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  1. #1
    Bushidō
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    Wer Menscheit sagt, will betrügen, “Chi dice umanita’ cerca di ingannarti” (Carl Schmitt)
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    Predefinito Il “mercatismo” contro Bossi e Tremonti



    Il “mercatismo” di Montezemolo contro Bossi e Tremonti


    Occorre riaffermare il primato dell’azione politica sull’economia selvaggia

    di Valerio Zinetti


    Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria e sostenitrice del più sfrenato liberismo, afferma che l’attuale Governo si pone in contrasto con il mercato. Luca Cordero di Montezemolo, predecessore della Marcegaglia attacca la Lega Nord sulle stesse tesi del presidente degli industriali. La replica leghista non è tardata ad arrivare. Da parte sua, il sottosegretario Castelli ha risposto alle critiche di Montezemolo evidenziando come queste siano motivate dal fatto che l’ex amministratore Fiat con questo Governo non fa gli affari che fece con Romano Prodi e compagni. La diatriba investe una questione centrale in questa epoca di crisi economica. L’espressione “un Governo contro il mercato” riguarda il dualismo tra Stato e mercato.
    Un dualismo già oltrepassato se si considera che i più accesi sostenitori del mercatismo hanno anche ideato la finanziarizzazione dell’economia.
    Montezemolo è stato, assieme a Ciampi e Prodi, il più grande sostenitore della politica delle delocalizzazioni delle aziende verso la Cina. Come non ricordare i loro viaggi in Cina, e la propaganda di come il trasferimento della produzione dall’Italia al giallo impero sarebbe stata un’occasione per la nostra economia. Con linguaggi da docenti universitari, tramite astruse teorie, questi tre riponevano grande fiducia nell’apertura di aziende o filiali di aziende in Cina. Ciò è avvenuto per il settore tessile e con tragici risvolti occupazionali. Il mercato è slegato da qualunque concetto superiore, spurio di qualunque legame con la propria comunità, con il proprio territorio.
    L’economia per Montezemolo, è il fatturato annuale della Ferrari. Per Marchionne, quello della Fiat. Numeri puri. Poco importa cosa ci sia dietro quei numeri. Che cosa cambia se la Fiat produce in Italia o in Polonia? Dal punto di vista di una politica dei valori, si tratta di un colpo non da poco all’occupazione in Italia. Per una politica alla Montezemolo, un’occasione per produrre più auto a meno costo; e fatturare di più. Il caso dello stabilimento Fiat di Pomigliano è un precedente pericoloso. Esempi che ben fungono da esempio per comprendere le parti della diatriba. Opponendosi alle delocalizzazioni, la Lega è sempre stata vista da certi potentati economici (di cui Montezemolo è un autorevole rappresentante) come una forza che si oppone alla globalizzazione mercatista.
    La differenza nei fatti si nota quando nel decreto anti-crisi, Cota inserì il requisito del mantenimento della produzione sul territorio nazionale come necessario per usufruire degli incentivi di Stato, e quando lo stesso governatore piemontese mise 300 milioni di euro sul tavolo per favorire la produzione sul territorio.
    A questo, Montezemolo e la Marcegaglia, non risposero con un plauso, ma con un auspicio di “maggiore competitività” del nostro sistema economico. Mentre la politica leghista vuole quindi rilocalizzare la produzione in un sistema economico chiuso, dall’altra parte Montezemolo vede la soluzione nella modifica degli standard di produzione al ribasso, più vicina dunque al modello cinese piuttosto che a quello tedesco.
    Ci sono poi le posizioni di Umberto Bossi che dopo le elezioni aveva detto:”dateci le banche del Nord”, esattamente come Flavio Tosi e Luca Zaia avevano auspicato un intervento della politica italiana per fermare la scalata libica di Unicredit. Se questo è lo scenario politico ben più profonda e complessa appare la discussione su cosa debba prevalere tra Stato e mercato.
    La funzione dello Stato è quella di essere un assoluto. Uno Stato ha l’esclusiva potestà d’imperio sul territorio, e questo è scritto su qualunque manuale di diritto o di scienza politica. Per cui lo Stato per definizione può governare anche il mercato, soprattutto quando questo naviga contro gli interessi della Nazione. In un’epoca in cui è in corso una preoccupante delocalizzazione della produzione, è compito di uno Stato garantire un dignitoso livello di occupazione. Non è quindi lo Stato a dover scendere alle dinamiche di mercato ma anzi deve intervenire nel momento in cui una dinamica di mercato (come è quella della delocalizzazione) mette a rischio la pace sociale creando disoccupazione e abbassando gli standard lavorativi in termini di diritti.
    Giulio Tremonti ha parlato della necessità di regole nel mercato, riferendosi al fallimento di uno dei tanti “ismi” che fanno di un sostantivo un dogma assoluto: il mercatismo. Criticare un governo perchè contrario al mercato, significa essere sostenitore di quelle teorie economiche che hanno portato alla crisi americana e quindi mondiale. Il primato dell’azione politica sull’economia selvaggia deve quindi ripartire da: una rilocalizzazione della produzione, regole al mercato, subordinare l’economia ai valori.
    Il “mercatismo” di Montezemolo contro Bossi e Tremonti
    Ultima modifica di carlomartello; 19-05-11 alle 10:30

