ITALIA - politica
Alleanze spurie
regna la foto di Vasto
Per sette milioni e 200mila italiani urne aperte oggi dalle 8 alle 22 e domani dalle 7 alle 15, per eleggere i sindaci e rinnovare i consigli comunali di 943 municipi di 17 regioni. Si tratta del primo round di elezioni amministrative scadenzate anche nelle prossime settimane, visto che, in aggiunta agli eventuali ballottaggi, nel Trentino Alto Adige si voterà (nel solo comune di Cavedago) il 20 maggio, in Valle d'Aosta il 27 maggio in tre municipi, e in Sardegna il 10 e 11 giugno in altri 65 comuni. In totale sono dunque circa 9 milioni gli aventi diritto al voto nelle 1012 amministrazioni cittadine interessate dalle elezioni 2012. Fra queste Palermo e Genova, le uniche città coinvolte nella tornata elettorale a superare il mezzo milione di abitanti, e poi altri 26 comuni capoluoghi di provincia: Alessandria, Asti, Cuneo, Como, Monza, Belluno, Verona, Genova, La Spezia, Parma, Piacenza, Lucca, Pistoia, Frosinone, Rieti, L'Aquila, Isernia, Brindisi, Lecce, Taranto, Trani, Catanzaro, Trapani, Agrigento, Gorizia e, a giugno, Oristano e Lanusei, che con i suoi seimila abitanti è il più piccolo capoluogo di provincia della penisola. Superano invece i 100mila abitanti, oltre a Palermo e Genova, anche le città di Verona, Taranto, Parma, Monza e Piacenza. La regione con più comuni al voto è la Sicilia con 149 comuni interessati, a seguire la Lombardia con 126, la Campania con 90, il Veneto con 86, la Calabria con 82, la Puglia con 63 e l'Abruzzo con 53 comuni.
Se i riflettori sono per forza di cose puntati sulle città più popolose per capire chi saranno i nuovi primi cittadini, ci sono anche molti altri motivi di interesse nelle prime elezioni che si svolgono sotto il governo Monti, sostenuto in parlamento da tre formazioni politiche - Pdl, Pd e Udc-Terzo Polo - che in queste amministrative sono avversarie fra loro. Anche se in alcuni casi si presentano alleati il Pd e l'Udc, anche insieme a Idv e Sel come succede a La Spezia e Carrara. Viceversa a Verona l'Udc è alleata del Pdl, per contrastare il popolare sindaco leghista uscente Flavio Tosi. Altra importante variabile elettorale è proprio quella rappresentata dalla Lega Nord, che corre ovunque in solitaria tranne che a Gorizia, dove addirittura torna in vita la Casa delle Libertà. Ma nel complesso saranno tutti da analizzare i risultati elettorali negli oltre 200 municipi lombardi e veneti, dove per la prima volta da anni si è consumata una rottura generalizzata fra leghisti e berlusconiani, con uno scontro all'ultimo voto che potrebbe non avere vincitori ma solo vinti.
Quanto al Pd, in larga misura punta sulla "foto di Vasto", alleandosi in 16 comuni capoluogo all'Idv di Antonio Di Pietro e alla Sel di Nichi Vendola. Un'alleanza allargata in alcuni casi anche alla Federazione della sinistra, così come accade a Genova, Pistoia, Lucca e Piacenza, nel solco di un centrosinistra "classico" che nel capoluogo ligure, anche grazie alla popolarità del candidato sindaco Marco Doria, potrebbe ottenere un'affermazione anche simbolicamente molto importante. Tutt'altra musica a Palermo, dove il confronto è tripolare con Pd e Sel a sostegno di Fabrizio Ferrandelli, mentre Idv e Fds con i Verdi appoggiano Leoluca Orlando, e Pdl con l'Udc puntano su Massimo Costa, in quello che appare il confronto elettorale più incerto dell'intera tornata amministrativa, per giunta in una regione cardine per l'intero sistema politico italiano.
