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Discussione: Gongyo e Daimoku

  1. #1
    the dark knight's return
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    Predefinito Gongyo e Daimoku



    La pratica fondamentale nel Buddismo di Nichiren Daishonin è la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo (Daimoku).
    Ci si siede con la schiena ben diritta, le mani unite davanti al petto, gli occhi aperti e si ripete più e più volte questa frase ad alta voce, mantenendo lo stesso ritmo e scandendo bene ogni termine con voce chiara.
    Chi non ha ancora ricevuto il Gohonzon (l'Oggetto di culto), può praticare davanti una parete nuda: in questo modo si favorisce la concentrazione. Il Daishonin consiglia di recitare Daimoku "finché non ci si sente soddisfatti".
    La pratica di sostegno è la recitazione (mattina e sera) di due capitoli del Sutra del Loto (Gongyo, lett. "pratica assidua"). Anche se la forma precisa fu stabilita dopo la morte del Daishonin, egli stesso indicò che tale pratica quotidiana doveva essere basata sulla recitazione di brani tratti dai capitoli Hoben (secondo) e Juryo (sedicesimo).
    Questi capitoli, in estrema sintesi, contengono la summa degli insegnamenti del Budda Shakyamuni: espongono il vero aspetto dell'universo e di tutti i princìpi della vita.

    Introduzione
    La “meditazione” (giapp. Jo; sansc. Dhyana; pali: Jhana) è la pratica attraverso la quale si concentra la mente per purificare lo spirito, sradicare le illusioni e percepire la verità. Scrive Christmas Humphrey nel Dizionario Buddista (Ubaldini ed., p. 89): «La retta presenza mentale, settimo gradino del Nobile Ottuplice sentiero, implica il controllo costante dei pensieri; la successiva retta concentrazione, ossia il controllo completo di tutti i processi mentali, sfocia nel samadhi, il raggiungimento della visione spirituale profonda e della tranquillità».
    La meditazione era molto diffusa in India prima di Shakyamuni e, in seguito, fu inclusa nel Buddismo che ne sviluppò forme e preparazione proprie. Nel Buddismo Mahayana, dhyana, il termine che indica la meditazione, è la quinta delle sei paramita, le pratiche richieste nella via del Bodhisattva. In Cina T’ien-t’ai (538-597) elaborò un sistema di pratica meditativa da lui definito “concentrazione e visione profonda”.
    Nel Buddismo di Nichiren Daishonin, le dottrine fondamentali si possono sintetizzare nei tre principi che lui stesso definì come le “Tre grandi Leggi segrete” (giapp. Sandai-Hiho): l’Oggetto di culto, il Daimoku e il santuario.
    Nella Raccolta degli insegnamenti orali (giapp. Ongi Kuden) egli afferma: «Questo oggetto di devozione è basato sul brano che recita: “Il segreto e i poteri sovrannaturali del Tathagata” (sedicesimo capitolo, Durata della vita del Tathagata). I tre tipi di apprendimento – vale a dire i precetti, la meditazione e la saggezza – sono rappresentati dalle Tre grandi Leggi segrete incluse nel capitolo Durata della vita del Tathagata. Sul sacro Picco dell’Aquila Nichiren senza dubbio era di fronte al Budda e fu istruito oralmente da lui su queste tre grandi Leggi. L’oggetto di devozione è perciò l’intera vita del devoto del Sutra del Loto».
    Nichiren stabilì questi principi essenziali per fare in modo che tutte le persone potessero conseguire la Buddità.
    Il termine “segrete” non ha niente a che vedere con dottrine esoteriche, ma indica che i tre principi sono impliciti nel testo del Sutra del Loto (capitolo Durata della vita del Tathagata) e che rimasero nascosti o sconosciuti finché Nichiren stesso non li rivelò. Tali principi rappresentano la comprensione del Daishonin della Legge mistica cui si era illuminato.
    Egli associava le Tre grandi Leggi segrete ai tre cardini del Buddismo: precetti, meditazione, saggezza:
    l’Oggetto di culto corrisponde alla meditazione (giapp. Jo, sansc. Dhyana),
    il santuario ai precetti (giapp. Kai; sansc. Shila)
    il Daimoku alla saggezza (giapp. E; sansc. prajna).
    Dengyo (767-822) nel suo Domande e risposte sulle regole per gli studenti della scuola Tendai del Loto afferma: «Il precetto immutabile come lo spazio vuoto, la meditazione immutabile come lo spazio vuoto e la saggezza immutabile come lo spazio vuoto: tutti e tre sono trasmessi sotto lo stesso nome di “Legge meravigliosa”». I tre tipi di apprendimento basati sul Sutra del Loto sono detti “come lo spazio vuoto” e “immutabili” perché come lo spazio vuoto, che rappresenta la realtà assoluta (vacuità), sono immutabili. Nikko, il successore di Nichiren, affermava che negli insegnamenti del Daishonin l’Oggetto di culto corrisponde alla meditazione immutabile come lo spazio vuoto, il Santuario al precetto immutabile come lo spazio vuoto e il Daimoku alla saggezza immutabile come lo spazio vuoto.
    Il cuore delle Tre grandi Leggi segrete è l’Unica grande Legge segreta: il Gohonzon, l’Oggetto di culto dell’insegnamento originale, o la concretizzazione operata da Nichiren in forma di mandala dell’eterna Legge di Nam-myoho-renge-kyo, che egli comprese pienamente e manifestò nella sua vita.
    Nello scritto La Persona e la Legge afferma: «Benché io viva in un posto così sperduto, profondamente, nella mia carne mortale, custodisco gelosamente la Legge segreta fondamentale ereditata dal Budda Shakyamuni, il signore degli insegnamenti, sul Picco dell’Aquila» (RSND, 1, 972). Poiché abbracciare il Gohonzon è il solo precetto dell’insegnamento di Nichiren, il luogo in cui viene conservato corrisponde al luogo in cui si pronunciano i voti di osservanza dei precetti buddisti, ovvero il palco per l’ordinazione, o santuario. Il Daimoku dell’insegnamento originale indica l’invocazione o la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo con fede nell’Oggetto di culto: include la recitazione di Daimoku per sé e l’insegnamento del Daimoku alle altre persone.

