Jean-Paul Marat
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Jean-Paul Marat
Jean-Paul Marat, detto l'Amico del popolo, medico, giornalista e rivoluzionario (Boudry, 24 maggio 1743 – Parigi, 13 luglio 1793), è stato un politico svizzero. Tra i protagonisti della Rivoluzione francese, che egli sostenne con la sua attività giornalistica, politicamente vicino ai Cordiglieri, fu deputato della Convenzione nazionale francese dal 20 settembre 1792 e, dal 5 aprile 1793, fu eletto presidente del Club dei Giacobini. Fu assassinato dalla girondina Charlotte Corday.
Indice
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* 1 Biografia
o 1.1 La famiglia di Marat
o 1.2 La giovinezza di Marat: i primi scritti
+ 1.2.1 In Inghilterra: «Le avventure del giovane conte Potowski»
+ 1.2.2 «Dell'uomo»
+ 1.2.3 «Le catene della schiavitù»
o 1.3 Il ritorno a Parigi
+ 1.3.1 Il «Piano di legislazione criminale»
+ 1.3.2 Le «Scoperte sul fuoco, l'elettricità e la luce»
+ 1.3.3 Le «Scoperte sulla luce»
+ 1.3.4 Altre ricerche e nuove polemiche
o 1.4 Il rivoluzionario
+ 1.4.1 L'«Offerta alla patria»
+ 1.4.2 «L'Amico del popolo»
o 1.5 La denuncia dei nemici della Rivoluzione
o 1.6 La guerra e la caduta della monarchia
o 1.7 Deputato alla Convenzione
+ 1.7.1 Il processo di Marat e la fine dei Girondini
o 1.8 Carlotta Corday
o 1.9 L'assassinio di Marat
* 2 Bibliografia
o 2.1 Edizioni degli scritti
o 2.2 Studi
* 3 Note
* 4 Altri progetti
Biografia [modifica]
La famiglia di Marat [modifica]
Il padre, Giovanni Battista Mara , nato a Cagliari verso il 1705, era un ex-frate dell'Ordine dei Mercedari rifugiato a Ginevra nel 1740, dove aveva abbracciato la fede calvinista e aveva sposato la sedicenne ginevrina Louise Cabrol, figlia di un parrucchiere e nipote di profughi ugonotti francesi originari delle Cevenne. Trasferiti a Boudry, nel cantone di Neuchâtel, Giovanni ne prese la cittadinanza e fu registrato con il nome di Jean Marat, secondo la grafia francese, esercitando l'attività di disegnatore di «indiane» nella locale manifattura di tessuti, poi, dal 1755, divenne insegnante di lingue a Neuchâtel, dove studiarono anche i suoi figli.
I due coniugi ebbero sette figli: Marianne (1741), Jean-Paul (1743), Henri (1745), Marie (1746), David (1756), Albertine (1760) e Jean-Pierre (1767). Henri emigrò in Russia, sotto il nome di De Boudry, insegnando letteratura francese nel prestigioso liceo di Tsarskoe Selo, dove ebbe tra i suoi allievi Alexander Puškin, che di lui dirà che cercava di insegnare le idee del celebre fratello. Idee radicali condivise anche dagli altri fratelli: David partecipò ai moti democratici che scossero Neuchâtel dal 1776, e perdette un occhio durante una manifestazione; studiò poi teologia e divenne pastore, mentre Jean-Pierre, orologiaio a Ginevra, si fece notare per le sue idee politiche radicali e ospitò nella sua casa Filippo Buonarroti.
Quanto alle sorelle Marianne e Albertine, rimaste nubili, esse dimostrarono la loro devozione a Jean-Paul quando, subito dopo il suo assassinio, si trasferirono a Parigi e vissero insieme alla sua convivente, Simone Evrard. [1]
La giovinezza di Marat: i primi scritti [modifica]
In Inghilterra: «Le avventure del giovane conte Potowski» [modifica]
Kauffmann: Antonio Zucchi
Jean-Paul è un ragazzo vivace e intraprendente: conclusi gli studi secondari, nel 1760 scrive a Luigi XV offrendosi di partecipare alla spedizione per Tobolsk, in Siberia, organizzate dall'Académie des Sciences di Parigi, per osservare il passaggio del pianeta Venere dinnanzi al Sole - utile per calcolare la distanza tra la Terra e il Sole - previste nel 1761 e nel 1769. [2] Non riceve nemmeno risposta, ma ripiega su un impiego di precettore dei figli di Paul Nairac, armatore di Bordeaux e futuro deputato degli Stati Generali. In realtà è un pretesto per allontanarsi da Boudry e pagarsi gli studi di medicina, ma già nel 1762 Marat lascia l'Università di Bordeaux per quella di Parigi, mantenendosi con l'esercizio della professione medica - bastava allora essere studente di medicina - ma frequentando anche le biblioteche della capitale, occupandosi di scienza, di storia, di letteratura e iniziando a scrivere un romanzo, Les chaînes de l'esclavage (Le catene della schiavitù).
