Renda riscrive la storia. Dalla rivoluzione del '12 al federalismo. Se avessero avuto ragione i siciliani...

Considerare in senso risorgimentale la rivoluzione siciliana del 1812, per la tradizione storiografica e politica sarebbe interpretazione impropria. I siciliani vollero solo l’indipendenza della Sicilia, ma decisero anche ben altro in realtà. Lasciamo che a dirlo siano i fatti. Nel 1812 tutta la penisola, meno la Sardegna e la Sicilia, è soggetta all’occupazione militare di Napoleone Bonaparte e famiglia. La matrice ideologica dell’invasione è sempre la rivoluzione del 1789, libertà, fraternità, uguaglianza. Ma la sostanza della dominazione napoleonica è assolutistica, tirannica e guerrafondaia. Ormai direttamente o indirettamente anche l’Europa è tutta in mano di Bonaparte. La Gran Bretagna a quel predominio oppone resistenza e lo fa per terra e per mare. La matrice è moderata conservatrice, ma il comportamento è liberale.

Le truppe britanniche sono insediate in Sardegna e in Sicilia ma con trattati di alleanza, e sempre come alleati sono presenti anche in Spagna a sostegno della sua guerra avverso re Giuseppe Bonaparte. La resistenza spagnola oltre che militare è anche ideologica e politica, e ad ispirarla è sempre l’alleato inglese. A Londra il governo è retto da un secolare Parlamento esistente fin dall’XI secolo e di quella istituzione si avvale in Spagna incoraggiando il Parlamento di Cadice ad approvare una sua costituzione nazionale. Analoga condotta tiene in Sicilia e, per l’occasione, pure essendo alleato col re Ferdinando Borbone dal 1806 riparato a Palermo stante che Napoli è occupata dai francesi, si schiera con il baronaggio siciliano dal 1810 in aperto conflitto con il sovrano. Re Ferdinando, dopo aver chiesto e non ottenuto che il Parlamento gli deliberasse un donativo straordinario di 360 mila once all’anno, necessario ad aumentare le forze di terra da 8 a 20 mila uomini, era ricorso al colpo di Stato del gennaio 1811 e aveva proceduto all’arresto dei cinque capi baroni, che contro quell’arbitrio avevano protestato. Per la Gran Bretagna era però di primario interesse che il baronaggio siciliano da quel conflitto non uscisse disfatto. La Sicilia era al centro del Mediterraneo e la considerazione di quella situazione geografica era tutta britannica. La strategia politica e militare di Londra prevedeva una grande campagna militare antifrancese in Italia e senza i siciliani quel progetto era inattuabile. E con quella esigenza, si propose di ottenere in Sicilia quel che nel frattempo perseguiva in Spagna. Pertanto, inviò Lord William Bentinck a Palermo, il quale dotato di pieni poteri costrinse la monarchia borbonica a revocare il colpo di Stato, a liberare i baroni arrestati, a sostituire il Re col figlio Francesco suo Vicario Generale munito dell’Alter Ego, e con questi poteri sovrani Francesco Borbone condiscese a trasformare il proprio regime da assoluto in costituzionale. Le conseguenze furono immediate. I cinque baroni arrestati diventano ministri del nuovo governo siciliano. Il Vicario Generale dopo vane resistenze conviene con Bentinck che si promulghi una costituzione siciliana e il 1° maggio 1812 convoca un Generale Straordinario Parlamento dotato di poteri costituenti. Quel Generale Straordinario Parlamento era il medesimo Parlamento che aveva dato battaglia nel 1810.

E sebbene fosse feudale, distinto in tre bracci, ecclesiastico, baronale e demaniale, aveva un’antica esperienza delle proprie funzioni. La Sicilia da nove secoli era Regno dotato di un Parlamento creato dai re normanni in pari tempo del Parlamento inglese anche esso normanno. I poteri in origine erano pari. Mancavano entrambi di potere legislativo, ma avevano la prerogativa di deliberare e riscuotere le tasse e anche di discutere gli affari di governo del Paese. Naturalmente i due Parlamenti ebbero una storia diversa come fu diversa la storia della Gran Bretagna e della Sicilia. Nondimeno, la Sicilia fu la sola regione italiana che tenne Parlamento all’inglese capace di tenere sotto il suo controllo tutta la politica interna isolana. Non fu, perciò, un azzardo che a quel Parlamento, nel 1812, fossero dati poteri costituenti con la precisa disposizione di approvare una Costituzione avente a modello quella britannica. E fu lo stesso Vicario Generale che nel discorso di apertura dei lavori costituenti esortò i parlamentari a compiere quella grande impresa. «Gli occhi d’Europa sono tutti su di voi», disse loro a mo’ di ammonizione. Anche William Bentinck raccomandò ai parlamentari di adempiere scrupolosamente il loro dovere, ma non fu lui a suggerire che assumessero a modello la costituzione inglese. Ne seguì un risultato mai prima verificatosi in terra italiana: dalla seconda metà di giugno alla prima metà di novembre del 1812 dai tre bracci dell’antico Parlamento, ossia dalle tre camere, ecclesiastica, baronale e demaniale, fu celebrata la prima Costituente parlamentare; approvata la prima Costituzione liberale; fondato il primo regime costituzionale; eletto il primo Parlamento bicamerale alla maniera inglese. Lo Statuto concesso nel 1848 dal re Carlo Alberto di Savoia fu la seconda Costituzione liberale italiana, come fu secondo il regime costituzionale che vi fece seguito e secondo il Parlamen- to bicamerale che quindi fu eletto.

