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    Predefinito Un bagaglio ancestrale: i "riti della pioggia"

    Caldo record e piogge in calo del 50%
    il Nord riscopre gli antichi riti anti-siccità


    Preghiere, processioni e croci nei campi: "Non resta che affidarsi a Dio". Dalla Toscana al Veneto, fiumi a secco e raccolti a rischio: "Ormai è emergenza". A Firenze il cardinale Betori scrive una lettera ai parroci: organizzate veglie

    Jenner Meletti

    Trebaseleghe (Padova) - Forse sarà meglio procurarci dei rami di ontano. "Con un coltellino si toglieva la corteccia e appariva il legno bianco. E con questi rami si preparavano le croci, da mettere all'inizio di ogni campo. Servivano a tenere lontano la siccità, la grandine e ogni altro disastro". Quando era bambino, Lorenzo Zanon - sindaco di Trebaseleghe e insegnante di religione - andava con i suoi genitori alle "rogazioni".

    "Per tre giorni, alla mattina presto, si facevano le processioni. Si partiva da un pilastrino dedicato alla Madonna, si passava da un campo all'altro mettendo queste croci bianche, si arrivava a un altro capitello. Il prete in testa, con tutti i paramenti, le candele, i chierichetti... Si recitavano le litanie speciali. "A fulgure et tempestate libera nos Domine". Signore, liberaci dai fulmini e dalla tempesta. E se le campagne erano secche, il vescovo invitava i preti ed i fedeli a una processione o a un pellegrinaggio "ad petendam pluviam", per invocare al pioggia". Ci sarà davvero bisogno, dei rametti di ontano.

    Secondo il climatologo Giampiero Maracchi nell'inverno e in questo inizio di primavera è arrivato solo il 30% della pioggia che cade di solito. La Coldiretti stima in particolare un calo superiore al 50% al Nord e compreso fra il 25 e il 50% al Centro e in Sardegna. L'appello dei cardinale di Firenze, Giuseppe Betori, a "pregare per il dono della pioggia", non giunge a caso. L'invaso del Bilancino che disseta mezza Toscana è appena a un terzo della capienza, il fiume Arno porta solo un decimo dell'acqua mediamente presente in questa stagione. "La siccità - ricorda il sindaco insegnante - è fra le dieci piaghe d'Egitto. Le preghiere per la pioggia sono sempre esistite. L'idea che Dio mandi l'acqua in risposta ai comportamenti umani è già nella Bibbia.

    "Se seguirai i miei comandamenti, ti manderò la pioggia". Nell'antica Roma durante la cerimonia chiamata "aquilicium" matrone scalze e con i capelli sciolti salivano sul Campidoglio e facevano ruzzolare pietre, invocando Giove Pluvio e simulando il rumore del tuono. Gli Atzechi invocavano l'acqua sacrificando a Xipe Totec, "nostro Signore lo Scuoiato", nemici e schiavi. "Nella religione cristiana - dice Lorenzo Zanon - il sacrificio è stato sostituito dalla preghiera. Già nel IV secolo il papa Liberio trasforma la cerimonia pagana in "invocazione delle precipitazioni". Ad petendam pluviam inizia in quei tempi".

    "L'invocazione del sacro di fronte alle calamità - dice Roberto Roda, che guida il centro etnografico del Comune di Ferrara - è ancora presente. Si fanno processioni sugli argini e le statue dei Santi vengono messe con i piedi nell'acqua. Come dire: siete in prima linea, dovete proteggerci. Alla sacca di Goro Sant'Antonio da Padova, a giugno, viene messo su un palo in mezzo alla valle. Anche da noi contro grandine o siccità si mettevano le croci nei campi: ma erano fatte di canne e intrecciate con l'ulivo".