Nel 1765 lascia improvvisamente la Francia per Londra, forse confidando nella superiore vivacità dell'ambiente scientifico inglese, nelle maggiori possibilità che quella società offriva ai giovani di buona volontà e forse anche perché ammirava ancora, nel solco del pensiero illuminista, la società e le istituzioni inglesi. Intanto, però, la scarsa clientela gli permette di condurre soltanto un'esistenza precaria, passata frequentando gli ambienti dell'emigrazione: qui conosce anche due artisti italiani, il pittore veneziano Antonio Zucchi - che nel 1781 diventerà il marito della famosa pittrice Angelika Kauffmann, allora già in Inghilterra e frequentata anche da Marat [3] - e l'architetto Giovanni Bonomi, i quali lo aiutano più volte a superare le maggiori difficoltà. Continua la scrittura del suo romanzo, ne inizia un altro, Les aventures du jeune comte Potowski (Le avventure del giovane conte Potowski), in forma epistolare e di quel genere filosofico caro agli illuministi, e mette mano a un Essai sur l'âme humaine (Saggio sull'anima umana).
Londra: monumento a Wilkes
A Londra Marat viene subito preso dalla passione per la politica. Nel 1768 l'opinione pubblica seguiva con grande partecipazione le vicende politiche e giudiziarie di John Wilkes, un popolare riformatore inviso al re Giorgio III e al suo ministro George Grenville, finito in carcere per gli articoli polemici pubblicati nel suo giornale «North Briton». Marat assiste, il 10 maggio, alla sanguinosa repressione di una protesta popolare in suo favore svoltasi davanti al carcere di Saint George, ricevendone una forte impressione. Con tutto ciò, la libertà di espressione di cui godeva la stampa inglese non era nemmeno paragonabile con quella francese ed europea in genere, così come la possibilità di dibattere temi politici e civili nelle accese riunioni tenute nei club, alle quali partecipa anche Marat: un'altra esperienza, questa, di cui Marat farà tesoro al suo ritorno in Francia.
Nel 1770 riesce a ottenere un impiego di medico veterinario a Newcastle e conclude il suo romanzo Les aventures du jeune comte Potowski che sarà pubblicato soltanto postumo, nel 1848, nel breve intermezzo della Repubblica francese. [4] Il romanzo non ha valori letterari, ma può interessare lo storico perché in esso si trovano espresse le idee politiche del giovane Marat, prese da Montesquieu e da Rousseau, che non coincidono affatto con quelle degli enciclopedisti: [5] Marat non accetta il dispotismo illuminato caro a Voltaire, per lui i re non devono essere «sovrani», ma «soltanto gli amministratori delle entrate pubbliche: come scusarli quando se ne fanno proprietari e le dissipano in scandalose prodigalità?»; devono essere virtuosi, ma «sono i primi a traviare le donne e i loro sudditi»; dovrebbero governare in pace il loro popolo e «lo sacrificano ai loro desideri, al loro orgoglio, ai loro capricci»; devono essere ministri della legge e invece «se ne fanno padroni, non vogliono vedere nei loro sudditi niente altro che schiavi». [6]
Nel romanzo si esamina in particolare la situazione della Polonia, ancora indipendente ma prossima ad essere spartita dagli «illuminati» sovrani Caterina II, Federico II e Maria Teresa: malgrado la Costituzione vigente, del resto «infame», in Polonia «il lavoro, la miseria e la fame spettano alla moltitudine, mentre l'abbondanza e le delizie spettano a una minoranza», in essa «non vi sono che tiranni e schiavi», causa dell'ozio dei pochi e della miseria dei molti, poiché «soltanto nella libertà e nell'agiatezza le capacità possono svilupparsi», diversamente gli uomini saranno «generalmente ignoranti e stupidi e le scienze, le arti, il commercio non potranno fiorirvi». [7]
«Dell'uomo» [modifica]
Frans Hals: Cartesio
Nel dicembre del 1772 Marat fa stampare, anonima, la traduzione inglese della prima parte del suo saggio sull'anima umana, An Essay on the Human Soul, che viene però stroncato dall'autorevole «Monthly Review» come «puerile ma promettente». Nel marzo successivo esce, ancora anonimo, il saggio completo A philosophical Essay on Man, being an attempt to investigate the Principles and Laws of the reciprocal Influence of the Soul and Body (Saggio filosofico sull'uomo, tentativo di indagare i principi e le leggi della reciproca influenza dell'anima e del corpo). [8] Questa volta il saggio ha successo, e riceve l'apprezzamento del «Monthly Review». del «Gentleman's Magazine» e del professore di Cambridge Collignon, mentre il conte Puškin, ambasciatore russo a Londra, sollecitato da un mentore di Marat, lord Lyttelton, gli offre un gratificante impiego in Russia che tuttavia Marat rifiuta. [9]
L'intento del suo scritto è la comprensione dell'uomo, in quanto unione di corpo e di spirito. Marat intende procedere dall'esperienza, diversamente da quel che altri hanno fatto: «hanno inventato dei sistemi, vi hanno piegato i fenomeni e si sono sforzati di sottomettere la natura le loro opinioni». Pur partito da questa critica alla metafisica cartesiana, egli accoglie di Cartesio proprio la concezione delle due sostanze, la res cogitans e la res extensa, per «svelare l'anima attraverso gli organi in cui essa è racchiusa, osservare l'influenza della sostanza materiale sulla sostanza pensante e quindi distinguere ciò che è proprio di essa da ciò che è soltanto un suo riflesso».
