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  1. #1
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    Predefinito Events are global...progressives too! - seconda conferenza dei gruppi progressisti

    Il mondo riscritto dai progressisti


    Il sottotitolo della seconda conferenza dei leader parlamentari progressisti che si terrà oggi e domani alla sala della Regina della camera dei deputati recita testualmente Events are global, Progressives too, gli eventi sono globali, i progressisti anche. Diciamo con franchezza che la prima affermazione è un fatto, la seconda è il senso della nostra sfida.
    La crisi europea degli ultimi due anni e la trepidazione con la quale si attende l’esito delle prossime elezioni presidenziali in Francia sono due dei moltissimi segni che rendono evidente come oramai, al di là della funzionalità e della capacità dei contenitori politici, si venga costruendo uno “spazio politico europeo e globale” nel quale le sovranità si condividono, i cicli si influenzano a vicenda, le idee sfruttano le nuove opportunità della comunicazione per bruciare tempi e distanze.
    Non si tratta di un pensiero né nuovo né originale. Gli ultimi trent’anni sono stati segnati largamente da cicli politici nei quali Europa e Stati Uniti si sono specchiati fra loro: Reagan e Thatcher negli anni ’80; Clinton, Blair e la Terza via negli anni ’90; Bush e le vittorie dei conservatori negli ultimi dieci anni. Sarebbe sciocco pensare che, con un automatismo che la politica non contempla, sia già iniziata una fase nuova. La vittoria schiacciante di Barack Obama nel 2008 – nonostante le percentuali plebiscitarie di simpatia europea – non produsse alcuna inversione di rotta nelle successive elezioni del vecchio continente che hanno in genere penalizzato chiunque fosse al governo.
    È però un fatto che i sondaggi francesi, la crisi verticale della destra italiana e il tramonto brusco del berlusconismo, i movimenti elettorali in Germania segnalano un paesaggio in cambiamento, offrono un’occasione ai democratici. Chi pensa che la politica non sia riducibile a semplici format comunicativi, alla brillantezza di un discorso pubblico che non risulta poi capace di produrre innovazione nelle regole e nei meccanismi di un sistema paese, non può che riaccendere la luce sul ruolo dei parlamenti, dei legislatori. Ed è esattamente su questo piano che la conferenza della sala della Regina ha l’ambizione di lasciare una traccia più duratura.
    Gli europei per primi sanno per esperienza che Bruxelles è oggi la fonte primaria di gran parte della loro legislazione; le nuove regole comunitarie sulla sessione di bilancio impongono a ogni paese di elaborare e concordare un Piano nazionale di riforme che è in discussione proprio in queste settimane; ciascun tema di attualità politica (dalla crescita economica alla regolamentazione dei mercati finanziari, dalla scuola alle politiche sull’immigrazione) sollecita i legislatori a confrontare le proprie soluzioni con le best practices dei propri partner e vicini.
    Abbiamo perciò l’ambizione di chiudere la conferenza di Roma gettando le fondamenta di un Parliamentary Progressive Network, un luogo virtuale e reale nel quale gli attori europei e i grandi protagonisti dei continenti non più emergenti ma emersi possano alimentare a staffetta una discussione e uno scambio continuo di idee ed esperienze. Il titolo di questo secondo meeting – volutamente lasciato al termine di questa riflessione – dice Riscrivere il mondo. Chiederemo simbolicamente a ogni ospite di lasciare un vero e proprio messaggio sull’ampio fondale a forma di carta geografica che accoglie il nostro dibattito, un muro di pensieri liberi, di impegni democratici, di battaglie progressiste. Per riscrivere il mondo, bisogna innanzitutto comprenderne le nuove dinamiche.
    Le cinque sessioni si incaricheranno dunque di discutere di Europa, di ricette globali per lo sviluppo, della domanda di libertà che sorge dal Mediterraneo come dalla Birmania, del movimento progressista globale, della collaborazione fra gruppi parlamentari. Le due conclusioni affidate a Pierluigi Bersani e Dario Franceschini ci confermano che il Partito democratico è oggi la sola forza politica del paese ad ancorare la propria battaglia nazionale ad un orizzonte europeo e globale, a dare respiro strategico ad una politica destinata altrimenti ai ripiegamenti populisti che hanno rattrappito il dibattito degli ultimi anni.