    A Farra d'Alpago il parroco don Lorenzo Sperti sta già organizzando una processione perché il cielo mandi la pioggia. "Forse non ci sarebbe bisogno - dice padre Renato Gaglianone, consigliere ecclesiastico della Coldiretti - di una preghiera specifica. Già nel "Padre Nostro" c'è l'invocazione giusta: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Senza la pioggia il grano non nasce e non cresce, senza il grano non si fa il pane". Ma nel Messale c'è una "Colletta" - una preghiera che il sacerdote recita a nome di tutta la comunità di fedeli - che così invoca la grazia dal Cielo. "O Dio dal quale tutte le creature / ricevono energia, esistenza e vita / dona alla terra assetata / il refrigerio della pioggia / poiché l'umanità sicura del suo pane / possa ricercare con fiducia il bene dello Spirito".

    A Bolzano i meli sono già fioriti, con un mese di anticipo. Questo marzo è il più caldo degli ultimi 15 anni. In Veneto sono in pericolo mais, grano e radicchi. In Toscana il frumento non riesce a crescere e forse sarà perduta metà della produzione, due milioni di quintali che valgono 60 milioni di euro. "Con il caldo arrivato così presto - racconta Amedeo Gerolimetti, coltivatore diretto di Castelfranco Veneto - quasi tutti hanno anticipato di un mese la semina del mais. Il terreno era perfetto, sull'asciutto si lavora bene.

    Ma il troppo calore adesso ha ridotto le zolle in polvere, e allora c'è bisogno di acqua per fare crescere le piantine di granoturco e per attivare gli anticrittogamici messi contro gli infestanti. Chi ha l'impianto a pioggia, se la può cavare, anche se io non avevo mai visto annaffiare a marzo. Ma chi usa l'irrigazione a scorrimento, non sa come fare. L'acqua viene infatti mandata nei campi attraverso i solchi ma questi si scavano, una fila sì e una no, quando il mais è già alto trenta o quaranta centimetri. E invece sta appena spuntando. Chi non ha seminato, è ancora più disperato. Il sole ha cotto le zolle come fossero mattoni, e se vedi nelle campagne un gran polverone, vuol dire che un contadino sta cercando di spaccare la crosta con l'erpice, per poter seminare".

    La siccità può diventare un incubo, e anche i Santi a volte non sanno fare il loro dovere. In Sicilia, nel 1893 - come ha raccontato l'antropologo Marino Niola - non piovve per sei mesi. Per protesta San Giuseppe fu gettato in un giardino bruciato dal caldo. A Caltanissetta furono strappate le ali d'oro a San Michele Arcangelo e sostituite con ali di cartone. Lo stesso angelo, a Licata, fu denudato e minacciato d'impiccagione. "O la pioggia o la corda", gridavano i fedeli. Almeno per ora, meglio preparare soltanto le croci bianche di ontano.


    (31 marzo 2012) © Riproduzione riservata

    Caldo record e piogge in calo del 50% il Nord riscopre gli antichi riti anti-siccità - Repubblica.it
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 02-05-15 alle 21:21
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    Predefinito Re: Un bagaglio ancestrale: i "riti della pioggia"

    Il rito della pioggia


    Immagine tratta dal sito http://paroleinpunta.files.wordpress.com/

    Quando la siccità era molto grave si ricorreva a un rito più privato,segreto e ammantato di mistero che avveniva la notte del novilunio e veniva praticato,almeno secondo le testimonianze in possesso fino a oggi,solo da uomini.

    La pratica era in vigore in Sardegna ma si hanno notizie che fosse praticata anche in Corsica,pare sia molto antica e risalga al prenuragico: forse un antico ricordo di sacrifici umani per la pioggia apportatrice di vita. Lilliu riferisce del rito a Bolotana dove,in una notte di novilunio,si prendevano dal cimitero da un numero dispari di uomini, un numero dispari di crani e si immergevano nell'acqua.

    I teschi dovevano essere rimessi al loro posto una volta iniziata la pioggia,perchè altrimenti si sarebbe causato un nubifragio.In Corsica e a Tertenia il rito dell'acqua era eseguito in gran segreto da alcuni uomini,i quali di notte si recavano all'ossario comune e sottraevano dei crani rigorosamente di uomini a grappolo: tre,quattro,cinque. Legavano i crani tra di loro con un giunco,in modo che non andassero persi,e poi li appendevano a un cespuglio nei pressi di un fiume.Se vi erano impedimenti,in un secondo tempo,senza arrivare al fiume i crani venivano immersi in una vasca d'acqua,di quelle usate in campagna dai contadini per raccogliere l'acqua piovana o dei fiumi per annaffiare gli orti,l'importante era che ci fosse sempre come elemento l'acqua.

