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    Cool Pansa: Giordana, ultimo film. Altro sfregio a Calabresi

    Pansa: Giordana, ultimo film.
    Altro sfregio a Calabresi



    Nessuna traccia dell'odio di Lotta Continua, Avanti e l'Unità che portò alla raccolta di firme sull'Espresso




    «Da due anni vivo sotto questa tempesta. Lei non può immaginare che cosa ho passato e che cosa sto passando. Se non fossi cristiano, se non credessi in Dio non saprei come resistere…».

    Parlava così il commissario Luigi Calabresi qualche settimana prima di essere ucciso.

    Come era successo altre volte, lo avevo incontrato nell’ufficio di Antonino Allegra, il capo della sezione politica della questura milanese.

    Eravamo all’inizio del 1972, lavoravo da inviato della Stampa a Milano.

    E dalla strage di piazza Fontana in poi, scrivevo di continuo su quella folle stagione di bombe, di morti, di linciaggi.

    Domandai a Calabresi se avesse paura.

    Lui rispose: «Paura no perché ho la coscienza tranquilla. Ma quel che mi fanno è terribile. Potrei farmi trasferire da Milano, però non voglio andarmene. Comunque non ho paura. Ogni mattina esco di casa e vado al lavoro sulla mia Cinquecento, senza pistola e senza la protezione di una scorta. Perché dovrei proteggermi? Sono un commissario di polizia e il mio compito è di proteggere gli altri, i cittadini».

    Il film di Giordana

    Ero convinto di non dover più scrivere su una storia vecchia di quarant’anni. Ma certe vicende non passano mai. Riemergono di continuo come fantasmi testardi che ti obbligano a guardarli in faccia di nuovo. Accade così per il mattatoio di piazza Fontana, che oggi ha ispirato un film di Mario Tullio Giordana, Romanzo di una strage, nelle sale dal 30 marzo.

    Il figlio del commissario, Mario Calabresi, direttore della Stampa, l’ha già visto.

    E ha osservato che nel film è sparita la campagna di linciaggio contro il padre. Fu un’aggressione schifosa, durata mesi e mesi. Un veleno cucinato e diffuso dalle teste d’uovo della sinistra italiana: il meglio del meglio della cultura, dell’accademia, del giornalismo, del cinema. Signore e signori che per anni ci hanno spacciato un mare di bugie.

    Forti di un’arroganza che quanti di loro sono ancora in vita seguitano a scagliarci addosso.


    Il caso Pinelli

    Il linciaggio si fondava su una convinzione senza prove: il commissario Calabresi era il torturatore e l’assassino di Giuseppe Pinelli.

    L’anarchico fermato la sera del 12 dicembre 1969 e morto tre sere dopo, cadendo da una finestra dell’ufficio politico della questura milanese. Il corpo di Pinelli non era ancora stato sepolto, quando su Calabresi cominciò a cadere una grandinata di falsità senza vergogna.

    Si disse che il commissario gli aveva inflitto un colpo mortale di karate, ma non c’era mai stato nessun colpo. Poi si sostenne Calabresi era un agente della Cia addestrato in America, ma lui non era mai andato negli Stati Uniti.

    Infine si raccontò che a Pinelli era stato iniettato il siero della verità, ma si trattava soltanto della flebo usata dai barellieri nella speranza di rianimare l’anarchico.

    Non era ancora niente rispetto alla tempesta che venne scatenata poco dopo.

    Oggi si parla spesso di macchine del fango a danno di politici o di big dell’economia.

    Ma sono scherzi goliardici rispetto a quella allestita contro Calabresi.

    Fu un congegno mostruoso, destinato a durare più di due anni. Per poi concludersi con l’assassinio.

    Al contrario di quel che si crede, il primo passo non venne compiuto dal giornale di Lotta continua.

    Bensì da due quotidiani della sinistra storica: l’Avanti! del Psi e l’Unità del Pci, affiancati dal settimanale comunista Vie Nuove.

    Poi entrò in scena un pezzo da novanta: l’Espresso con la sua firma più famosa, Camilla Cederna.

    Subito dopo si mossero i lottacontinua di Adriano Sofri e da quel momento la vita del commissario diventò un inferno.

    Calabresi querelò Lotta continua, ma ricevette una replica brutale.

