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    Predefinito grandi personalità della Rivoluzione Francese: Marat

    Jean-Paul Marat
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    Jean-Paul Marat

    Jean-Paul Marat, detto l'Amico del popolo, medico, giornalista e rivoluzionario (Boudry, 24 maggio 1743 – Parigi, 13 luglio 1793), è stato un politico svizzero. Tra i protagonisti della Rivoluzione francese, che egli sostenne con la sua attività giornalistica, politicamente vicino ai Cordiglieri, fu deputato della Convenzione nazionale francese dal 20 settembre 1792 e, dal 5 aprile 1793, fu eletto presidente del Club dei Giacobini. Fu assassinato dalla girondina Charlotte Corday.
    Indice
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    * 1 Biografia
    o 1.1 La famiglia di Marat
    o 1.2 La giovinezza di Marat: i primi scritti
    + 1.2.1 In Inghilterra: «Le avventure del giovane conte Potowski»
    + 1.2.2 «Dell'uomo»
    + 1.2.3 «Le catene della schiavitù»
    o 1.3 Il ritorno a Parigi
    + 1.3.1 Il «Piano di legislazione criminale»
    + 1.3.2 Le «Scoperte sul fuoco, l'elettricità e la luce»
    + 1.3.3 Le «Scoperte sulla luce»
    + 1.3.4 Altre ricerche e nuove polemiche
    o 1.4 Il rivoluzionario
    + 1.4.1 L'«Offerta alla patria»
    + 1.4.2 «L'Amico del popolo»
    o 1.5 La denuncia dei nemici della Rivoluzione
    o 1.6 La guerra e la caduta della monarchia
    o 1.7 Deputato alla Convenzione
    + 1.7.1 Il processo di Marat e la fine dei Girondini
    o 1.8 Carlotta Corday
    o 1.9 L'assassinio di Marat
    * 2 Bibliografia
    o 2.1 Edizioni degli scritti
    o 2.2 Studi
    * 3 Note
    * 4 Altri progetti

    Biografia [modifica]

    La famiglia di Marat [modifica]

    Il padre, Giovanni Battista Mara , nato a Cagliari verso il 1705, era un ex-frate dell'Ordine dei Mercedari rifugiato a Ginevra nel 1740, dove aveva abbracciato la fede calvinista e aveva sposato la sedicenne ginevrina Louise Cabrol, figlia di un parrucchiere e nipote di profughi ugonotti francesi originari delle Cevenne. Trasferiti a Boudry, nel cantone di Neuchâtel, Giovanni ne prese la cittadinanza e fu registrato con il nome di Jean Marat, secondo la grafia francese, esercitando l'attività di disegnatore di «indiane» nella locale manifattura di tessuti, poi, dal 1755, divenne insegnante di lingue a Neuchâtel, dove studiarono anche i suoi figli.

    I due coniugi ebbero sette figli: Marianne (1741), Jean-Paul (1743), Henri (1745), Marie (1746), David (1756), Albertine (1760) e Jean-Pierre (1767). Henri emigrò in Russia, sotto il nome di De Boudry, insegnando letteratura francese nel prestigioso liceo di Tsarskoe Selo, dove ebbe tra i suoi allievi Alexander Puškin, che di lui dirà che cercava di insegnare le idee del celebre fratello. Idee radicali condivise anche dagli altri fratelli: David partecipò ai moti democratici che scossero Neuchâtel dal 1776, e perdette un occhio durante una manifestazione; studiò poi teologia e divenne pastore, mentre Jean-Pierre, orologiaio a Ginevra, si fece notare per le sue idee politiche radicali e ospitò nella sua casa Filippo Buonarroti.

    Quanto alle sorelle Marianne e Albertine, rimaste nubili, esse dimostrarono la loro devozione a Jean-Paul quando, subito dopo il suo assassinio, si trasferirono a Parigi e vissero insieme alla sua convivente, Simone Evrard. [1]

    La giovinezza di Marat: i primi scritti [modifica]

    In Inghilterra: «Le avventure del giovane conte Potowski» [modifica]
    Kauffmann: Antonio Zucchi

    Jean-Paul è un ragazzo vivace e intraprendente: conclusi gli studi secondari, nel 1760 scrive a Luigi XV offrendosi di partecipare alla spedizione per Tobolsk, in Siberia, organizzate dall'Académie des Sciences di Parigi, per osservare il passaggio del pianeta Venere dinnanzi al Sole - utile per calcolare la distanza tra la Terra e il Sole - previste nel 1761 e nel 1769. [2] Non riceve nemmeno risposta, ma ripiega su un impiego di precettore dei figli di Paul Nairac, armatore di Bordeaux e futuro deputato degli Stati Generali. In realtà è un pretesto per allontanarsi da Boudry e pagarsi gli studi di medicina, ma già nel 1762 Marat lascia l'Università di Bordeaux per quella di Parigi, mantenendosi con l'esercizio della professione medica - bastava allora essere studente di medicina - ma frequentando anche le biblioteche della capitale, occupandosi di scienza, di storia, di letteratura e iniziando a scrivere un romanzo, Les chaînes de l'esclavage (Le catene della schiavitù).

    Nel 1765 lascia improvvisamente la Francia per Londra, forse confidando nella superiore vivacità dell'ambiente scientifico inglese, nelle maggiori possibilità che quella società offriva ai giovani di buona volontà e forse anche perché ammirava ancora, nel solco del pensiero illuminista, la società e le istituzioni inglesi. Intanto, però, la scarsa clientela gli permette di condurre soltanto un'esistenza precaria, passata frequentando gli ambienti dell'emigrazione: qui conosce anche due artisti italiani, il pittore veneziano Antonio Zucchi - che nel 1781 diventerà il marito della famosa pittrice Angelika Kauffmann, allora già in Inghilterra e frequentata anche da Marat [3] - e l'architetto Giovanni Bonomi, i quali lo aiutano più volte a superare le maggiori difficoltà. Continua la scrittura del suo romanzo, ne inizia un altro, Les aventures du jeune comte Potowski (Le avventure del giovane conte Potowski), in forma epistolare e di quel genere filosofico caro agli illuministi, e mette mano a un Essai sur l'âme humaine (Saggio sull'anima umana).
    Londra: monumento a Wilkes

    A Londra Marat viene subito preso dalla passione per la politica. Nel 1768 l'opinione pubblica seguiva con grande partecipazione le vicende politiche e giudiziarie di John Wilkes, un popolare riformatore inviso al re Giorgio III e al suo ministro George Grenville, finito in carcere per gli articoli polemici pubblicati nel suo giornale «North Briton». Marat assiste, il 10 maggio, alla sanguinosa repressione di una protesta popolare in suo favore svoltasi davanti al carcere di Saint George, ricevendone una forte impressione. Con tutto ciò, la libertà di espressione di cui godeva la stampa inglese non era nemmeno paragonabile con quella francese ed europea in genere, così come la possibilità di dibattere temi politici e civili nelle accese riunioni tenute nei club, alle quali partecipa anche Marat: un'altra esperienza, questa, di cui Marat farà tesoro al suo ritorno in Francia.

    Nel 1770 riesce a ottenere un impiego di medico veterinario a Newcastle e conclude il suo romanzo Les aventures du jeune comte Potowski che sarà pubblicato soltanto postumo, nel 1848, nel breve intermezzo della Repubblica francese. [4] Il romanzo non ha valori letterari, ma può interessare lo storico perché in esso si trovano espresse le idee politiche del giovane Marat, prese da Montesquieu e da Rousseau, che non coincidono affatto con quelle degli enciclopedisti: [5] Marat non accetta il dispotismo illuminato caro a Voltaire, per lui i re non devono essere «sovrani», ma «soltanto gli amministratori delle entrate pubbliche: come scusarli quando se ne fanno proprietari e le dissipano in scandalose prodigalità?»; devono essere virtuosi, ma «sono i primi a traviare le donne e i loro sudditi»; dovrebbero governare in pace il loro popolo e «lo sacrificano ai loro desideri, al loro orgoglio, ai loro capricci»; devono essere ministri della legge e invece «se ne fanno padroni, non vogliono vedere nei loro sudditi niente altro che schiavi». [6]

    Nel romanzo si esamina in particolare la situazione della Polonia, ancora indipendente ma prossima ad essere spartita dagli «illuminati» sovrani Caterina II, Federico II e Maria Teresa: malgrado la Costituzione vigente, del resto «infame», in Polonia «il lavoro, la miseria e la fame spettano alla moltitudine, mentre l'abbondanza e le delizie spettano a una minoranza», in essa «non vi sono che tiranni e schiavi», causa dell'ozio dei pochi e della miseria dei molti, poiché «soltanto nella libertà e nell'agiatezza le capacità possono svilupparsi», diversamente gli uomini saranno «generalmente ignoranti e stupidi e le scienze, le arti, il commercio non potranno fiorirvi». [7]

    «Dell'uomo» [modifica]
    Frans Hals: Cartesio

    Nel dicembre del 1772 Marat fa stampare, anonima, la traduzione inglese della prima parte del suo saggio sull'anima umana, An Essay on the Human Soul, che viene però stroncato dall'autorevole «Monthly Review» come «puerile ma promettente». Nel marzo successivo esce, ancora anonimo, il saggio completo A philosophical Essay on Man, being an attempt to investigate the Principles and Laws of the reciprocal Influence of the Soul and Body (Saggio filosofico sull'uomo, tentativo di indagare i principi e le leggi della reciproca influenza dell'anima e del corpo). [8] Questa volta il saggio ha successo, e riceve l'apprezzamento del «Monthly Review». del «Gentleman's Magazine» e del professore di Cambridge Collignon, mentre il conte Puškin, ambasciatore russo a Londra, sollecitato da un mentore di Marat, lord Lyttelton, gli offre un gratificante impiego in Russia che tuttavia Marat rifiuta. [9]

    L'intento del suo scritto è la comprensione dell'uomo, in quanto unione di corpo e di spirito. Marat intende procedere dall'esperienza, diversamente da quel che altri hanno fatto: «hanno inventato dei sistemi, vi hanno piegato i fenomeni e si sono sforzati di sottomettere la natura le loro opinioni». Pur partito da questa critica alla metafisica cartesiana, egli accoglie di Cartesio proprio la concezione delle due sostanze, la res cogitans e la res extensa, per «svelare l'anima attraverso gli organi in cui essa è racchiusa, osservare l'influenza della sostanza materiale sulla sostanza pensante e quindi distinguere ciò che è proprio di essa da ciò che è soltanto un suo riflesso».
    La Mettrie: L'homme machine

    Concepito il corpo come «una macchina molto complicata», inizia a descriverla come «una macchina idraulica, costituita da canali e da fluidi», passando poi a considerarlo sotto diversi rapporti meccanici: «alla descrizione della macchina segue sempre la spiegazione del suo meccanismo».

    Una volta stabilite - da anatomista - le funzioni del corpo, Marat ritiene che spetti al metafisico «porre le basi» dell'anima, per quanto non con ricerche «sottili e ridicole di cui tanti eruditi si sono vanamente occupati», ma con esami che abbiano la stessa evidenza delle osservazioni fisiche. Dopo aver esaminato separatamente le due sostanze del corpo e dell'anima, occorrerà «considerare queste due sostanze unite tra loro, per pervenire alla spiegazione dei meravigliosi fenomeni della loro reciproca influenza». [10]

    I rapporti reciproci tra anima e corpo sono tenuti, secondo Marat, mediante un fluido che ha la duplice natura di essere tanto un'essenza sottile - lo «spirito animale» - quanto un fluido gelatinoso, o «linfa nervosa». E come Cartesio si era posto il problema della sede dell'anima nel corpo, ipotizzandola nella ghiandola pineale, così Marat ipotizza che la sede dell'anima umana risieda nelle meningi, le membrane che rivestono il cervello e il sistema nervoso.

    Lo scritto è dunque influenzato, per diversi motivi, tanto da Cartesio quanto da de La Mettrie e da Condillac: a Hume, a Pascal, a Voltaire rimprovera i «pomposi sproloqui» con i quali hanno affrontato l'argomento e a Helvétius la mancanza di serie conoscenze di fisica e di anatomia.

    Nel maggio del 1777 Voltaire pubblicò un articolo, nel «Journal de politique et de littérature», prendendosi gioco di quel «genio tanto splendente» che pretendeva di aver «trovato la casa dell'anima» - e la replica di Marat non fu pubblicata da La Harpe, il volterriano responsabile della rivista - mentre Diderot, nei suoi Élements de physiologie, pubblicati soltanto un secolo dopo, pur avanzando riserve, ebbe parole di apprezzamento per lo scritto di Marat.