    Lapo Pistelli

    Il mondo riscritto dai progressisti - Europa
    Ultima modifica di Gdem88; 19-04-12 alle 17:10
    «Riformista è uno che sa che a sbattere la testa contro il muro si rompe la testa, non il muro! Riformista...è uno che vuole cambiare il mondo per mezzo del buonsenso, senza tagliare teste a nessuno» [Baaria]

  2. #2
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    Predefinito Re: Events are global...progressives too! - seconda conferenza dei gruppi progressist

    Le sfide sono globali. Serve una casa comune dei progressisti

    Intervista a Dario Franceschini di Umberto De Giovannangeli - L'Unità





    Ogni grande problema è globale: dalla finanza all’economia, dall’ambiente ai flussi migratori, dalle infrastrutture alla lotta al terrorismo. E a problemi globali di questa portata non è possibile, è anacronistico e perdente pensare di poter dare risposte chiuse entro gli angusti confini dello Stato-nazione. Da qui la volontà di dar vita, a partire dall’appuntamento di Roma, a un network mondiale che tenga insieme forze di ispirazione socialista e socialdemocratica europee e forze progressiste di Paesi cruciali per una governance mondiale, come gli Stati Uniti, il Brasile, il Giappone, l’India».
    A parlare è Dario Franceschini, capogruppo del Partito democratico alla Camera, tra i promotori del II Meeting internazionale dei parlamentari progressisti.

    Qual è il senso politico del Meeting che si apre oggi a Roma su iniziativa del Partito democratico e del Gruppo alla Camera?

    «Il senso di una sfida sovranazionale, globale, a problemi che non possono più essere affrontati e portati a soluzione dai singoli Stati. È una consapevolezza che era emersa già nel primo Meeting. È sempre più evidente che la globalizzazione ha fatto scomparire frontiere. E tutti i grandi temi, le emergenze che segnano il presente e ipotecano il futuro non possono essere affrontati dentro i confini dei singoli Stati. Ogni tema è globale, che sia la finanza, l’economia, l’ambiente, i flussi migratori,ma anche le infrastrutture o la lotta al terrorismo. Ogni grande questione dei nostri giorni deve essere affrontata in una logica sovranazionale. Nessuno, neanche lo Stato più potente, può oggi pensare di reggere sfide che sono globali.

    Da qui, è nata l’idea di costruire un network dei parlamentari progressisti che con periodicità si confrontino su questi temi. In questa ottica, i due giorni di Roma - resi possibili dallo straordinario lavoro compiuto da Lapo Pistelli, Giacomo Filibeck e da quanti compongono il Dipartimento esteri del Pd – intendono rappresentare l’atto fondativo di questo network. Si tratta di un investimento sul futuro ma anche una scelta per molti versi obbligata».

    Da cosa nasce questa considerazione?

    «I problemi globali, come quelli a cui ho fatto riferimento in precedenza, hanno già imposto a governi e Stati nazionali di cercare luoghi sovranazionali, istituzioni, organismi, a cui cedere sovranità. Ma da che mondo è mondo, ogni decisione è proceduta da una riflessione politica. E quindi l’idea di avere luogo, un network che tenga insieme, in contatto parlamentari di forze socialiste e socialdemocratiche e quelli di altre forze progressiste, è un passo importantissimo in questa direzione».

    La partecipazione internazionale è ricchissima e autorevole non solo per i Paesi rappresentati e per l’autorevolezza degli intervenuti,ma anche perché dà conto di uno schieramento che va oltre le singole famiglie politiche.

    «Il Meeting e il network che s’intende realizzare, non contrasta con il Pse o con l’Internazionale socialista, tant’è che buona parte dei partecipanti sono dirigenti di partiti socialisti, socialdemocratici, laburisti. In questo luogo politico, in questo network in formazione, ci saranno forze che appartengono alla tradizione socialista e forze che sono saldamente collocate nel campo progressista ma che non hanno una tradizione socialista: penso, ad esempio, ai Democratici americani, a Dpj giapponese, alla Lega nazionale per la democrazia di Birmania, alle forze protagoniste delle Primavere arabe.