La Mettrie: L'homme machine
Concepito il corpo come «una macchina molto complicata», inizia a descriverla come «una macchina idraulica, costituita da canali e da fluidi», passando poi a considerarlo sotto diversi rapporti meccanici: «alla descrizione della macchina segue sempre la spiegazione del suo meccanismo».
Una volta stabilite - da anatomista - le funzioni del corpo, Marat ritiene che spetti al metafisico «porre le basi» dell'anima, per quanto non con ricerche «sottili e ridicole di cui tanti eruditi si sono vanamente occupati», ma con esami che abbiano la stessa evidenza delle osservazioni fisiche. Dopo aver esaminato separatamente le due sostanze del corpo e dell'anima, occorrerà «considerare queste due sostanze unite tra loro, per pervenire alla spiegazione dei meravigliosi fenomeni della loro reciproca influenza». [10]
I rapporti reciproci tra anima e corpo sono tenuti, secondo Marat, mediante un fluido che ha la duplice natura di essere tanto un'essenza sottile - lo «spirito animale» - quanto un fluido gelatinoso, o «linfa nervosa». E come Cartesio si era posto il problema della sede dell'anima nel corpo, ipotizzandola nella ghiandola pineale, così Marat ipotizza che la sede dell'anima umana risieda nelle meningi, le membrane che rivestono il cervello e il sistema nervoso.
Lo scritto è dunque influenzato, per diversi motivi, tanto da Cartesio quanto da de La Mettrie e da Condillac: a Hume, a Pascal, a Voltaire rimprovera i «pomposi sproloqui» con i quali hanno affrontato l'argomento e a Helvétius la mancanza di serie conoscenze di fisica e di anatomia.
Nel maggio del 1777 Voltaire pubblicò un articolo, nel «Journal de politique et de littérature», prendendosi gioco di quel «genio tanto splendente» che pretendeva di aver «trovato la casa dell'anima» - e la replica di Marat non fu pubblicata da La Harpe, il volterriano responsabile della rivista - mentre Diderot, nei suoi Élements de physiologie, pubblicati soltanto un secolo dopo, pur avanzando riserve, ebbe parole di apprezzamento per lo scritto di Marat.
«Le catene della schiavitù» [modifica]
Quentin de La Tour: Rousseau
Con l'approssimarsi delle elezioni per il rinnovo del Parlamento, nel 1774 Marat interviene anonimamente pubblicando dei Discorsi dove, scrivendo da inglese, attacca la Costituzione vigente che «porta l'impronta della servitù» perché consente di eleggere soltanto deputati provenienti «da un'unica classe», i possidenti, che non si preoccupano certamente del bene di tutti i cittadini. In maggio, pubblica ancora un saggio, iniziato già dieci anni prima e ora adattato al pubblico inglese, A Work wherein the clandestine and villainous attempts of princes to ruin liberty are pointed out (Opera in cui s'illustrano i sotterranei e scellerati tentativi dei prìncipi di cancellare la libertà) che egli pubblicherà poi in francese col titolo più noto Les chaînes de l'esclavage (Le catene della schiavitù). [11]
L'opera ha un'ispirazione rousseauiana: Marat vede uno sviluppo in più fasi delle società. L'epoca dell'infanzia è quella in cui i popoli sono animati dal coraggio, dal disprezzo del dolore, dall'amore dell'indipendenza; nell'epoca della giovinezza si sviluppa il talento militare e uno «Stato formidabile all'esterno e tranquillo all'interno»; con la maturità si sviluppano «il commercio, le arti del lusso, le belle arti, le lettere, le scienze speculative, le raffinatezze del sapere, della cortesia, della mollezza». Da questo momento inizia la vecchiaia delle nazioni e il loro declino: «i popoli perdono insensibilmente l'amore per l'indipendenza [...] il piacere della mollezza li allontana dal tumulto degli affari [...] mentre una massa di nuovi bisogni li getta a poco a poco in una condizione di dipendenza da un padrone[...] tale è la loro discesa nella servitù, per il semplice volgersi degli eventi». [12]