    Se i crani trovati erano di bambini venivano immersi solo in un ruscello,due o tre giorni dopo,quando la pioggia iniziava a cadere copiosa, riportavano i teschi all'ossario.La mancata esecuzione del recupero dei teschi avrebbe comportato un nubifragio,con gravi danni alle colture e alle persone.Il rito era tenuto talmente segreto che nessuno fa i nomi degli esecutori,ma tutti sono concordi che cadesse una gran pioggia.Si vuole che l'usanza sia terminata intorno agli inizi del 1900,ma si hanno testimonianze che,seppur proibita,sia proseguita fino al 1930-1950.

    Oggi per la siccità ci si reca a pregare in chiesa,ma i più anziani si chiedono perchè non si ripristini il rito,visto che oggi la siccità è sempre più grave.Se si chiede loro perchè la cerimonia non sia più praticata sono quasi tutti concordi nel ritenere che la morte dell'usanza fu dovuta al fatto che i cimiteri oggi sono chiusi ed è reato profanare una tomba,e anche che chi conosce la cerimonia è oramai troppo vecchio per fare il temerario.Ma c'è una storia che circola a Tetenia per spiegare come mai il culto è svanito.Durante il dopoguerra tre ragazzi si recarono all'ossario per prelevare dei crani,il più giovane venne invitato a calarsi nella fossa delle ossa e riportare i teschi in superficie.

    Per gioco,i due ragazzi più grandi chiusero il più giovane nell'ossario,quando lo tirarono fuori la paura lo aveva inebito. La gente capì allora che la cosa si era fatta pericolosa e con i morti non si doveva scherzare. Come per il genocidio,là dove la Chiesa non riuscì totalmente a reprimere i riti ci riuscì l'asfissia per i tempi che cambiavano.Dicono tutti di non crederci più,qualcuno di non averci mai creduto però poi,forse era anche vero.

    (dal libro "Stregoneria in Sardegna-processione dei morti e riti funebri)

    Il rito della pioggia - http://www.contusu.it/
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 13-06-13 alle 02:05
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    Predefinito Re: Un bagaglio ancestrale: i "riti della pioggia"

    Citazione Originariamente Scritto da Tomás de Torquemada Visualizza Messaggio

    La siccità può diventare un incubo, e anche i Santi a volte non sanno fare il loro dovere. In Sicilia, nel 1893 - come ha raccontato l'antropologo Marino Niola - non piovve per sei mesi. Per protesta San Giuseppe fu gettato in un giardino bruciato dal caldo. A Caltanissetta furono strappate le ali d'oro a San Michele Arcangelo e sostituite con ali di cartone. Lo stesso angelo, a Licata, fu denudato e minacciato d'impiccagione. "O la pioggia o la corda", gridavano i fedeli. Almeno per ora, meglio preparare soltanto le croci bianche di ontano.
    Alla fine d'aprile del 1893, la Sicilia era disperata per la carenza di acqua. La siccità durava ormai da sei mesi. Ogni giorno, il sole sorgeva in un cielo azzurro senza una nuvola. Gli aranceti della Conca d'oro che circonda Palermo con una stupenda cintura verde, avvizzivano. Cominciava a scarseggiare il cibo. La popolazione era in allarme. Tutti i sistemi più accreditati per provocare la pioggia non avevano avuto alcun esito. Lunghe processioni si erano snodate per strade e campi. Uomini, donne e bambini, avevano trascorso notti intere in ginocchio, a recitare il rosario davanti alle immagini sacre; giorno e notte le candele consacrate avevano brillato nelle chiese. Agli alberi erano stati appesi rami di palma benedetti nella domenica delle Palme. A Salaparuta, secondo un antichissimo costume, la polvere spazzata dalle chiese nella domenica delle Palme era stata sparsa sui campi. In anni normali, quella santa spazzatura protegge i raccolti; ma quell’anno, ci credereste?, non fece il minimo effetto. A Nicosia gli abitanti, scalzi e a capo scoperto, portarono crocefissi per tutti i rioni della città, flagellandosi con fruste di ferro. Niente da fare. Perfino lo stesso grande S. Francesco di Paola, che compie ogni anno il miracolo della pioggia e, in primavera, viene portato in processione negli orti, non potè, o non volle, dare il suo aiuto. Messe, Vespri, concerti, luminarie, fuochi d'artificio - niente riusciva a commuoverlo. Alla fine, i contadini persero la pazienza. Quasi tutti i santi furono messi al bando. A Palermo, scaraventarono S. Giuseppe in un orto perché vedesse con i suoi occhi come stavano le cose, e giurarono di lasciarlo lì, sotto il sole, fino a quando non fosse caduta la pioggia. Altri santi furono girati faccia al muro, come bambini cattivi. Altri ancora, spogliati dei loro ricchi paramenti, furono esiliati lontano dalla loro parrocchia, minacciati, insultati pesantemente, tuffati negli abbeveratoi. A Caltanissetta, all'Arcangelo S. Michele vennero strappate dalle spalle le ali d'oro e sostituite con ali di cartone; gli fu tolto il mantello rosso, e venne avvolto invece con un cencio. A Licata, S. Angelo, il santo patrono, se la passò anche peggio perché fu lasciato senza vesti del tutto; ingiuriato, incatenato, e minacciato di finire affogato o appeso a una forca. «O la pioggia o la corda!», gli urlava contro la gente furibonda, agitandogli i pugni in faccia.