    «Le catene della schiavitù» [modifica]
    Quentin de La Tour: Rousseau

    Con l'approssimarsi delle elezioni per il rinnovo del Parlamento, nel 1774 Marat interviene anonimamente pubblicando dei Discorsi dove, scrivendo da inglese, attacca la Costituzione vigente che «porta l'impronta della servitù» perché consente di eleggere soltanto deputati provenienti «da un'unica classe», i possidenti, che non si preoccupano certamente del bene di tutti i cittadini. In maggio, pubblica ancora un saggio, iniziato già dieci anni prima e ora adattato al pubblico inglese, A Work wherein the clandestine and villainous attempts of princes to ruin liberty are pointed out (Opera in cui s'illustrano i sotterranei e scellerati tentativi dei prìncipi di cancellare la libertà) che egli pubblicherà poi in francese col titolo più noto Les chaînes de l'esclavage (Le catene della schiavitù). [11]

    L'opera ha un'ispirazione rousseauiana: Marat vede uno sviluppo in più fasi delle società. L'epoca dell'infanzia è quella in cui i popoli sono animati dal coraggio, dal disprezzo del dolore, dall'amore dell'indipendenza; nell'epoca della giovinezza si sviluppa il talento militare e uno «Stato formidabile all'esterno e tranquillo all'interno»; con la maturità si sviluppano «il commercio, le arti del lusso, le belle arti, le lettere, le scienze speculative, le raffinatezze del sapere, della cortesia, della mollezza». Da questo momento inizia la vecchiaia delle nazioni e il loro declino: «i popoli perdono insensibilmente l'amore per l'indipendenza [...] il piacere della mollezza li allontana dal tumulto degli affari [...] mentre una massa di nuovi bisogni li getta a poco a poco in una condizione di dipendenza da un padrone[...] tale è la loro discesa nella servitù, per il semplice volgersi degli eventi». [12]

    L'instaurazione del dispotismo avviene dapprima insensibilmente: «con la scusa di innovare, i principi gettano le basi del loro iniquo dominio». Il tempio della libertà viene minato, non abbattuto brutalmente, cominciando con il «portare sordi attacchi ai diritti dei cittadini», avendo cura di nascondere l'odiosità dei provvedimenti, «alterando i fatti e dando bei nomi alle azioni più criminali». Apparentemente accettabili, queste prime riforme «nascondono conseguenze di cui dapprima non ci si avvede, ma di cui non si tarda ad approfittare, traendone i vantaggi previsti». Altre volte il principe, con il pretesto di risolvere crisi allarmanti da lui stesso preparate, «propone espedienti disastrosi che copre con il velo della necessità, dell'urgenza delle circostanze, dei tempi infausti. Egli vanta la purezza delle sue intenzioni, fa risuonare le grandi parole dell'amore del pubblico bene e proclama le attenzioni del suo amore paterno». Nessuno ha più la forza di opporsi, anche intuendo il «nascosto, sinistro disegno. E quando la trappola scatta, non c'è più il tempo di evitarla». [13]

    Una volta che sia instaurato, il dispotismo si conserva opprimendo la libertà di stampa, utilizzando la religione - «tutte le religioni danno una mano al dispotismo, tuttavia non ne conosco nessuna che lo favorisca tanto quanto quella cristiana» [14] - e l'esercito, che diviene un corpo separato dalla nazione, devoto al principe, i cui soldati, accasermati, sono allontanati dal consorzio dei cittadini e a loro «si ispira il disprezzo per ogni condizione diversa da quella militare [...] abituati a vivere lontani dal popolo, essi ne perdono lo spirito; abituati a disprezzare il cittadino, ben presto non chiedono che di opprimerlo». [15]

    Un'altra forza al servizio del dispotismo è l'insieme delle «compagnie di commercianti, di finanzieri, di traitants, [16] di pubblicani, di accaparratori, di agenti di cambio, di speculatori di borsa, di affaristi, di esattori, di vampiri e di pubbliche sanguisughe». Le stesse differenze sociali sono sfruttate a vantaggio del tiranno: «dalla classe degli indigenti egli trae quelle legioni di satelliti stipendiati che formano le armate di terra e di mare; quei nugoli di alguazil, [17] di sbirri, di bargelli, di spie e di delatori assoldati per opprimere il popolo [...] dalla classe degli opulenti sono tratti gli ordini privilegiati, i titolari, i dignitari, i magistrati e anche i grandi funzionari della corona». [18]

    I regimi dispotici non sono tuttavia invincibili. Se la gran massa dei cittadini non può vigilare sulla propria libertà, occorre che nello Stato vi siano uomini «che seguano gli intrighi del governo, che svelino i suoi progetti ambiziosi, che gettino l'allarme [...] che scuotano la nazione dal letargo [...] che si curino d'indicare colui sul quale deve cadere l'indignazione pubblica». Guai al Paese «in cui il prìncipe è potente e pieno d'iniziative, nel quale non vi siano né pubbliche discussioni, né effervescenza, né partiti»: queste occorrono, affinché «la libertà si veda uscire senza posa dai fuochi della sedizione». [19]

    Il libro ebbe scarso successo e Marat pensò di essere stato boicottato. Il 15 luglio 1774 riceve il diploma di membro della Grande Loggia massonica di Londra e in ottobre un altro attestato dalla loggia di Amsterdam, dove si era recato per curare la pubblicazione in francese del suo Saggio sull'uomo. Tornato in Inghilterra, pubblica a Londra An Enquiry into the Nature, Cause and Cure of a singular Disease of the Eyes (Indagine sulla natura, la causa e la cura di una singolare malattia agli occhi), analizzando alcuni casi di innaturale presbiopia, a suo avviso provocati dall'uso improprio di cure mediche a base di mercurio, e An Essay on Gleets (Saggio sulla gonorrea), un testo ancor oggi apprezzabile, [20] nel quale critica il tradizionale metodo di cura del chirurgo francese Jacques Daran proponendo dei miglioramenti e, grazie all'intercessione di alcuni suoi amici medici, il 30 giugno 1775 ottiene il diploma di dottore in medicina dall'Università di Saint Andrew di Edimburgo. Ma restando precarie le sue condizioni economiche, decide di lasciare l'Inghilterra e il 10 aprile 1776 si stabilisce a Parigi.

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    Predefinito Rif: grandi personalità della Rivoluzione Francese: Marat

    Il ritorno a Parigi [modifica]
    Il conte d'Artois

    Per molti mesi la sua condizione di medico con pochi clienti non conosce mutamenti, ma nel 1777 si ha la svolta nella sua carriera scientifica: la giovane marchesa Claire de Choiseul de l'Aubespine de Châteauneuf (1751-1794), da cinque anni affetta da una malattia - forse una polmonite - contro la quale tutti i medici si erano dimostrati impotenti, guarisce grazie a un preparato di Marat, il quale si guadagna la fama di «medico degli incurabili» e la riconoscenza amorosa della nobildonna che lo raccomanda a corte, dove il fratello del re, il conte d'Artois, il 24 giugno 1777 lo nomina medico delle sue guardie del corpo. Può lasciare così la sua modesta abitazione di rue Coq-Héron e trasferirsi in un ampio appartamento di rue Bourgogne, vicino a quello della marchesa il cui marito Maximilien de Châteauneuf, del resto, gli è anch'egli molto riconoscente.

    I suoi redditi aumentano di colpo, in virtù dell'alto costo dei suoi onorari e delle vendite della sua «Eau factice antipulmonique» che fu però ritirata dal mercato dopo che, analizzata dall'abate Tessier, noto chimico parigino, si rivelò semplice acqua ricca di calcio. L'incidente non diminuisce tuttavia il suo prestigio e la sua clientela e Marat, oltre a mantenere la relazione con la marchesa d'Aubespine e il suo incarico presso il conte d'Artois, continua a dichiararsi nemico del dispotismo e a occuparsi di politica e di diritto. Un anonimo «amico dell'umanità» - sembra Federico II attraverso Voltaire - il 15 febbraio, sulla Gazette de Berne, aveva infatti bandito un premio di cinquanta luigi al miglior estensore di un nuovo progetto di legislazione penale, e Marat si mise subito al lavoro.

    Il «Piano di legislazione criminale» [modifica]

    Il premio andrà all' Abhandlung von der Kriminalgesetzgebung dei due giuristi tedeschi Hans Ernst von Globig e Johann Georg Huster: tuttavia Marat fece stampare, anonimo e a sue spese, nel 1780, a Neuchâtel, il suo Plan de législation criminelle che, conosciuto a Parigi, venne subito censurato a tal punto che l'autore preferì mandare al macero le copie restanti. Il testo originale sarà nuovamente stampato a Parigi nel 1790.

    Ancora da Rousseau deriva l'impianto della teoria sociale di Marat: «gli uomini si sono riuniti in società solo per il loro comune interesse», non per l'interesse di una loro parte, e in particolare «rinunciarono alla comunità primitiva dei beni per possederne come propria ciascuno una parte». Se pertanto avviene, per l'incuria dello Stato, che nel tempo le ricchezze si accumulino nelle mani di pochi. gli altri, ridotti in miseria, non sono tenuti più a rispettare le leggi sottoscritte: «se la società li abbandona, essi tornano allo stato di natura, sicché quando rivendicano con la forza diritti che hanno potuto alienare solo per assicurarsi vantaggi più grandi, ogni autorità che vi si opponga è tirannica e il giudice che li condanni a morte non è che un vile assassino». Lo Stato ha dunque il diritto di far rispettare le sue leggi solo dopo che abbia provveduto ad assicurare a ciascuno la libertà dal bisogno.

    Un delitto comune come il furto presuppone il diritto di proprietà, e Marat si chiede da dove derivi questo diritto. Esclusa la legittimità di una proprietà derivante dal diritto del più forte e di quello del primo occupante, anche il diritto di testare viene a essere illegittimo, perché non si può trasmettere quello che non ci appartiene. Al coltivatore appartiene di diritto solo il frutto del proprio lavoro, ma in realtà non appartiene di diritto la terra, «che fu data in comune a tutti i suoi abitanti». Solo un'eguale ripartizione della terra sarebbe stata legittima e solo su quella parte necessaria a garantire l'esistenza ciascuno potrebbe avanzare diritti: «ecco il fondamento legittimo di ogni proprietà sia nello stato sociale che nello stato di natura». [21]

    Stabilito in questi limiti il diritto alla proprietà, gli altri diritti civili fondamentali sono la sicurezza personale contro ogni oppressione e la libertà individuale, «che racchiude il giusto esercizio di tutte le facoltà fisiche e morali». Marat non crede alla possibilità di un'eguaglianza assoluta fra tutti i cittadini, «che non c'è neanche in natura», essendo diverse in ciascuno la sensibilità, l'intelligenza, l'abilità la forza, ma «non deve trovarsi altra disuguaglianza tra le ricchezze se non quella che risulta dall'ineguaglianza delle facoltà naturali», e la legge deve fissare limiti invalicabili.

    In una società in cui le ricchezze - anche quando derivino dal lavoro e dalla capacità - non siano state limitate, lo Stato deve assicurare a chi ha poco o nulla il necessario per vivere, per curarsi, per allevare i figli: non deve però nulla «al fannullone che si rifiuti di lavorare». In una società dove le ricchezze sono fortemente ineguali e frutto «dell'intrigo, della ciarlataneria, delle malversazioni, delle vessazioni, delle rapine», esse vanno redistribuite tra i cittadini che mancano di tutto. E Marat ripete un concetto già espresso: «qualsiasi autorità vi si opponga è tirannica». [22]

    Le «Scoperte sul fuoco, l'elettricità e la luce» [modifica]
    Joseph Duplessis: Benjamin Franklin

    Marat aveva impiantato in casa un laboratorio dove, oltre a studi di anatomia e di fisiologia, ed esperimenti sugli effetti dell'elettricità sugli organismi, si interessava allo studio dei fenomeni ottici. Nell'estate del 1778, studiando con il microscopio solare - un raggio di luce solare che attraversa una lente - le ombre, proiettate su un telo, di una fiamma di candela o di diversi oggetti incandescenti, nota che quelle ombre non sono compatte, ma circondate da aloni luminescenti in movimento.

    Avendo ripetuto più volte le osservazioni, si convince che quegli aloni siano l'immagine del fluido igneo emesso dal corpo incandescente. Nella scienza del tempo si ipotizzava che il calore fosse una sostanza indipendente presente in ogni corpo, che poteva liberarsi mediante un’azione esterna: per questo motivo era chiamato anche calore latente o fluido calorico o fluido igneo: ora Marat credette di aver scoperto il modo di renderlo visibile, dimostrandone così l'esistenza. In realtà, quegli aloni sono il risultato di rifrazioni luminose prodotte da movimenti d'aria di diversa temperatura.

    Nell'inverno di quell'anno prepara una memoria sulla sua scoperta, le Découvertes sur le feu, l'éléctricité et la lumière (Scoperte sul fuoco, l'elettricità e la luce): vi sostiene che il fluido igneo - diverso dal fluido dell'elettricità e della luce - è costituito di corpuscoli pesanti e trasparenti, il cui movimento produce gli effeti del calore. La memoria viene presentata tramite un suo membro, il marchese di Maillebois, all' Académie des sciences di Parigi, perché si pronunci sulla validità scientifica delle tesi esposte. Ripetuti gli esperimenti, la commissione dell’Accademia, nella quale viene coinvolto per qualche tempo anche Franklin, il 17 aprile 1779 conclude che i fatti osservati corrispondono a quanto esposto nella memoria di Marat, ma non si pronuncia sull'esistenza del fluido igneo.

