A nord di Spoleto, alimentato da acque sorgive che scaturiscono da un lembo di terra ai piedi del monte Campello, scorre il fiume Clitumno. Ma non è solo uno spicchio di natura, se pure oggi risparmiato dalla volgare violenza della modernità. In realtà, si tratta di natura sacra. Anzi, il fiume stesso è un dio. È il caso tipico del genius loci, quando, cioè, in taluni luoghi naturali – un bosco, una fonte, un fiume, una grotta – il paganesimo credeva celarsi le energie misteriose della natura, geni e anime cosmiche che tutelano speciali rifugi del sacro.

Entità mistiche, spazi divini. Il fiume Clitumno fu oggetto di devozione forse per gli Etruschi, certamente per gli Umbri, una delle più fiere e compatte stirpi italiche. Il suo nome, da taluni creduto etrusco, viene considerato di origine umbra e alla fine sorto dalla corruzione di inclytus amnis, cioè “fiume insigne”. Esso rivela assonanze precise con altri toponimi della zona, come il famoso Ipogeo dei Volumni, non lontano da Perugia. In seguito, i Romani fecero del rivo un’emanazione del loro dio sovrano. E fu Giove Clitumno, Clitumnus Umbriae, ubi Juppiter eodem nomine est, come recita un’antica epigrafe: «Il dio Clitumno dell’Umbria, che è chiamato anche Giove».

Un arcaico dio umbro latinizzato, dunque, e da Roma assunto nel pantheon minore dei numi locali. Le acque, in antico spesso oggetto di divinizzazione, richiamano il simbolo della purezza, della virginea trasparenza. Esse sono la limpida sostanza da cui traluce l’ulteriore, il mondo delle vite invisibili. Come uno specchio, le acque nascondono mondi di arcana e inesplorata profondità metafisica. E le Fonti del Clitumno, in prossimità del borgo di Pissignano (piscina Jani, la polla di Giano), proprio accosto alla via Flaminia che corre verso Foligno, formano un laghetto di straordinaria suggestione. Qui, in questo recinto di muta bellezza, sopravvive certamente un dio ancestrale. Lo si sente con chiarezza. Chiunque abbia ancora vivo il senso religioso del nume avverte che non si è in un posto normale, ma in un concentrato tellurico di occulte energie. Tra salici piangenti, ombrose sinuosità, ponticelli e verdi isolette, in un’atmosfera di calma sospesa, davvero si percepisce la sostanza della fede pagana nella divinità della natura. Quel perduto rispetto che gli antichi avevano per la solennità di speciali posti, raccolti in magico silenzio. Le vene sorgive che danno vita a numerosi ruscelletti compiono il loro capolavoro nella meraviglia naturalistica delle Fonti: qui il Clitumno crea una fantastica oasi lacustre, circondata da filari di pioppi, da frassini, gelsi, cipressi. Una ricca vegetazione acquatica e la presenza del cigno nobilitano questo quadro d’altri tempi.

Ben conosciuto dai Romani, questo luogo di magica evocazione vide il sorgere, a poca distanza dalle Fonti, di un tempietto dedicato al dio Clitumno, ancora oggi visibile. Era la consacrazione. E i poeti latini non tardarono a cantare tanta armonia, tanta dolce e riparata suggestione. A cominciare da Virgilio che celebrò queste acque e i pascoli del luogo che davano nutrimento ai buoi da condurre al sacrificio. Properzio ribadì la leggenda, confermata dal naturalista Plinio, che le acque del Clitumno conferissero ulteriore candore al bianco mantello dei buoi che ad esse si abbeveravano. Molte voci cantarono la magia del luogo: da Stazio a Giovenale, fino a Claudiano che ne sancì la portata di lavacro atto a purificare la vittoria e i trionfi: «Le onde del Clitumno, sacre ai vincitori, che ai trionfi romani offrono candidi armenti». È Svetonio, inoltre, a raccontarci di come l’imperatore Caligola in persona consultasse l’oracolo del dio Clitumno, riportandone il verdetto di guardarsi dai nemici e di rinsaldare l’alleanza con il popolo germanico dei Batavi, a garanzia dei confini dell’Impero.

Questo umile luogo era pertanto per i Romani uno spazio di grande fascino, ma anche di occulta potenza ultraterrena, legata ad annunci di vittoria. Il nume era ritenuto divinità profetica, il dio Clitumno aveva fama di infallibile oracolo, le Feste Clitumnali si celebravano il primo di maggio presso il tempio delle Fonti, iscrizioni romane provano la rinomanza del dio e attorno alla polla sorsero tempietti e si alzarono simulacri rivestiti di toga pretesta bianca orlata di rosso, alla maniera etrusca. Ancora oggi, al Museo di Spoleto esiste un manufatto in argilla, risalente al VII secolo a.C., ritenuto esemplare arcaico di uno degli idoli che recavano l’effigie del dio Clitumno, una piccola testa dalla bocca dischiusa, in attitudine oracolare, che serviva a scopi rituali.

Scosso da vari terremoti nel corso dei secoli, il luogo non perse il suo potere incantatore. E fu anche visto come una di quelle rare plaghe in cui il mondo pagano legato alla natura si era ritirato dopo l’avvento del Cristianesimo. Lord Byron, nel corso del suo “grand tour” italiano, non mancò di soffermarvisi, cogliendone appieno il valore di intoccato misticismo. Nel suo Pellegrinaggio del giovane Aroldo celebrò la manifestazione del Genio della Natura, ancora ben visibile ai suoi occhi: «Ma tu, o Clitumno! Dalla tua dolcissima onda del più lucente cristallo che mai abbia offerto rifugio a ninfa fluviale…». Poeta pagano, Byron invitò ogni viandante a non oltrepassare, senza benedirlo, il Genio del Luogo. E uguale incantesimo riconobbe il Carducci quando, nel 1876, passò di qui in carrozza, e subito volle fermarsi, vedere, farsi spiegare. Quel geniale vate dell’Italia unita, nella quale vedeva l’erede naturale di Roma, non poteva non dire la sua parola su un tale vivente spaccato di arcaica paganità. E ne fece uno scrigno delle glorie delle nostre stirpi: «Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte nume Clitumno! Sento in cuor l’antica patria e aleggiarmi su l’accesa fronte gl’itali iddii». Cantando il Clitumno come “testimone di tre imperi” e della lotta di Italici, Etruschi e Romani, il Carducci immaginò che, proprio partendo da un luogo simile, carico di fato, l’epica storia del nostro popolo sarebbe giunta sino ai «segni fieri di Roma». Roma nata dal cuore ancestrale della civiltà italica. Sarà stato anche massone, ma il Carducci colse con grandezza di poeta il fulcro di una vicenda che storici e antropologi sanciscono con la loro “scienza”. La nostra civiltà è sgorgata come limpida fonte dalle pieghe più intime della nostra terra e delle nostre genti più antiche. E il Clitumno, “nume indigete” e simbolo di autoctonìa, con le sue acque tranquille e sognanti, è in realtà un dio della terra che custodisce la nostra identità.

L’oracolo oggi è muto, ma noi vogliamo pensare alle Fonti del Clitumno come a ciò che furono in origine: un simbolo di purezza. Sarà certo l’ultimo, tra i luoghi che ancora proteggono la nostra identità, così antica, così sacra, ad essere contaminato dall’aggressione mondialista.


Luca Leonello Rimbotti

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