  2. #2
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    Predefinito Rif: Il “mercatismo” di Montezemolo contro Bossi e Tremonti

    Sarà, a me questo nuovo schieramento che si sta delineando fa molta paura - e non parlo dei komunisti, sinistri e sovversivi vari.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Il “mercatismo” di Montezemolo contro Bossi e Tremonti

    Da notare l'ultimo intervento di Tremonti all'assemblea del FMI sul ritorno dei bankers e della speculazione finanziaria.




    Tremonti striglia banche e Occidente

    Il ministro all'assemblea dell'Fmi. "Al posto delle imprese si sono salvati gli speculatori"

    Libero-news.it

    Torna a parlare della necessità di nuove regole e di una nuova etica finanziaria il ministro delle finanze Giulio Tremonti.
    Al termine dei lavori del Fondo Monetario Internazionale, infatti, il rappresentante del governo italiano ha dato un nome e un cognome ai soggetti che hanno provocato la crisi internazionale del 2008 e che ora stanno minacciando di appesantire i conti pubblici nazionali.

    "Il debito pubblico di diverse nazioni è salito per salvare le banche nel loro insieme - ha affermato Giulio Tremonti -. Sono tornati i bankers; speculatori a piede libero che rischiano di aggravare la situazione. Non parlo dei banchieri italiani, ma due anni fa o un anno fa a Istanbul le grandi banche d’affari erano molto low profile, mentre ora sono tornati i banchieri. Si è confuso tra ciclo economico e crisi, e nel gestire la crisi, scambiandola per un ciclo, si è fatta la scelta di salvare la speculazione che stava dentro le banche. Una strategia che non era stata adottata durante la crisi del '29, quando i soldi pubblici erano stati utilizzati per salvare le imprese".
    Un concetto del resto ribadito in più occasioni dal ministro dell'Economia italiano, ultimo già in quei frenetici mesi estivi caratterizzati dal crollo della Grecia. Allora Tremonti sottolineò come la massa dei derivati speculativi fosse tornata a salire.

    Guerra dei cambi - Come ribadito anche da Mario Draghi, nemmeno Giulio Tremonti alza i toni nei confronti della Cina e dei suoi interventi per tenere basse le quotazioni della sua valuta.
    "Non sono mai stato critico sulla Cina, ma sulle posizioni messe in pista dall’occidente - ha affermato il ministro -. Sui tassi di cambio gli argomenti della Cina sono di assoluta onestà e forza perchè la loro crescita è fortissima ma in un contesto di criticità. L'errore invece è nostro, perché abbiamo accelerato la globalizzazione in modo folle".

    Oltre a sparare a zero su quelle banche che non si limitano alla semplice gestione dei risparmi privati, Tremonti rivendica anche i meriti dell'economia italiana.
    "In questa settimana si è parlato tanto di disoccupazione. A tal proposito il tasso di disoccupazione in Italia è sotto la media europea".
    "Senza occupazione non può esserci ripresa, ma in Italia la disoccupazione non è uno dei fattori aggravanti", ha sottolineato il direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli.