    Le «Scoperte sulla luce» [modifica]
    Recherches sur le feu

    Due mesi dopo Marat prepara una nuova memoria, stampata poi con il titolo Découvertes sur la lumière, nella quale pretende di apportare delle correzioni alla teoria ottica di Newton: al fisico inglese contesta che la diffrazione sarebbe un comportamento costante – e non episodico - dei raggi luminosi, che sarebbero sempre deviati nel loro percorso rettilineo dall’attrazione di gravità esercitata dai corpi. Questo fatto comporterebbe, secondo Marat, che la formazione dello spettro ottenuto dalla rifrazione della luce nel prisma ottico, si sarebbe in realtà già verificata nell’aria; quanto ai colori, essi sarebbero soltanto tre – rosso, giallo e blu - e non sette.

    Il segretario dell'Accademia delle scienze Condorcet nominò una commissione per la verifica dei risultati, a capo della quale fu posto Jacques Cousin. In attesa dei risultati, Marat rielabora la sua precedente memoria sul fuoco, scrivendo le Recherches physiques sur le feu, nelle quali tra l’altro sostiene la teoria del flogisto attaccando, senza nominarlo, il famoso chimico Lavoisier, oppositore di quell’ipotesi, e apre una scuola all’Hotel d’Aligre, in rue Saint-Honoré, facendo tenere una breve serie di corsi di fisica dall’amico abate Filassier e dal professore della Sorbona Jacques Charles.

    Il 10 maggio del 1780 vengono rese pubbliche le conclusioni della commissione scientifica dell’Accademia: le esperienze di Marat «non sembrano provare ciò che l’autore immagina e sono contrarie in generale a ciò che si conosce dell’ottica». [23]

    Altre ricerche e nuove polemiche [modifica]

    La decisione dell'Accademia fu naturalmente spiacevole per Marat ma egli continuò i suoi esperimenti, malgrado la malattia della quale si accorse di essere affetto circa dal giorno della morte della madre, il 24 aprile 1782, e che lo accompagnerà per tutta la sua vita: soffre di frequenti emicranie, di febbre e di un continuo prurito. Modernamente, si è ipotizzato che l'affezione consistesse nel linfoma di Hodgkin o che fosse una cirrosi biliare.

    In quell'anno fa stampare un nuovo volume, le Recherches physiques sur l'électricité, nel quale sostiene che il «fluido» elettrico è costituito da particelle che - contrariamente all'opinione diffusa anche allora - si attraggono tra di loro. Nel libro contesta anche l'opinione che esistano poli elettrici di diverso segno e dubita della reale efficacia del parafulmine, la recente invenzione di Franklin. Invitò anche Alessandro Volta, di passaggio a Parigi, ad assistere ai suoi esperimenti, ma finì per irritarsi di fronte allo scetticismo dell'italiano. Nel marzo del 1783 ha un'autentica rissa con il professor Charles, che si era permesso di mettere pubblicamente in ridicolo la sua pretesa di confutare Newton: il duello era stato appena scongiurato, che una nuova polemica insorse con l'abate Pierre Bertholon, autore di un Traité de l'électricité du corps humain nel quale, tra l'altro, l'abate propagandava l'efficacia di terapie mediche nelle quali il paziente era posto in un ambiente saturo di elettricità.

    Il concorso indetto dall'Académie royale des Sciences, Belles-lettres et Arts di Rouen su tesi che dimostrino ovvero contestino l'efficacia dell'elettricità nel campo medico gli offre il destro di presentare una memoria nella quale riferisce di suoi esperimenti riguardanti cure elettriche di affezioni della più diversa natura, prive di qualunque beneficio. Efficaci risulterebbero invece, a suo dire, locali applicazioni di elettrodi per la cura degli edemi, delle sciatiche e della gotta: e nell'agosto del 1783 Marat ha la soddisfazione di veder premiata la sua memoria con la medaglia d'oro dell'Accademia.
    Edizione inglese dell'Optiks di newton

    A questo successo segue presto una grave disavventura. Al conte Floridablanca, ministro di Carlo III di Spagna, che progettava la fondazione a Madrid di un'Accademia delle scienze, fu fatto il nome di Marat quale possibile direttore. L'ambasciatore spagnolo a Parigi, Pedro Aranda, incaricato di raccogliere informazioni sul suo conto, riferì che gli accademici francesi avevano scarsissima considerazione di Marat. Non solo: Marat era anche presentato come un soggetto politicamente pericoloso, un vero sovversivo. Naturalmente la la sua candidatura fu subito abbandonata e per di più, essendo quelle notizie giunte alle orecchie della corte, il corte d'Artois lo licenziò in tronco.

    Perduta la rendita annuale di 2.000 franchi, finita la relazione con la d'Aubespine, compromesse le possibilità di avere appoggi in alto loco, ridotti di numero i suoi clienti, perseguitato dal fisco, Marat è costretto a trasferirsi in un appartamento molto modesto di rue du Vieux Colombier e a cominciare a vendere strumenti e libri per poter vivere decorosamente. Continua tuttavia i suoi studi e inizia la traduzione in francese dell' Optiks di Newton. Nel maggio del 1785 essa ottiene l'approvazione dell'Accademia delle scienze - il nome del traduttore, prudentemente, non compariva - e Marat può così far stampare nel 1787 i due volumi della sua traduzione in una edizione molto curata ed elegante.

    Nel 1786 partecipa ancora a tre concorsi scientifici, tutti incentrati sulle radiazioni luminose e sui colori, ottenendo il premio soltanto dall'Accademia di Rouen per una sua ricerca sui colori che appaiono nelle bolle di sapone e di altri liquidi, per quanto il suo studio non sia accurato e le conclusioni siano erronee: a suo avviso, infatti, «in ogni corpo esistono particelle materiali di tre specie, ciascuna capace di riflettere uno solo dei tre colori fondamentali, il rosso, il giallo e il blu. Quando si separano, per l'attrazione che subiscono tra loro quelle di identico colore, formano le iridescenze». [24]

    Il suo interesse sull'ottica era indirizzato principalmente a far valere le sue tesi polemiche nei confronti della teoria newtoniana. Un atteggiamento ribadito con la pubblicazione, nel 1788, delle Mémoires académiques, ou nouvelles découvertes sur la lumière, relatives aux points les plus importants de l'optique, un volume costoso e impreziosito da disegni all'acquerello che raccoglie i suoi ultimi saggi sulla teoria della luce. Ma ormai i suoi interessi erano destinati a mutare radicalmente indirizzo: in Francia, la crisi economica e sociale era precipitata e l'8 agosto di quell'anno il re convocava per il maggio prossimo gli Stati generali.

    Il rivoluzionario [modifica]

    L'«Offerta alla patria» [modifica]
    Targa all'Hôtel des Menus-Plaisirs

    La notizia della convocazione degli Stati Generali all'Hôtel des Menus-Plaisirs di Versailles ebbe il potere di rianimare Marat: solo due mesi prima, in un accesso della sua malattia, aveva fatto testamento, lasciando manoscritti e strumenti scientifici all'Académie des sciences. Apparentemente guarito, s'impegna a sostenere le ragioni del Terzo Stato nella difficile lotta che questo dovrà sostenere contro i due ordini maggiori, per privilegi, non certo per numero, il clero e la nobiltà.

    Nel febbraio del 1789 pubblica la Offrande à la patrie, ou Discours au Tiers-État de France (Offerta alla patria, o discorso al Terzo Stato di Francia). Egli invita il Terzo Stato, composto dai ceti più diversi, dagli operai ai finanzieri, dai manovali ai commercianti, dagli artigiani ai magistrati, dagli intellettuali ai preti poveri e ai redditieri non nobili, a essere unito, a non cedere alle manovre di chi tenta di seminare la discordia all'interno di quest'Ordine così variegato. I nemici sono l'alto clero e i nobili, che «costituiscono un corpo solo, sempre pronto a levarsi contro il popolo o il monarca», disposti anche ad affrontare «gli orrori di una guerra civile piuttosto che recedere dalle loro ingiuste pretese». [25]

    Sono considerazioni moderate: egli mostra di aver fiducia nel re e, temendo che le divisioni conducano il Terzo Stato alla sconfitta, invita il «popolo» all'unità con i ceti privilegiati dei finanzieri - uomini «troppo intelligenti per coprirsi di ridicolo adornandosi di vani titoli» - con i funzionari reali - «uomini stimabili troppo superiori alle meschinità della vanità per non gloriarsi del titolo di cittadini» - con i magistrati - «difensori intrepidi dell'innocenza, vendicatori delle leggi» - con i semplici curati - «sanno che tutti gli uomini sono fratelli» - e perciò tutte queste categorie «non si schiereranno in una fazione di cui ogni giorno deplorano le pretese tiranniche». [26]

    Si capisce che in realtà Marat diffida di questi privilegiati, i cui interessi in gran parte divergono da quelli di «chi non ha nulla». e lo chiarisce nel Supplément de l'Offrande à la patrie, pubblicato il marzo successivo: «gli interessi delle compagnie, dei corpi, degli ordini privilegiati sono inconciliabili con gli interessi del popolo [...] quegli uomini apatici, che chiamano se stessi uomini ragionevoli [...] insensibili alla vista delle pubbliche calamità, contemplano con occhi asciutti le sofferenze degli oppressi [...] e non aprono la bocca che per parlare di pazienza e di moderazione». [27] Il Supplément fu subito sequestrato dalla polizia.
    David: Il giuramento del Terzo Stato

    Marat partecipa alle elezioni, candidato del Terzo Stato: eletto al comitato elettorale parigino del distretto dei Carmelitani, non viene scelto tra i candidati all'Assemblea degli Stati Generali. I contrasti tra gli ordini portarono il 16 giugno 1789 alla costituzione del Terzo Stato in Assemblea nazionale e Luigi XVI, dopo una prima resistenza, fu costretto ad accettare il fatto compiuto, ma facendo intanto affluire i reggimenti svizzeri a presidiare Parigi. Marat sospetta manovre del governo e il 1° luglio pubblica l' Avviso al popolo, o i ministri smascherati, nel quale invita i parigini alla vigilanza e insieme alla calma: «Osservate sempre la condotta dei ministri per regolare la vostra. Loro obiettivo è lo scioglimento della nostra Assemblea nazionale, loro unico mezzo è la guerra civile [...] essi vi circondano con il formidabile apparato dei soldati [...] state calmi e tranquilli, sottomessi all'ordine costituito, e vi prenderete gioco del loro orribile furore».

    Il 19 luglio Marat propone al comitato elettore dei Carmelitani di stampare un giornale: al rifiuto oppostogli, si dimette. Rivoltosi al distretto di polizia per ottenere l'autorizzazione a pubblicare un giornale, ha un diverbio con il funzionario e viene denunciato, ma è assolto il 13 agosto. L'11 agosto era riuscito a far stampare un suo giornale, Le Moniteur patriote, ma al primo numero non ne erano seguiti altri.

    A fine luglio, mentre nei centri urbani i cittadini si armano, in provincia i contadini cominciarono ad assaltare i castelli dei nobili e a distruggere i documenti che attestano i diritti feudali, che vengono formalmente aboliti dall'Assemblea nazionale il 4 agosto: anche molti nobili si dimostrarono favorevoli all'abrogazione. Marat ne denuncia ironicamente in un opuscolo «la magnanimità di rinunciare al privilegio di tenere in catene quegli uomini che hanno recuperato armi alla mano la propria libertà! È alla vista del supplizio dei predoni, dei concussionari, dei satelliti del dispotismo, che essi hanno la generosità di rinunciare alle decime signorili». [28] In realtà furono aboliti i diritti gravanti sulle persone ma non quelli che gravavano sulle terre, che furono dichiarati riscattabili, e il re si rifiutò di sottoscrivere la decisione, che rimase sospesa.

    «L'Amico del popolo» [modifica]
    L'Ami du peuple macchiato del sangue di Marat

    Marat continuava a seguire attentamente i lavori dell'Assemblea nazionale, nella quale si discuteva il progetto di una Dichiarazione dei diritti dell'uomo. Questa sarà votata il 26 agosto e Marat aveva già pubblicato tre giorni prima una Constitution, ou Project de Déclaration des droit de l'homme et du citoyen, suivi d'un Plan de Constitution juste, sage et libre, che tuttavia non suscitò alcuna attenzione, così come la sua lettera, inviata al presidente dell'Assemblea, il Tableau des vices de la Constitution anglaise (Quadro dei vizi della Costituzione inglese), nel quale Marat esortava a non basare il nuovo assetto istituzionale francese sul modello vigente in Inghilterra.