Oltre a quelle già evidenziate, sul panorama elettorale incombono altre variabili. A partire dal tasso di astensione alle urne, nell'anno quarto di una crisi di cui non si vede alcuna uscita, di fronte alla quale anche l'iniziale sostegno al governo Monti ha lasciato il passo ad una profonda disillusione. Ma le reazioni dell'elettorato all'attuale stato di cose potrebbero portare anche al successo del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, temuto da tutte le formazioni politiche classiche e dallo stesso governo. Oppure delle numerose liste di cittadinanza «Bene Comune» che si stanno affacciando, in solitaria o alleate con il Prc come avviene a Parma, in quella che per ora è la loro dimensione ottimale, cioè all'interno dei confini municipali. Ma che in futuro potrebbero legarsi fra loro in una rete nazionale, come auspicano alcuni fra i promotori del «soggetto politico nuovo» Alba, nonostante l'oggettiva complessità, e difficoltà, di una impresa del genere.
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FRANCIA - mondo
Hollande è il favorito
ma conterà fino all'ultimo voto
Su Hollande pesa un enrome fardello, in Francia e in Europa: non fallire. La sua promessa di non firmare il Fiscal Pack, che all'inizio sembrava un azzardo, si è rivelata vincente.
Conterà fino all'ultimo voto, stasera, per conoscere il nome del prossimo presidente della Repubblica francese. Il socialista Hollande è dato vincente, ma la distanza con Sarkozy si accorcia. Se vincerà, sulle sue fragili spalle peserà una grande responsabilità: il voto è francese, ma le conseguenze saranno europee.
Gli ultimi sondaggi vanno da 4 punti di differenza, 52 a 48, a scarti molto inferiori di cui si compiace la destra, Sarkozy tra il 49 e il 50,5%, Hollande tra il 49,5 e il 51%. Il presidente uscente continua a credere di potercela fare e dichiara che ci sarà «una sorpresa«. Il candidato socialista non ha smesso, fino all'ultimo, di mettere in guardia contro «l'errore fatale che i giochi sarebbero già fatti» e si appella a una vittoria «che non sia striminzita». Sulla carta, Sarkozy corre da solo: nessuno dei candidati sconfitti al primo turno si è schierato al suo fianco. Mentre Hollande ha ricevuto il sostegno di cinque degli otto eliminati (Mélenchon, Joly, Poutou, Artaud e, in ultimo, Bayrou).
L'Europa attende i risultati di stasera con il fiato sospeso. Hollande ha affermato che la Francia non ratificherà il Fiscal Pack (sottoscritto da 25 paesi su 27, ma per ora ratificato solo da Portogallo, Grecia e Slovenia, l'Irlanda ha un referendum il 31 maggio), perché chiede un impegno per la crescita.
Solo un mese fa questa promessa era stata considerata un azzardo, per non dire una follia. Oggi, la situazione è cambiata: persino Mario Draghi, alla testa della Bce, afferma che bisogna fare un «passo indietro» rispetto alla sola austerità. La Spagna soffoca e i conti peggiorano malgrado la stretta, che si è trasformata in handicap. La Grecia dirà oggi se intravede uno spiraglio per uscire dal caos. L'austerità ha travolto perfino il governo olandese. E in Germania la rigidità di Angela Merkel è sfidata da una crescita al rallentatore (intorno allo zero nei primi tre mesi di quest'anno) e da scioperi per i salari che hanno interessato 270mila lavoratori nell'ultima settimana. Anche se l'idea di «rilancio» non è identica a Roma e a Parigi, Hollande ha conquistato un insperato margine di manovra per cercare di cambiare le cose in Europa.
