La decisione del Governo di dare il via libera agli orari dei negozi – che d’ora in poi potranno aprire 7 giorni su 7 senza limitazioni – ha suscitato aspre reazioni, culminate in un articolo da scomunica del buon Socci di qualche giorno fa. Il giornalista senese getta sul tavolo temi sicuramente interessanti e attualissimi: la domenica pare in effetti uno degli ultimi baluardi dietro a cui difendere qualche ora di serenità passata con Dio, con i propri cari e con le proprie passioni. Dall’altro lato c’è chi contesta invece il provvedimento parlando di un presunto diritto del lavoratore a non essere “sfruttato” e “costretto” al lavoro 24h su 24, schiacciato dalle richieste sempre più pressanti di questa società dei consumi sull’orlo del baratro.

La libertà di scelta offerta dal decreto legge vissuta come insopportabile imposizione, ecco che torna così al centro dell’attenzione la questione mai sopita relativa alla definizione di una delle parole più usate (o per meglio dire abusate) al mondo, quella di libertà, appunto: da una parte c’è chi ne promuove una definizione in senso positivo, riempiendola di contenuti via via diversi (tali per cui non sarebbe vera libertà quella di poter scegliere di lavorare anche alla domenica), dall’altra c’è chi ne difende invece una visione ex negativo, da una prospettiva autenticamente liberale e libertaria. Come scrive Paolo Vernaglione "la libertà è intesa come assenza di impedimento alle azioni e ai possessi di un individuo, da parte di altri individui o da parte dello Stato (libertà da); un individuo è considerato libero se i suoi comportamenti non sono vietati da un soggetto esterno, che pertanto è gravato di un obbligo negativo di non fare”.

Chi sogna un mondo libero dal bisogno e vede sfruttamento dietro ad ogni angolo, mostra di non accettare la realtà di una vita che di bisogni si nutre: secondo una simile prospettiva, ognuno di noi sfrutterebbe il prossimo, giacché non esiste attività al mondo che non miri al soddisfacimento di un bisogno, fosse anche solo quello di sentirsi in pace con se stessi. Affidarsi a maggioranze volubili e mutevoli per definire – di cinque anni in cinque anni – i contorni delle nostre libertà, rischia di rendere questi ultimi indefinitamente sfumati, lasciandoci inermi di fronte ad uno Stato che negli anni ha sempre più approfittato di questa posizione privilegiata per allargare i suoi tentacoli, passando da “guardiano notturno” a vero e proprio mostro onnipresente. Chi sostiene una libertà ex negativo mostra invece una maggiore fiducia nell’individuo, la cui azione viene semplicemente limitata da una cornice normativa minimale la cui tela spetta poi ad ognuno di noi dipingere in base a quelle che sono le inclinazioni particolari di ciascuno. Un approccio che abbandona l’utopia del mondo perfetto in cui tutti hanno diritto a tutto – risoltasi più volte nel corso della storia in un vero e proprio inferno terrestre – per approdare ad una visione in cui tutti hanno diritto a ricercare la propria felicità, sì, ma ciascuno con le proprie forze e senza violare i diritti altrui, con la solidarietà “privata” che viene chiamata a sostituire almeno in parte quella – spesso rivelatasi fallimentare – portata innanzi dallo Stato a suon di tasse e norme.

Il potere (quello statale in particolare) viene così controllato e ridotto, pre-condizione imprescindibile senza la quale è difficile, se non impossibile, parlare di libertà e diritti: chi a caccia, chi in famiglia, chi a Messa e chi a lavoro, ognuno viva la sua domenica come meglio crede. E che la legislazione torni finalmente ad occuparsi di cose serie.

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