    Finalmente, raggiunto un accordo con il libraio Dufour, il 12 settembre Marat poté pubblicare il sospirato giornale, Le Publiciste parisien, otto fogli interamente redatti da lui nella sua casa del Vieux Colombier e stampati nella vicina tipografia della vedova Hérissant. Se si accontentava di un quarto dei guadagni realizzati dagli abbonamenti, non era però soddisfatto del titolo troppo freddo della testata, che infatti il 16 settembre mutò in quello più popolare de L'Ami du peuple (L'amico del popolo): sotto il titolo, è stampato il motto del giornale - «Vitam impendere vero» - consacrare la vita alla verità.

    Il giorno prima aveva preso posizione contro la proposta, poi approvata, dei deputati moderati di concedere al re il diritto di veto, sospensivo per due legislature, sulle leggi approvate dall'Assemblea nazionale. Per Marat, solo il popolo nella sua interezza è il vero sovrano, detentore di un potere assoluto e illimitato che, quando il popolo non può esprimere direttamente, lo delega ai suoi rappresentanti, i quali devono tuttavia avere un'autorità limitata e revocabile, altrimenti i deputati, divenuti «padroni assoluti del potere, potrebbero a loro piacimento sopprimere i diritti dei cittadini, attaccare le leggi fondamentali dello Stato, rovesciare la Costituzione e ridurre il popolo in schiavitù».

    Una volta che siano stati stabiliti i limiti dei rappresentanti del popolo, «nulla deve ostacolare la loro attività», fermo restando che «il deputato che non facesse continuamente gli interessi della patria» sarebbe revocabile e, se il caso, perseguibile penalmente. Essenziale, per Marat, che i deputati seguano la volontà dei loro elettori, la quale può formarsi solo «attraverso l'opinione pubblica». Quanto al diritto di veto concesso al re, «significa mettere il principe al di sopra del rappresentante della nazione, significa renderlo arbitro delle leggi» e privare il popolo «del prezioso vantaggio di fermare il principe al primo passo che egli fa contro la libertà pubblica». Ancora una volta Marat esprimeva, tutto intero, il pensiero di Rousseau.
    Luc-Etienne Melingue: Marat scrive i suoi articoli

    Ne L'Ami du peuple venivano pubblicate anche lettere dei lettori: in una di queste, anonima, apparsa il 4 ottobre, è scritto che nella reggia di Versailles le guardie del corpo del re hanno tenuta «un'orgia» e brindato contro la Rivoluzione. Il 1° ottobre era successo che in un banchetto di ufficiali, era comparsa la famiglia reale e i convitati, al suono dell'inno O Richerd, o mon roi, l'univers t'abandonne, avevano calpestato il tricolore e sventolato la bianca bandiera del vecchio regime. Lunedì 5 ottobre a Parigi mancò anche il pane e un grande corteo si mosse fino a Versailles, per esigere che il re si trasferisse a Parigi: il 6 Luigi XVI cedette e la famiglia reale si stabilì alle Tuileries e l'Assemblea nazionale la seguì poco dopo. Il 7 ottobre Marat scrive che con la presenza del re a Parigi «il povero popolo non rischierà più di morire di fame. Ma questa fortuna svanirà ben presto come un sogno se non saremo in grado di stabilire saldamente in mezzo a noi la residenza della famiglia reale fino a quando la Costituzione non sia definitivamente consacrata. L' Ami du peuple condivide la gioia dei suoi cari concittadini, ma si rifiuta categoricamente di abbandonarsi al sonno»

    Una delle lettere dei lettori accusava, pare senza fondamento, un funzionario del Comune di Parigi, un certo de Joly, che reagì denunciando Marat. Minacciato d'arresto, Marat si nasconde per qualche tempo a Versailles nella casa dell'abate Jean Bassal, simpatizzante cordigliere, poi, clandestinamente, si trasferisce ancora a Parigi, in una casa di Montmartre, sembra aiutato da Danton, riprendendo le pubblicazioni dell' Amico del popolo. Individuato il suo domicilio, Marat viene arrestato il 12 dicembre ma è rilasciato pochi giorni dopo: stabilitosi nel nuovo domicilio di rue de Saint-Gérmain des Fossé, nel distretto dei cordiglieri, riprende ancora una volta le pubblicazioni del giornale del quale, nel frattempo, è rimasto l'unico proprietario.

    Dietro la denuncia di de Joly c'era probabilmente la longa manus del ministro delle finanze Jacques Necker, attaccato fin da settembre da Marat che lo accusava di speculare sui grani in accordo con l'impresa commerciale dei fratelli Leleu: in novembre Marat aveva pubblicato la Criminelle Neckerologie ou les manoeuvres infâmes du ministre entièrement dévoilées e il 19 gennaio 1790 pubblicò la Dénonciation contre Necker, che provocò l'emissione di un mandato di cattura. Marat si sottrasse all'arresto fuggendo prima a Passy, presso Parigi, e poi, a metà febbraio, in Inghilterra, dove scrisse una Nouvelle dénonciation contre Necker: «la mia penna è ancora libera e finché voi sarete al timone del governo vi perseguiterà senza tregua: senza posa svelerà le vostre malversazioni [...] per togliervi il tempo di tramare contro la patria, vi strapperà al riposo, radunerà al vostro capezzale le nere preoccupazioni, i dispiaceri, i timori, le ansie, le angosce, fino a che, lasciando cadere dalle mani le catene che ci preparate, cerchiate spontaneamente la salvezza nella fuga».

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    Predefinito Rif: grandi personalità della Rivoluzione Francese: Marat

    La denuncia dei nemici della Rivoluzione [modifica]
    Il marchese di La Fayette

    La tensione tra Spagna e Inghilterra, che si contendevano il possesso dell'isola canadese di Nootka, sulla costa del Pacifico, rischiò di coinvolgere la Francia, allora alleata della Spagna: Marat s'imbarcò da Dover per la Francia il 10 maggio 1790, scrivendo all'Assemblea nazionale di voler tornare in patria per «riportare il tributo dei miei deboli lumi». Malgrado i suoi trascorsi, a Parigi la polizia non lo disturbò e, dopo aver fatto chiudere tre falsi Ami du peuple illegalmente fondati in sua assenza, il 18 maggio Marat riprese le pubblicazioni.

    Diffidando del clima di concordia che negli ultimi mesi si è instaurato con il compromesso tra aristocrazia e borghesia, il 13 giugno Marat denuncia ai cittadini il fatto che nell'Assemblea «siedono i rappresentanti degli ordini privilegiati aboliti, i paladini sempre pronti a schierarsi attorno al trono dei tiranni, i prelati che danno scandalo, rimpinzati del patrimonio dei poveri, i giudici la cui norma è l'arbitrio». Crede che tutti costoro tramino ai danni della libertà e dei diritti e si dichiara convinto che solo «il popolo, il popolino, questo popolo tanto disprezzato e tanto poco spregevole, la sola parte sana della nazione [...] possa imporsi ai nemici della Rivoluzione, ridurli al silenzio [...] per realizzare la grande opera della Costituzione».

    Il 22 dicembre 1789 l'Assemblea Nazionale Costituente aveva votato, con l'opposizione della sinistra di Robespierre, il decreto sulla cittadinanza, con il quale i francesi venivano divisi in tre categorie: i «cittadini passivi», esclusi dal diritto di voto perché non proprietari, i «cittadini attivi», che pagavano un'imposta minima pari a tre giornate di lavoro e, tra questi ultimi, i «cittadini elettori» i quali, pagando un'imposta di almeno 10 giornate di lavoro, avevano il diritto di eleggere i giudici, gli amministratori dei dipartimenti e i membri dell'Assemblea legislativa. I deputati, per poter essere eletti, dovevano essere proprietari di un fondo e pagare un'imposta pari ad almeno un marco d'argento.
    Mirabeau

    Il 30 giugno 1790, in un articolo dell' Ami du peuple, Marat sottolineò i meriti acquisiti dal «popolino» salvando la Rivoluzione: «cosa avremo guadagnato a distruggere l'aristocrazia dei nobili, se essa è stata rimpiazzata dall'aristocrazia dei ricchi?» e ricordò ai deputati che l'«eguaglianza dei diritti naturali originari [...] implica il godimento di questi diritti», invitandoli a valutare la gravità del decreto approvato: «misurate per un momento le conseguenze terribili che può avere la vostra irragionevolezza. Dovete temere che, rifiutandoci il diritto di cittadinanza a causa della nostra povertà, noi lo recupereremo togliendovi il superfluo». Il 25 luglio Marat tornò sull'«infame decreto», chiedendone l'abrogazione ed esortando i cittadini alla resistenza contro l'oppressione.

    Vede in La Fayette e Mirabeau, aristocratici apparentemente convertiti alla Rivoluzione, personaggi che in realtà tramano contro il popolo e intendono ripristinare il vecchio ordine sotto una nuova vernice. Il 14 luglio, anniversario della presa della Bastiglia, pubblica l' Infernale progetto dei nemici della Rivoluzione: sono Necker, che «dopo aver dilapidato due miliardi, partirà senza render conto delle sue azioni», La Fayette, «traditore della patria, che voleva rendere il re dittatore assoluto, e che non cessa d'impegnarsi per far tornare il dispotismo», Bailly, «sindaco con 100.000 scudi di stipendio», Mirabeau, «vile scellerato coperto di crimini e di obbrobrio, per il quale nulla è sacro [...] molle Sardanapalo che spoglierà la Francia dei suoi tesori, ridurrà la nazione alla miseria e finirà per mettere il regno all'asta per soddisfare le sue sudicie voluttà». Questi progetti, che sembrano non avere riscontro nella realtà, gli procurano l'appellativo di «visionario».

    A Nancy, in agosto, i soldati che non ricevevano da mesi la paga, pretesero di controllare le casse del reggimento: al rifiuto del comandante, si ribellarono e la repressione, ordinata da La Fayette ed eseguita dal marchese de Bouillé, provocò centinaia di morti e, dopo la strage, 33 soldati furono impiccati. Per Marat era la prova che nulla era cambiato, che il compromesso operante tra nobiltà e borghesia minacciava la libertà dei francesi. Ma le sue critiche e i suoi appelli non sortiscono effetti: anche quando, il 2 aprile 1791, Mirabeau muore, [29] sembra che tutta la Francia lo compianga e Marat è scoraggiato da quell'indifferenza di fronte ai pericoli da lui denunciati e dall'apparente mancanza di energia rivoluzionaria della popolazione parigina: pensa di lasciare la Francia e a Camille Desmoulins, che rende pubblica nel suo giornale la decisione di Marat, risponde il 5 maggio rivendicando il diritto della libertà di stampa - ora minacciata dai decreti dell'Assemblea Nazionale, che pensano di limitarla - e la sua fondamentale funzione di «correggere i funzionari pubblici, di cambiare in patrioti i fautori del dispotismo, in amici della libertà i lacchè della corte, in uomini integri i membri dei comitati dell'Assemblea Nazionale, in gente dabbene gli sputasentenze, i venditori di parole, gli strozzini [...] a resistere alle leggi inique, a obbedire solo alle leggi giuste e sagge [...] a insegnare alle truppe come scoprire le perfide intenzioni dei loro capi, a disprezzare i loro ordini arbitrari [...] a spezzare tutte le risorse del dispotismo».
    Antoine Barnave

    Il 14 giugno 1791 la Costituente approva la legge Le Chapelier con la quale, coerentemente con l'abrogazione delle norme feudali sulle corporazioni, si proibisce il diritto di associazione dei cittadini che esercitino uno stesso mestiere o professione: si tratta, apparentemente, di liberare ciascuno dai vincoli corporativi che ne limitano le iniziative individuali, ma nello stesso tempo, finisce con lo svantaggiare gravemente le categorie socialmente più deboli, come gli operai, nelle contrattazioni con i loro datori di lavoro. Marat critica la legge, cogliendone non gli aspetti sociali ed economici, ma quelli politici: scrive, il 18 giugno, che le associazioni popolari sono vietate per «prevenire i grandi assembramenti di popolo», temuti dalla meggioranza conservatrice dell'Assemblea Costituente, che vuole «isolare i cittadini e impedir loro di occuparsi in comune della cosa pubblica. Così, è con grossolani sofismi e abusando di alcune parole che gli infami rappresentanti della nazione l'hanno spogliata dei suoi diritti».

    Il tentativo di fuga in Belgio del re e della sua famiglia, sventata a Varennes, dimostra il tradimento della monarchia: una volta accolto dalle truppe austriache, in concomitanza con la sollevazione dell'esercito guidato dai generali fedeli al monarca, Luigi XVI contava di ristabilire il vecchio Regime. Marat, il 22 giugno, denuncia il complotto: «Questo re spergiuto, senza fede, senza pudore, senza rimorsi; questo manarca indegno del trono non è stato trattenuto dal timore di passare per un infame. La sete del potere assoluto che divora il suo cuore lo renderà tra breve un feroce assassino [...] la fuga della famiglia reale è stata preparata nascostamente dai traditori dell'Assemblea nazionale». Chiede la testa dei deputati conniventi, dei generali traditori - primo fra tutti La Fayette, che egli chiama sprezzantemente Motier - invoca la nomina di «un tribuno militare, un dittatore supremo, che spazzi via i più noti traditori» e incita il popolo ad armarsi.