L'instaurazione del dispotismo avviene dapprima insensibilmente: «con la scusa di innovare, i principi gettano le basi del loro iniquo dominio». Il tempio della libertà viene minato, non abbattuto brutalmente, cominciando con il «portare sordi attacchi ai diritti dei cittadini», avendo cura di nascondere l'odiosità dei provvedimenti, «alterando i fatti e dando bei nomi alle azioni più criminali». Apparentemente accettabili, queste prime riforme «nascondono conseguenze di cui dapprima non ci si avvede, ma di cui non si tarda ad approfittare, traendone i vantaggi previsti». Altre volte il principe, con il pretesto di risolvere crisi allarmanti da lui stesso preparate, «propone espedienti disastrosi che copre con il velo della necessità, dell'urgenza delle circostanze, dei tempi infausti. Egli vanta la purezza delle sue intenzioni, fa risuonare le grandi parole dell'amore del pubblico bene e proclama le attenzioni del suo amore paterno». Nessuno ha più la forza di opporsi, anche intuendo il «nascosto, sinistro disegno. E quando la trappola scatta, non c'è più il tempo di evitarla». [13]
Una volta che sia instaurato, il dispotismo si conserva opprimendo la libertà di stampa, utilizzando la religione - «tutte le religioni danno una mano al dispotismo, tuttavia non ne conosco nessuna che lo favorisca tanto quanto quella cristiana» [14] - e l'esercito, che diviene un corpo separato dalla nazione, devoto al principe, i cui soldati, accasermati, sono allontanati dal consorzio dei cittadini e a loro «si ispira il disprezzo per ogni condizione diversa da quella militare [...] abituati a vivere lontani dal popolo, essi ne perdono lo spirito; abituati a disprezzare il cittadino, ben presto non chiedono che di opprimerlo». [15]
Un'altra forza al servizio del dispotismo è l'insieme delle «compagnie di commercianti, di finanzieri, di traitants, [16] di pubblicani, di accaparratori, di agenti di cambio, di speculatori di borsa, di affaristi, di esattori, di vampiri e di pubbliche sanguisughe». Le stesse differenze sociali sono sfruttate a vantaggio del tiranno: «dalla classe degli indigenti egli trae quelle legioni di satelliti stipendiati che formano le armate di terra e di mare; quei nugoli di alguazil, [17] di sbirri, di bargelli, di spie e di delatori assoldati per opprimere il popolo [...] dalla classe degli opulenti sono tratti gli ordini privilegiati, i titolari, i dignitari, i magistrati e anche i grandi funzionari della corona». [18]
I regimi dispotici non sono tuttavia invincibili. Se la gran massa dei cittadini non può vigilare sulla propria libertà, occorre che nello Stato vi siano uomini «che seguano gli intrighi del governo, che svelino i suoi progetti ambiziosi, che gettino l'allarme [...] che scuotano la nazione dal letargo [...] che si curino d'indicare colui sul quale deve cadere l'indignazione pubblica». Guai al Paese «in cui il prìncipe è potente e pieno d'iniziative, nel quale non vi siano né pubbliche discussioni, né effervescenza, né partiti»: queste occorrono, affinché «la libertà si veda uscire senza posa dai fuochi della sedizione». [19]
Il libro ebbe scarso successo e Marat pensò di essere stato boicottato. Il 15 luglio 1774 riceve il diploma di membro della Grande Loggia massonica di Londra e in ottobre un altro attestato dalla loggia di Amsterdam, dove si era recato per curare la pubblicazione in francese del suo Saggio sull'uomo. Tornato in Inghilterra, pubblica a Londra An Enquiry into the Nature, Cause and Cure of a singular Disease of the Eyes (Indagine sulla natura, la causa e la cura di una singolare malattia agli occhi), analizzando alcuni casi di innaturale presbiopia, a suo avviso provocati dall'uso improprio di cure mediche a base di mercurio, e An Essay on Gleets (Saggio sulla gonorrea), un testo ancor oggi apprezzabile, [20] nel quale critica il tradizionale metodo di cura del chirurgo francese Jacques Daran proponendo dei miglioramenti e, grazie all'intercessione di alcuni suoi amici medici, il 30 giugno 1775 ottiene il diploma di dottore in medicina dall'Università di Saint Andrew di Edimburgo. Ma restando precarie le sue condizioni economiche, decide di lasciare l'Inghilterra e il 10 aprile 1776 si stabilisce a Parigi.




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