è da parecchio che rifletto su una questione abbastanza controversa; come dovrebbe porsi un liberale nei confronti della rivoluzione francese? A scuola ci insegnano che è stata la causa dell'affermarsi dei principi liberali in contrapposizione all'assolutismo monarchico. Personalmente trovo che non ci fosse nulla di liberale, anzi: può essere vista come la vittoria dell'ideologia, l'idolatria della ragione che porta poi alla pianificazione economica ed agli stati totalitari. Certo, è stato un fenomeno di enorme portata e di enorme complessità, qualsiasi generalizzazione è per forza di cose parziale e un po' cretina.
Però mi vengono in mente due cose. Prima di tutto, l'esempio dell'unico paese in europa dove esista una vera cultura liberale: l'inghilterra. Hanno sempre opposto un netto rifiuto alla rivoluzione francese, e sono sempre stati pressoché immuni a qualsiasi deriva ideologica(fascismo e comunismo non hanno mai minimamente attechito); e soprattutto sono riusciti a costruire una società liberale in maniera graduale, conciliandola con delle istituzioni medievali(per esempio, la proprietà terriera)che sono, almeno nella forma, sopravvissute, senza fare bagni di sangue o cambiare nome ai mesi.
La seconda cosa, che riassume un po' tutto il discorso, è una frase pronunciata dal vandeano Charette, sulla differenza tra la "patria" dei rivoluzionari e quella dei vandeani:
"Loro ce l’hanno nel cervello; noi la sentiamo sotto i nostri piedi, è più solida"
Sono curioso di sentire cosa ne pensate.




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