante, in Lo spirito romanzo, 1910). Se il protagonista del viaggio è «Everyman», non è più necessario attribuire a Dante viator l’esperienza eccezionale di una visione mistica, ma di riconoscere in lui il volto di Ognuno: per questo «la Commedia di Dante è, di fatto, una grande sacra rappresentazione, o meglio, un intero ciclo di sacre rappresentazioni» (ivi).
    La lettura di Pound incontra, dicevamo, la chiosa che il Boccaccio propone sin dall’apertura delle sue Esposizioni sopra la Comedia di Dante, estrema opera della sua vita, suggerendo che non solo da Beatrice Dante si faccia nominare, ma soprattutto da Adamo al sommo del Paradiso: «L’altra persona, alla quale nominar si fa, è Adamo, nostro primo padre, al quale fu conceduto da Dio di nominare tutte le cose create; e perché si crede lui averle degnamente nominate, volle Dante, essendo da lui nominato, mostrare che degnamente quel nome imposto gli fosse, con la testimonianza di Adamo; la qual cosa fa nel canto XXVI del Paradiso, là dove Adamo gli dice: “Dante, la voglia tua discerno meglio“ , eccetera». Ora precisamente Boccaccio adotta una lezione, per Par., XXVI, 104, tradita dai più antichi codici (il Landiano, 1336, il Trivulziano, 1337, e molti altri) e confermata dagli antichi commentatori, da Pietro Alighieri, alle Chiose ambrosiane, a Francesco da Buti; lezione che cambia profondamente il senso del poema, poiché ora – nominato da Adamo – Dante non è più solo il fedele d’Amore, ma è il «novello Adamo» di un’umanità redenta, come riassume, nel suo commento, Pietro Alighieri e, con raffinata pertinenza, ribadiscono le «Chiose ambrosiane» (da situare intorno al 1355; traduco dal bel latino): «Dante – Qui il poeta si fa nominare dal primo uomo che impose il nome a tutte le cose e senza quella excusatio alla quale ebbe a ricorrere nel Purgatorio ove disse: “Che de necessità qui se registra”. Nota quindi che il poeta mai volle essere nominato nell’Inferno, e neppure nel Purgatorio nei luoghi ove si purgano i vizi, ma concesse di farsi nominare fuori dalle comici dei vizi, sebbene dovendosi scusare (tamen cum excusatione). Ma in Paradiso senza doversi scusare, come appunto qui – essendo l’opera ormai quasi compiuta – e dopo che, esaminato, aveva fatto professione delle virtù [teologali]».
    Quando parallelamente si osservi il comportamento di Boccaccio copista, in particolare nell’esemplare «Chigiano L VI 213 (= Chig), di mano del Boccaccio, che lo trascrisse non molto avanti la nomina a lettore di Dante, nell’agosto del 1373» (G. Petrocchi, I testi del Boccaccio, in La Commedia secondo l’antica vulgata), si dovrà concludere che anche lì un codice [Chig] «il quale si impone sugli altri con la qualifica di edizione ultima e definitiva del testo dantesco» (Petrocchi) mantiene la lezione «Dante, la tua voglia discerno meglio» (nel ms. a p. 330; ringrazio di cuore Rudy Abardo per il prezioso riscontro filologico e Marisa Boschi Rotiroti per la sollecitudine) con perfetta coerenza alle ragioni enunciate nelle contigue Esposizioni.
    Si tratta dunque di ritornare alle origini, non solo agli autorevolissimi manoscritti che inscrivono: «Dante» o «dä te» e non «da te» (lezione minoritaria), come ha adottato il Petrocchi e con lui – snervando il vigore del testo – le edizioni moderne della Commedia («Indi spirò: “Sanz’essermi proferta / da te, la voglia tua discerno meglio”»); e di riconoscere che -nell’eliminare Dante nominato da Adamo – non si è fatta solo una “rimozione” a favore di una lettura meramente amorosa del poema, ma si è privato il testo stesso di quella grandiosa e universale coralità che Dante voleva conferire al proprio viaggio. Poiché, qui, Dante non è più il poeta della Vita nova, ma l’autore del «poema sacro»; egli è ormai, e per sempre, Everyman, il “novello Adamo” dell’umanità redenta, sì che dal «padre antico» (Par., XXVI, 92) possa ricevere la più alta consacrazione.
    Occorre insomma pensare alla Commedia, come a «l’albero che vive de la cima» (Par., XVIII, 29); che si compie nella “nuova Genesi” del Paradiso di Gloria, come ben vide Giovanni Getto, sin dal 1947, sottolineando «cotesto epos della vita interiore come esultanza delle spirito elevato verso le cime vertiginose della partecipazione al Dio della gloria e dell’eterno» (Poesia e teologia nel «Paradiso» di Dante, in Aspetti della poesia di Dante); ma anche come partecipazione dell’umanità tutta alla speranza della Resurrezione della carne della storia e dei corpi, che ansiosamente i beati in Paradiso attendono («Come la carne gloriosa e santa/ fia rivestita, la nostra persona / più grata fia per esser tutta quanta», Par., XIV, 43-45).
    Così dunque, in questa quotidiana coralità di Everyman, è da proporre al XXI secolo la Divina Commedia, bene comune non dell’Italia soltanto, ma dell’umanità intera; e sempre così è stata intesa, dai primi commentatori al Boccaccio, come il poema al quale bussare e attingere per avere accoglienza, ospitalità, conforto. Lo testimonia ancora, al portale di un palazzo di Cannaregio il battente dantesco, e i tanti uomini che in nome di Dante, e leggendo il suo poema, hanno sfidato la barbarie, da Osip Mandel’štam a Primo Levi. Ogni giorno, Dante è davvero tutti noi.
    La Commedia di ognuno di noi « Tutti a Zanzibar
    Ultima modifica di vanni fucci; 20-03-12 alle 00:13
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    Predefinito Re: La Commedia di ognuno di noi

    Secondo Google Libri, 219 edizioni della Divina Commedia riportano la lezione "Da te la voglia tua discerno meglio" (Google Libri #1) e solo 5, tra cui notabilmente quella con le annotazioni di Torquato Tasso e la prima edizione critica di Karl Witte, la versione in cui si nomina Dante, "Dante, la voglia tua discerno meglio" (Goggle Libri #2).

    Ma la quantità non è sempre indice di qualità; tra le copie della Divina Commedia che ho per casa, l'unica che nomina Dante in quel passo del Paradiso è la più vecchia e quindi più vicina all'originale; quella dell' 11 aprile del 1472, prima edizione a stampa della Divina Commedia, impressa a Foligno dal tipografo tedesco Johann Numeister, allievo di Gutenberg:


    qui il passo del Paradiso, XXVI, 104 (la mia è una copia anastatica, ovviamente: dei trecento esemplari originali, ne restano solo 32, tutti in biblioteche pubbliche):


    Questa edizione si basa sul manoscritto trecentesco conservato nella biblioteca del Seminario di Belluno, il cosiddetto Lolliano 35, che evidentemente riporta chiaramente il nome di Dante.
    D'altra parte, in assenza del manoscritto originale di Dante, bisogna districarsi fra gli oltre ottocento manoscritti disponibili (Dante Online | Indice dei Codici) ognuno con variazioni anche non piccole rispetto agli altri.
    Per un amante della Divina Commedia questo non è certo un problema, ottocento Divine Commedie sono molto meglio che una sola...
    Ultima modifica di trash; 21-03-12 alle 08:15
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