    Sofri & C. spiegarono che a loro non importava nulla del verdetto di un tribunale.

    Il proletariato avrebbe emesso la propria sentenza, per poi eseguirla in piazza:

    “Sappiamo che l’eliminazione di un poliziotto non libererà gli sfruttati. Ma è questa, sicuramente, una tappa fondamentale dell’assalto dei proletari contro lo Stato assassino”.


    Nel frattempo, il commissario e la sua famiglia venivano inchiodati a una via crucis orrenda.

    Manifesti su tutti i muri di Milano e di molte città italiane gridavano: Calabresi wanted, ricercato, con l’indicazione della somma da saldare a chi l’avesse catturato. Promesse di morte urlate nei cortei: Calabresi sarai suicidato! Insulti carogna: il commissario Finestra, il commissario Cavalcioni. Vignette bestiali: Calabresi insegna alla figlia piccola come tagliare la testa alla bambola anarchica con una ghigliottina giocattolo.

    E poi una bufera di lettere anonime, spedite all’indirizzo di casa. Telefonate orrende. Centinaia di articoli per indicarlo al disprezzo e alla vendetta.


    Manifesti infamanti

    Calabresi era diventato l’ebreo di una truppa ideologica generata da un incrocio bastardo: il neocomunismo movimentista e una nevrosi persecutoria di impronta nazista.

    Nulla gli fu risparmiato.

    Quando lo promossero commissario capo, Milano venne tappezzata di nuovi manifesti che lo mostravano con le mani grondanti sangue.


    Lo slogan gridava: “Così lo Stato assassino premia i suoi sicari”.

    Ma il culmine dell’infamia fu toccato con la parata firmaiola che dilagò sulle pagine dell’Espresso per tre settimane, a partire dal 13 giugno 1971. Ben ottocento eccellenze di sinistra: filosofi, registi, scienziati, editori, storici, architetti, pittori, scrittori, politici, sindacalisti e un buon numero di giornalisti. Tutti in preda alla certezza che Calabresi fosse un torturatore e un omicida.

    Disgusto profondo

    Rileggere oggi quell’elenco mi provoca un disgusto profondo per chi l’ha sottoscritto. Mi ero ben guardato dal firmarlo, anche se le insistenze dei promotori mi pungolavano a farlo. Avevo scritto su piazza Fontana sin dal primo giorno. E in qualche modo rappresentavo la Stampa a Milano. Però mi ripugnava il ritratto che veniva dipinto di Calabresi. Lo ritenevo falso da cima a fondo. Inoltre volevo sottrarmi all’aria pessima che tirava a Milano. Era un’aria che puzzava di faziosità sfrenata, di furibondo partito preso, di certezze proclamate con il sangue agli occhi, di dubbi rifiutati con disprezzo.

    In quel clima, se non partecipavi al linciaggio di Calabresi una penale la pagavi. Ti accusavano di schierarti con i fascisti, cercavi i favori della polizia, facevi un giornalismo prezzolato, stavi al servizio della Direzione affari riservati del Viminale.

    Assenza di pudore

    Un altro che, strano a dirsi, non firmò fu Adriano Sofri. Tanti anni dopo, nel libro La notte che Pinelli, pubblicato nel 2009 da Sellerio, spiegò la faccenda così: «Io non ero tra i firmatari. Nessuno me lo chiese, e con la boria e la faziosità di allora me ne sarei guardato. Era un testo molto duro e si pronunciava con indebita sicurezza».

    In calce a quel libro, con sottile perfidia, Sofri ha pubblicato l’elenco delle ottocento firme.

    Scorrerle una per una, ti induce a pensare che la “meglio gioventù” partorita dal Sessantotto aveva alle spalle il peggio del vippume di sinistra.

    Molte di quelle eccellenze sono scomparse, a cominciare da Norberto Bobbio per finire a Giorgio Bocca.

    Ma tanti big sono ancora in vita.

    E da ben poco venerati maestri seguitano a impartirci lezioni burbanzose.

    Qualche nome?