    Torna all'inizio La pratica di Gongyo
    Con il termine Gongyo (giapp. pratica assidua) si intende, in senso proprio, l'intera pratica quotidiana, che comprende la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo (il Daimoku, la pratica fondamentale) e la lettura dei capitoli Hoben e Juryo (la pratica di sostegno) comunemente chiamata Gongyo.
    Nichiren Daishonin scrive: «La pratica fondamentale è solo recitare Nam-myoho-renge-kyo.» (Gosho Zenshu p. 1367)
    Sul significato profondo della recitazione del Daimoku scrive Daisaku Ikeda, presidente della Soka Gakkai Internazionale: «Recitare Nam-myoho-renge-kyo significa entrare in comunione con la Legge mistica; è la pratica buddista per fondere le nostre vite con la Legge mistica e al tempo stesso è una battaglia per vincere l’oscurità interiore che impedisce questa fusione. Quando sconfiggiamo l’oscurità dell’illusione e dell’ignoranza attraverso la fede e diventiamo una sola cosa con la Legge mistica, il potere infinito di questa grande Legge si manifesta nella nostra vita. Tale è il beneficio incommensurabile della recitazione di Nam-myoho-renge-kyo. Recitare Nam-myoho-renge-kyo con spirito di ricerca nella fede è l’essenza della pratica di recitare il Daimoku istituita e propagata da Nichiren Daishonin. «È il cuore che è importante» afferma il Daishonin (La strategia del Sutra del Loto, RSND, 1, 889). «Perciò, quando recitiamo, dovremmo fare appello dentro di noi a una fede coraggiosa per vincere le illusioni senza essere sconfitti» (D. Ikeda, Il raggiungimento della buddità in questa esistenza, Esperia edizioni, p. 31).
    Da questo punto di vista, il rito fondamentale è la recitazione del Daimoku. Ogni praticante può recitare Daimoku in qualsiasi ora del giorno e per quanto tempo vuole. Stando seduti davanti all’Oggetto di culto (Gohonzon) che ogni praticante custodisce nella propria casa, si inizia suonando la campana e recitando tre Daimoku; di seguito si continua recitando Nam-myoho-renge-kyo per quanto tempo si desidera. Si conclude suonando la campana e recitando tre Daimoku.
    La pratica di Gongyo si svolge invece ogni mattina e sera sempre davanti al Gohonzon. Come abbiamo detto, consiste nella lettura ritmica del capitolo Hoben (Espedienti) e della parte in versi (Jigage) del capitolo Juryo (Durata della vita del Tathagata) del Sutra del Loto e nella recitazione del Daimoku.
    Il patriarca Nichikan affermò: «Se crediamo in questo Gohonzon e recitiamo Nam-myoho-renge-kyo, emergerà nella nostra vita il Gohonzon di ichinen sanzen (“tremila regni in un singolo istante di vita”) ed emergeranno anche la stessa saggezza e il potere del Budda originale, Nichiren Daishonin». Il Sutra del Loto è composto di ventotto capitoli, ma il Daishonin scrisse: «Se leggi i capitoli Hoben e Juryo, tutti gli altri (capitoli) saranno inclusi anche senza leggerli» (La recitazione dei capitoli Hoben e Juryo, RSND 1, 63).
    I due capitoli definiscono la Legge mistica e includono il significato degli altri capitoli. Soprattutto il Jigage è il riassunto del capitolo Juryo, che contiene lo spirito di tutti i ventotto capitoli del Sutra del Loto e l’essenza dell’insegnamento buddista. Il Daishonin si illuminò comprendendo che la vita eterna del Budda di cui si parla nel Jigage esisteva nella propria vita e la rivelò come Nam-myoho-renge-kyo. Quindi il Jigage è il capitolo che meglio spiega ed esalta il significato di Nam-myoho-renge-kyo. Anche il Daishonin spesso recitava prima il Jigage e poi il Daimoku, in occasione di varie cerimonie.