Sul candidato socialista pesa un'enorme responsabilità: non deve fallire. In Europa e in Francia. Di fronte a un tasso di disoccupazione che nella Ue ha superato il 10% e tocca percentuali storiche tra i giovani, l'Europa in questi giorni sta mettendo in gioco se stessa . In Francia, come ha riassunto un elettore di Mélenchon al primo turno, che senza grandi entusiasmi si appresta a votare Hollande: «Non bisogna che i socialisti si sbaglino, se no, tra cinque anni, avremo il fascismo in questo paese».
Chiunque vinca oggi, Hollande o Sarkozy, avrà comunque di fronte un paese che mostra un nuovo volto dopo la campagna delle presidenziali. A sinistra, certo, il partito socialista ha confermato la sua egemonia ma il panorama si è modificato. I Verdi hanno confermato che le presidenziali non sono uno scrutinio a loro favorevole, per la troppa personalizzazione e l'assenza di centralità dei temi universali difesi da questa formazione. Alla sinistra della sinistra, il Front de Gauche, anche grazie a un abile tribuno come Mélenchon, c'è stata un'unificazione di diverse tendenze. Lo spettro del 2002, con una serie di candidati a sinistra che aveva lastricato il terreno della discesa agli inferi di Jospin, neppure arrivato al ballottaggio, è stato sconfitto.
Il Pcf ha accettato la rinuncia più grande - non presentare un proprio candidato. La scelta si è rivelata positiva. Parte dell'Npa si è schierato con Mélenchon e anche il candidato Poutou ha invitato a votare Hollande al ballottaggio. La sinistra non è maggioritaria nell'elettorato, è intorno al 44%, ma grazie a un buon grado di unità e alla disciplina di voto ha in mano la vittoria, senza per questo aver dovuto cancellare le differenze al suo interno. La sinistra ha già conquistato il Senato in autunno, per la prima volta nella V Repubblica.
Il panorama è soprattutto cambiato a destra. Sarkozy ha scelto il suo campo: nella campagna tra i due turni ha adottato linguaggio e posizioni del Fronte nazionale. Immigrazione, sicurezza, ordine, frontiere (quindi sfida all'Europa), nostalgia per un passato che non tornerà più, strategia della tensione continua, paura dell'altro, divisione della popolazione tra i «buoni» franco-francesi che si alzano presto al mattino, che lavorano e non chiedono niente e i «cattivi» che vivono di assistenza a spese dello stato, che invadono il paese solo per ottenere delle prebende, che sfilano sotto le bandiere «di Stalin». Il tutto sotto l'occhio benevolo dei media traditori e «gauchisti».
La violenza verbale (e persino fisica in alcuni meeting, soprattutto contro i giornalisti) ha già spaccato la destra. Bayrou ha dichiarato che voterà Hollande. Il centro del MoDem scommette sulla decomposizione dell'Ump, dove c'è mugugno contro la svolta a destra di Sarkozy, e sulla prossima ricomposizione, dove un centro-destra moderato, fedele ai valori gollisti e sociali, avrà il suo spazio. A scommettere sulla decomposizione dell'Ump è anche Marine Le Pen. Forte del quasi 18% di voti che ha ottenuto al primo turno, la leader del Fronte nazionale punta a recuperare i cocci di una destra senza bussola e a diventarne il polo forte per il prossimo futuro. Il 10 e 17 giugno ci sono le legislative, dove esploderà la guerra intestina nella destra, tra Ump e Fn. A Hollande, se vince, toccherà ridare speranza, rimettere assieme una società che la campagna elettorale ha confermato profondamente divisa, insicura sul posto della Francia nella mondializzazione.
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ELEZIONI - mondo
La Grecia al voto,
può diventare "il caso" ?
Un paese strozzato si appresta a scegliere i propri rappresentanti. La popolazione è divisa tra l'opposizione alle politiche di austerity e la paura di essere abbandonata al proprio destino.
I greci hanno guadagnato con quasi tre anni di dure lotte, scioperi, occupazioni, una massiccia disobbedienza civile e decine di morti e suicidi il diritto al voto.