    Il 25 giugno Luigi è ricondotto a Parigi, scortato da una fila di soldati che tengono i fucili con le canne rivolte a terra, tra due ali di folla che osserva un silenzio impressionante, come si trattasse di un funerale. La maggioranza dell'Assemblea, i moderati «costituzionalisti» e la destra reazionaria, per evitare la crisi istituzionale, fingono di credere che la famiglia reale sia stata rapita dal generale Bouillé, il responsabile della strage di Nancy, tra gli organizzatori bensì della fuga e fuggito all'estero. Ma i cordiglieri e parte dei giacobini raccolgono firme per chiedere la fine della monarchia e l'instaurazione della repubblica: la manifestazione, tenuta nel Campo di Marte il 17 luglio, finisce in tragedia, con la Guardia nazionale di La Fayette che uccide molte decine di repubblicani. Segue la repressione, gli arresti e la chiusura dei circoli e dei giornali di opposizione: Danton fugge in Inghilterra, Desmoulins a Marsiglia, Robespierre e Marat si nascondono a Parigi.

    La guerra e la caduta della monarchia [modifica]
    Jean Pierre Brissot

    Dopo la ratifica della Costituzione, avvenuta il 9 settembre, vi è stata l'elezione della nuova Assemblea Legislativa, che il 1° ottobre 1791 ha preso il posto della vecchia Assemblea Costituente: è un'assemblea complessivamente moderata, formata, a destra, da 274 foglianti, nobili e borghesi possidenti che, conseguita l'abrogazione della giurisdizione feudale, intendono che la Francia proceda la sua vicenda politica senza ulteriori fratture con le residue forme istituzionali del passato regime: suoi personaggi di spicco sono Théodor Lameth e Vincent de Vaublanc. Al centro, 345 costituzionalisti i quali, sostanzialmente moderati, oscillano a volte tra la destra e la sinistra, formata quest'ultima da 136 deputati, divisa nella parte moderata dei giacobini di destra - i girondini - come Pierre Brissot e Maximin Isnard, l'ideatore del motto Liberté, Egalité, Fraternité, e i giacobini di sinistra - che con i cordiglieri formano la Montagna, l'estrema sinistra dell'Assemblea - come Robert Lindet e Georges Couthon. Non c'è Robespierre, che non si è candidato, come a destra non c'è quell'Antoine Barnave che è divenuto il segreto confidente del re, assumendo così il posto che fu di Mirabeau e che, già uomo forte del nuovo regime insieme con Adrien Duport e Alexandre Lameth, sta per essere scalzato dagli avvenimenti che precipitano.

    Finita la repressione di luglio, Marat ha ripreso la pubblicazione dell' Ami du peuple, ma per breve tempo: il 15 dicembre chiude il giornale e per quattro mesi di lui si sa poco. Convive con la modista Simone Evrard e frequenta il Club dei cordiglieri. Quando, il 12 aprile 1792, riprende le pubblicazioni, il re e il nuovo governo da lui voluto hanno già deciso di muovere guerra alle potenze feudali europee. Vogliono la guerra i girondini, perché credono di rafforzare la Rivoluzione, eliminando il nemico controrivoluzionario all'interno colpendo quello esterno, la vuole la borghesia finanziaria, imprenditoriale e commerciale, che prevede grandi affari con le forniture militari, e la vuole Luigi XVI, perché è convinto che la Francia sarà sconfitta e le armate austro-prussiane ristabiliranno il vecchio regime.
    Pierre Vergniaud

    Per Marat, si vuole la guerra «per distrarre la nazione dagli affari interni, occupandola negli affari esterni; farle dimenticare i dissensi intestini attraverso le notizie delle gazzette; dissipare i beni nazionali in preparativi militari, invece di usarli per rendere libero lo Stato e soccorrere il popolo; schiacciare lo Stato sotto il peso delle imposte e sgozzare i patrioti dell'esercito di linea e dell'esercito cittadino, [30] portandoli al massacro con il pretesto di difendere le insegne dell'impero [...] Per impedire che questo sangue prezioso scorra, ho proposto cento volte un mezzo infallibile: tenere come ostaggi fra noi Luigi XVI, sua moglie, suo figlio, sua figlia, le sue sorelle, e di renderli responsabili degli avvenimenti». [31]

    Le sconfitte dell'esercito mostrano le contraddizioni della politica girondina: diffidando dei generali aristocratici e della corte, deve appellarsi al popolo, di cui però teme le rivendicazioni. Marat, nuovamente minacciato d'arresto il 3 maggio, è ancora costretto a nascondersi. Il 23 maggio Brissot e Vergniaud denunciano il comitato austriaco che, sotto la regia di Maria Antonietta, trama ai danni della nazione e, di fronte all'ostruzionismo del re che licenzia i ministri girondini e non firma i decreti dell'Assemblea e alle minacce di La Fayette di distruggere il movimento democratico, il 20 giugno organizzano una giornata di protesta popolare. L'11 luglio fanno proclamare dall'Assemblea che la patria è in pericolo, mobilitando così le masse popolari, ma iniziano trattative segrete con il re e si rifiutano di approvare la proposta di suffragio universale.

    Il manifesto del generale prussiano duca di Brunswick - chiesto dall'austriaca regina di Francia e scritto da un emigrato - conosciuto a Parigi il 1° agosto, che minacciava, in caso di «oltraggio» alla famiglia reale, di «vendetta esemplare e indimenticabile» e di «distruzione totale» di Parigi, oltre alla pretesa girondina che il popolo si mobilitasse contro i nemici esterni e interni, senza che tuttavia gli fosse riconosciuto alcun diritto, provoca il 10 agosto l'insurrezione: il Comune di Parigi si costituisce in Comitato insurrezionale e ordina un'ondata di arresti, il re si rifugia presso l'Assemblea legislativa, che è costretta a dichiararlo decaduto, a chiuderlo nelle carceri del Temple e a votare la convocazione di una Convenzione eletta a suffragio universale che prepari una nuova Costituzione. La Fayette, il «generale politicante», [32] fugge all'estero il 19 agosto, consegnandosi agli Austriaci.

    Marat, nel mutato clima politico, si ripresenta in pubblico chiedendo fondi governativi per poter pubblicare ancora il suo giornale, che tuttavia gli vengono negati dal ministro dell'Interno girondino Jean-Marie Roland: l' Ami du peuple è così costretto a uscire irregolarmente.

    Deputato alla Convenzione [modifica]

    Il 2 settembre Marat è chiamato a far parte del Comitato di controllo del Comune, formato da dieci membri, tra i quali François Louis Deforgues, Pierre-Jacques Duplain, Didier Jourdeuil, Jean-Théophile Leclerc, Étienne-Jean Panis e Antoine François Sergent. Quello stesso giorno giunge la notizia che i prussiani assediano Verdun: la caduta della fortezza avrebbe aperto la strada per Parigi.

    Il Comune proclama che il nemico è alle porte e chiama i parigini alle armi: nel pomeriggio un gruppo di preti refrattari è massacrato dagli stessi sorveglianti che li conducevano in carcere, poi le uccisioni indiscriminate proseguono all'interno delle prigioni, all'Abbaye, alla Force, alla Conciergerie, allo Châtelet, ovunque. In cinque giorni di violenze, sono più di mille i morti a Parigi, ma altre migliaia sono uccise in tutta la Francia e la maggior parte è costituita non già da controrivoluzionari ma da detenuti per reati comuni.

    La notte del 2 settembre il Comitato di controllo aveva diffuso un comunicato nel quale appoggiava o quanto meno giustificava i massacri appena iniziati: «una parte dei feroci cospiratori detenuti nelle sue prigioni è stata messa a morte dal popolo; atti di giustizia che gli sono parsi indispensabili per trattenere col terrore le migliaia di traditori rintananti tra le sue mura, nel momento in cui bisogna marciare contro il nemico. Tutta la Nazione [...] si adopererà ad adottare questo strumento, così necessario, di salute pubblica [...] marciamo contro il nemico, ma non lasceremo dietro le spalle questi briganti pronti a sgozzare i nostri figli e le nostre donne».

    Il 7 settembre si riunisce il Dipartimento degli elettori parigini per scegliere, tra i candidati, i 24 deputati da mandare alla Convenzione: Marat è il settimo eletto, dopo Robespierre, Danton, Manuel, Billaud-Varenne, Collot d'Herbois e Desmoulins. Il 20 settembre va a sedere tra i banchi dei 120 deputati della Montagna, i democratici più radicali dei 749 membri della Convenzione: gli altri si dividono tra i girondini, i più a destra dell'Assemblea, e i deputati della Pianura, o Palude, i quali siedono al centro e oscillano tra i due opposti schieramenti.
    Il generale Dumouriez

    Il 20 settembre è anche il giorno della battaglia di Valmy, dove il più addestrato e disciplinato esercito del mondo - quello prussiano comandato dal duca di Brunswick - si ritira di fronte a un «esercito di sarti e ciabattini», facendo commentare a Goethe, che ha accompagnato a Valmy il duca di Sassonia-Weimar: «da questo giorno, da questo luogo, inizia una nuova era nella storia del mondo». Il giorno dopo Marat chiude l' Ami du peuple, forse consapevole che la sua dignità di deputato non si accorda più con un giornale così popolare e di parte, e il 25 settembre ne apre uno nuovo, il Journal de la République Française. Il titolo è solenne, ma l'indirizzo politico, tanto per la scelta istituzionale, quanto per quella sociale, è inequivocabile, evidenziata com'è dal motto impresso sotto il titolo: «Ut redeat miseris, abeat fortuna superbis», la fortuna si allontani dai superbi per tornare ai miseri.

    Quel giorno i Girondini, in Convenzione, attaccano il Comune di Parigi, accusandolo di volere favorire la dittatura dei capi della Montagna. Dopo che Danton e Robespierre hanno respinto le accuse, dalla tribuna Marat si assume la responsabilità di aver proposto pubblicamente, sul suo giornale, che un dittatore assumesse i pieni poteri per schiacciare i traditori della Rivoluzione: «se questa opinione è riprovevole, io sono il solo colpevole, se è criminale, è solo sulla mia testa che io chiamo la vendetta della nazione». Rivendica la sua povertà e il suo disinteresse: «se avessi voluto mettere un prezzo al mio silenzio, sarei satollo d'oro, e invece sono povero; non ho mai chiesto pensioni né impieghi; per meglio servire la patria ho affrontato la miseria», e conclude: «codardi calunniatori, è forse questa la condotta di un uomo ambizioso?». [33]

    Alla fine di settembre alcuni volontari francesi al fronte uccidono quattro disertori prussiani. Vengono imprigionati e incriminati per ordine del generale Dumouriez, il comandante delle armate del Nord, che Marat considera da tempo, e a ragione, un traditore. [34] Venuto a scoprire che i quattro disertori erano in realtà degli emigrati francesi, Marat va a chiedere spiegazioni al generale, mentre questi partecipa a un ricevimento mondano offerto dal grande attore Talma: dopo un breve e concitato colloquio, durante il quale gli fa comprendere i propri sospetti, Marat lascia la sala e l'attrice Louise Dugazon si affretta a spargere profumo di muschio per «purificare l'ambiente». [35] Il 18 ottobre Marat chiede alla Convenzione l'incriminazione di Dumouriez: la richiesta è respinta, ma i volontari vengono rilasciati.

    Alla Convenzione Marat deve subire continui attacchi da parte dei Girondini: il deputato Barbaroux lo accusa di sobillare i battaglioni che transitano a Parigi diretti al fronte - Marat aveva denunciato la disparità di trattamento nell'alloggiamento delle truppe - e il minaccioso risentimento di un reggimento di dragoni, da lui accusati di circondarsi di «cocchieri e di scrocconi», alla fine d'ottobre gli consiglia di nascondersi per qualche tempo.

    In apparente contraddizione con le opinioni espresse in tempi anteriori, il 20 novembre pubblica sul Journal un articolo nel quale sostiene che la libertà, in generale, non può essere concessa a tutti: «io non sono di quelli che reclamano l'indefinità libertà delle opinioni». E distingue: i moderati, in nome di un astratto principio, con il pretesto della libertà di pensiero, «vogliono che sia lasciata ai nemici della Rivoluzione la possibilità di fomentare contrasti», o che, in nome della libertà di spostarsi ove si voglia, che «si lasci loro la libertà di andare a cospirare all'estero». La libertà, per Marat, deve essere illimitata solo per i «veri amici della patria».

    Il 20 novembre 1792 è anche il giorno nel quale viene scoperto, nella residenza reale delle Tuileries, l'armadio di ferro che contiene i documenti segreti di Luigi XVI che dimostrano le trattative intercorse con il nemico. È la stessa Convenzione a processare il re: respinti i tentativi di rinvio e di appello al popolo dei girondini, i deputati all'unanimità riconoscono colpevole il re e 384 contro 334 meritevole della condanna a morte. Quel 17 gennaio 1793 Marat esprime il suo voto: «Profondamente convinto che Luigi è il principale autore dei misfatti che hanno fatto scorrere tanto sangue il 10 agosto e di tutti i massacri che hanno ferito la Francia dalla rivoluzione in poi, voto per la morte del tiranno».