    Torna all'inizio Il modello di Gongyo si è trasformato nel tempo
    La recitazione del Daimoku e la lettura dei capitoli Hoben e Juryo fu stabilita da Nichiren Daishonin. Alla sua epoca, comunque, non esisteva un modello di Gongyo particolare: non appare nelle sue scritture né in quelle lasciate da Nikko Shonin.
    La prima nota scritta a proposito che riusciamo a trovare risale all’epoca Edo (1603-1868). È menzionata nella lettera che il patriarca Nichikan scrisse a un credente della provincia di Kaga nel 1719. Perciò possiamo pensare che il primo modello di Gongyo – con cinque preghiere la mattina e tre la sera – venne stabilito in quel periodo.
    Originariamente, come pratica giornaliera, i preti facevano il giro degli edifici principali all’interno del tempio Taisekiji ed eseguivano la cerimonia di Gongyo in ognuno di essi. Per questo in giapponese la lettura del Sutra con le cinque preghiere viene chiamata dei “cinque luoghi”.
    In tempi successivi questo tipo di cerimonia fu condotta in un’unica sede.
    La Soka Gakkai, all’epoca del secondo presidente Toda, decise di adottare questo modello non come rito formale, ma come parte essenziale della pratica buddista: per ottenere l’Illuminazione in questa vita e realizzare la pace nel mondo. In seguito, le preghiere silenziose furono leggermente modificate e – nel settembre 2004 – si stabilì il modello attuale di Gongyo composto dalla lettura dei capitoli Hoben e Jigage e dalla recitazione del Daimoku accompagnati da un nuovo testo delle preghiere silenziose.

    Torna all'inizio La forma e il contenuto delle preghiere silenziose
    Le preghiere silenziose esprimono “ciò che sentiamo e pensiamo” nel momento in cui le offriamo. La loro forma è cambiata seguendo la trasformazione dei tempi. La Soka Gakkai, nel settembre del 2004, ha istituito la sua forma delle preghiere silenziose che oggi viene seguita allo stesso modo dai membri di tutto il mondo. Comunque, durante queste preghiere, piuttosto che concentrarsi sulle singole parole utilizzate o sulla forma, è molto più importante avere nel cuore sincera gratitudine verso il Gohonzon e il desiderio di realizzare il grande voto di kosen-rufu.