Il re sabaudo non tenne però Parlamento Costituente. Il secondo Parlamento Costituente fu pertanto quello eletto nel 1946, che approvò la Costituzione repubblicana del 1948. Lungi da noi alcuna deduzione da questi raffronti di date. Il loro significato è solo cronologico. È evidente che il 1848 torinese è un evento incomparabile con quello palermitano del 1812. Maggiormente incomparabile è la Costituente repubblicana del 1946. Rimane però il fatto che la Sicilia nel 1812 fu la prima ad effettuare quella grande operazione politica, senza la quale non ci sarebbe stata la rivoluzione garibaldina del 1860 e forse nemmeno un’Italia unita dalle Alpi alla Sicilia. Se lo spazio non fosse tiranno, daremmo ampia illustrazione del carattere liberale della Costituzione siciliana. Solo rileviamo che per la prima volta da una assemblea parlamentare fu decisa la divisione dei poteri, il legislativo presso il Parlamento; l’esecutivo presso il re; il giudiziario presso i magistrati; fu abolito il feudalesimo e liberate le popolazioni dal mero e misto impero dei baroni. Ogni siciliano divenne pertanto un cittadino solo soggetto alla legge dello Stato, e se in possesso del reddito fissato dalla legge elettorale era insieme elettore ed eleggibile a deputato della Camera dei Comuni. Nella legge elettorale non mancarono alcune norme di valore attuale. Non era eleggibile a deputato chi fosse imputato di un reato penale; perdeva la carica di deputato con aggiunta la multa di 200 once chi durante la campagna elettorale avesse offerto agli elettori denaro, pranzi e feste e quant’altro del genere; non poteva sedere alla Camera dei Comuni o nella Camera dei Pari chiunque fosse debitore verso lo Stato. Fu sancita inoltre la libertà di stampa e di parola, determinati la libertà, i diritti e i doveri del cittadino e disposto l’obbligo che i docenti nelle università e gli insegnanti nelle scuole statali leggessero la Costituzione; e che uguale obbligo avessero i parroci riguardo ai loro parrocchiani. Per quella costituzione, ossia per quella libertà di fatto poi soppressa nel 1816 dal Borbone, i siciliani, per riaverla, fecero la rivoluzione del 1820 e del 1837: nel 1848 la aggiornarono e proposero la confederazione tra stato siciliano e gli altri Stati italiani. Se fossero riusciti nel loro intento, la rinascenza italiana sarebbe stata plurima e forse anche federalista. Il Risorgimento fu anche questo, oltre che la funzione decisiva del Piemonte con la riforma costituzionale del 1848. Ma il fallimento nel 1848 fu generale, e da quel fallimento nacque fra i patrioti siciliani l’idea della partecipazione alla creazione di una grande nazione italiana e come furono i primi a insorgere nel 1848, sempre memori della libertà conquistata nel 1812, non aspettarono di essere i secondi a insorgere nel 1860. relazione del consiglio straordinario di stato del 1860 Questa è una pagina della storia intesa in senso regionalista. Un consesso qualificato di siciliani discute a Palermo della nuova forma da dare allo Stato italiano.