    Le difficoltà economiche si fanno sentire in Francia: gran parte delle risorse sono impiegate per rifornire l'esercito e, benché il raccolto sia stato abbondante, il pane, il cui prezzo sale costantemente, scarseggia a Parigi perché i contadini, che non intendono essere pagati con un assegnati svalutati, preferiscono mantenere la farina nei granai. Il ministro dell'economia Roland si dimette, mentre gli arrabbiati invocano tassazioni delle rendite, requisizioni e punizioni esemplari per accaparratori e speculatori. Marat scrive, il 25 febbraio, che «i capitalisti, gli aggiotatori, i monopolisti, i mercanti di lusso, i legulei, gli ex-nobili, sono tutti sostenitori del vecchio regime [...] non dobbiamo trovare strano che il popolo, spinto dalla disperazione, si faccia giustizia da solo [...] il saccheggio di qualche magazzino alle cui porte saranno appesi gli accaparratori metterà fine alle malversazioni». Proprio quella mattina a Parigi vengono saccheggiate diverse panetterie e Marat è accusato in Convenzione di incitare all'odio e al disordine. Dalla tribuna Marat, sventolando la sua laurea in medicina, risponde ironicamente di ritenere pazzi tutti i Girondini.

    Se l'economia va male, peggio va la guerra: il generale Dumouriez il 18 marzo è battuto - o si fa battere - a Neerwinden, il 21 è sconfitto a Lovanio. Quando il 26 marzo Danton, che è stato inviato dalla Convenzione da Dumouriez, ritorna a Parigi, Marat accusa nel Club giacobino tanto lui che il generale di tradimento. Ha torto su Danton ma ha ragione su Dumouriez, che passa al nemico il 5 aprile: quello stesso giorno Marat viene eletto presidente del Club dei Giacobini.

    Il processo di Marat e la fine dei Girondini [modifica]
    Il trionfo di Marat

    Un appello al popolo, circolante per Parigi a firma di Marat - egli sostiene, senza convincere nessuno, di averlo firmato senza leggerlo - chiama alle armi i repubblicani perché arrestino tutti i nemici della rivoluzione e sterminino «senza pietà tutti i realisti, tutti i cospiratori». I girondini colgono l'occasione per chiedere l'incriminazione di Marat per istigazione all'insurrezione. Marat, come suo costume, il 12 aprile si nasconde, mentre la Convenzione vota la richiesta di rinvio del deputato al Tribunale rivoluzionario: tutta la Montagna è solidale con lui ma l'Assemblea vota il rinvio a giudizio.

    Marat si consegna alle carceri dell'Abbaye il 22 aprile e il 24 inizia il processo. L'aula del Tribunale è affollatissima da parigini che stanno tutti dalla parte dell'accusato; la pubblica accusa è sostenuta da un uomo che sarà temutissimo durante il Terrore, Antoine Quentin Fouquier-Tinville ma che qui esordisce chiedendo l'assoluzione dell'imputato. Del resto le accuse non hanno reale consistenza: si comprende che i girondini hanno cercato di imbastire un processo politico per colpire, attraverso Marat, tutta la Montagna. Dopo aver voluto, essi soli, trascinare la Francia in una guerra che poteva distruggere la Rivoluzione, cercare di salvare un re colpevole agli occhi di tutta la nazione, difendere fino all'ultimo un generale traditore, subiscono ancora, con questo processo, un'ennesima sconfitta politica. Marat, assolto, è portato in trionfo da una folla di decine di migliaia di persone.

    Mentre la Vandea è in rivolta, la crisi della Gironda precipita: le sezioni di Parigi chiedono l'arresto di 22 deputati girondini, compresi i capi Brissot e Vergniaud. Questi reagiscono, chiedendo lo scioglimento della Comune di Parigi e nominando una commissione di 12 membri che indaghi sull'attività dei comunardi, accusati di sobillare i cittadini alla rivolta. Marat fa sua la proposta e la sostiene in Convenzione assieme ai deputati della Montagna: le Tuileries - il palazzo reale che ospita, nella sala delle Macchine, l'assemblea dei deputati - sono circondate da migliaia di Guardie nazionali comandate da François Hanriot, deciso anti-girondino. Il 2 giugno la Convenzione vota l'arresto di 27 girondini: è la fine del partito della Gironda, ma anche l'inizio di rivolte nelle provincie dove quel partito raccoglie ancora molte adesioni.

    Dal 3 giugno la malattia si aggrava e Marat non riesce a seguire i lavori della Convenzione, e deve limitarsi a scrivere articoli sul suo nuovo giornale, Le Publiciste de la République Française, nei quali denuncia l'estremismo degli arrabbiati, e il 12 luglio si scaglia contro i generali che non riescono ad aver ragione dei rivoltosi vandeani. Quel giorno riceve la visita di un gruppo di giabini, venuti a sincerarsi della sua salute: la malattia di Marat - riferiscono - «è il troppo patriottismo racchiuso in un piccolo corpo». [36]

    Carlotta Corday [modifica]
    Charlotte Corday

    L'11 luglio 1793 giungeva a Parigi da Caen, in Normandia, dove era in corso una sollevazione anti-rivoluzionaria, la venticinquenne Charlotte Corday. Dopo aver preso alloggio all' Hôtel de la Providence, andò a trovare il deputato girondino Claude Deperret. Gli consegnò una lettera di un altro deputato girondino suo amico, Charles Jean-Marie Barbaroux, fuggito a Caen perché accusato da Robespierre di tradimento e gli chiese di interessarsi al caso di una religiosa sua amica, già rifugiata in Svizzera e ora desiderosa di tornare in Normandia senza pericoli.

    Il giorno dopo, senza aver concluso nulla, Charlotte scrisse a lungo nella sua camera d'albergo e l'indomani mattina, 13 luglio, dopo aver acquistato un grosso coltello da cucina, si fece accompagnare da un vetturino in rue des Cordeliers: al numero 30 abita «il cittadino Marat», e la portinaia, sapendo che egli è malato, rifiuta di far salire la Corday. Dopo aver riprovato inutilmente un'ora dopo, invia per posta un biglietto a Marat, chiedendo di essere urgentemente ricevuta: a Caen, scrive, tramano ai danni della Rivoluzione.

    Nel tardo pomeriggio, evitata la portinaia, si presenta alla porta dell'alloggio di Marat, ma la sua compagna, Simone Evrard, le impedisce di entrare: sopraggiunge anche la portinaia, si accende una discussione, Charlotte grida di voler parlare con «l'amico del popolo» e al rumore Marat, che ha ricevuto e letto il biglietto della Corday, acconsente a riceverla.

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    L'assassinio di Marat [modifica]
    Santiago Rebull: La morte di Marat

    Marat la riceve in bagno: sempre tormentato dalla sua misteriosa malattia che gli provoca un tormentoso prurito, egli cerca di lenire i dolori immergendosi nell'acqua tiepida in una curiosa vasca a forma di scarpa; vi sta seduto e vi emerge dal busto alla testa, rimanendo il resto del corpo in acqua, con la copertura provvista di un leggio, ottennendo così il duplice scopo di poter leggere, scrivere e ricevere decentemente gli eventuali ospiti. Tutto l'ambiente è molto modesto: a fianco, una cassetta di legno per tavolino, a terra lettere, fogli, giornali, gli avanzi della cena; su una parete è attaccata una carta geografica della Francia.

    Il colloquio è breve: Charlotte riferisce che Caen è in mano ai controrivoluzionari, si organizzano per marciare contro Parigi, sono una minaccia per la patria. Ma Marat è già informato e sa anche che la Rivoluzione ha preso le contromisure, sue forze armate sono già dirette in Normandia: la congeda. La Corday gli va alle spalle, estrae l'arma e gli vibra una coltellata dall'alto in basso che lo raggiunge al petto, gli recide l'aorta e penetra fino al polmone destro. L'«Amico del popolo» ha appena il tempo di gridare aiuto: accorrono Laurent Bas, l'incaricato delle spedizioni del giornale di Marat, che colpisce e immobilizza Charlotte mentre la compagna Simone cerca di fermare l'imponente emorragia, si grida per un medico ma non c'è niente da fare. Marat muore in pochissimi minuti.

    In breve la casa si riempie di persone, sulla strada preme una folla che s'ingrossa sempre di più, perché la notizia si è sparsa per tutta Parigi. Carlotta Corday - che dopo l'omicidio appare assente a se stessa - viene sottratta al linciaggio solo perché si spera di ottenere da lei i nomi dei mandanti e dei complici, che tuttavia non esistono. Viene trascinata via e rinchiusa nella prigione dell'Abbaye: sarà ghigliottinata quattro giorni dopo, il 17 luglio.
    David: La morte di Marat

    Il 14 luglio viene fatta l'autopsia: il cuore, estratto e chiuso in un'urna, viene consegnato al Club dei Cordiglieri, che lo appendono alla volta della sala delle riunioni. Il pittore David è incaricato di allestire grandiose cerimonie in suo onore, con l'esposizione pubblica del corpo di Marat: tuttavia, per il caldo intensissimo e per l'opposizione di Robespierre, che preferisce che l'attenzione rimanga concentrata sulle urgenti misure da prendere contro i nemici della Rivoluzione, saranno limitate ai soli funerali. Martedì 16 luglio un impressionante corteo si avvia alle 18 da rue des Cordeliers, passa per rue de Thionville, il Pont-Neuf, il quai de la Ferraille, risalendo fino al Teatro della Comédie-Française per concludersi nuovamente al Club dei Cordiglieri, dove il cadavere di Marat viene inumato. Un sanculotto tiene l'orazione funebre, mentre per tutta la notte un'immensa fiumana di popolo continua a sfilare alla luce delle torce.

    La Convenzione commssiona a David un quadro che ricordi Marat e sia esposto nella sala dell'Assemblea: è un capolavoro di realismo e di astrazione insieme. L'immagine del rivoluzionario richiama sottilmente il Cristo, la vittima per eccellenza della tradizione, e qui Marat, rappresentato nella sua semplice povertà, circondato dalle «reliquie» della sua «passione» - il coltello del sacrificio, la lettera del tradimento, l'assegnato da spedire a una cittadina in miseria - è la «vittima laica» della Rivoluzione, il «martire della libertà» e della nuova civiltà che egli ha contribuito a creare e a difendere.

    Il 14 novembre 1793 le spoglie di Marat vengono solennementi traslate nel Panthéon di Parigi, dove già riposano quelle di Rousseau, di Voltaire e di Cartesio, ma per poco tempo: con la reazione termidoriana che provoca la caduta del regime giacobino, un decreto dei nuovi governanti stabilisce che nessun cittadino possa essere sepolto né la sua immagine esposta in un edificio pubblico prima che siano trascorsi dieci anni dalla morte. Così, il dipinto viene restituito a David e, secondo un'incerta tradizione, il 26 febbraio 1795 Marat sarebbe stato sepolto in una tomba anonima del cimitero di Sainte-Geneviève, poi distrutto nell'Ottocento. Secondo un'altra e meno credibile tradizione, raccolta anche da Victor Hugo, il suo cadavere sarebbe stato gettato nelle fogne di Parigi: in ogni caso, dei resti di Marat non vi è più traccia.
    ur Marat, 2 voll., Bruxelles, Editions Pôle Nord, "Chantiers Marat 9-10", 2006


    Bibliografia [modifica]

    Edizioni degli scritti [modifica]

    * Jean-Paul-Marat. Œuvres Politiques 1789-1793, 10 voll., a cura di Jacques De Cock e di Charlotte Goëtz, Bruxelles, Editions Pôle Nord, 1989-1995

    Studi [modifica]

    * Mémoires de Brissot, Paris, Ladvocat et Montrol, 1830-1832
    * Alfred Bougeart, L'Ami du peuple, Paris, Librairie Internationale, 1865
    * François Chèvremont, Jean-Paul Marat: esprit politique, accompagné de sa vie scientifique, politique et privée, Paris, chez l'auteur, 1880
    * Augustin Cabanès, Marat inconnu, Paris, A. Michel, 1911
    * Louis Gottschalk, A Study of Radicalism, New-York, London, 1927
    * Charlez Reber, Un homme cherche la liberté: Jean-Paul Marat, Boudry-Neuchâtel, Editions A la Baconnière, 1950
    * Jean Massin, Marat, Paris, Club français du livre, 1960
    * Albert Soboul, Marat, Roma-Milano, CEI, 1967
    * Albert Soboul, La rivoluzione francese, Roma, Newton Compton Editori, 1974
    * Charles Gillispie, Il criterio dell'oggettività, Bologna, Il Mulino, 1981
    * La Mort de Marat, a cura di Jean-Claude Bonnet, Paris, Flammarion, 1986
    * Ernest Kriwanec, Jean-Paul Marat: fremd unter Fremden, Wien, Karolinger, 1986 ISBN 3-85418-027-6
    * Jacques Guilhaumou, 1793. La mort de Marat, Bruxelles, Complexe, 1989
    * Giuseppe Gaudenzi, Roberto Satolli, Jean-Paul Marat. Scienziato e rivoluzionario, Milano, Mursia, 1989 ISBN 88 425 0199 9
    * Ian Germani, Jean-Paul Marat: hero and anti-hero of the French Revolution, Lewiston, Mellen, 1992 ISBN 0-7734-9505-3
    * Olivier Coquard, Marat, Paris, Fayard, 1993
    * Jean-Bernard Lemaire, Jean-François Lemaire, Jean-Pierre Poirier, Marat, homme de science?, Le Plessis-Robinson, Synthélabo, 1993
    * Charlotte Goëtz, Marat en famille: la saga des Marat, 2 voll, Bruxelles, Editions Pôle Nord, "Chantiers Marat 7-8", 2001
    Charlotte Goëtz, Plume de Marat - Plumes sur Marat, 2 voll., Bruxelles, Editions Pôle Nord, "Chantiers Marat 9-10", 2006