    Torna all'inizio Lo svolgimento di Gongyo
    Davanti al Gohonzon, si suona la campana e si recita Nam-myoho-renge-kyo (Daimoku) per tre volte.
    Rimanendo rivolti al Gohonzon si recita Daimoku ancora tre volte e si rivolge la prima preghiera di gratitudine alle funzioni protettrici dell’universo (giapp. shoten zenjin).
    Prima preghiera) «Esprimo la mia gratitudine per le funzioni protettrici della vita e dell’ambiente (shoten zenjin) e prego affinché il loro potere sia ulteriormente rafforzato e accresciuto dalla mia pratica buddista».
    (Nota sulla prima preghiera: Questa preghiera si svolge solo al mattino e viene omessa nella pratica serale che inizia direttamente con tre Daimoku e la recitazione del sutra).
    Solo chi guida Gongyo (se si è in più di una persona) recita Daimoku per tre volte e suona la campana.
    Si recita la porzione del capitolo Hoben (se si è in più di un praticante, chi guida introduce la lettura del Sutra leggendo da solo le prime due righe del libretto: «Myoho-renge-kyo; Hoben pon dai ni» gli altri lo seguono iniziando da: «Niji seson ju sanmai...» La parte finale: «Sho-i shoho. Nyo ze so, nyo ze sho […] nyo ze honmak kukyo to» viene ripetuta tre volte.
    Chi guida suona la campana e inizia la recitazione del Jigage (se si è in più di un praticante, chi guida introduce la lettura del Sutra leggendo da solo le prime due righe del libretto: «Myoho-renge-kyo; Nyorai juryo hon. Dai ju roku» gli altri lo seguono iniziando da: «Ji ga toku bur rai...»
    fino a «Soku joju busshin».
    Chi guida suonando qualche tocco di campana inizia la recitazione del Daimoku per un tempo variabile.
    Al termine suona la campana e recita Daimoku per tre volte.
    Si offrono la seconda e la terza preghiera silenziosa:
    Seconda preghiera) «Esprimo la mia più profonda devozione e la mia più sincera gratitudine al Dai-Gohonzon delle Tre grandi leggi segrete, donato al mondo intero.
    Esprimo il mio rispetto e la mia più profonda gratitudine per Nichiren Daishonin, il Budda originale dell’Ultimo giorno della Legge. Esprimo il mio rispetto e la mia più profonda gratitudine per Nikko Shonin. Esprimo sincera gratitudine per Nichimoku Shonin».
    Chi guida recita Daimoku per tre volte.
    (Nota sulla seconda preghiera: Nichiren Daishonin ha iscritto il Gohonzon per la realizzazione della pace mondiale (kosen-rufu) e per l’ottenimento della Buddità di tutti gli esseri viventi. Perciò, in questa preghiera, esprimiamo la nostra gratitudine e promettiamo di mantenere una pratica costante basata nel Gohonzon. Inoltre esprimiamo la gratitudine a Nikko Shonin e a Nichimoku Shonin, poiché hanno ereditato e poi trasmesso il corretto insegnamento di Nichiren Daishonin e l’atteggiamento di offrire la vita per la realizzazione di kosen-rufu).
    Terza preghiera) «Prego per la realizzazione del grande desiderio di kosen-rufu in tutto il mondo e perché la Soka Gakkai Internazionale possa eternamente adempiere a questa missione. Esprimo la mia più sincera gratitudine ai tre presidenti fondatori e leader di kosen rufu, Tsunesaburo Makiguchi, Josei Toda e Daisaku Ikeda, per la loro totale dedizione alla propagazione della Legge».
    (Nota sulla terza preghiera: Esprimiamo, mattina e sera, la preghiera per la realizzazione della pace mondiale. Poiché le fondamenta della Soka Gakkai sono state costruite grazie all’impegno dei maestri Makiguchi, Toda e Ikeda che non hanno risparmiato la loro vita per la propagazione della Legge, noi li rispettiamo come guide di kosen-rufu e promettiamo di mettere in pratica il loro insegnamento e seguire il loro esempio).
    Chi guida recita Daimoku per tre volte
    Si offre la quarta preghiera (preghiere personali e per i defunti).
    Quarta preghiera) «Prego per poter compiere la mia rivoluzione umana, trasformare il mio karma e realizzare i miei desideri.(Offrire qui le proprie preghiere personali). Prego per tutti i miei parenti, per gli amici e per tutti i defunti. In particolare per... (Ricordare qui i propri cari, suonando ripetutamente la campana).
    Chi guida recita Daimoku tre volte.
    Quinta preghiera) «Prego per la pace nel mondo e la felicità di tutta l’umanità e di tutti gli esseri viventi».
    Chi guida suona la campana e tutti insieme si recita Daimoku per tre volte a conclusione della cerimonia.

