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    Mai l'altra guancia
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    Post "Grassi. Storia di un giudice chiacchierato"

    Visto che non sono "autorizzato" a poter partecipare al thread sulla sentenza Dell'Utri, vi propongo questo.

    Grassi a Catania, storia di un giudice chiacchierato

    IL MAGISTRATO CHE HA ANNULLATO LA CONDANNA DEL SENATORE
    di Nando Dalla Chiesa
    Sant’Iddio, la memoria. Che cosa è non averla...
    Ma davvero vi pare così strano che una Corte presieduta in Cassazione dal giudice Aldo Grassi abbia annullato la sentenza d’Appello su Marcello Dell’Utri e abbia sconfessato il concorso esterno in associazione mafiosa? E allora sentite questa storia. C’era la Sicilia degli anni Ottanta. E c’era la mafia, naturalmente. Forte, fortissima a Palermo, che era da sempre casa sua. Meno potente ma ormai in crescita a Catania, dove aveva rapporti strettissimi con i maggiori imprenditori locali, chiamati “Cavalieri del lavoro”, anche se la parola d’ordine era che la mafia non vi esistesse. A Palermo però stava affiorando una magistratura nuova. Non solo non complice, ma addirittura intenzionata a imporre ai clan il rispetto delle leggi.
    PER QUESTO i giudici vi venivano uccisi, anche ai livelli più alti. Il capo ufficio istruzione Cesare Terranova (1979), il procuratore capo Gaetano Costa (1980) e di nuovo il capo ufficio istruzione Rocco Chinnici (1983). E dietro di loro cresceva il prestigio e l’influenza di altri magistrati più giovani, due dei quali si chiamavano Paolo Borsellino e Giovanni Falcone.
    Quest’ultimo soprattutto mostrava, oltre a grandi capacità investigative, una spiccata propensione a parlare di dottrina, a proporre cambiamenti nei codici, nella giurisprudenza e nell’ordinamento giudiziario per rendere la lotta alla mafia cosa efficace. Si faceva spiegare Cosa Nostra da grandi boss, giungeva perfino a colpire i piani più alti del livello economico-finanziario dell’isola, come i cugini Nino e Ignazio Salvo. A Catania invece tutto questo non c’era. A Palermo il prefetto veniva ucciso, a Catania il prefetto presenziava sorridente all’inaugurazione del salone automobilistico del boss Nitto Santapaola. A Catania funzionava un blocco di potere granitico alimentato dai soldi dei Cavalieri. Economia, burocrazie, partiti, intellettuali, giornali. E giustizia. Una giustizia solerte a insabbiare, a proteggere. Un giornalista, si chiamava Pippo Fava, denunciò con vigore questo blocco di potere.
    Venne ucciso all’inizio del 1984. Ma lo scandalo cresceva, era davvero impossibile non vedere che mondo si fosse costruito intorno ai soldi dei Cavalieri e ai loro rapporti con la mafia cittadina.
    Li aveva chiamati in causa il prefetto Dalla Chiesa. E sulle loro fatturazioni false, specie quelle del Cavaliere Rendo, si indagava ovunque: a Palermo, a Siracusa, anche ad Agrigento, dove c’era un giudice ragazzino, si chiamava Rosario Livatino (anche lui sarebbe stato ucciso anni dopo), che faceva da solo quel che tutto il Palazzo di Giustizia di Catania (“oberato”,naturalmente) non faceva.
    POI SI insospettirono anche la Guardia di Finanza e la questura catanesi, e i Cavalieri pensarono di rimediare premendo sui Palazzi romani per fare trasferire il questore. Fatto sta che per capire che cosa stesse succedendo in quel Palazzo di Giustizia arrivarono gli ispettori ministeriali.
    Che con 3252 pagine di allegati dissero e scrissero quello che il povero Fava aveva gridato con quanto fiato aveva in gola. Sulla giustizia catanese c’era un macigno che bloccava tutto. E questo macigno aveva dei nomi. Il primo era quello del procuratore capo Giulio Cesare Di Natale. Il secondo era quello di un suo sostituto, si chiamava Aldo Grassi, che il professor D’Urso, integerrimo architetto che denunciava le omissioni dei giudici sugli scempi urbanistici dei Cavalieri, aveva soprannominato “Beddi capeddi” (“Bei capelli”).