    Eugenio Scalfari, Umberto Eco, Dario Fo, Furio Colombo, Lucio Villari, Bernardo Bertolucci, Toni Negri, Dacia Maraini…

    Basta, mi fermo qui. Forse è vero che stiamo diventando un paese per vecchi, a cominciare da me.
    Ma un po’ di pudore non farebbe male a nessuno.


    di Giampaolo Pansa


    iango:iango:iango:

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  2. #2
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    Exclamation Re: Pansa: Giordana, ultimo film. Altro sfregio a Calabresi

    “Romanzo di una strage”, il film che dimentica scandalosamente l’odiosa campagna della sinistra contro Calabresi


    L’attesa è finita. Ieri sera, carico di entusiasmo adolescenziale ho assistito al tanto atteso film di Marco Tullio Giordana, «Romanzo di una strage», che analizza la vicenda dell’attentato alla Banca nazionale dell’agricoltura avvenuto il 12 dicembre 1969.

    Per molti storici questo atto terroristico rappresentò la genesi di quella stagione luttuosa intercorsa tra il ’69, anno, appunto, del vile attentato (che secondo Luigi Manconi segnò «la fine dell’innocenza») e l’80, anno della Strage di Bologna.

    Sgombro il campo da inutili cerimonie: il film è, dal mio punto vista, deludente, in taluni frangenti banale ma, quel che è peggio, lacunoso (volutamente?), molto lacunoso.

    Desidero fornirvi un consiglio non richiesto.

    Prima di recarvi nelle sale fate lo sforzo titanico, ma necessario, di leggere il libro (come ho fatto io) dal quale il film è liberamente tratto: «Il segreto di Piazza Fontana» (Paolo Cucchiarelli, pagine 448, edizioni Ponte alle Grazie, € 16,83).

    Fatta questa essenziale premessa è giusto gridare a voce alta che questa pellicola è priva di quella tensione, di quella energia, di quella bramosia rivoluzionaria scintilla incendiaria capace di animare le masse alla fine degli anni ’60.

    È un film ambiguo, che dipinge in modo caricaturale i protagonisti di quegli anni.

    Troviamo un Aldo Moro (interpretato da Fabrizio Gifuni) che viene mostrato al pubblico al pari di un prete in borghese, molto distante dall’uomo analizzato e «giudicato», per esempio, da Leonardo Sciascia nel libro «L’affaire Moro».

    E poi, Calabresi e Pinelli, i due «eroi» del lungometraggio di Giordana, uno, il primo, riabilitato a quarant’anni di distanza (il regista, va dato atto, ha sgombrato definitivamente il dubbio sulla presenza del commissario nella stanza dove perse la vita l’anarchico milanese), l’altro (interpretato da Pierfrancesco Favino), umano, idealista, praticamente un santo.

    Trattandosi di un anarchico, però, la metafora assume il tono di una bestemmia al contrario.

    Purtroppo, nell’analisi di Giordana, manca tutto lo sfondo magmatico specchio reale e scenografia della tragedia.

    Le responsabilità della sinistra (specie quella extraparlamentare e di Lotta Continua), legate alla morte di Calabresi sono edulcorate a tal punto che dell’infame «straccio rosso» si parla solo distrattamente. Non si cita, soprattutto, l’odiosa campagna subita dal responsabile dell’Ufficio politico della questura di Milano ad opera dell’Espresso che il 13 giugno 1971, come racconta Giampaolo Pansa raggiunge «…il culmine dell’infamia con la parata firmaiola che dilagò per tre settimane grazie al contributo di ottocento eccellenze di sinistra tra filosofi, registi, scienziati, editori, storici, architetti, pittori, scrittori, politici, sindacalisti e giornalisti. Tutti in preda alla certezza che Calabresi fosse un torturatore e un omicida. Rileggere oggi quell’elenco mi provoca un disgusto profondo per chi l’ha sottoscritto. Mi ero ben guardato dal firmarlo, anche se le insistenze dei promotori mi pungolavano a farlo».

    Un buco di informazioni, quindi, che rappresenta un disastro per qualsiasi ragazzo desideroso di approfondire la stagione delle bombe se nato successivamente a Piazza Fontana.

    Come correttamente ha scritto Giorgio Carbone su «Libero», si tratta di un film che un giovane vede, consuma e archivia immediatamente.

    Non resta, dunque, che leggere il libro di Cucchiarelli opera dettagliatissima che ha in sé il merito (per questo contestato dal leader di Lotta Continua, Adriano Sofri, lui si condannato…) di aprire alla nuova pista, dal mio punto di vista, più plausibile: quella della doppia esplosione, anarchica e «ordinovista» con la collaborazione di parte dei servizi segreti deviati.