Un’idea così netta e precisa veniva concepita da un organismo ufficiale siciliano, un Consiglio Straordinario di Stato, appositamente istituito a Palermo dal prodittatore Antonio Mordini, dopo che Garibaldi si era incontrato a Teano col re Vittorio Emanuele. Compito del Consiglio era quello «di studiare ed esporre al Governo quali sarebbero, nella costituzione della gran famiglia italiana, gli ordini e le istituzioni su cui convenga portare attenzione, perché rimangano conciliati i bisogni peculiari della Sicilia con quelli generali della unità e prosperità della Nazione Italiana». A comporlo pertanto erano stati prescelti 37 siciliani, «uomini fra i più capaci del paese e al paese più noti per il loro affetto verso la patria comune e verso il loro luogo natale», non tutti della medesima opinione ma molti di notoria quanto antica ispirazione federalista o autonomista alla siciliana, in quanto eredi della ispirazione federalista della rivoluzione siciliana del 1848. Spiccavano fra gli altri Michele Amari, Stanislao Cannizzaro, Isidoro La Lumia, Gaetano La Log- 34 gia ed Enrico Fardella di Torrearsa. Presidente era stato designato il canonico Gregorio Ugdulena e vice presidenti Emerico Amari e Mariano Stabile. Il federalismo o autonomismo alla siciliana, in Sicilia aveva profonde radici e naturalmente muoveva dal principio che l’unificazione nazionale non pregiudicasse l’identità peculiare dell’isola. L’ispirazione della rivoluzione siciliana del 1848 aveva avuto questo fine. Ma allora la Sicilia era Stato e propugnava una sua federazione con gli altri Stati italiani. Nel 1860 dal separatismo federalista i siciliani erano passati alla condivisione dell’unione nazionale sotto la monarchia costituzionale di re Vittorio Emanuele II, e quindi alla rivendicazione di uno Stato siciliano federato con altri Stati italiani avevano sostituito la richiesta di una confederazione di grandi regioni dotate di ampia autonomia. Su quella richiesta fra i siciliani non si aveva accordo generale. Sia da sinistra che da destra vi erano di quelli che volevano l’annessione incondizionata. Nondimeno a prevalere sia fra i liberali che fra i democratici erano gli autonomisti. I liberali volevano, però, il preventivo consenso del conte di Cavour e quella loro aspettativa era andata delusa. A Filippo Cordova mandato a Torino come loro ambasciatore Cavour aveva chiesto: «Non crede ella che, ammesso un parlamento separato in Sicilia, i risultati sarebbero distruttivi della presente italianità dell’isola? Non crede che esso comincerebbe un ricorso verso il 1812?». E al conte Emerico Amari che insisteva sulla pregiudiziale autonomista lo stesso Cavour aveva seccamente replicato: «Se l’idea italiana non ha alcuna influenza in Sicilia, se l’idea di costruire una grande e forte nazione non è ivi apprezzata, i siciliani faranno bene ad accettare le concessioni del re di Napoli e di non unirsi a popoli che non avrebbero per loro né simpatia né stima». Dato quel dissenso i liberali siciliani rinunciarono all’autonomia e diedero tutto il loro sostegno all’esule messinese Giuseppe La Farina, presidente della Società Nazionale, inviato da Cavour in Sicilia per promuovere l’immediata annessione della Sicilia, donde la sua espulsione decisa da Garibaldi che della annessione non aveva il medesimo concetto di Cavour.

Non rinunciarono invece i democratici, i quali insistettero con Garibaldi che facesse propria la loro aspirazione ad aver subito l’autonomia. Ma quella richiesta non fu accolta da Garibaldi. Con suo decreto del 23 giugno rinviò ogni decisione a un Parlamento siciliano incaricato di deliberare i tempi e i modi da concordare col governo di Torino dell’unione della Sicilia all’Italia e per la sua elezione dispose la preparazione della legge elettorale. A proporre quella soluzione era stato Francesco Crispi, allora segretario di Stato di Garibaldi, e da quel momento la Sicilia divenne matrice dell’interesse politico nazionale. Cattaneo e i federalisti scorsero nell’assemblea parlamentare siciliana un avviamento concreto dell’organizzazione costituzionale italiana su basi federaliste o quanto meno di largo decentramento politico-amministrativo regionale. All’assemblea siciliana avrebbe potuto far seguito un’assemblea da eleggere anche a Napoli per concordare col governo di Torino i modi di unione del Sud al Regno d’Italia. Immediatamente, sia Cattaneo che Mazzini andarono a trovare Garibaldi per chiedergli un provvedimento analogo a quello adottato in Sicilia, un’assemblea eletta a suffragio universale incaricata di deliberare i tempi e i modi dell’unione del Sud all’Italia e la forma costituzionale da dare al Regno d’Italia. L’accettazione che l’unità nazionale si realizzasse sotto la monarchia dei Savoia era ormai irrevocabile e definitiva. In discussione era solo se lo Stato italiano dovesse assumere la centralizzazione alla francese o dovesse costituirsi su basi federaliste o autonomiste come rivendicato dai siciliani. Il loro incontro con Garibaldi non diede però il risultato sperato. Il comandante dei Mille era bensì il dittatore di Napoli e di Sicilia, ma era anche il cittadino suddito di re Vittorio Emanuele cui doveva fedeltà e obbedienza. E re Vittorio Emanuele alla testa del suo esercito da Torino era sceso a Napoli col preciso scopo, concordato con Cavour, di porre termine alla impresa rivoluzionaria garibaldina.

E in quel 36 senso ogni cosa venne decisa nell’incontro avvenuto a Teano. Garibaldi accettò d’essere deposto da dittatore delle Sicilie, non ottenne nemmeno che come luogotenente del re restasse ancora per un anno fra le popolazioni che aveva liberate dal dominio borbonico. Non fu più in condizione di decidere niente. Mazzini e Cattaneo lasciarono Napoli mentre Garibaldi si imbarcava su un piroscafo inglese che lo portava a Caprera. Nondimeno, anche senza Garibaldi, rimaneva sempre aperta la questione della forma costituzionale da dare allo Stato italiano. Ma anche in tal senso il conte di Cavour provvide efficacemente.

Francesco Renda


(Tratto da libro “La Sicilia e l’Unità d’Italia. La Costituzione del 1812, la Relazione del Consiglio Straordinario di Stato del 1860 e lo Statuto del 1946. A cura di Gaetano Gullo. Introduzione di Francesco Renda. Rubbettino Editore)

http://www.siciliainformazioni.com/g...-siciliani.htm