    Questa è la risposta più efficace al tema su cui è aperto da tempo un dibattito nel Pd e che ha avuto un primo sviluppo positivo, quando ero segretario, con la nascita, all’Europarlamento, del gruppo dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici. Costruire un luogo, una casa comune, in cui trovino collocazione sia le forze di ispirazione socialista che quelle progressiste: è questo l’impegno che ci siamo assunti. E che intendiamo portare a compimento».

    Un impegno che passa per Roma e per il II Meeting internazionale dei parlamentari progressisti.
    Ultima modifica di Gdem88; 19-04-12 alle 17:14
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    Predefinito Re: Events are global...progressives too! - seconda conferenza dei gruppi progressist

    Rewrite the world

    Seconda conferenza dei leader parlamentari progressisti- prima giornata sintesi degli interventi





    Rosy Bindi: Vogliamo ridurre le disuguaglianze, redistribuire la ricchezza tra chi ha di più e fin troppo e chi continua a vivere in condizioni d’indigenza e povertà. Vogliamo rendere possibile sviluppo e sostenibilità ambientale e ci battiamo per un’economia verde che crei lavoro e protegga il pianeta anche per le generazioni future. Difendiamo i diritti delle donne, combattiamo il razzismo e la xenofobia e chiediamo il rispetto dei diritti umani in ogni parte del mondo.

    Sono tutte ottime ragioni per lavorare insieme e insieme definire un’agenda politica comune capace di restituire speranza e futuro ai popoli della terra. (leggi tutta la relazione di Rosy Bindi)


    Lapo Pistelli: abbiamo scelto un titolo ambizioso “Rewrite the world” così come il sottotitolo della nostra conferenza: gli eventi sono globali, i progressiti pure. Non abbiamo la presunzione di riscrivere il mondo ma siamo qui perché cerchiamo innanzi tutto di capirlo con i suoi nuovi movimenti e le coordinate di un “gioco” che si sono modificate sempre di più. Abbiamo assistito allo spostamento del potere verso l’Oriente del mondo e quindi verso il Sud. Ce lo dicono le economie, ce lo dicono lo sviluppo e l’innovazione. Sono arrivate sulla scena nuove grandi potenze che fino ad pochi anni fa venivano considerati Paesi sottosviluppati. Il “great divide” si è ricomposto.

    Le carte geografiche si stanno rifacendo. Noi siamo stati abituati a vedere il mondo con l’Europa in posizione centrale rispetto agli altri continenti: l’immagine ora è diventata soggettiva. Il mondo delle due super potenze era più facile da capire. Il mondo di oggi disordinatamente multipolare è molto più difficile da capire. Gli USA hanno orientato verso il Pacifico l’agenda dei loro principali interessi. La crisi europea è grave economicamente perché ha smesso di crescere e perché le politiche sulla moneta unica sono state disarmoniche e creato, di conseguenza, grande sfiducia. La crisi è anche politica per la mancanza di un nuovo progetto di integrazione politica e la fine di quell’idea solidale di integrazione che si era lasciata alle spalle il modello conflittuale nel dopoguerra. L’Europa deve recuperare ora.

    Non può esserci democrazia senza mercato ma non è vero il contrario. Esistono “turbo-economie” che stentano sulla strada della democrazia.

    Quello che noi europei abbiamo chiamato Primavera araba, ci ha portato importanti novità: pezzi di un mondo che sembravano impermeabili alla democrazia e che l’Europa in cambio di protezione dall’integralismo islamico gestiva economicamente favorendo i loro governi monocratici, oggi chiedono di entrare a fare parte del mondo democratico e la loro spinta è molto forte.

    La politica oggi non guida più ma segue: da leader è diventata follower della finanza, della comunicazione e della tecnica. Queste tre forme di potere restano autonome e non legate a regole di equilibrio. Sono stati messi in dubbio le carte costituzionali del passato e per questo il potere politico ora deve trovare un nuovo equilibrio con gli altri poteri esistenti.