    Restano dolorosi, al di là di come si approcci questa pagina della storia del nostro Paese, i titoli di coda apposti dalla Giustizia alla stregua di indistruttibili sigilli.

    Dopo 11 processi di condanna, e 4 giudizi in Cassazione, infatti, lo strappo definitivo l’ha fornito la sentenza del 3 maggio 2005: assoluzione per tutti, nessun colpevole e parenti delle vittime costretti a pagare le spese processuali.

    Una beffa odiosa quanto vergognosa.

    p.s.: vi lascio, di seguito, la lista dei firmatari dell’appello contro il commissario Calabresi lanciata dal settimanale «l’Espresso». Un’attenta lettura vi aiuterà a capire il presente. Come diceva Orwell, chi controlla il passato controlla il futuro…

    http://it.wikipedia.org/wiki/Lettera_aperta_a_L’Espresso_sul_caso_Pinelli#Elenc o_dei_firmatari

    ...


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  3. #3
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    Predefinito Re: Pansa: Giordana, ultimo film. Altro sfregio a Calabresi

    ah, Pansa, Pansa..... sempre dove tira il vento.

    cmq, solo da noi si può aprire uno (scadentisssssssssssssimo) dibattito socio-politico-storico (sofri, scalfari, pansa, d'ambrosio, cucchiarelli e via andare) sulla base di....un film...... ...mah
    Ultima modifica di EricCartman; 08-04-12 alle 11:34

  4. #4
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    Predefinito Re: Pansa: Giordana, ultimo film. Altro sfregio a Calabresi

    Tohh...pure Nonno Eugenio
    Un'altra chicca da aggiunegere a tutte le altre che ha spammato da quando scriveva sul giornale della federazione fascista di Romarego:

  5. #5
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    Predefinito Re: Pansa: Giordana, ultimo film. Altro sfregio a Calabresi

    Resta comunque un fatto.
    Il comm. Calabresi alla fine ha avuto giustizia.
    Pinelli no.
    "We intend to destroy all dogmatic verbal systems."
    William S. Burroughs

  6. #6
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    Predefinito Re: Pansa: Giordana, ultimo film. Altro sfregio a Calabresi

    Citazione Originariamente Scritto da salvo.gerli Visualizza Messaggio
    Pansa: Giordana, ultimo film.
    Altro sfregio a Calabresi



    Nessuna traccia dell'odio di Lotta Continua, Avanti e l'Unità che portò alla raccolta di firme sull'Espresso




    «Da due anni vivo sotto questa tempesta. Lei non può immaginare che cosa ho passato e che cosa sto passando. Se non fossi cristiano, se non credessi in Dio non saprei come resistere…».

    Parlava così il commissario Luigi Calabresi qualche settimana prima di essere ucciso.

    Come era successo altre volte, lo avevo incontrato nell’ufficio di Antonino Allegra, il capo della sezione politica della questura milanese.

    Eravamo all’inizio del 1972, lavoravo da inviato della Stampa a Milano.

    E dalla strage di piazza Fontana in poi, scrivevo di continuo su quella folle stagione di bombe, di morti, di linciaggi.

    Domandai a Calabresi se avesse paura.

    Lui rispose: «Paura no perché ho la coscienza tranquilla. Ma quel che mi fanno è terribile. Potrei farmi trasferire da Milano, però non voglio andarmene. Comunque non ho paura. Ogni mattina esco di casa e vado al lavoro sulla mia Cinquecento, senza pistola e senza la protezione di una scorta. Perché dovrei proteggermi? Sono un commissario di polizia e il mio compito è di proteggere gli altri, i cittadini».

    Il film di Giordana

    Ero convinto di non dover più scrivere su una storia vecchia di quarant’anni. Ma certe vicende non passano mai. Riemergono di continuo come fantasmi testardi che ti obbligano a guardarli in faccia di nuovo. Accade così per il mattatoio di piazza Fontana, che oggi ha ispirato un film di Mario Tullio Giordana, Romanzo di una strage, nelle sale dal 30 marzo.

    Il figlio del commissario, Mario Calabresi, direttore della Stampa, l’ha già visto.