Le elezioni di oggi sono la grande conquista di chi ha sfidato nei luoghi di lavoro, nelle piazze e nelle strade un sistema corrotto.
Un sistema corrotto dal bipartitismo di Pasok e Nuova Democrazia, dalle istituzioni politiche e finanziarie dell'Europa e non solo, dagli strozzini e dagli speculatori di tutto il mondo.
Il risultato delle elezioni è incerto visto il crollo dei due partiti storici principali e la frammentazione delle opposizioni. Comunque vada, i partiti di sinistra hanno chiamato la gente a un nuovo ciclo di dure lotte contro i tentativo della troika di applicare nuovi tagli di 11,5 miliardi a giugno.
L'Europa neoliberale spera in un governo di coalizione tra Nuova Democrazia e Pasok se necessario con l'appoggio di qualche altro piccolo partito conservatore. Fino a quando il «tecnico» Papadimos governa ad Atene c'è anche la possibilità di nuove elezioni a giugno. Bruxelles e Berlino non hanno paura delle elezioni con i risultati compiacenti.
La Grecia di oggi può essere «il caso»? I pensionati hanno avuto il loro «regalo» elettorale pochi giorni fa, quando hanno avuto un nuovo taglio nelle loro pensioni, ma ne promettono ancora un altro a giugno. I già magri stipendi pubblici e privati sono in caduta libera, la disoccupazione batte perfino i livelli record della Spagna e i contratti collettivi e le garanzie sul lavoro si cancellano da chi ha regalato fino all'ultimo momento decine di miliardi alle banche e cerca oggi di spaventare la gente con l'incubo dell'ingovernabilità e della frammentazione degli elettori verso i partiti minori.
La stragrande maggioranza dei greci è nettamente contraria alle politiche dei governi di Papandeou e di Papadimos. Il Pasok crolla e la Nuova Democrazia perde pezzi dalla destra populista dei «Greci Indipendenti» di Kammenos fino alla sinistra o ancora peggio l'estrema destra. Il Laos di Karatzaferis rischia di scomparire di fronte ai neonazi di «Xrisi Avghi». Per molti greci sarà una vera vergogna vedere i neofascisti in parlamento.
La sinistra rischia di diventare il grande vincitore delle elezioni e il perdente della sfida politica. I suoi partiti avranno percentuali mai viste.
A cuor leggero in molti scommettono che Syriza sarà il secondo partito, che il Kke e la Sinistra Democratica potranno anche superare il 10% ognuno per conto loro e che i Verdi entreranno nel parlamento superando la soglia del 3%. La sinistra che vuole governare, cioè Syriza e Sinistra Democratica, non dubitano della Grecia come parte integrante dell'UE e dell'eurozona. Sinistra Democratica preferisce però un governo con il Pasok e altre forze progressiste.
Il problema vero rimane il Memorandum, con il quale il Pasok è legato a morte. I Verdi sono aperti a governi programmatici a sinistra, mentre ai continui inviti di Syriza per un'alleanza con il Kke e le sinistre Papariga ha fatto emergere le sue vere paure: se Syriza e Kke formano un governo chi sarà in opposizione? Meglio lo stalinismo di opposizione che governare un paese in ginocchio.
Nelle ultime settimane in Grecia molta gente spera in un cambiamento e nella vittoria di Hollande in Francia per costringere la Germania a cambiare politica.
Il nocciolo duro dell'Europa neoliberale non demorde e sembra pronto a seguire la sua politica devastante. Quasi in coincidenza con la chiusura della campagna elettorale greca, il ministro delle Finanze tedesco Schaeuble ha lanciato il suo ammonimento per ricattare con la paura il voto dei greci. In un discorso a Colonia, Schaeuble ha avvertito che la Grecia «dovrà subire le conseguenze», se il governo che uscirà dopo le elezioni di domenica non onorerà gli impegni dei Memorandum verso l'Europa, il Fmi e i creditori: «La partecipazione all'Ue è volontaria», ha aggiunto Schaeuble, sottolineando che i risultati elettorali in Grecia e in Francia non avranno nessuna influenza sostanziale sulla politica economica della Germania.