    Mettere in equilibrio è la sfida della politica progressista. La nostra sfida.
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    Predefinito Re: Events are global...progressives too! - seconda conferenza dei gruppi progressist

    Risposte progressiste per una nuova Governance Economica Europea


    Elisabeth Guigou (ex Ministro delle Finanze, PS Francia): Anche se i sondaggi sono favorevoli da un anno a Hollande fino all’ultimo queste elezioni non saranno vinte, c’è una grossa tentazione astensionisitica dovuta alla perdita di credibilità della politica per l'operato di Sarkozy. Noi siamo determinati a operare un profondo cambiamento che parta dalla Francia ma possa espandersi in tutta Europa, un'Europa che ha conosciuto negli ultimi anni una deriva inquietante, bisogna riorientare la costruzione europea, e non possiamo fare da soli, dobbiamo rivolgerci anche alle forze extraueopee.

    La crisi in cui ci troviamo è anche politica e richiede una risosta di grande respiro. I governi conservatori francese e tedesco hanno inferto un colpo tremendo all’euro per il mancato rispetto delle regole monetarie dell’Unione. Quella che sperimentiamo ora è una profonda crisi di responsabilità europea, abbiamo forse scongiurato una crisi finanziaria endemica, ma le risposte sono state tardive e deboli. La crisi della crescita: le economie europee sono piatte, non ci sono iniziative vere per lo sviluppo, e c’è un problema evidente di governance. Hollande propone un triplo patto: patto di responsabilità, disciplina di bilancio e patto di crescita. Vanno messi in campo meccanismi comunitari che rimettano in circolo la democrazia e riavvicinino i cittadini alla politica.

    *****


    Mikael Damberg (Capogruppo, SDP Svezia): l'Europa ora è il punto debole dell’economia mondiale e questo ci influenza troppo negativamente. È ora di fare un passo indietro perché gli spazi per ripartire e trovare nuove forme di sviluppo ci sono. Serve un patto rigoroso che involva tutto il sistema economico affinché questo sia più equilibrato e integrato. Il futuro dell’Europa si svolge con il resto del mondo e non nell’isolamento. Il primo passo importante saranno le elezioni francesi che rappresentano la svolta contro le destre la cui politica europea è tra le principali responsabili della grande crisi.

    *****


    “Si ripete da più più parti che abbiamo bisogno di crescita, ma perché non c’è crescita?” chiede Stavros Lambrinidis, ex Ministro degli Esteri greco “una delle risposte è nella tendenza ideologica chiara al consolidamento di bilancio e all’austerità, si sente continuamente dire che sarà l’austerità a portare crescita. Un altro aspetto è il vuoto di valori, superiore persino al vuoto della politica, unito a quest’idea di punizione, l’idea che ci siano paesi buoni e paesi cattivi, un’idea che si trasferisce sui popoli, divisi fra buoni e cattivi, un gap da affrontare con maggiore serietà che la crisi politica, se continuiamo a accreditare questi valori non usciremo più dalla crisi, continueremo a flagellarci senza creare nulla di positivo. La Grecia è in tempesta, ma non è la causa della tempesta, è il cavallo di Troia che tutti hanno attaccato, che ha prodotto la speculazione del mercato, mentre gli altri governi europei non ammettevano la loro politica sbagliata. La Grecia ha fatto i cambiamenti politici più duri in soli 2 anni, in una democrazia si può vivere quest’austerità senza dare speranza alle persone? Il problema non è che la Grecia non ha applicato la ricetta, il problema è che la ricetta è sbagliata.

    Dobbiamo riportiamo la solidarietà in Europa, la cosa peggiore è rinchiudersi nella propria conchiglia, ora c’è una sorta di razzismo fra di noi, questo è uno sviluppo orrendo e l’errore più grave che possiamo fare. E' fondamentale affrontare il deficit democratico che è anche in Europa, la gente guarda ai parlamenti con disprezzo, sentono che il potere si è spostato, noi siamo qui a parlare ma altri, che non sono stati eletti, prendono le decisioni. Costruiamo la rete progressista che sappia riportare speranza in tutta Europa.”