    Gli ispettori mossero al dottor Grassi una quantità sterminata di addebiti. Di ritardi nella trattazione del processo
    per l’omicidio del procuratore Costa. Di avere accumulato lentezze intollerabili e a loro avviso sospette nei procedimenti a carico dei Cavalieri. Di lui scrissero: “Evidenzia una linea direttiva preordinata ad accantonare le denunzie contro i grandi costruttori per fatturazioni per operazioni inesistenti”. E, a proposito di un procedimento a carico della famiglia del Cavaliere Rendo: “Consegue la sicura censurabilità dell’anzidetta stasi processuale a carico del Dott. Grassi”. Lo rimproverarono anche di non avere avvisato di trovarsi in conflitto di interessi nel trattare procedimenti nei confronti del Cavalier Carmelo Costanzo, essendo inquilino di una casa di proprietà di una società
    del costruttore. Al termine del loro rapporto gli ispettori scrissero: “Nella specie, quindi, non sussistono soltanto comportamenti, riconducibili a magistrati, tali da offuscarne la credibilità, sufficienti ai fini della sussistenza della incompatibilità ambientale, ma sono emerse accuse (collegate a fatti in parte fondati) di collusioni o comunque di rapporti ambigui, di insabbiamenti, di inerzie, di negligenze o di compiacenze nei confronti di quel nuovo, e non meno pericoloso, tipo di delinquenza che è la criminalità economica”.
    E ancora: “Deve con certezza ritenersi che lo svolgimento delle funzioni requirenti da parte dei d.ri Di Natale e Grassi sia stato offuscato da sospetti, critiche, accuse che infirmano in modo grave la loro credibilità e che sono state, tra l’altro, in gran parte confermate da quanto è stato accertato nella presente inchiesta”.
    GRASSI VENNE anche accusato di avere chiesto contributi alla famiglia del Cavaliere Rendo per finanziare un convegno di Magistratura Indipendente.
    Gli ispettori conclusero di “potere stabilire con assoluta cer tezza” per Di Natale e Grassi la sussistenza “delle condizioni di incompatibilità ambientali”.
    Grassi chiese a quel punto il trasferimento a Messina. Il ministro provvide per Di Natale con azione disciplinare. Intanto a Palermo Falcone accumulava il materiale per il maxi-processo.
    Che lo avrebbe portato a convincersi che occorreva colpire il concorso esterno in associazione mafiosa: “Manifestazioni di connivenza e di collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni possono – eventualmente – realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti, sussumibili – a titolo concorsuale – nel delitto di associazione mafiosa. Ed è proprio questa ‘convergenza di interessi’ col potere mafioso [...] che costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa Nostra e della sua natura di contropotere, nonché, correlativamente, delle difficoltà incontrate nel reprimerne le manifestazioni criminali” (dalla sentenza-ordinanza conclusiva del maxi-processo ter, luglio 1987).
    POTEVA MAI condividere queste parole il dottor Grassi giunto in Cassazione a giudicare Marcello Dell’Utri?
    P.s. Quanto ai procuratori generali in Cassazione, non sempre fanno testo. Ce ne fu uno, Tito Parlatore, che negli anni Sessanta, al processo contro gli imputati dell’assassinio del sindacalista Salvatore Carnevale difesi dal futuro presidente della Repubblica ed ex capo del governo Giovanni Leone (e assolti per insufficienza di prove), tuonò che la mafia non era materia per tribunali ma materia “per conferenze”.
    Erano già stati uccisi quaranta sindacalisti, e c’erano state le stragi di Portella delle Ginestre e di Ciaculli…