Il voto sarà sufficiente alla Nuova Democrazia e Pasok per applicare i nuovi tagli e fare la revisione costituzionale che vuole il secondo memorandum? Le sinistre potranno dimostrare che sono capaci e mature di affrontare le esigenze reali della gente? Saranno gli speculatori finanziari a offrire il primo vero test del dopo voto greco, visto che il paese dovrà emettere obbligazioni per 1 miliardo di euro già martedì mattina.
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GERMANIA - mondo
Angela Merkel e l'Ue
guardano a Kiel
Oggi le amministrative nel piccolo Land dello Schleswig Holstein. Nei sondaggi Cdu e Spd appaiati. Ma si profila una coalizione tra socialdemocratici, Verdi (12,5%) e la minoranza danese
Lo Schleswig-Holstein è tra i più piccoli dei Laender tedeschi (2,8 milioni di abitanti), ma le amministrative di oggi hanno un significato particolare. È infatti il secondo di tre appuntamenti elettorali decisivi per la cancelliera Angela Merkel, e la contemporaneità con il voto di Parigi e Atene mette il capoluogo Kiel sotto gli occhi di tutta l'Unione europea interessata a sapere che fine farà la pesante «austerità» di Angela Merkel.
La Cdu, il partito della cancelliera, con il candidato Jost de Jager, 47 anni, vede un testa a testa, nei sondaggi - al 31% - con i socialdemocratici di Torsten Albig, 48, ex sindaco del capoluogo e figura molto popolare. La Cdu, che ha governato finora in una coalizione giallo-nera (con i Liberali) potrebbe restare in una grande coalizione con la Spd, in cui il partito maggiormente votato esprimerebbe il capo del governo. Ma l'attuale leader socialdemocratico nel Land, Torsten Albig, spera di potere evitare questa soluzione e scegliere invece una coalizione tripartita con Verdi, dati al 12,5%, e il movimento «Suedschleswigschem Waehlerverband» che rappresenta la minoranza linguistica danese. Decisiva sarà anche la partita dei Liberali, usciti da quasi tutti i parlamenti regionali e dati a lungo nei sondaggi nazionali - si sono lievemente ripresi solo nelle ultime settimane - ben al di sotto della soglia del 5%. Nello Schleswig-Holstein però le cose potrebbero andare molto meglio: guidati da Wolfgang Kubicki, leader ben più ascoltato di Philipp Roesler, il vicecancelliere che attualmente conduce il partito raggiungendo consensi personali ristrettissimi, potrebbero ottenere il 7% dei voti. Anche i Pirati entreranno in Parlamento, il terzo caso da settembre scorso, con un 9% - anche se cominciano a sgonfiarsi le stime nei sondaggi che riguardano i Pirati nel posizionamento a livello nazionale.
Resterebbe fuori invece la Linke, data al 2,5%. Ancora sui Pirati. saranno comunque protagonisti e diventeranno probabilmente l'ago della bilancia per la formazione del prossimo governo dello Schleswig-Holstein, ma tanto la Cdu - che anche da dichiarazioni della stessa Angela Merkel «guarda con attenzione a questo fenomeno politico - quanto la Spd hanno finora escluso l'ipotesi di formare un esecutivo con il movimento, con la motivazione che i Pirati non hanno un programma definito e consolidato.
Molto più rilevanti dovrebbero essere i risultati delle prossime amministrative tedesche del 13 maggio, in Nordreno-Vestfalia. Dal recente sondaggio Forsa, qui Spd e Verdi assieme raggiungerebbero il 47%, e un consenso analogo andrebbe a Cdu, Fdp e Pirati. La sfida fra il ministro Norbert Ruttgen, candidato del partito della cancelliera, e la socialdemocratica Hannelore Kraft, è però tutta a favore di quest'ultima.