    Tremonti striglia banche e Occidente - tremonti, fmi, banche, speculatori, cina, disoccupazione - Libero-News.it


    carlomartello

  4. #4
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    Predefinito Rif: Il “mercatismo” di Montezemolo contro Bossi e Tremonti

    Draghi difende il ritorno della speculazione: Draghi: "Ritorno a speculazione solo limitato Italia deve coniugare crescita e austerità"

    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 23-09-11 alle 16:23

  5. #5
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    Predefinito Rif: Il “mercatismo” di Montezemolo contro Bossi e Tremonti



    Draghi e Tremonti eterni duellanti per l’Italia post-Cav.

    di Peppino Caldarola

    Si scontrano spesso con parole dure, che però giungono ovattate all’opinione pubblica ma fanno fibrillare i banchieri.


    Si scontrano spesso con parole dure, che però giungono ovattate all’opinione pubblica ma fanno fibrillare i banchieri, le due prime donne dell’economia italiana: Mario Draghi e Giulio Tremonti. L’ultima contesa si è svolta in terra straniera a Washington, la penultima a Cernobbio sul lago di Como. Il ministro ha spesso rimproverato al governatore della Banca d’Italia l’eccessivo pessimismo sullo stato del paese fino a proclamare dopo una sua relazione annuale: «Basta con i catastrofismi». Il banchiere non si è mai adattato all’ottimismo troppo esibito del suo dirimpettaio di Via XX Settembre. In queste ore sono tornati a litigare sul modello tedesco, «austerità e crescita», che Mario Draghi vorrebbe importare in Italia e che Tremonti giudicò alcune settimane fa «una roba da bambini», ma soprattutto sulla minaccia del ritorno in campo dei “bankers”, i banchieri d’affari, che Tremonti rivede pericolosamente sulla scena con le loro cene a base di champagne e i loro magnifici bonus mentre il governatore non ne sente la minaccia.
    Questa volta il dissidio è poca cosa. I due se le son date di santa ragione in altre occasioni. Sono coetanei, solo che uno, Tremonti, è nato al Nord, a Sondrio, ha studiato giurisprudenza, è stato visiting professor a Oxford e commercialista di fama internazionale, dopo un breve innamoramento per i liberali si è accasato con i socialisti, collaborando persino con il manifesto con lo pseudonimo di “lombard” che preannunciava la futura amicizia con i leghisti, prima di diventare editorialista del Corriere della sera, infine, dopo una breve sosta con Mario Segni, è passato con Berlusconi. L’altro, Mario Draghi, è nato a Roma, ha un curriculum di studi di economia eccellente, suo relatore di laurea è stato Federico Caffè e suo mentore al Mit di Boston Franco Modigliani, prima della Banca d’Italia ha lavorato alla Goldman Sachs guadagnandosi per questo in diretta tv, davanti a un esterrefatto Luca Giurato, una valanga di insulti da un irrefrenabile Francesco Cossiga.
    In comune hanno il carattere introverso e buone camicie. Solo che Tremonti ha imparato a comunicare con il grande pubblico delle tv mentre Draghi parla solo attraverso relazioni ufficiali. Draghi è un tecnico che la politica tenta di circuire, Tremonti è ormai, come facevamo notare tre giorni fa, un “totus politicus”. Se l’Italia fosse un paese normale i due dovrebbero nascondere i loro dissidi. Fa un po’ paura un paese, infatti, in cui il ministro dell’Economia e il capo della Banca centrale si detestano e non perdono l’occasione per smentirsi reciprocamente. Invece non fanno mistero delle differenze e dei contrasti. Li ha divisi persino Bruno Vespa che ha apparecchiato una tavola estiva per far dialogare Berlusconi con Draghi, dimenticando di invitare Tremonti che se la prese a male.
    I nomi di Tremonti e di Draghi sono i più gettonati nel dibattito sul cosiddetto governo tecnico. La sinistra non ha mai taciuto il suo favore per il governatore e per l’idea di proporgli lo stesso cursus honorum di Carlo Azelio Ciampi. Tremonti non ha mai mancato l’occasione per respingere questo esecutivo degli ottimati dichiarando che l’Europa avrebbe considerato insopportabile un governo privo di un mandato politico. I più maliziosi sostengono che questa prospettiva abbia acuito la loro rivalità anche se nessuno dei due è sembrato cedere finora alle lusinghe del dopo-Berlusconi. Tuttavia Tremonti e Draghi sono i due cavalli di razza di ogni ragionamento su quel che può accadere nel caso in cui il premier fosse disarcionato. La soluzione Draghi sarebbe la cesura più forte rispetto la progetto politico berlusconiano. Il governatore gode di grande considerazione anche fuori dal paese, rassicurerebbe i mercati, e la sua costante polemica contro un’austerità senza crescita lo indica come l’interprete ideale di una stagione di rilancio dell’economia. Il ministro si è ritagliato una giusta fama di controllore dei conti pubblici, ha l’appoggio della Lega e da qualche anno dialoga con reciproca soddisfazione con alcuni leader del centrosinistra.
    La soluzione Draghi rappresenterebbe la fase di decantazione della politica affidata alle cure di un esperto timoniere delle bizzarrie dell’economia. La soluzione Tremonti interverrebbe nel cuore della crisi del vecchio sistema politico affidandogli il compito di traghettare il centrodestra, ovvero quel che ne sarà, in un’altra stagione. Draghi sarebbe l’uomo dell’emergenza economica se si ripresentasse il rischio Grecia, Tremonti quello dell’emergenza politica se il castello berlusconiano venisse preso d’assalto. Tutti e due dovrebbero riflettere, in attesa del prossimo conflitto che li vedrà contrapposti, sul fatto che, come ha detto Bersani, «Berlusconi è un osso duro».