    E ha osservato che nel film è sparita la campagna di linciaggio contro il padre. Fu un’aggressione schifosa, durata mesi e mesi. Un veleno cucinato e diffuso dalle teste d’uovo della sinistra italiana: il meglio del meglio della cultura, dell’accademia, del giornalismo, del cinema. Signore e signori che per anni ci hanno spacciato un mare di bugie.

    Forti di un’arroganza che quanti di loro sono ancora in vita seguitano a scagliarci addosso.


    Il caso Pinelli

    Il linciaggio si fondava su una convinzione senza prove: il commissario Calabresi era il torturatore e l’assassino di Giuseppe Pinelli.

    L’anarchico fermato la sera del 12 dicembre 1969 e morto tre sere dopo, cadendo da una finestra dell’ufficio politico della questura milanese. Il corpo di Pinelli non era ancora stato sepolto, quando su Calabresi cominciò a cadere una grandinata di falsità senza vergogna.

    Si disse che il commissario gli aveva inflitto un colpo mortale di karate, ma non c’era mai stato nessun colpo. Poi si sostenne Calabresi era un agente della Cia addestrato in America, ma lui non era mai andato negli Stati Uniti.

    Infine si raccontò che a Pinelli era stato iniettato il siero della verità, ma si trattava soltanto della flebo usata dai barellieri nella speranza di rianimare l’anarchico.

    Non era ancora niente rispetto alla tempesta che venne scatenata poco dopo.

    Oggi si parla spesso di macchine del fango a danno di politici o di big dell’economia.

    Ma sono scherzi goliardici rispetto a quella allestita contro Calabresi.

    Fu un congegno mostruoso, destinato a durare più di due anni. Per poi concludersi con l’assassinio.

    Al contrario di quel che si crede, il primo passo non venne compiuto dal giornale di Lotta continua.

    Bensì da due quotidiani della sinistra storica: l’Avanti! del Psi e l’Unità del Pci, affiancati dal settimanale comunista Vie Nuove.

    Poi entrò in scena un pezzo da novanta: l’Espresso con la sua firma più famosa, Camilla Cederna.

    Subito dopo si mossero i lottacontinua di Adriano Sofri e da quel momento la vita del commissario diventò un inferno.

    Calabresi querelò Lotta continua, ma ricevette una replica brutale.

    Sofri & C. spiegarono che a loro non importava nulla del verdetto di un tribunale.

    Il proletariato avrebbe emesso la propria sentenza, per poi eseguirla in piazza:

    “Sappiamo che l’eliminazione di un poliziotto non libererà gli sfruttati. Ma è questa, sicuramente, una tappa fondamentale dell’assalto dei proletari contro lo Stato assassino”.


    Nel frattempo, il commissario e la sua famiglia venivano inchiodati a una via crucis orrenda.

    Manifesti su tutti i muri di Milano e di molte città italiane gridavano: Calabresi wanted, ricercato, con l’indicazione della somma da saldare a chi l’avesse catturato. Promesse di morte urlate nei cortei: Calabresi sarai suicidato! Insulti carogna: il commissario Finestra, il commissario Cavalcioni. Vignette bestiali: Calabresi insegna alla figlia piccola come tagliare la testa alla bambola anarchica con una ghigliottina giocattolo.

    E poi una bufera di lettere anonime, spedite all’indirizzo di casa. Telefonate orrende. Centinaia di articoli per indicarlo al disprezzo e alla vendetta.


    Manifesti infamanti

    Calabresi era diventato l’ebreo di una truppa ideologica generata da un incrocio bastardo: il neocomunismo movimentista e una nevrosi persecutoria di impronta nazista.

    Nulla gli fu risparmiato.

    Quando lo promossero commissario capo, Milano venne tappezzata di nuovi manifesti che lo mostravano con le mani grondanti sangue.


    Lo slogan gridava: “Così lo Stato assassino premia i suoi sicari”.

    Ma il culmine dell’infamia fu toccato con la parata firmaiola che dilagò sulle pagine dell’Espresso per tre settimane, a partire dal 13 giugno 1971. Ben ottocento eccellenze di sinistra: filosofi, registi, scienziati, editori, storici, architetti, pittori, scrittori, politici, sindacalisti e un buon numero di giornalisti. Tutti in preda alla certezza che Calabresi fosse un torturatore e un omicida.