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ELEZIONI - mondo
L'ombra nazionalista
sulla Serbia umiliata
Oggi si vota per le presidenziali, le politiche e le amministrative. Nel paese più importante dei Balcani, pesa la storia di macerie della "guerra umanitaria" guidata dalla Nato nel 1999.
È facile presentare le elezioni, presidenziali, politiche e amministrative di oggi in Serbia come lo scontro tra reazione ipernazionalista e vessilli europei al vento, come un dilemma tra vecchie icone ortodosse tarlate e nuove vetture Fiat di Kragujevac. Il fatto è che nel paese più importante dei Balcani, umiliato quanto a diritti internazionali, è difficile che passi la storia di macerie della guerra «umanitaria» della Nato del 1999 che ha partorito l'indipendenza del Kosovo, l'ennesima nei Balcani. Che divide la comunità internazionale e priva la Serbia del 15% di territorio «fondativo», dice la nuova Costituzione.
La crisi economica, l'Europa e il Kosovo sono stati i temi della campagna elettorale su cui sono stati chiamati a pronunciarsi più di 7 milioni di votanti (su dieci milioni di abitanti) da tutti i partiti in lizza, dal centro alla destra - qui la sinistra non esiste - così come dai due principali candidati presidenziali, Boris Tadic presidente dimissionario ora ricandidato e leader del Partito democratico (Ds), e Tomislav Nikolic guida del Partito del progresso serbo (Sns, conservatore). Per elezioni che nell'arco di un mese hanno cambiato segno. Fino ai primi giorni di aprile erano ancora legislative e amministrative. All'improvviso, anche di fronte ai sondaggi che davano sconfitto il Partito democratico, Tadic ha deciso di scendere in campo direttamente accorpando forzatamente all'ultimo momento le presidenziali previste per il febbraio 2013. Sventalovano soprattutto le bandiere europee al suo comizio di chiusura mercoledì scorso a Belgrado. Perché l'obiettivo della presidenza Tadic, del governo Cvetkovic e del Partito democratico è sempre stato l'adesione all'Unione europea, quasi ad ogni costo, per uscire dal pantano nazionalista e dalla sconfitta consumata nell'era Milosevic. Quasi ad ogni costo però, perché Boris Tadic, di fronte alla proclamazione unilaterale d'indipendenza di Pristina nel febbraio del 2008 ha risposto inserendo nella nuova Costituzione serba l'articolo che «Il Kosovo è terra irrinunciabile per il popolo serbo», perché fondativa della storia, della cultura e della religione serba. Così la sua promessa è sempre stata: «L'Europa e il Kosovo». A sei anni dalla sua presidenza la Serbia non è ancora nell'Unione europea, ha ottenuto solo una modesta candidatura all'adesione, a fatica e contro ricatti durissimi in primo luogo della Germania - la stessa Angela Merkel ha minacciato che «senza riconoscimento del Kosovo niente adesione». Mentre il Kosovo resta indipendente, pure se il Consiglio di sicurezza Onu non riconosce il nuovo stato, se divide la stessa Ue (Grecia, Spagna, Romania, Slovacchia e Cipro nord non la riconoscono) ed è stata avallata solo da un parere solo consultivo della Corte dell'Aja con una sentenza giudicata da molti come un pericoloso precedente che apre il vaso di Pandora delle secessioni nel mondo.