    Il Riformista


    carlomartello

  6. #6
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    Meglio Tremonti di Draghi!

  7. #7
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    Predefinito Rif: Il “mercatismo” di Montezemolo contro Bossi e Tremonti

    Citazione Originariamente Scritto da Midgard Visualizza Messaggio
    Meglio Tremonti di Draghi!
    L'acqua calda, è il caso di dirlo. hefico:
    Dell'ottimo Tremonti qui se ne è già parlato in varie occasioni.
    Gli attacchi che si stanno susseguendo ai suoi danni da parte dei potentati economici confermano la bontà del suo operato.

    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 21-11-10 alle 01:27

  8. #8
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    Predefinito Rif: Il “mercatismo” di Montezemolo contro Bossi e Tremonti

    ItaliaFutura -la fondazione di Montezemolo- attacca Tremonti accusandolo di rigore e immobilismo, di fermare la crescita, e chiede di convogliare gli investimenti privati riducendo l'intermediazione politica. Vogliono completare il processo gia' iniziato con Tangentopoli, le grandi privatizzazioni: la distruzione dell'Italia.

  9. #9
    Bushidō
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    Predefinito Rif: Il “mercatismo” di Montezemolo contro Bossi e Tremonti

    Riporto un articolo illuminante di La Grassa, uno dei pochi a parlare chiaro sulla situazione attuale, permettendomi di tralasciare le sue considerazioni marxistoidi.



    NON E’ IMPAZZIMENTO, MOLTO PEGGIO (di GLG 10 set ’10)