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    Predefinito Rif: grandi personalità della Rivoluzione Francese: Marat

    Il 13 luglio 1793 viene ucciso Jean-Paul Marat, un medico rivoluzionario (nato in Svizzera da padre sardo) e amico di David.
    Marat è un personaggio molto noto. E' il direttore del giornale "l'amico del popolo", deputato della Convenzione, Presidente del gruppo dei giacobini, responsabile, insieme a Robespierre, della caduta dei girondini.
    Il delitto ha scosso tutta l'opinione pubblica francese e in particolare David, anche per le circostanze particolarmente brutali. Marat è stato assassinato da una donna, la nobile Carlotta Corday, che l'ha accoltellato a tradimento mentre era andata da lui per farsi scrivere una lettera. Marat, soffriva di una malattia della pelle, ed era costretto ad immergersi spesso nella vasca da bagno, perciò non ha potuto difendersi.
    David, appena ricevuta la notizia è stato uno dei primi ad accorrere presso l'amico ed a vedere la scena del delitto, raccontata anche in tutti i dettagli dai giornali di allora.

    Dipinge questo quadro come omaggio all'amico, ed evita di rappresentare la realtà che aveva visto e i particolari più raccapriccianti. Nel dipinto non compaiono gli elementi (noti dalle cronache del tempo) che caratterizzavano il luogo del delitto e avrebbero fatto apparire l'avvenimento come un ordinario fatto di cronaca, e Marat come una vittima qualunque. David opera una sintesi rigorosa eliminando tutto ciò che non serve o può sviare il preciso messaggio del quadro.
    Tutta la scena è estremamente sobria e spoglia riportando l'impatto drammatico e violento della situazione reale ad una situazione ideale di calma e di distacco quasi sereno.
    Manca tutto il secondo piano. La tappezzeria in carta da parati non compare, manca anche la cartina geografica della Francia e le pistole sulla parete. Si vede un fondo verdastro quasi monocromo, stemperato soltanto da una specie di pulviscolo dorato in alto a destra. L'effetto è ottenuto con macchioline in punta di pennello come a formare una sorta di nebbia strana e luminescente che sembra muoversi verso Marat o uscire da lui. L'assenza di prospettiva e di qualsiasi accenno a una parete nel secondo piano rende indefinito lo sfondo.
    Il sangue è appena accennato, il cadavere è molto composto, la morte è indicata solo dall'abbandono del braccio e della testa appoggiata al bordo della vasca. Nelle mani Marat tiene ancora la lettera (ben leggibile e rivolta allo spettatore) e la penna. Sulla cassetta in primo piano si vedono alcuni fogli e il calamaio con l'inchiostro.

    Anche i colori sono quasi annullati, ridotti al minimo: il bianco luminoso degli asciugamani, il verde del drappo sulla vasca, molto simile a quello dello sfondo. L'incarnato di Marat è molto pallido.
    La composizione è quindi essenziale, basata sulla semplice linea orizzontale e sulle brevi verticali della cassetta e dei drappeggi bianco e verde, disposti molto ordinatamente. La sobrietà dell'insieme e l'arredo povero (la cassetta usata come tavolino, la tavola coperta da drappo verde, il lenzuolo rattoppato) rappresentano la rettitudine e lo stile di vita semplice di Marat e risaltano le virtù di un uomo modesto e disinteressato alla ricchezza, pronto ad aiutare gli altri (la lettera).

    Unico elemento fuori posto della composizione è il coltello insanguinato abbandonato a terra. Ma l'assassina è assente. Marat sceglie di rappresentare il momento successivo all'omicidio proprio per non mostrare il suo volto e "cancellarla" simbolicamente, come per volerla dimenticare. Rimane il coltello, che, da un lato rappresenta la sua azione malvagia e vile, dall'altro esalta le virtù civiche di Marat che muore vittima della sua stessa filantropia.

    L'opera è ricca di simboli che rinviano da un lato al tema dell'elogio funebre dall'altro ad un atto d'accusa contro un delitto efferato.
    La cassetta con la dedica, la firma e la data, che ricorda una lapide tombale, il drappo bianco e la vasca che ricordano un sarcofago, la stessa stanza spoglia che rinvia a una tomba vista dall'interno, sono elementi che suonano come un ultimo saluto all'amico appena scomparso.
    Ma David compie anche un'operazione di sacralizzazione del soggetto, utilizzando l'iconografia che appartiene alla tradizione del Cristo deposto dalla croce. La figura di Marat diventa simile a quella di Cristo, vittima innocente per eccellenza. La posa scelta con il braccio destro abbandonato, rinvia a celebri opere di Pietà e Deposizioni: quella di Michelangelo, di Raffaello e di Caravaggio. Il lenzuolo bianco allude al sudario di Cristo. Anche la luce particolare usata nel quadro aumenta l'effetto mistico, sacro, in cui viene avvolta la figura eroica di Marat. Il parallelo con la morte di Cristo è un modo per elevare Marat al di sopra degli altri uomini, esaltarne le virtù e proporlo come esempio da imitare.
    Marat, grazie a David, diventa l'icona dell'eroe rivoluzionario moderno.

    A. Cocchi


    Bibliografia e sitografia:

    La Nuova Enciclopedia dell'Arte Garzanti, 1986
    O. Rossi Pinelli David e l'arte della rivoluzione francese in: Dossier Art n. 37, Giunti Firenze, 1989
    AA.VV. moduli di arte - E - Dal neoclassicismo alle avanguardie. Electa - Bruno Mondatori, 2000
    G. Cricco, F.P. Di Teodoro Itinerario nell'arte. Vol.3. Zanichelli Seconda ed. Bologna, 2005

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    Predefinito Rif: grandi personalità della Rivoluzione Francese: Marat

    Jean-Paul Marat

    Jean-Paul MaratAKA Jean-Paul Mara

    Born: 24-May-1743
    Birthplace: Boudry, Neuchâtel, Switzerland
    Died: 13-Jul-1793
    Location of death: Paris, France
    Cause of death: Assassination

    Gender: Male
    Religion: Protestant
    Race or Ethnicity: White
    Sexual orientation: Straight
    Occupation: Activist, Government, Doctor

    Nationality: France
    Executive summary: French revolutionary

    French revolutionary leader, eldest child of Jean-Paul Marat, a native of Cagliari in Sardinia, and Louise Cabrol of Geneva, was born at Boudry, in the principality of Neuchâtel, on the 24th of May 1743. His father was a designer, who had abandoned his country and his religion, and married a Swiss Protestant. On his mother's death in 1759 Marat set out on his travels, and spent two years at Bordeaux in the study of medicine, after which be moved to Paris, where he made use of his knowledge of his two favorite sciences, optics and electricity, to subdue an obstinate disease of the eyes. After some years in Paris he went to Holland, and then on to London, where he practiced his profession. In 1773 he made his first appearance as an author with a Philosophical Essay on Man. The book shows a wonderful knowledge of English, French, German, Italian and Spanish philosophers, and directly attacks Helvetius, who had in his De l'Esprit declared a knowledge of science unnecessary for a philosopher. Marat declares that physiology alone can solve the problems of the connection between soul and body, and proposes the existence of a nervous fluid as the true solution. In 1774 he published The Chains of Slavery, which was intended to influence constituencies to return popular members, and reject the king's friends. Its author declared later that it procured him an honorary membership of the patriotic societies of Carlisle, Berwick and Newcastle. He remained devoted to his profession, and in 1775 published in London a little Essay on Gleets, and in Amsterdam a French translation of the first two volumes of his Essay on Man. In this year he visited Edinburgh, and on the recommendation of certain Edinburgh physicians was made an M.D. of St. Andrews. On his return to London he published an Enquiry into the Nature, Cause, and Cure of a Singular Disease of the Eyes, with a dedication to the Royal Society. In the same year there appeared the third volume of the French edition of the Essay on Man, which reached Ferney, and exasperated Voltaire, by its onslaught on Helvetius, into a sharp attack which only made the young author more conspicuous. His fame as a clever doctor was now great, and on the 24th of June 1777, the comte d'Artois, afterwards Charles X of France, made him by brevet physician to his guards with 2000 livres a year and allowances.

    Marat was soon in great request as a court doctor among the aristocracy; and even Brissot, in his Mémoires, admits his influence in the scientific world of Paris. The next years were much occupied with scientific work, especially the study of heat, light and electricity, on which he presented memoirs to the Académie des Sciences, but the academicians were horrified at his temerity in differing from Newton, and, though acknowledging his industry, would not receive him among them. His experiments greatly interested Benjamin Franklin, who used to visit him and Goethe always regarded his rejection by the academy as a glaring instance of scientific despotism. In 1780 he had published at Neuchâtel a Plan de législation criminelle, founded on the principles of Beccaria. In April 1786 he resigned his court appointment. The results of his leisure were in 1787 a new translation of Newton's Optics, and in 1788 his Mémoires académiques, ou nouvelles découvertes sur la lumière.

    His scientific life was now over, his political life was to begin in the notoriety of that political life his great scientific and philosophical knowledge was to be forgotten, the high position he had given up denied, and he himself scoffed at as an ignorant charlatan, who had sold quack medicines about the streets of Paris, and been glad to earn a few sous in the stables of the comte d'Artois. In 1788 the notables had met, and advised the assembling of the states-general. The elections were the cause of a flood of pamphlets, of which one, Offrande à la patrie, was by Marat, and, though now forgotten, dwelt on much the same points as the famous brochure of the Abbé Siéyès: Qu'est-ce que le tiers état? When the states-general met, Marat's interest was as great as ever, and in June 1789 he published a supplement to his Offrande, followed in July by La constitution, in which he embodies his idea of a constitution for France, and in September by his Tableau des vices de la constitution d'Angleterre, which he presented to the Assembly. The latter alone deserves remark. The Assembly was at this time full of anglomaniacs, who desired to establish in France a constitution similar to that of England. Marat had seen that England was at this time being ruled by an oligarchy using the forms of liberty, which, while pretending to represent the country, was really being gradually mastered by the royal power. His heart was now all in politics; and he decided to start a paper. At first appeared a single number of the Moniteur patriote, followed on the 12th of September by the first number of the Publiciste parisien, which on the 16th of September took the title of L'Ami du peuple and which he edited, with some interruptions, until the 21st of September 1792.

    The life of Marat now becomes part of the history of the French Revolution. From the beginning to the end he stood alone. He was never attached to any party; the tone of his mind was to suspect whoever was in power. About his paper, the incarnation of himself, the first thing to be said is that the man always meant what he said; no poverty, no misery or persecution, could keep him quiet; he was perpetually crying, "Nous sommes trahis." Whoever suspected any one had only to denounce him to the Ami du peuple, and the denounced was never let alone until he was proved innocent or guilty. Marat began by attacking the most powerful bodies in Paris -- the Constituent Assembly, the ministers, the corps municipal, and the court of the Châtelet. Denounced and arrested, he was imprisoned from the 8th of October to the 5th of November 1789. A second time, owing to his violent campaign against Lafayette, he narrowly escaped arrest and had to flee to London (January 1790). There be wrote his Dénonciation contre Necker, and in May dared to return to Paris and continue the Ami du peuple. Re was embittered by persecution, and continued his vehement attacks against all in power, and at last, after the day of the Champs du Mars (July 17, 1790), against the king himself. All this time he was in hiding in cellars and sewers, where he was attacked by a horrible skin disease, tended only by the woman Simonne Evrard, who remained true to him. The end of the Constituent Assembly he heard of with joy and with bright hopes for the future, soon dashed by the behavior of the Legislative Assembly. When almost despairing, in December 1791, he fled once more to London, where he wrote his Ecole du citoyen. In April 1792, summoned again by the Cordeliers' Club, he returned to Paris, and published No. 627 of the Ami. The war was now the question, and Marat saw clearly that it was to serve the purposes of the Royalists and the Girondins, who thought of themselves alone. Again denounced, Marat had to remain in hiding until the 10th of August. The early days of the war being unsuccessful, the proclamation of the Duke of Brunswick excited all hearts; who could go to save France on the frontiers and leave Paris in the hands of his enemies? Marat, like Georges Jacques Danton, foresaw the massacres of September. After the events of the 10th of August he took his seat at the commune, and demanded a tribunal to try the Royalists in prison. No tribunal was formed, and the massacres in the prisons were the inevitable result. In the elections to the Convention, Marat was elected seventh out of the twenty-four deputies for Paris, and for the first time took his seat in an assembly of the nation. At the declaration of the republic, he closed his Ami du peuple, and commenced, on the 25th, a new paper, the Journal de la République Française, which was to contain his sentiments as its predecessor had done, and to be always on the watch. In the Assembly Marat had no party; he would always suspect and oppose the powerful, refuse power for himself. After the battle of Valmy, Dumouriez was the greatest man in France; he could almost have restored the monarchy; yet Marat did not fear to denounce him in placards as a traitor.