    *****


    Carlos Zorrinho (Capogruppo PS Portogallo): Il Portogallo non è la Grecia. Ma bisogna dire che anche la Grecia non è il Portogallo. Eppure i nostri due paesi hanno attraversato lo stesso processo di un mercato danneggiato per mancanza di solidarietà, e sperimentato il fallimento di ricette economiche che hanno portato l’Iva dal 6 al 20 per cento. Riscrivere il mondo mi sembra un'idea molto positiva alla quale tutti noi dobbiamo contribuire, senza cedere allla nostalgia degli anni 90. Vanno superate le vecchie politiche, occorre trasmettere alla gente una nuova percezione della realtà e far sì che i nostri cittadini tornino a credere nel futuro.

    *****

    Massimo D’Alema: Oggi l’Europa è l’epicentro della crisi mentre il mondo, soprattutto quello governato dalle forze progressiste, cerca di uscire faticosamente dalla crisi. È per questo che sempre più l’Europa appare come un peso morto, una palla al piede. L’Europa da l’immagine di un continente invecchiato, impaurito e pessimista in contrapposizione con i suoi valori fondamentali e con ciò che ha saputo dare fino ad oggi. Noi progressisti abbiamo la responsabilità di costruire un’alternativa a questa situazione.

    Le destre europee, da quella monetarista e conservatrice - espressione dei grandi gruppi internazionali di potere - a quella populista, non sanno indicare una prospettiva e non hanno nessuna strategia per il futuro. Non c’è in ballo l’esistenza dei partiti politici, in gioco c’è la vita della democrazia stessa che appare un problema rispetto alla necessità di fare ciò che i mercati vogliono. Il sistema sbagliato che governa oggi afferma che il ruolo della politica è quello di fare (e presto) ciò che l’economia chiede. Non dimentichiamoci che la politica esiste solo quando davanti ad un problema ci sono diverse alternative per risolverlo. Nel sistema attuale vogliono farci credere che non ci siamo alternative e che la risposta sia solo quella che possono dare i tecnici.

    Ma se in Francia, nella campagna elettorale, il pensiero europeo si è imposto come tema fondamentale, questo è il segno di una consapevolezza crescente del ruolo della politica e dell’Europa.
    Alcune proposte condivise sono state messe a fuoco: nessun deficit spending, nessun ritorno ad tempi passati sono una soluzione ripetibile oggi. Non basta la sola politica di responsabilità fiscale per uscire dalla crisi. Accorre accompagnare una politica di sviluppo a quella fiscale. Non dimentichiamoci che la crisi non è nata dall’eccesso di spesa sociale in Europa ma quando il debito privato del sistema finanziario è diventato debito pubblico. Siamo consapevoli delle riforme da fare, dal welfare alle pensioni, ma queste politiche devono accompagnarsi a politiche di crescita di dimensioni europea.

    Sulla questione greca l’Europa ha grandissime responsabilità. Europeizzare una parte del debito dei Paesi significa (e avrebbe significato) fronteggiare la speculazione, abbattere il tasso d’interesse, dare un colpo agli speculatori e dare una nuova spinta per lo sviluppo. Non significa certo togliere le responsabilità di pagamento del debito dei Paesi membri.

    Anche molti paesi governati da forze conservatrici oggi vogliono la vittoria di Hollande per liberarsi dalla “gabbia Merkozy”. La vittoria socialista in Francia sarebbe davvero un punto di svolta.

    Un mondo progressista moderno deve anche sostenere le necessarie liberalizzazioni: questo significa rimuovere privilegi e ostacoli corporativi che sono fonte di ingiustizia sociale. Una ricetta solo liberale che punti solo a lato dell’offerta non funziona, ma c’è un tratto del pensiero liberale che dobbiamo fare nostro: il completamento del mercato con la ripresa della domanda. Si deve ripartire dando respiro ai consumi dei cittadini e non pensare solo alle esportazioni. Questa è l’alternativa alla situazione attuale. Anche in Italia, dopo l’emergenza è il momento che la sinistra torni al governo.