    I PM (alcuni, sbagliando volutamente, dicono i giudici, mentre sono degli accusatori) non sono impazziti e nemmeno comunisti. Semmai, qualcuno sarà malato di protagonismo, si sarà montato la testa. Il fulcro della questione non sta però qui. Da poco meno di vent’anni, la magistratura è stata usata da una ben precisa parte dei gruppi dominanti – la da me denominata GFeID, grande finanza e industria “decotta”, succhiatrice di sussidi statali poiché appartiene alla parte meno innovativa e di punta dell’industria – che per motivi spiegati più volte è in combutta con i predominanti mondiali dell’attuale epoca, gli Usa, pur se in relativo declino.
    Ci saranno senza dubbio molti magistrati che amerebbero svolgere con equilibrio la loro funzione; la loro voce però non si sente, per cui è lecito ritenere la magistratura, in quanto tale, un braccio esecutivo di questa parte dei gruppi dominanti. Ve n’è un secondo, rappresentato dagli scherani politici di “sinistra”: un’ammucchiata di rinnegati, il cui grosso è costituito da quelli che rinnegarono il comunismo dopo il crollo del muro, avendo però già iniziato con Berlinguer il loro lento spostamento di campo; furono costretti ad accelerarlo bruscamente poiché nessuno pensava che in meno di un anno crollasse l’intera impalcatura “socialista” europea.
    La magistratura non è quindi comunista, nemmeno è al servizio della sinistra; in sostanza, agisce di conserva con i vertici di Confindustria, con apparati finanziari e ambienti stranieri, affiancata in quest’opera dalla sinistra e da altre parti (denominate “destra”) che, di volta in volta quando al governo va Berlusconi, compiono ribaltoni, voltafaccia, e via dicendo. D’altra parte, l’attuale premier è probabilmente un fenomeno di resistenza di gruppi (in specie dell’industria “pubblica”) messi in difficoltà dall’opera di annientamento di Dc e Psi attuata dai magistrati nel ’92-’93, e di privatizzazione del settore economico “pubblico” realizzata seguendo decisioni varie, di cui vengono subito in mente quelle prese nella riunione sul panfilo Britannia, sempre nel 1992, cui parteciparono importanti personaggi italiani, tutti orientati a “sinistra” (sia laici “azionisti” che “cattolici”). Non essendo uomo di vero attacco, bensì solo di resistenza ad azioni altrui, Berlusconi non ha il coraggio di svelare con chiarezza chi lo aggredisce (...)

    *****

    (...) abbiamo molto da ridire sulla politica berlusconiana. Siamo tuttavia costretti ad assumere atteggiamenti più decisamente ostili verso gli antiberlusconiani sol perché sono ancora peggiori nella loro faziosità, nel loro servilismo a favore dei “poteri forti” e degli Usa; perché sono reazionari a tutto tondo e vili traditori pronti a schierarsi contro gli interessi del nostro paese. Non è una situazione piacevole, la nostra; non siamo banalmente per il “meno peggio” e, tuttavia, non possiamo ignorare dov’è situato lo schieramento – i nostri gruppi dominanti (economici) più parassiti e ignobili, assieme ai loro mandatari in ambito politico e giudiziario – che agisce in piena combutta con un paese straniero ancora aspirante al predominio imperiale.