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    Predefinito Re: Un bagaglio ancestrale: i "riti della pioggia"

    Le antiche usanze milanesi che propiziavano l'arrivo della pioggia. Da Santa Maria Segreta a San Giovanni in Conca...


    Giuseppe Tesorio

    Gli angeli «meteorologi» di Santa Maria Segreta


    Milano intorno al Mille. Santi e peccatori intrecciano storie, che si attaccano alle cose, che stanno nascoste dentro i palazzi o le belle chiese. Diventano miracoli oppure leggende. Al tempo Ariberto di Antimiano (o Intimiano, consacrato vescovo di Milano il 29 marzo 1018), invocare il cielo con novene e processioni, era di moda tra il popolo. In attesa di un miracolo, anche piccolo. Come far piovere o far uscire il sole. Ai tempi, il tempo meteorologico era una grazia oppure una disgrazia. Si temeva la siccità o le troppe piogge. Così, il volere del Signore andava un pò guidato. Con due angeli, per esempio. Uno per (invocare) la pioggia, l'altro per (fermare) la siccità. Bell'idea, quella del parroco di Santa Maria Segreta, chiesina eretta nell'836, nell'omonima attuale via dietro il Cordusio (nel 1600, la chiesina viene ampliata per poi essere demolita negli anni Dieci del Novecento, per la costruzione del nuovo Palazzo delle Poste). Dunque, nella chiesa erano conservati due angeli biondi assolutamente identici. Sulla mensola di destra stava quello che intercedeva per il bel tempo, su quella di sinistra, l'angelo «della pioggia». Il sagrestano l' esponeva sull' altare, il popolo pregava, e la previsione desiderata si avverava. Se non funzionava, la colpa era del sagrestano che aveva confuso i due angeli. Si ripeteva l'operazione e si aspettava con speranza. Il Municipio stanziava persino uno scudo, fino alla seconda metà del '700, per il parrucchiere di piazza Cordusio, che aveva il compito di pettinare le chiome dei due angeli.