    Noi dobbiamo avere chiaro il principale errore fatto negli anni 90: allora non fummo abbastanza europeisti e non prendemmo nelle mani la necessità dell’unità politica dell’Europa. Non eravamo uniti: tra noi alcuni pensavano che l’integrazione europea fosse una minaccia della difesa nazionale del sistema welfare raggiunto. Altri pensavano che la globalizzazione fosse qualcosa di buono in sé e che questa non andasse assolutamente governata.

    Se la politica non ha forza diventa predicazione e lascia spazio solo al populismo. Dobbiamo tornare ad avere un peso politico in Europa altrimenti la politica sarà solo propaganda e con questa non si governano gli stati.
    Ultima modifica di Gdem88; 19-04-12 alle 17:20
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    Predefinito Re: Events are global...progressives too! - seconda conferenza dei gruppi progressist

    Ricette progressiste per uno sviluppo sociale sostenibile


    Bill Shorten (Ministro del lavoro e dei servizi finanziari, Australia): Non so se rientriamo nel vecchio mondo o nel nuovo, quello emergente. Ma quali sono le strategie che il governo laburista australiano sta seguendo? Disoccupazione al 4.2 percento che può salire al 6, inflazione al 2-2.5 percento, pil cresciuto più di 7 punti percentuali, non abbiamo conosciuto le stesse difficoltà economiche che alcuni di voi hanno visto, l’interscambio è vantaggioso e in grande progresso, ma gli effetti della crisi finanziaria globale ci hanno toccato, la nostra economia va a velocità diverse, ci sono vantaggi ma anche problemi. Qual è il futuro dell’Australia? C’è uno spostamento verso l’Asia del potere globale, e per noi, per motivi geografici, questo rappresenta una grossa opportunità.

    Riscrivere il mondo sarà il nostro obiettivo finale. Non ci distinguiamo solo per i canguri, ma anche per alcune caratteristiche di politica sociale, come l’aumento del fondo per le pensioni, cresciuto dal 3 al 9 %, diventato obbligatorio come non era in passato. L’introduzione di alcune tasse, fra cui quella sulle estrazioni minerarie e quella sull’emissione di co2, il rafforzamento delle tecnologie, la diffusione della banda larga, l’investimento sull’istruzione, strategie di miglioramento della produzione e rafforzamento dei salari, queste sono le strategie che abbiamo messo in campo per un piccolo paese, solo 22 milioni di abitanti, ai margini dell’Asia.

    *****


    Jim Rosapepe, Senatore democratico Maryland (USA). Conoscete voi più gli Usa che noi l’Europa. Il deficit americano è imputabile alla gestione dei repubblicani fin dai tempi di Reagan. Con Clinton si è sostenuta la tesi di risparmiare per salvare lo stato di previdenza sociale. Poi la nuova gestione di destra ha rovesciato di nuovo la situazione. Nell’ultimo decennio le banche si sono comportate come degli edge-fund speculativi. Questa è stata, purtroppo, la peculiarità degli Stati Uniti.

    *****


    Fikile Mbalula, Ministro dello Sport, Sud Africa. Gli sforzi per combattere questa crisi senza precedenti purtroppo sono stati vani. C’è stata mancanza di trasparenza nelle soluzioni che ha fatto sì che le agenzie di rating venissero pagate per alimentare i problemi e le banche che vendevano titoli come se fossero debiti. Se vogliamo uscire da questa crisi dobbiamo evitare che gli stessi problemi nati dal 2008 si ripetano e seguire le scelte equilibrate dei paesi che sono usciti da crisi (anche perché toccati marginalmente). L’esempio da seguire è l’Australia dove lo stato ha assunto una posizione di sviluppo guardando al di là dei profitti immediati e progettando il futuro.