    *****

    Data la situazione, critichiamo la politica governativa, ma stando sempre attenti a non confonderci con i rinnegati e traditori. Siamo perciò pure diffidenti nei confronti di chi, magari in buona fede, dirige pressoché esclusivamente i suoi attacchi verso la politica condotta con riguardo al mondo del lavoro o anche, tanto per fare un esempio che sempre viene in primo piano, alla riforma dell’insegnamento. Intanto, per mondo del lavoro alcuni della cosiddetta “sinistra critica o radicale” (di vetuste origini sessantottarde) intendono soltanto quelli salariati, in speciale modo gli “operai”. Il mondo del lavoro è assai più complesso e ha ormai in gran parte abbandonato (salvo che nell’impiego pubblico) la “sinistra” tout court; figuriamoci quei pochi spezzoni dissennati di quella che si crede ancora “radicale”. Bisogna stare attenti a non prendere subito per lotte del lavoro le proteste di alcuni gruppi minoritari, troppo spesso appoggiati da alcuni scalmanati, anarcoidi, che compiono azioni in questo momento consentite solo dall’inesistenza di solide istituzioni in un paese allo sbando completo.
    Non si deve tuttavia pensare ad uno sbando come quello che può nascere da una guerra o comunque in presenza di gravi disfacimenti e disgregazioni sociali legati ad eventi storici effettivamente traumatici. Nell’Italia odierna, si tratta semplicemente della situazione creata da una “guerra tra gang” scatenata e di fatto orientata, sia pure di soppiatto, dai poteri già sopra indicati. Si ha quindi a che fare con il classico caos promosso da chi “vuol pescare nel torbido”. I giochi li stanno conducendo i vari gruppi dominanti (le “gang”) in scontro reciproco. Qualcuno, con la solita mentalità già vista all’opera in questo disgraziato paese nel ’68 e ’77, crede di potervi inserire l’azione “rivoluzionaria”, che è in realtà, lo ripeto, quella di piccolissimi circoli di anarcoidi e disadattati. Se si appoggiassero questi ultimi, si prenderebbe una cantonata tale da condurre per l’ennesima volta ad ulteriori sconfitte, favorendo soltanto l’azione dei peggiori fra i dominanti. Se invece di combattere i settori esecutivi della GFeID e della “manina d’oltreoceano”, ci si pone al loro servizio con una lotta scoordinata e confusa, i lavoratori ne saranno fortemente danneggiati; del resto, una parte sempre maggiore di questi – e per fortuna, bisogna dire, tenuto conto della stupidità di quella “sinistra” di puri dissennati – si sta staccando e andando altrove.
    Se s’intende combattere adeguatamente gli ambienti berlusconiani – cioè una certa parte del centrodestra – è innanzitutto essenziale bonificare l’area etichettata come “sinistra” (oggi commista a settori di “destra”, sempre stando alla pura denominazione di facciata). Il compito preliminare è ridurre all’impotenza quest’area. Altrimenti, ogni lotta contro il centro-destra (berlusconiano), pur giusta che sia, favorirà comunque la parte peggiore del nostro capitalismo e accentuerà la nostra dipendenza dalle mire ancora imperiali di ambienti strategici statunitensi. Se vince il capitalismo dei vertici di Confindustria e della grande finanza, non ne deriverà alcun vantaggio per il “mondo del lavoro”. Chi ragiona ancora come ai primordi del movimento operaio, pensando all’internazionalismo proletario, alla semplicistica divisione della società (senza distinguere tra nazione e mondo) in capitalisti (sfruttatori) e operai (sfruttati), è ormai un grave pericolo per le nostre società reali; è necessario combatterlo e isolarlo.