Fatto paradossale, il Kosovo indipendente ha proibito il voto di oggi dei serbi delle enclave kosovare che non riconoscono l'autorità di Pristina, appoggiata in questo dall'Onu che si è dichiarato incapace a gestire i seggi e dal silenzio della missione Eulex. Una provocazione, se solo si tiene conto del fatto che la presenza internazionale della Kfor-Nato - allertata con l'invio di altri 700 militari per questo voto incandescente - e dell'Unmik-Onu è legittimata dalla Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell'Onu del 1999 che autorizzò l'ingresso della Nato ma garantendo la sovranità di Belgrado sulla regione. La vicenda si è sbloccata solo due settimane fa con la rinuncia del governo di Belgrado - e con uno smacco per Tadic - al voto amministrativo nei comuni a prevalenza serba (ma a Zvetcan e Zubin Potok, in Kosovo, voteranno lo stesso) ma mantenendo il voto politico e per le presidenziali, e con la disponibilità dell'Osce stavolta a proteggere il voto della minoranza serba. E peserà sul voto. Tantopiù che in campagna elettorale un sondaggio ha verificato la contrarietà, al 70%, dei serbi verso l'adesione alla Nato: perché, come per tutto l'Est Europa, il miraggio della democrazia Ue deve essere anticipato dalla disponibilità - in bilanci, uomini e armi - verso l'Alleanza atlantica.
Ma non solo di Kosovo e macerie vuole vivere la Serbia. Tadic e il Partito democratico promettono un «futuro europeo», la riconciliazione con tutti i popoli e «la difesa del Kosovo ma non per riattivare una nuova guerra agli albanesi», insistendo sulla prosecuzione delle riforme economiche (le privatizzazioni) e sull'attrazione di nuovi investimenti. E presentando come fiore all'occhiello il rilancio degli stabilimenti Fiat di Kragujevac, salvati dagli operai sotto i bombardamenti della Nato nel 1999 e ora ereditati dal profittevole Sergio Marchionne con larghe provvigioni dello stato serbo. L'ad di Lingotto il mese scorso nel lanciare la nuova 500L ha fatto il suo comizio elettorale a favore di Tadic. Fiore all'occhiello contestato, per la riduzione del paese a nuova terra di delocalizzazioni, senza diversificazioni produttive mentre crolla il mercato dell'auto. Con una disoccupazione ben oltre quella spagnola, una corruzione dilagante e una crescita spaventosa della povertà contro la quale il candidato conservatore Nikolic promette la «guerra», così come critica le privatizzazioni avviate dal Partito democratico «responsabili della perdita di tanti posti di lavoro». E sul Kosovo e l'Europa lo slogan di Nikolic, ex sodale nel Partito radicale dell'ultranazionalista di Vojslav Seselj ora imputato all'Aja, con cui ha rotto fondando la nuova formazione nazionalista del Partito del progresso, promette: «Nell'Unione europea solo con il Kosovo».
Boris Tadic l'ha detto chiaro, invitando tutti i serbi ad andare a votare: sarà impossibile gestire una presidenza democratica con un governo di altro segno. Ma i sondaggi lo contraddicono: per le politiche e le amministrative il Partito del progresso serbo è in vantaggio di qualche punto sul Partito democratico; per le presidenziali Tomislav Nikolic è dato in vantaggio, al 33,5% su Boris Tadic che è al 28,3%, ma al ballottaggio il presidente uscente e ricandidato è dato vincente. Bisognerà vedere come si schiereranno gli altri candidati, da Ivica Dacic del Partito socialista serbo (già di Milosevic) che è stato ministro degli interni nell'attuale coailizione di governo con il Prtito democratico e che è dato all'11,8%, Cedomir Jovanovic del Partito liberaldemocratico (l'unico favorevole all'indipendenza del Kosovo e grande interlocutore degli Stati uniti) accreditato al 6%; l'ex presidente Vojslav Kostunica, l'uomo che ha cacciato Milosevic, del Partito democratico serbo dato al 6%; e infine l'ultranazionalista Seselj dei Radicali serbi con il 5,5%. Il rischio è una nuova ingovernabilità. Proprio mentre l'Unione europea, in preda ad una «sindrome jugoslava» come ha scritto su LiMes Stefano Bianchini, si divide sui costi della crisi del capitalismo globale e diventa sempre meno appetibile in tutto l'Est europeo.
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