    Gli angeli «meteorologi» di Santa Maria Segreta






    Bruno Pellegrino

    Angeli, preghiere e verdure cotte: i riti contro la siccità


    Fino a metà dell' Ottocento, quando la siccità minacciava le colture, era in uso tra i milanesi recarsi alla chiesa di Santa Maria Segreta dove si conservava una statua di angelo che veniva esposta dinanzi alla porta del tempio per impetrare la tanto sospirata pioggia. A richiesta del podestà il curato rivestiva l' angelo di vesti variopinte mentre un parrucchiere, fatto venire dal Cordusio, provvedeva a pettinargli la bella parrucca bionda. La statua, fra canti e spari di mortaretti, veniva portata sul sagrato dove restava fintantoché non sopraggiungeva un bell' acquazzone. L' usanza durò fino al 1859 mentre la chiesa - all'angolo tra l' omonima contrada e la via Gaetano Negri - le sopravvisse ancora per mezzo secolo, dopo di che venne abbattuta per far luogo all' erigendo palazzo delle Poste. Il titolo passò a denominare un nuovo tempio eretto nel 1918 in piazza Tommaseo, dove traslocò altresì il famoso angelo propiziatore della pioggia. Lo stesso che tuttora si può ammirare nell' ultima cappella di destra. Ma quando la siccità era ostinata e anche l' angelo di Santa Maria Segreta aveva fatto cilecca, non restava che recarsi a San Giovanni in Conca (in piazza Missori non ne avanza, ahimè, che un brandello dell' abside) e disporre sul sagrato della chiesa delle enormi caldaie in cui venivano messe a cuocere carni e verdure. Dopo aver acceso sotto di esse un bel fuoco, i milanesi attendevano per ore e giorni che a spegnere le fiamme intervenisse quella stessa pioggia che già aveva evitato a San Giovanni d' essere fritto nell' olio bollente. Meno fortunato fu San Calimero che i pagani uccisero gettandone poi il corpo in un pozzo dove più tardi sorgerà la chiesa a lui intitolata. Dallo stesso pozzo, che si conserva nella cripta di San Calimero, a Porta Romana, i milanesi attingevano una gran secchia d' acqua che poi vuotavano al suolo ogni qual volta le campagne languivano nella siccità, al fine d' ottenere la grazia della pioggia. Ce lo assicura lo storico secentista Serviliano Latuada nella sua «Descrizione di Milano».



  5. #5
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    Predefinito Re: Un bagaglio ancestrale: i "riti della pioggia"

    James George Frazer


    IL POTERE MAGICO SULLA PIOGGIA




    Gli animali hanno spesso un ruolo di primo piano negli incantesimi «meteorologici». La tribù Anula dell'Australia settentrionale associa il cosidetto uccello-dollaro con la pioggia e lo chiamano, appunto, uccello della pioggia. Una persona che abbia questo uccello come suo totem, può far venire la pioggia da un determinato stagno. Cattura un serpente, lo immerge vivo nello stagno e, dopo averlo tenuto sott'acqua per un bel po', lo tira fuori, lo uccide e lo posa a terra accanto alla riva. Poi, con dei fili d'erba, costruisce un arco che imita l'arcobaleno e che pone sopra il serpente. Dopo di che, l'unica cosa che gli rimane da fare è mettersi a cantare, mimando l'arcobaleno; prima o poi la pioggia arriverà. Gli indigeni spiegano questo rituale dicendo che, in tempi lontani, in quel preciso luogo, l'uccello-dollaro aveva come compagno un serpente che viveva nello stagno e creava la pioggia sputando in cielo fino a che apparivano l'arcobaleno e le nuvole, cui seguiva la pioggia. Un altro sistema, piuttosto diffuso a Giava, consiste nel fare il bagno a un gatto o a due gatti, maschio e femmina, a volte portandoli in processione a suon di musica. Anche in Batavia capita di vedere dei bambini che si aggirano con un gatto, proprio a questo scopo; dopo averlo immerso nello stagno lo lasciano andare.
    Fra i Wambugwe dell'Africa orientale, quando uno stregone vuole provocare la pioggia, prende una pecora nera e un vitello nero, in una giornata di pieno sole, e li mette sul tetto della capanna comune, dove tutti vivono insieme. Sventra gli animali, spargendone il contenuto dello stomaco in tutte le direzioni. Poi versa in un recipiente dell'acqua mista a droghe; se l'incantesimo è riuscito, l'acqua bolle e cade la pioggia. Se, invece, vuole scongiurare la pioggia, lo stregone si ritira all'interno della capanna e riscalda un cristallo di rocca in una zucca.