    *****

    Nell’attuale fase storica, le cosiddette lotte del lavoro vanno innanzitutto viste nella loro realtà di un disparato insieme di movimenti condotti da più spezzoni della popolazione lavoratrice, spezzoni che hanno spesso interessi non spontaneamente convergenti o addirittura contrastanti. Basta con la considerazione del lavoro come fosse solo quello detto dipendente (in effetti, salariato), per di più ai bassi livelli esecutivi. Inoltre, la lotta dei suoi diversi spezzoni va inquadrata nell’ambito del più complesso confronto teso a liberarsi dai condizionamenti dei gruppi predominanti a livello mondiale; non si tratta tanto delle “multinazionali” quanto di quei gruppi di potere che orientano lo scontro tra paesi o nazioni, i più decisivi protagonisti della battaglia che andrà sempre più sviluppandosi e intensificandosi negli anni a venire.
    Le lotte del lavoro (salariato ed esecutivo) e quelle contro i profitti delle multinazionali, se condotte (come oggi sono!) senza riguardo alla questione dell’indipendenza nazionale, si saldano ormai in un fronte reazionario; quel fronte finanziato tramite mille rivoli – e spesso indirettamente, servendosi delle “filiali” in paesi altri (tipo la GFeID in Italia) – dagli Stati Uniti per i loro fini di predominio mondiale. Per ridare a tali lotte un carattere progressivo, cioè di avanzamento di processi liberatori (anche dallo sfruttamento), è del tutto necessario che esse si uniscano, in posizione di inglobamento, ai conflitti tesi a liberarsi dall’azione nefasta dei settori di asservimento nazionale, dei settori che appoggiano le “democratiche rivoluzioni colorate”. In Italia ciò si traduce in lotta senza quartiere alla GFeID e ai suoi rami esecutivi politici e giudiziari, cioè alla “sinistra” (e settori di “centro” e di “destra” ad essa connessi nella ben nota “ammucchiata” che si pretende di “salvezza nazionale”) e alla magistratura.
    Solo così sarà possibile condurre la battaglia anche contro gli attuali gruppi al governo – che, del resto, potrebbero esserlo ancora per poco – senza favorire i “traditori”, coloro che ci svendono ad interessi stranieri, mediati dai parassiti finanziari e confindustriali nostrani. Fino a quando questi “traditori” e venduti occuperanno il campo dell’opposizione, ogni lotta antiberlusconiana sarà intrigata e rischierà di appoggiare i nemici principali e più pericolosi. Questo è un punto programmatico che dovrebbe essere assunto a mio avviso dal blog e potrebbe servire da leitmotiv per la creazione di una rete di contatti con carattere di difesa dell’interesse “nazionale”; che non c’entra nulla con il mero nazionalismo. Si tratta di perseguire gli interessi della gran parte della popolazione italiana, che non è un complesso unico ed omogeneo, ma composto invece di molti segmenti e strati sociali.
    Per realizzare questi interessi più generali o complessivi (sebbene differenziati al loro interno) è ingenuo pensare che si possa fare a meno di una grande industria di punta, di settori avanzati e strategici (ad esempio, ma è solo un esempio, energetici). Che tale industria sia “pubblica” o “privata” è un “accidente storico”; credere che il “pubblico” rappresenti veramente il generale e collettivo appartiene alla mitologia infantile di certi ideologi di quart’ordine. In ogni caso, tutta la “sinistra” – e l’infame ammucchiata che pretenderebbe di costituirsi sotto “alto patrocinio” – è nemica di questa industria, la vuol danneggiare; ciancia di lavoro mentre magari sbava per avere come “caposquadra” un Montezemolo o gente similare. Si tratta di nemici, da combattere ad oltranza; chiunque si ponga al loro fianco, con la scusa che Berlusconi è Il Male, è un furfante e/o un idiota che ci porta allo sbaraglio. Non è più ammissibile la buona fede di questa gentaglia; chiunque appoggi la GFeID, chiunque danneggi la nostra grande industria di punta e strategica, va ritenuto il nemico peggiore. Esso va neutralizzato con qualsiasi mezzo. Le lotte del lavoro, e le altre che sarà giusto appoggiare, vanno inquadrate rigorosamente in questa lotta primaria (...)
    NON E’ IMPAZZIMENTO, MOLTO PEGGIO (di GLG 10 set ’10) | CONFLITTI E STRATEGIE
    Ultima modifica di Hagakure; 13-10-10 alle 02:44

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    Predefinito Rif: Il “mercatismo” di Montezemolo contro Bossi e Tremonti

    L'attacco di Tremonti lo scorso settembre a Gubbio contro le grandi privatizzazioni post Tangentopoli.



    Privatizzazioni: Tremonti, mi chiedo a chi e' convenuto 'spezzatino' Enel


    Gubbio, 11 set. (Adnkronos) - ''La Germania ha massa critica, noi un po' l'abbiamo persa con le privatizzazioni. Perche' si e' fatto lo spezzatino dell'Enel? Mi chiedo: a chi conveniva? Certo, no ai consumatori. In Francia c'e' un gigante e noi abbiamo lo spezzatino... Gia' la parola indica quali appetiti abbia scatenato, c'e' un refrain freudiano...''.

    Con una battuta il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, critica il modus operandi dei governi passati nel settore delle privatizzazioni.

    ''Certo -spiega Tremonti nel suo intervento a Gubbio- anche da noi ci sono i grandi gruppi, ci sono quelli dello Stato, ce ne sono anche di privati che pero' non sono stati oggetto delle occhiute attenzioni dei privati, perche' appunto lo erano gia', fortuna loro''.
    Privatizzazioni: Tremonti, mi chiedo a chi e' convenuto 'spezzatino' Enel - Libero-news.it
    Ultima modifica di carlomartello; 14-10-11 alle 11:59

 

 
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