    (Il Fatto Quotidiano, 14 marzo 2012)
    Niente reputazioni ma opere di bene. Grazie.
    Che tristezza dev'essere ricevere un "ILike" da un cretino.

    -

    Cinguetto QUI

  2. #2
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    Predefinito Re: "Grassi. Storia di un giudice chiacchierato"

    Citazione Originariamente Scritto da Lazzaro Visualizza Messaggio
    Visto che non sono "autorizzato" a poter partecipare al thread sulla sentenza Dell'Utri, vi propongo questo.

    Grassi a Catania, storia di un giudice chiacchierato

    IL MAGISTRATO CHE HA ANNULLATO LA CONDANNA DEL SENATORE
    di Nando Dalla Chiesa
    Sant’Iddio, la memoria. Che cosa è non averla...
    Ma davvero vi pare così strano che una Corte presieduta in Cassazione dal giudice Aldo Grassi abbia annullato la sentenza d’Appello su Marcello Dell’Utri e abbia sconfessato il concorso esterno in associazione mafiosa? E allora sentite questa storia. C’era la Sicilia degli anni Ottanta. E c’era la mafia, naturalmente. Forte, fortissima a Palermo, che era da sempre casa sua. Meno potente ma ormai in crescita a Catania, dove aveva rapporti strettissimi con i maggiori imprenditori locali, chiamati “Cavalieri del lavoro”, anche se la parola d’ordine era che la mafia non vi esistesse. A Palermo però stava affiorando una magistratura nuova. Non solo non complice, ma addirittura intenzionata a imporre ai clan il rispetto delle leggi.
    PER QUESTO i giudici vi venivano uccisi, anche ai livelli più alti. Il capo ufficio istruzione Cesare Terranova (1979), il procuratore capo Gaetano Costa (1980) e di nuovo il capo ufficio istruzione Rocco Chinnici (1983). E dietro di loro cresceva il prestigio e l’influenza di altri magistrati più giovani, due dei quali si chiamavano Paolo Borsellino e Giovanni Falcone.
    Quest’ultimo soprattutto mostrava, oltre a grandi capacità investigative, una spiccata propensione a parlare di dottrina, a proporre cambiamenti nei codici, nella giurisprudenza e nell’ordinamento giudiziario per rendere la lotta alla mafia cosa efficace. Si faceva spiegare Cosa Nostra da grandi boss, giungeva perfino a colpire i piani più alti del livello economico-finanziario dell’isola, come i cugini Nino e Ignazio Salvo. A Catania invece tutto questo non c’era. A Palermo il prefetto veniva ucciso, a Catania il prefetto presenziava sorridente all’inaugurazione del salone automobilistico del boss Nitto Santapaola. A Catania funzionava un blocco di potere granitico alimentato dai soldi dei Cavalieri. Economia, burocrazie, partiti, intellettuali, giornali. E giustizia. Una giustizia solerte a insabbiare, a proteggere. Un giornalista, si chiamava Pippo Fava, denunciò con vigore questo blocco di potere.
    Venne ucciso all’inizio del 1984. Ma lo scandalo cresceva, era davvero impossibile non vedere che mondo si fosse costruito intorno ai soldi dei Cavalieri e ai loro rapporti con la mafia cittadina.
    Li aveva chiamati in causa il prefetto Dalla Chiesa. E sulle loro fatturazioni false, specie quelle del Cavaliere Rendo, si indagava ovunque: a Palermo, a Siracusa, anche ad Agrigento, dove c’era un giudice ragazzino, si chiamava Rosario Livatino (anche lui sarebbe stato ucciso anni dopo), che faceva da solo quel che tutto il Palazzo di Giustizia di Catania (“oberato”,naturalmente) non faceva.
    POI SI insospettirono anche la Guardia di Finanza e la questura catanesi, e i Cavalieri pensarono di rimediare premendo sui Palazzi romani per fare trasferire il questore. Fatto sta che per capire che cosa stesse succedendo in quel Palazzo di Giustizia arrivarono gli ispettori ministeriali.