    *****


    Gerald Nash (Vice Capogruppo, Partito Laburista Irlanda). Come affrontare le sfide che la crisi ci impone, in una democrazia che è diventata fragile, le nostre istituzioni saranno in grado di sostenere una pressione economica mai vista in passato? Noi da socialisti, da progressisti dobbiamo essere alla guida del dibattito. In Irlanda siamo passati dal boom economico alla caduta nelle grinfie della BCE, ora siamo un “paese programma” che sperimenta le politiche che ci vengono imposte. Siamo ora stabilizzati e in recupero, ma dalle ceneri di questa crisi che paese vogliamo vedere risorgere? Lavoriamo a una riforma profonda delle nostre istituzioni che unica può permettere lo sviluppo, la crescita come base delle nostre politiche progressiste, partendo dalla rilettura della nostra Costituzione. Lo sviluppo sostenibile, in vista della conferenza di Rio, richiede l’elaborazione di un progetto adeguato e condiviso dei progressisti a livello europeo,un’agenda verde che va messa al centro della nostra piattaforma programmatica, in grado allo stesso tempo di creare un’occupazione significativa e un importante sviluppo economico. Ugualmente va pianificata la mutazione demografica, l’invecchiamento della popolazione, nel segno di una collaborazione attiva di tutte le generazioni alla vita del paese. Servono politiche radicali per dare risposta alle esigenze attuali, maggiori responsabilità, trasparenza e giustizia nella politica economica, per colmare la distanza che i cittadini sentono nei confronti dello Stato.

    *****

    La necessità di un Movimento Progressista Globale


    Matt Brown (Global Progress, USA) apre la terza sessione dei lavori chiedendo come affrontare le sfide di oggi. Se si è parte di un movimento è più facile, una delle forze motrici del movimento globale è stato dimostrare la sua credibilità, essere in grado di fare quanto si promette. Il momento è importante, elezioni in Francia, Usa, Romania, seguiranno Germania e Italia. Le politiche conservatrici dell’austerità non danno risposte, il punto dirimente è proprio la credibilità dei nostri programmi.

    *****


    Alessandro Maran (Vice Capogruppo, Partito Democratico). Il sistema internazionale sta cambiando vorticosamente, fra pochi anni l’assetto uscito dalla seconda guerra mondiale sarà irriconoscibile, cambiano i giocatori, la portata e l’ampiezza dei problemi, l'invecchiamento, il cambio climatico, la transizione cui ci affacciamo è piena di rischi e dall’esito incerto. Gli attori cambiano ruoli, declinano e si avvicendano, i nuovi attori non sappiamo se vorranno condividere, e come, le responsabilità della governance mondiale. La qualità della leadership saranno determinanti per tratteggiare gli scenari che ci attendono. I partiti progressisti possono e devono ricostruire una forte leadeship a livello internazionale, recuperando credibilità.

    *****


    Emma Raynolds, Ministro Ombra per l’Europa, laburista, Gran Bretagna. Che il mercato si sarebbe assestato da solo si è dimostrata una risposta non vera. I progressisti stanno andando bene nel mondo ma sono un po’ malconci in Europa dove solo in 4 stati stanno al governo. È necessario che la sinistra europea si riprenda. In Gran Bretagna abbiamo subito la peggiore sconfitta dal primo conflitto mondiale. I conservatori sono riusciti a convincere gli elettori che la crisi fosse dipesa dai pasticci dei laburisti. L’hanno bevuta fino a quando non hanno capito che la crisi era mondiale e non solo britannica. Siamo stati definiti poco competenti soprattutto in economia. E in GB vengono anche rieletti i governi ingiusti (come quello di John Major) e non quelli incompetenti. Noi dobbiamo tornate ad essere il partito delle responsabilità per ritrovare i consensi perduti. Dobbiamo anche abbandonare l’atteggiamento pessimista e guardare al futuro e al superamento della crisi con ottimismo.