    Disgusto profondo

    Rileggere oggi quell’elenco mi provoca un disgusto profondo per chi l’ha sottoscritto. Mi ero ben guardato dal firmarlo, anche se le insistenze dei promotori mi pungolavano a farlo. Avevo scritto su piazza Fontana sin dal primo giorno. E in qualche modo rappresentavo la Stampa a Milano. Però mi ripugnava il ritratto che veniva dipinto di Calabresi. Lo ritenevo falso da cima a fondo. Inoltre volevo sottrarmi all’aria pessima che tirava a Milano. Era un’aria che puzzava di faziosità sfrenata, di furibondo partito preso, di certezze proclamate con il sangue agli occhi, di dubbi rifiutati con disprezzo.

    In quel clima, se non partecipavi al linciaggio di Calabresi una penale la pagavi. Ti accusavano di schierarti con i fascisti, cercavi i favori della polizia, facevi un giornalismo prezzolato, stavi al servizio della Direzione affari riservati del Viminale.

    Assenza di pudore

    Un altro che, strano a dirsi, non firmò fu Adriano Sofri. Tanti anni dopo, nel libro La notte che Pinelli, pubblicato nel 2009 da Sellerio, spiegò la faccenda così: «Io non ero tra i firmatari. Nessuno me lo chiese, e con la boria e la faziosità di allora me ne sarei guardato. Era un testo molto duro e si pronunciava con indebita sicurezza».

    In calce a quel libro, con sottile perfidia, Sofri ha pubblicato l’elenco delle ottocento firme.

    Scorrerle una per una, ti induce a pensare che la “meglio gioventù” partorita dal Sessantotto aveva alle spalle il peggio del vippume di sinistra.

    Molte di quelle eccellenze sono scomparse, a cominciare da Norberto Bobbio per finire a Giorgio Bocca.

    Ma tanti big sono ancora in vita.

    E da ben poco venerati maestri seguitano a impartirci lezioni burbanzose.

    Qualche nome?


    Eugenio Scalfari, Umberto Eco, Dario Fo, Furio Colombo, Lucio Villari, Bernardo Bertolucci, Toni Negri, Dacia Maraini…

    Basta, mi fermo qui. Forse è vero che stiamo diventando un paese per vecchi, a cominciare da me.
    Ma un po’ di pudore non farebbe male a nessuno.


    di Giampaolo Pansa


    iango:iango:iango:

    Onore al Commissario Calabresi!!!
    Ahi serva Italia di dolore ostello,
    nave sanza nocchiero in gran tempesta
    non donna di provincia ma bordello!
    Dante Alighieri Divina Commedia Purgatorio canto VI° anno 1304!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  7. #7
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    Predefinito Re: Pansa: Giordana, ultimo film. Altro sfregio a Calabresi

    Citazione Originariamente Scritto da EricCartman Visualizza Messaggio
    ah, Pansa, Pansa..... sempre dove tira il vento.

    cmq, solo da noi si può aprire uno (scadentisssssssssssssimo) dibattito socio-politico-storico (sofri, scalfari, pansa, d'ambrosio, cucchiarelli e via andare) sulla base di....un film...... ...mah
    Certo meglio passare tutto sotto silenzio quando si parla di beceri komunistoidi vero?
    Ahi serva Italia di dolore ostello,
    nave sanza nocchiero in gran tempesta
    non donna di provincia ma bordello!
    Dante Alighieri Divina Commedia Purgatorio canto VI° anno 1304!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  8. #8
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    Predefinito Re: Pansa: Giordana, ultimo film. Altro sfregio a Calabresi

    O di anarchici che volano dalle finestre della Questura di Milano.
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  9. #9
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    Predefinito Re: Pansa: Giordana, ultimo film. Altro sfregio a Calabresi

    Panda l'ho conosciuto e ci ho parlato un po', è una persona "contro" a prescindere e ha molta considerazione di se stesso, gli ho detto che sono comunista...ma sticazzi non ci sente da quell'orecchio.

    Pensa allora visto che sta a fare la morale, ci spieghi per filo e per segno come mai è morto Pinelli.

  10. #10
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    Predefinito Re: Pansa: Giordana, ultimo film. Altro sfregio a Calabresi

    l'italiano ha un tale culto per la furbizia che arriva persino all'ammirazione di chi se ne serve a suo danno.

    jesus died for somebody's sins but not mine

 

 
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