Torino, febbraio 2009

Dedicato a Georges Labica (1930-2009)

Sul concetto di comunismo.

Il concetto impossibile di comunismo di Gianfranco la Grassa e della scuola althusseriana.

Per una ridefinizione di comunismo.


1. In una corrispondenza epistolare in rete con Attilio Mangano, pubblicata sul suo blog
(cfr. ripensaremarx.splinder.com), Gianfranco La Grassa (d’ora in poi GLG) ammette
apertamente di non potersi più dire “comunista”, di essere anticapitalista senza comunismo, e
sostanzialmente di non avere più un concetto di comunismo.
Si tratta di una confessione che gli fa onore. Dal momento che GLG è un vero studioso di
Marx, e non un confusionario chiacchierone, è chiaro che non può accontentarsi di
diseducative affermazioni di tipo narcisistico-esistenzialistiche alla Pietro Ingrao, per cui
comunista è chi “si sente comunista” oppure si “dichiara comunista”. Su questa base, anche il
pazzo da manicomio che si dichiara Napoleone, dovrebbe essere veramente Napoleone.
Se ci fosse in Italia una discussione marxista seria, anziché solo dei blog autoreferenziali in
settaria lotta reciproca, l’ammissione di GLG farebbe discutere. Questo, ovviamente, non può
accadere.
Non importa, lo discuterò io.
2. Secondo il Dizionario Critico del Marxismo (in lingua francese) di Labica e Bensussan,
alla voce Comunismo si possono leggere alcune interessanti concettualizzazioni:
(a) Fino all’Ideologia Tedesca del 1845, Marx non usa mai il termine comunismo, ma il
termine socialismo. In quel contesto storico, il “comunismo” era solo la ripartizione egualitaria
dei beni, e Marx la critica nei Manoscritti del 1844 con il curioso termine di “proprietà privata
generale”.
(b) Nei Manoscritti del 1844 Marx pensa ancora il socialismo nei termini “conviviali” e
comunitari di un’assemblea riunita intorno ad un pasto comune fraterno (da cui “compagno”,
cum-pane, colui che spezza il pane insieme a me). Le origini comunitario-conviviali del
termine comunismo nel 1844 sono filologicamente documentate, e chi vuole separare
comunismo e comunitarismo deve distruggere tutta la documentazione filologica esistente.
(c) Nei Manoscritti del 1844 vi è una centralità del concetto di alienazione. Come è noto, vi
sono scuole marxiste (fra cui l’althusserismo di GLG) che vorrebbero disfarsi di questo
concetto “giovanile”. Altre scuole, come la mia, hanno in proposito un’opinione opposta, e ne
sostengono la permanenza e la centralità per tutta la vita di Marx. Una delle ragioni (non la
sola) per cui la ritengo centrale, è che in Marx la critica al concetto astratto di alienazione è
inscindibile dal concetto concreto di divisione del lavoro. Ed un comunismo che lascia la
divisione sociale del lavoro così come è oggi mi sembra proprio poco “comunismo”, e molto
ingegneria sociale di tipo positivistico.
(d) Nella Ideologia Tedesca del 1845 abbiamo la non casuale compresenza di due concetti
nuovi. Da un lato, il concetto di modo di produzione capitalistico, di cui fino al 1845 mancava
sia il concetto che la parola. Dall’altro, il concetto di comunismo non come ideale da
realizzare, ma come movimento reale che abolisce lo stato delle cose presenti. Il vero e proprio
“materialismo storico” nasce così soltanto nel 1845 attraverso la connessione dialettica
organica di modo di produzione capitalistico, di contraddizioni di questo modo di produzione
(borghesia e proletariato, forze produttive e rapporti di produzione, eccetera) ed il comunismo
come movimento reale.
(e) Nel Capitale, capitolo sul feticismo della merce, Marx pensa il capitalismo per
differenza ed in modo contrastivo dal robinsonismo, dal “tenebroso” mondo feudale e dalla
azienda agraria famigliare, attraverso la “rappresentazione di uomini liberi che lavorano con