    Che con 3252 pagine di allegati dissero e scrissero quello che il povero Fava aveva gridato con quanto fiato aveva in gola. Sulla giustizia catanese c’era un macigno che bloccava tutto. E questo macigno aveva dei nomi. Il primo era quello del procuratore capo Giulio Cesare Di Natale. Il secondo era quello di un suo sostituto, si chiamava Aldo Grassi, che il professor D’Urso, integerrimo architetto che denunciava le omissioni dei giudici sugli scempi urbanistici dei Cavalieri, aveva soprannominato “Beddi capeddi” (“Bei capelli”).
    Gli ispettori mossero al dottor Grassi una quantità sterminata di addebiti. Di ritardi nella trattazione del processo
    per l’omicidio del procuratore Costa. Di avere accumulato lentezze intollerabili e a loro avviso sospette nei procedimenti a carico dei Cavalieri. Di lui scrissero: “Evidenzia una linea direttiva preordinata ad accantonare le denunzie contro i grandi costruttori per fatturazioni per operazioni inesistenti”. E, a proposito di un procedimento a carico della famiglia del Cavaliere Rendo: “Consegue la sicura censurabilità dell’anzidetta stasi processuale a carico del Dott. Grassi”. Lo rimproverarono anche di non avere avvisato di trovarsi in conflitto di interessi nel trattare procedimenti nei confronti del Cavalier Carmelo Costanzo, essendo inquilino di una casa di proprietà di una società
    del costruttore. Al termine del loro rapporto gli ispettori scrissero: “Nella specie, quindi, non sussistono soltanto comportamenti, riconducibili a magistrati, tali da offuscarne la credibilità, sufficienti ai fini della sussistenza della incompatibilità ambientale, ma sono emerse accuse (collegate a fatti in parte fondati) di collusioni o comunque di rapporti ambigui, di insabbiamenti, di inerzie, di negligenze o di compiacenze nei confronti di quel nuovo, e non meno pericoloso, tipo di delinquenza che è la criminalità economica”.
    E ancora: “Deve con certezza ritenersi che lo svolgimento delle funzioni requirenti da parte dei d.ri Di Natale e Grassi sia stato offuscato da sospetti, critiche, accuse che infirmano in modo grave la loro credibilità e che sono state, tra l’altro, in gran parte confermate da quanto è stato accertato nella presente inchiesta”.
    GRASSI VENNE anche accusato di avere chiesto contributi alla famiglia del Cavaliere Rendo per finanziare un convegno di Magistratura Indipendente.
    Gli ispettori conclusero di “potere stabilire con assoluta cer tezza” per Di Natale e Grassi la sussistenza “delle condizioni di incompatibilità ambientali”.
    Grassi chiese a quel punto il trasferimento a Messina. Il ministro provvide per Di Natale con azione disciplinare. Intanto a Palermo Falcone accumulava il materiale per il maxi-processo.
    Che lo avrebbe portato a convincersi che occorreva colpire il concorso esterno in associazione mafiosa: “Manifestazioni di connivenza e di collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni possono – eventualmente – realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti, sussumibili – a titolo concorsuale – nel delitto di associazione mafiosa. Ed è proprio questa ‘convergenza di interessi’ col potere mafioso [...] che costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa Nostra e della sua natura di contropotere, nonché, correlativamente, delle difficoltà incontrate nel reprimerne le manifestazioni criminali” (dalla sentenza-ordinanza conclusiva del maxi-processo ter, luglio 1987).
    POTEVA MAI condividere queste parole il dottor Grassi giunto in Cassazione a giudicare Marcello Dell’Utri?
    P.s. Quanto ai procuratori generali in Cassazione, non sempre fanno testo. Ce ne fu uno, Tito Parlatore, che negli anni Sessanta, al processo contro gli imputati dell’assassinio del sindacalista Salvatore Carnevale difesi dal futuro presidente della Repubblica ed ex capo del governo Giovanni Leone (e assolti per insufficienza di prove), tuonò che la mafia non era materia per tribunali ma materia “per conferenze”.
    Erano già stati uccisi quaranta sindacalisti, e c’erano state le stragi di Portella delle Ginestre e di Ciaculli…