    Per far venire la pioggia, i Wagogo sacrificano volatili, pecore e bestiame, tutti di colore nero, sulle tombe degli antenati; e il mago della pioggia indossa vesti nere durante la stagione delle piogge. Fra i Matabele, gli stregoni usavano un amuleto fatto col sangue e la bile di un bue nero. In un distretto di Sumatra, per provocare la pioggia tutte le donne del villaggio si recano seminude al fiume, scendono nell'acqua e si spruzzano vicendevolmente. Gettano anche nell'acqua un gatto nero, lo lasciano annaspare per un po' e poi gli consentono di riguadagnare la riva, accompagnandolo con spruzzi d'acqua. I Garo di Assam sacrificano una capra nera sulla vetta di un monte, in tempo di siccità. In tutti questi casi, il colore dell'animale è parte integrante dell'incantesimo: essendo nero, oscurerà il cielo con nuvole temporalesche. Così i Beciuana bruciano, di sera, lo stomaco di un bove perché, dicono, «il fumo nero farà addensare le nuvole e chiamerà la pioggia». Allo stesso scopo, i Timoresi sacrificano un maiale nero alla dea Terra; mentre invece il maiale è bianco, o rosso, quando lo si sacrifica al dio Sole perché mandi il bel tempo. Anche gli Angoni immolano un bove nero per la pioggia e uno bianco per il sereno. Fra le alte montagne del Giappone c'è un distretto dove, se da tempo non piove, gli abitanti del villaggio si recano in processione al letto di un torrente di montagna, guidati da un sacerdote che porta un cane nero. Giunti al luogo stabilito, legano il cane a una pietra, bersagliandolo poi con proiettili e frecce. Quando il sangue dell'animale ucciso cola sulle rocce, i contadini depongono le armi supplicando a gran voce il drago, divinità del torrente, sollecitandolo a mandar subito un violento acquazzone per ripulire il luogo del sacrificio così insozzato. La tradizione vuole che, in questa occasione, la vittima sia di colore nero, a simboleggiare le auspicate nuvole temporalesche. Se invece occorre il bel tempo, la vittima dev'essere di un bianco immacolato.

    Talvolta, ci si appella alla compassione degli dèi. Quando il loro grano è bruciato dal sole, gli Zulu cercano un «uccello del paradiso», lo ammazzano e lo gettano in uno stagno. Allora il cielo si scioglie di compassione per la morte dell'uccello: «Lo piange con lacrime di pioggia, piange il pianto della morte». Nello Zululand le donne talvolta sotterrano i loro bambini fino al collo poi, allontanandosi un po', alzano al cielo lamenti strazianti. A quella vista, il cielo dovrebbe sciogliersi di pietà. Alla fine, tirano fuori i figli e sono certe che ben presto pioverà. Dicono che invocano «il Signore in alto», chiedendogli di mandare la pioggia. E se, finalmente, la pioggia arriva, dicono che «Usondo piove». Durante la siccità, i Guanci di Tenerife conducono le pecore sul terreno consacrato e separano gli agnelli dalle madri, affinché i loro lamentosi belati tocchino il cuore del dio. A Kumaon, uno dei sistemi per far cessare la pioggia consiste nel versare olio bollente nell'orecchio sinistro di un cane. Gli ululati della povera bestia giungono fino a Indra e, impietosito per le sofferenze dell'animale, il dio arresta la pioggia. Talvolta i Toraja cercano di provocare la pioggia mettendo nell'acqua gli steli di certe piante, dicendo «andate a chiedere la pioggia, e fino a quando essa non arriverà, non vi ripianterò nella terra, così morirete». Oppure infilano delle lumache d'acqua dolce su una cordicella che poi appendono a un albero, ordinando alle lumache «Andate a chiedere la pioggia e, finché non pioverà, non vi riporterò nell'acqua». Allora le lumache si incamminano piangendo e gli dèi, mossi a compassione, mandano la pioggia. Comunque, tutte queste cerimonie sono più religiose che magiche, in quanto comportano un appello alla compassione di potenze superiori.