    His unpopularity in the Assembly was extreme, yet he insisted on speaking on the question of the king's trial, declared it unfair to accuse Louis for anything anterior to his acceptance of the constitution, and though implacable towards the king, as the one man who must die for the people's good, he would not allow Malesherbes, the king's counsel, to be attacked in his paper, and speaks of him as a "sage et respectable vieillard." The king dead, the months from January to May 1793 were spent in an unrelenting struggle between Marat and the Girondins. Marat despised the ruling party because they had suffered nothing for the republic, because they talked too much of their feelings and their antique virtue, because they had for their own virtues plunged the country into war; while the Girondins hated Marat as representative of that rough red republicanism which would not yield itself to a Roman republic, with themselves for tribunes, orators and generals. The Girondins conquered at first in the Convention, and ordered that Marat should be tried before the Revolutionary Tribunal. But their victory ruined them, for on the 24th of April Marat was acquitted, and returned to the Convention with the people at his back. The fall of the Girondins on the 31st of May was a triumph for Marat. But it was his last. The skin disease he had contracted in the subterranean haunts was rapidly closing his life; he could only ease his pain by sitting in a warm bath, where he wrote his journal, and accused the Girondins, who were trying to raise France against Paris. Sitting thus on the 13th of July he heard in the evening a young woman begging to be admitted to see him, saying that she brought news from Caen, where the escaped Girondins were trying to rouse Normandy. He ordered her to be admitted, asked her the names of the deputies then at Caen, and, after writing their names, said, "They shall be soon guillotined", when the young girl, whose name was Charlotte Corday, stabbed him to the heart.

    His death caused a great commotion at Paris. The Convention attended his funeral, and placed his bust in the hall where it held its sessions. Jacques-Louis David painted "Marat Assassinated", and a veritable cult was rendered to the Friend of the People, whose ashes were transferred to the Panthéon with great pomp on the 21st of September 1794 -- to be cast out again in virtue of the decree of the 8th of February 1795.

    Marat's name was long an object of execration on account of his insistence on the death penalty. He stands in history as a bloodthirsty monster, yet in judging him one must remember the persecutions he endured and the terrible disease from which he suffered.

    Father: M. Jean-Paul Marat
    Mother: Louise Cabrol
    Brother: Henri Mara ("M. de Boudry")
    Sister: Albertine Marat
    Son: David
    Wife: Simonne Evrard
    Girlfriend: Marquise de l'Aubépine

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    Predefinito Rif: grandi personalità della Rivoluzione Francese: Marat

    CRONOLOGIA DI JEAN-PAUL MARAT

    1743

    24 maggio: Jean-Paul Marat nasce a Boudry vicino a Neuchétel, nell’odierna Svizzera francese. E' il primo di cinque figli. Il padre, Giovanni Battista Mara, detto Marat, é nato in Sardegna e poi emigrato a Boudry; la madre, Louise Cabrol, écalvinista. Al collegio di Neuchétel il giovane Marat compie gli studi secondari.
    1760

    Il giovane Marat si trasferisce in Francia, a Bordeaux, ove diventa precettore del figlio di Paul Nairac, armatore e commerciante
    1762

    Marat si trasferisce a Parigi. Qui inizia a studiare; discipline scientifiche, letteratura, storia, filosofia, medicina. Entra in contatto con gli enciclopedisti.
    1765

    E la volta dell’Inghilterra: Marat é a Londra dove esercita, senza laurea, la professione di medico. La sua situazione economicaE' molto precaria, tuttavia ciò non gli impedisce di continuare i suoi studi (soprattutto in fisica) e di lavorare al libro le Catene della schiavitù. Segue anche la vita politica e le attività dei club di opposizione
    1770

    E' medico-veterinario a Newcastle. Termina di scrivere il romanzo Le avventure del conte Potowsky, che sarà pubblicato postumo
    1772

    Ritorna a Londra dove pubblica il Saggio sull’animo umano che esce anonimo. Si trasferisce poi a Edinburgo
    1773

    Esce, sempre anonimo, il Saggio filosofico sull’uomo, a completamento del precedente
    1774

    Pubblica a Londra, in occasione di una campagna elettorale, le Catene della schiavitù. Viaggi frequenti in Inghilterra, in Scozia e in Olanda
    1775

    Marat ottiene la laurea in medicina all’università scozzese di Saint Andrew
    1776

    In primavera rientra a Parigi, dove intende esercitare la professione di medico. Attraversa grandi difficoltà economiche fino all’incontro con la marchesa di Laubespine, che è risanata dalle sue «miracolose » cure
    1777

    In giugno viene assunto come medico delle guardie del corpo del conte d’Artois, fratello del re. E un momento di grande floridezza economica e di buona fama professionale
    1778

    Marat pubblica le Scoperte sul fuoco, l’elettricità e la luce, in cui sostiene di aver reso visibile il "fluido igneo". Spera che questo volume possa creargli un buon nome nel mondo della scienza ufficiale.
    1779

    Sottopone al giudizio dei membri dell’Académie des sciences i suoi lavori sull’ottica, nei quali pretende di confutare la teoria dei colori di Newton
    1780

    In maggio l’Académie dichiara privi di interesse scientifico i suoi lavori. A Neuchétel pubblica il Piano di legislazione criminale, che in Francia viene censurato
    1782

    Pubblica le Ricerche fisiche sull’elettricità, dove compare la teoria per cui le particelle elettriche si attraggono reciprocamente
    1783

    L’Académie royale di Rouen premia il lavoro Memoria sull’elettricità medica; E'il primo riconoscimento ufficiale dell’attività di Marat come scienziato. Nel frattempo tenta di farsi affidare la direzione della nascente Accademia spagnola, ma il tentativo fallisce
    1784

    Il conte d’Artois lo licenzia; i suoi pazienti diminuiscono notevolmente, riesce comunque a pubblicare le Nozioni elementari d’ottica
    1785

    Pubblica un Elogio di Montesquieu, con cui dovrebbe partecipare a un concorso sull’argomento indetto dall’Accademia di Bordeaux, che tuttavia lo respinge
    1787

    Pubblica la traduzione dell’Ottica di Newton. L’impegno profuso non gli vale la tranquillità: le sue finanze sono rovinate.
    1788

    Con un ultimo sforzo pubblica i Mémoires académiques, raccolta di tre saggi sui colori del prisma, delle bolle di sapone, dell’arcobaleno. Subito dopo, Marat si ammala e pensa di essere vicino alla fine. Lo risolleva la notizia della convocazione degli Stati generali. Inizia a scrivere I ‘Offerta alla patria, che comparirà l’anno seguente
    1789

    FEBBRAIO: esce l’Offerta alla patria.
    MARZO; esce il Supplemento all’Offerta alla patria, che viene sequestrato.
    13-16 LUGLIO; è membro del distretto elettorale dei Carmelitani. Marat par*tecipa attivamente alle sommosse che culminano con la presa della Bastiglia.
    23 AGOSTO pubblica un Progetto di dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, seguito da un Piano di Costituzione giusto, saggio e libero.
    12 SETTEMBRE: esce il primo numero del «Publiciste parisien », che il 16 settembre si trasformerà nell’«Ami du peuple».
    5 OTTOBRE: Marat, dalle colonne del suo giornale, è alla testa della sollevazione popolare che costringe Luigi XVI a tornare a Parigi.
    8 OTTOBRE: è denunciato da un membro del Comune di Parigi per avere pubblicato una notizia falsa. Si rifugia a Versailles.
    NOVEMBRE: rientrato a Parigi, riprende a pubblicare il giornale e inizia una violenta campagna contro Necker.
    12 DICEMBRE: viene arrestato ma subito rilasciato. Con l’aiuto di Danton riesce a continuare le pubblicazioni del giornale. Si stabilisce nel distretto dei cordiglieri
    1790


    22 GENNAIO: Marat sfugge a un tentativo di arresto. Si rifugia a Londra.
    FEBBRAIO-APRILE: esilio londinese. Marat scrive dei pamphlet contro La Fayette, di cui pronostica il tradimento, Necker e Mirabeau.
    18 MAGGIO: rientra a Parigi dove riprende l’«Ami du peuple» e continua le campagne contro Necker e i moderati.
    30 GIUGNO: pubblica la Supplica di diciotto milioni di sfortunati ai deputati dell’Assemblea nazionale, in cui attacca il progetto di una Costituzione ba*sata sulla divisione censitaria dei cittadini.
    14 LUGLIO: pubblica l’Infernale progetto dei nemici della rivoluzione, in cui denuncia la moderazione del governo e invita il popolo a non lasciarsi in*gannare dal presunto «anno felice».
    26 LUGLIO: scrive Alle armi, oppure per noi è finita! , in cui rivela un progetto di controrivoluzione.
    31 LUGLIO: i continui appelli di Marat all’insurrezione e all’eliminazione dei reazionari gli valgono un decreto di accusa da parte dell’Assemblea nazio*nale.
    A--osio: Marat prende le difese dei soldati di Nancy
    1791

    GENNAIO: Marat è denunciato da Estienne, giornalista al soldo di La Fayette. Viene assolto.
    GIUGNO: sulle colonne dell’« Ami du peuple» Marat denuncia i preparativi di fuga del re, che si verifica puntualmente il 20 giugno.
    17 LUGLIO: dopo il massacro di Campo di Marte i giornali dell’opposizione sono messi al bando, tra cui quello di Marat. Il divieto viene presto ignorato.
    SETTEMBRE: Marat pensa di fuggire in Inghilterra, lo trattiene solo il pensiero delle nuove elezioni per l’Assemblea legislativa. Fa un tentativo di essere inserito nelle liste elettorali ma non trova il necessario appoggio, nemmeno tra i cordiglieri.
    DICEMBRE: Marat è al fianco di Robespierre contro la campagna per la guerra voluta dai girondini.
    15 DICEMBRE: Marat è costretto a sospendere la pubblicazione dell’«Ami du peuple».
    1792

    GENNAIO: inizia la relazione con Simone Evrard.
    GENNAIO-APRILE: circola la voce che Marat sia scappato a Londra, ma in realta egli rimane nascosto a Parigi.
    12 APRILE: grazie all’aiuto dei cordiglieri riprendono le pubblicazioni dell’«Ami du peuple».
    3 MAGGIO: nuovo decreto di accusa contro Marat che torna in clandestinità.
    AGOSTO: dopo un momento di perplessità Marat partecipa alla preparazione della giornata del 10 agosto.
    2 SETTEMBRE: Marat entra nel Comitato di sorveglianza del Comune insurrezionale proprio quando iniziano i massacri.
    3 SETTEMBRE: Marat firma la famosa circolare con cui il Comune si assume la responsabilità delle eliminazioni in massa dei prigionieri.
    9 sETTEMBRE: Marat è eletto alla Convenzione tra le file della Montagna.
    25 SETTEMBRE: i girondini attaccano Marat alla Convenzione e lo accusano di aspirare alla dittatura.
    OTTOBRE-NOVEMBRE: continuano gli attacchi dei girondini; Marat è considerato il punto debole della Montagna.
    6 DICEMBRE: all’inizio del processo a Luigi XVI Marat fa approvare dalla Convenzione la risoluzione per cui le decisioni in merito alla sorte del re siano fatte per appello nominale.
    1792

    17 GENNAIO: Marat vota per la morte del re.
    FEBBRAIO-MARZO: Marat è accusato di fomentare i disordini.
    APRILE: Marat è eletto presidente del club dei giacobini.
    12 APRILE: la Gironda ottiene che Marat sia incriminato per aver firmato, in qualità di presidente dei giacobini, una circolare in cui si invita a eliminare i moderati della Convenzione.
    24 APRILE: un trionfo per l’amico del popolo: il Tribunale rivoluzionario lo assolve da tutte le accuse.
    MAGGIO-GIUGNO: Marat è protagonista della lotta finale contro la Gironda.
    GIUGNO: dopo la conquista del potere da parte della Montagna Marat si apparta; la malattia, di cui soffre da molto tempo, si aggrava.
    4 LUGLIO: Marat attacca gli «arrabbiati».
    13 LUGLIO: Charlotte Corday uccide Marat.

 

 

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