    (Il Fatto Quotidiano, 14 marzo 2012)

    Ma che modo di fare forum è questo? Si posta un articolo de Il Fatto, lunghissimo, e si dà il proprio contributo...! Non so..Io posto uno di Libero, un altro de Il Corriere, e così facciamo una bella rassegna stampa!...Un'altra! Ma che forum si vuole fare? Se si è incapaci di idee proprie...A meno che non sopravvalga la voglia di esserci...comunque... Allora è una questione umana...non entro nel merito.

  3. #3
    Mai l'altra guancia
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    Predefinito Re: "Grassi. Storia di un giudice chiacchierato"

    Citazione Originariamente Scritto da Zorro Visualizza Messaggio
    è una questione umana...
    Sì, hai problemi e pure grossi.
    Cùrati.
    Niente reputazioni ma opere di bene. Grazie.
    Che tristezza dev'essere ricevere un "ILike" da un cretino.

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    Cinguetto QUI

  4. #4
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    Predefinito Re: "Grassi. Storia di un giudice chiacchierato"

    Che brutta gente ... :giagia:

  5. #5
    Mai l'altra guancia
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    Predefinito Re: "Grassi. Storia di un giudice chiacchierato"

    Citazione Originariamente Scritto da MrBojangles Visualizza Messaggio
    Che brutta gente ... :giagia:
    Di fronte ai fatti hanno la stessa reazione del diavolo con l'acqua santa.
    Niente reputazioni ma opere di bene. Grazie.
    Che tristezza dev'essere ricevere un "ILike" da un cretino.

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    Cinguetto QUI

  6. #6
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    Predefinito Re: "Grassi. Storia di un giudice chiacchierato"

    Citazione Originariamente Scritto da Lazzaro Visualizza Messaggio
    Di fronte ai fatti hanno la stessa reazione del diavolo con l'acqua santa.
    Bruttissima ... :giagia:

  7. #7
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    Predefinito Re: "Grassi. Storia di un giudice chiacchierato"

    Ecco chi è il padrino del Grassi:


    Leggi ad personam tocca a Carnevale
    Una norma abolisce il limite dei 75: e così il giudice "ammazzasentenze" potrà restare in servizio fino a 83 anni. Tornando in corsa per il vertice della Cassazione
    di LIANA MILELLA
    Leggi ad personam tocca a Carnevale - Politica - Repubblica.it

    Ed a chi "pensa" (si fa per dire) che Carnevale NON sia stato ri-messo in quel posto ALL'UOPO per queste faccende, pèste lo còlga.

  8. #8
    Mai l'altra guancia
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    Predefinito Re: "Grassi. Storia di un giudice chiacchierato"

    Citazione Originariamente Scritto da MrBojangles Visualizza Messaggio
    Bruttissima ... :giagia:
    Io gli toglierei il diritto di voto.
    Citazione Originariamente Scritto da MrBojangles Visualizza Messaggio
    Ecco chi è il padrino del Grassi:


    Leggi ad personam tocca a Carnevale
    Una norma abolisce il limite dei 75: e così il giudice "ammazzasentenze" potrà restare in servizio fino a 83 anni. Tornando in corsa per il vertice della Cassazione
    di LIANA MILELLA
    Leggi ad personam tocca a Carnevale - Politica - Repubblica.it

    Ed a chi "pensa" (si fa per dire) che Carnevale NON sia stato ri-messo in quel posto ALL'UOPO per queste faccende, pèste lo còlga.
    C'è poi chi si chiede perché l'Italia sia messa così male, tra MAFIE e corruzione.
    A tal proposito, intervisterei Vespa e signora.
    Il primo si vanta di essere l'unico giornalista "di un certo rilievo" in Italia che non sia di "sinistra".
    La seconda minaccia querele.
    Niente reputazioni ma opere di bene. Grazie.
    Che tristezza dev'essere ricevere un "ILike" da un cretino.

    -

    Cinguetto QUI

  9. #9
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    Predefinito Re: "Grassi. Storia di un giudice chiacchierato"

    Citazione Originariamente Scritto da Lazzaro Visualizza Messaggio
    Io gli toglierei il diritto di voto.

    C'è poi chi si chiede perché l'Italia sia messa così male, tra MAFIE e corruzione.
    A tal proposito, intervisterei Vespa e signora.
    Il primo si vanta di essere l'unico giornalista "di un certo rilievo" in Italia che non sia di "sinistra".
    La seconda minaccia querele.
    A proposito: quand'è che la rimuovono (finalmente) dal ministero la s.ra Vespa?

  10. #10
    Mai l'altra guancia
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    Predefinito Re: "Grassi. Storia di un giudice chiacchierato"

    Citazione Originariamente Scritto da MrBojangles Visualizza Messaggio
    A proposito: quand'è che la rimuovono (finalmente) dal ministero la s.ra Vespa?
    Campa cavallo.
    Niente reputazioni ma opere di bene. Grazie.
    Che tristezza dev'essere ricevere un "ILike" da un cretino.

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