    Si crede spesso che le pietre abbiano la virtù di provocare la pioggia purché le si immerga nell'acqua, o si spruzzino con essa, o vengano trattate in qualche altro modo appropriato. In un villaggio di Samoa era accuratamente custodita una certa pietra in qualità di rappresentante del dio della pioggia e, in tempo di siccità, i sacerdoti la portavano in processione e la immergevano in un ruscello. Nella tribù Ta-ta-thi, del Nuovo Galles del Sud, il mago della pioggia spezza un frammento di cristallo di quarzo e lo sputa verso il cielo; avvolge il resto in piume di emù poi immerge cristallo e piume nell'acqua e le nasconde in un posto sicuro.


    J. G. Frazer, Il ramo d'oro (Newton Compton Editori)
    Ultima modifica di Silvia; 29-04-15 alle 01:13

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    Predefinito Re: Un bagaglio ancestrale: i "riti della pioggia"

    Forse è un po' fuori tema, forse no; limitatamente agli effetti fisici che riusciva a quanto pare ad ottenere con la sua "mitica" macchina della pioggia, Ighina per certi aspetti fu uno "sciamano" moderno; questa fu ripresa dalla RAI (dal 44 in poi), ma abbondano le testimonianze sulla sua "macchina della pioggia". Solo per ricordarlo e ricordare la bella risposta del compianto Prof. Preparata.



  7. #7
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    Predefinito Re: Un bagaglio ancestrale: i "riti della pioggia"


    "In realtà Bateson torna più volte sulla questione del rapporto magia-religione, anche senza citare Frazer. Vi torna, ad esempio, in una breve conferenza del 1971, Distorsion Under Culture Contact (poi in A Sacred Unity. Further Steps to an Ecology of Mind, SU): "La vera essenza di cose come la danza della pioggia è quella di affermare una complessa relazione totale tra l'uomo, i fenomeni atmosferici e le potenze soprannaturali... Invece, con una buona dose di grossolanità, un fenomeno religioso viene considerato magico". E anzi - aggiunge Bateson, quasi ricalcando l'esclamazione di Wittgenstein contro Frazer: "Sospetto che moltissimi indiani che eseguono una danza della pioggia pensino di dovere far venire la pioggia: sono quindi caduti nello stesso tranello". (A. Sobrero, L'antropologia dopo l'antropologia, Meltemi 1999, pag. 99).
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 02-05-15 alle 21:48
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  8. #8
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    Predefinito Re: Un bagaglio ancestrale: i "riti della pioggia"

    ... Lo stretto legame che esiste fra i batraci e l'acqua è valso a queste creature la fama di guardiani della pioggia; spesso quindi rivestono un ruolo di primo piano negli incantesimi destinati a provocare i sospirati temporali. Alcune tribù indiane dell'Orinoco ritenevano il rospo aio o signore delle acque, ed evitavano di ucciderlo. Sembra anche che tenessero delle rane sotto un vaso e le battessero con delle verghe in periodi di siccità.

    Si dice che spesso gli Indiani Aymara fabbrichino piccole immagini di rane ed altri animali acquatici, per poi collocarle in cima alle colline, come mezzo per richiamare la pioggia. Gli Indiani Thompson, della Columbia britannica, e alcune popolazioni europee, ritengono che, se si uccide una rana, pioverà. Per provocare la pioggia nelle province centrali dell'india la gente di bassa casta lega una rana a un bastone coperto di foglie e rami dell'albero riìm (Azadirachta indica) e la porta di casa in casa cantando


    Manda presto, o rana, la gemma della pioggia!
    E fa maturare grano e miglio nei campi...


    I Kapu, o Reddi, sono una grande casta di coltivatori e proprietari terrieri della divisione amministrativa di Madras. Quando non piove, le donne appartenenti a quella casta catturano una rana e la legano, viva, a un vaglio nuovo fatto di bambù. Su questo vaglio stendono foglie di margosa e poi vanno di porta in porta cantando «Madama rana deve fare il suo bagno. O dio della pioggia, manda un po' d'acqua, almeno per lei». Mentre le donne Kapu intonano questo canto, la padrona di casa versa acqua sulla rana e offre un'elemosina, convinta che in questo modo presto scenderà una pioggia torrenziale.

    Di J. G. Frazer, Il ramo d'oro (Newton Compton Editori)



 

 

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