mezzi di produzione comuni e che spendono, sulla base di un piano da loro concertato, le loro
numerose forze individuali come una sola ed unica forza lavoro sociale… i rapporti sociali
degli uomini nei loro lavori e con i loro oggetti utili che ne risultano restano qui semplici e
trasparenti nella produzione così come nella produzione”
Riassumiamo: se le parole hanno un senso, il comunismo risulta dai tre concetti di
comunità (comunità di lavoro, comunità di produzione, comunità di distribuzione), di piano (e
cioè di prevalenza del piano sul mercato), ed infine di trasparenza (i rapporti sociali comunisti
sono “trasparenti”, e non sono invece resi oscuri dal feticismo della merce, a sua volta dovuto
alla alienazione dei prodotti del lavoro, e come si vede, rifiuto radicalmente la lettura di
Althusser ed alla GLG della separazione fra il concetto di alienazione ed il concetto di
feticismo della merce, che considero invece concetti logicamente e storicamente interconnessi).
(f) Negli scritti intorno al 1870 ed alla Comune di Parigi Marx mostra che per lui il
comunismo è “l’associazione dei produttori”. Questa associazione dei produttori ha due basi, la
riappropriazione del plusprodotto sociale appropriato dalle classi sfruttatrici e la democrazia
diretta dei produttori stessi. Marx vede collegate la democrazia diretta e l’estinzione dello stato,
perché per lui la democrazia diretta è incompatibile con la permanenza dello stato, sia pure
democratizzato quanto più si può.
(g) Nella Critica al programma di Gotha del 1875 Marx distingue due fasi del passaggio al
comunismo, la prima fase (da ciascuno secondo le sue capacità, e a ciascuno secondo il suo
lavoro) e la seconda fase (da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi
bisogni). Si tratta di una distinzione notissima, in generale conosciuta anche dai principianti
dello studio del marxismo.
Nella interpretazione marxista classica, la prima fase è stata chiamata “socialismo” e la
seconda “comunismo”. Grazie agli studi della tendenza maoista occidentale (Althusser,
Bettelheim, Natoli, eccetera) si è accertato che questa dizione è inesatta. Il socialismo, infatti,
non è per Marx un modo di produzione autonomo, ma è la semplice transizione dal capitalismo
al comunismo, in cui permane la lotta di classe fra borghesia e proletariato all’interno delle due
“linee” del partito (teoria della rivoluzione culturale di Mao Tse Tung e del maoismo europeo).
Il discorso sarebbe molto più lungo ed articolato, ma accontentiamoci per ora di queste
sette punti introduttivi. E soprattutto, commentiamoli in modo libero e spregiudicato.
3. Per chi conosce la filosofia di Hegel e non ne parla solo “per sentito dire” come un
ubriacone in un’osteria, è evidente che il comunismo di Marx non si “sovrappone” alla storia
come una progettualità razionale astratta ma emerge dallo sviluppo di determinazioni
dialettiche (nel senso di determinazioni del finito che rimanda oltre a se stesso), ed è quindi
contenuto nel capitalismo come sua possibilità ontologica oggettiva. Chi conosce la
Fenomenologia dello Spirito, e non ci sputa sopra senza conoscerla solo per “sentito dire”, vi
riconoscerà la teoria del Sapere Assoluto di Hegel, per cui “la forza dello spirito è piuttosto
quella di restare eguale a se stesso nella sua esteriorizzazione”. Se cerchiamo di dedurre il
comunismo non solo da una possibilità oggettiva non necessitata da nulla di vincolante (il
dynamei on aristotelico), ma da una necessità storica che prende la (folle) forma di una legge
naturale positivistica, finiamo ovviamente in un vicolo cieco.
La “scienza” comunque intesa, non potrà mai dedurre scientificamente il passaggio dal
capitalismo al comunismo.

Seguehttp://comunitarismo.it/Preve_labica.pdf

Verso la Comunità Umana