    Andrea Draghetti, Sara Guabello
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    Predefinito Re: Events are global...progressives too! - seconda conferenza dei gruppi progressist

    Citazione Originariamente Scritto da Gdem88 Visualizza Messaggio
    Il mondo riscritto dai progressisti


    Il sottotitolo della seconda conferenza dei leader parlamentari progressisti che si terrà oggi e domani alla sala della Regina della camera dei deputati recita testualmente Events are global, Progressives too, gli eventi sono globali, i progressisti anche. Diciamo con franchezza che la prima affermazione è un fatto, la seconda è il senso della nostra sfida.
    La crisi europea degli ultimi due anni e la trepidazione con la quale si attende l’esito delle prossime elezioni presidenziali in Francia sono due dei moltissimi segni che rendono evidente come oramai, al di là della funzionalità e della capacità dei contenitori politici, si venga costruendo uno “spazio politico europeo e globale” nel quale le sovranità si condividono, i cicli si influenzano a vicenda, le idee sfruttano le nuove opportunità della comunicazione per bruciare tempi e distanze.
    Non si tratta di un pensiero né nuovo né originale. Gli ultimi trent’anni sono stati segnati largamente da cicli politici nei quali Europa e Stati Uniti si sono specchiati fra loro: Reagan e Thatcher negli anni ’80; Clinton, Blair e la Terza via negli anni ’90; Bush e le vittorie dei conservatori negli ultimi dieci anni. Sarebbe sciocco pensare che, con un automatismo che la politica non contempla, sia già iniziata una fase nuova. La vittoria schiacciante di Barack Obama nel 2008 – nonostante le percentuali plebiscitarie di simpatia europea – non produsse alcuna inversione di rotta nelle successive elezioni del vecchio continente che hanno in genere penalizzato chiunque fosse al governo.
    È però un fatto che i sondaggi francesi, la crisi verticale della destra italiana e il tramonto brusco del berlusconismo, i movimenti elettorali in Germania segnalano un paesaggio in cambiamento, offrono un’occasione ai democratici. Chi pensa che la politica non sia riducibile a semplici format comunicativi, alla brillantezza di un discorso pubblico che non risulta poi capace di produrre innovazione nelle regole e nei meccanismi di un sistema paese, non può che riaccendere la luce sul ruolo dei parlamenti, dei legislatori. Ed è esattamente su questo piano che la conferenza della sala della Regina ha l’ambizione di lasciare una traccia più duratura.
    Gli europei per primi sanno per esperienza che Bruxelles è oggi la fonte primaria di gran parte della loro legislazione; le nuove regole comunitarie sulla sessione di bilancio impongono a ogni paese di elaborare e concordare un Piano nazionale di riforme che è in discussione proprio in queste settimane; ciascun tema di attualità politica (dalla crescita economica alla regolamentazione dei mercati finanziari, dalla scuola alle politiche sull’immigrazione) sollecita i legislatori a confrontare le proprie soluzioni con le best practices dei propri partner e vicini.
    Abbiamo perciò l’ambizione di chiudere la conferenza di Roma gettando le fondamenta di un Parliamentary Progressive Network, un luogo virtuale e reale nel quale gli attori europei e i grandi protagonisti dei continenti non più emergenti ma emersi possano alimentare a staffetta una discussione e uno scambio continuo di idee ed esperienze. Il titolo di questo secondo meeting – volutamente lasciato al termine di questa riflessione – dice Riscrivere il mondo. Chiederemo simbolicamente a ogni ospite di lasciare un vero e proprio messaggio sull’ampio fondale a forma di carta geografica che accoglie il nostro dibattito, un muro di pensieri liberi, di impegni democratici, di battaglie progressiste. Per riscrivere il mondo, bisogna innanzitutto comprenderne le nuove dinamiche.
    Le cinque sessioni si incaricheranno dunque di discutere di Europa, di ricette globali per lo sviluppo, della domanda di libertà che sorge dal Mediterraneo come dalla Birmania, del movimento progressista globale, della collaborazione fra gruppi parlamentari. Le due conclusioni affidate a Pierluigi Bersani e Dario Franceschini ci confermano che il Partito democratico è oggi la sola forza politica del paese ad ancorare la propria battaglia nazionale ad un orizzonte europeo e globale, a dare respiro strategico ad una politica destinata altrimenti ai ripiegamenti populisti che hanno rattrappito il dibattito degli ultimi anni.

    Lapo Pistelli

    Il mondo riscritto dai progressisti - Europa



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  7. #7
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    Predefinito Re: Events are global...progressives too! - seconda conferenza dei gruppi progressist

    i.
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