    Torna all'inizio

    Domande e risposte
    Perché durante la recitazione di Daimoku e Gongyo si congiungono le mani?
    Congiungere i palmi della mano destra e sinistra e tenerli all’altezza del petto (giapp. gassho) è una delle forme di saluto che si usavano in India fin dall’antichità. Nel Buddismo fu introdotto come forma di rispetto nei confronti dei Budda e Bodhisattva. La stessa forma viene utilizzata anche nel Buddismo di Nichiren Daishonin. Nel Sutra del Loto è scritto: «Tutti insieme congiungono le mani con lo stesso cuore». Si può affermare che gassho sia la manifestazione della fede sincera nell’insegnamento buddista. Rappresenta inoltre l’inseparabilità di tutti gli aspetti della vita universale nonché la fede nell’esistenza della natura di Budda in tutte le forme viventi. In sintesi, attraverso le mani congiunte, manifestiamo il più profondo rispetto verso il Gohonzon.

    Torna all'inizio Quando si recita Daimoku di fronte al Gohonzon, su quale punto dell’Oggetto di culto dobbiamo concentrarci?
    Non c’è un punto dell’Oggetto di culto predefinito dove concentrarsi: ci si concentra dove viene più naturale posare lo sguardo. Si può, ad esempio, guardare verso la parte centrale del mandala dove sono iscritti gli ideogrammi di Nam-myoho-renge-kyo, ma va altrettanto bene osservare per intero l’Oggetto di culto. Gli occhi devono essere aperti, ma coloro che hanno problemi con la vista possono recitare Daimoku immaginando il Gohonzon in cuor proprio. In definitiva ciò che conta è la serietà e la profondità della propria preghiera.

    Torna all'inizio Qual è la postura da mantenere durante Gongyo?
    In Giappone, tradizionalmente, si usa stare in ginocchio (seduti sui polpacci), ma questa posizione non è assolutamente obbligatoria. Chi vuole può usare la sedia, avendo l’attenzione di mantenere la schiena dritta: non avrebbe senso, infatti, provare dolore o fastidio mentre si recita Daimoku e Gongyo. È importante invece posizionarsi di fronte al Gohonzon con il massimo rispetto e in modo ordinato. Nel Buddismo, inoltre, esiste il concetto di “adattarsi agli usi e costumi di ogni paese”: ciò significa seguire le consuetudini locali fino a che queste non entrino in contraddizione con l’insegnamento buddista. Perciò, nei paesi in cui non esiste l’usanza di inginocchiarsi non c’è alcun bisogno di seguire questa modalità.

    Torna all'inizio Alla fine della lettura del capitolo Espedienti (Hoben), perché si ripete la frase tre volte?
    La parte del capitolo Espedienti che leggiamo per tre volte indica i “Dieci Fattori”. “Fattore” significa “è vero così com’è”. Quindi i Dieci Fattori illustrano il vero aspetto di tutti i fenomeni. Nichiren Daishonin afferma: «Leggerli per tre volte accresce i benefici» (WND, 2, 83).
    Daisaku Ikeda ha spiegato che leggiamo tre volte: «Per dichiarare di essere noi stessi un nobile Budda in persona e per accrescere i benefici della fede». Comunque, in sintesi, si può dire che esistano tre significati principali: 1) che siamo dotati della saggezza del Budda nella forma presente; 2) che rappresentiamo nella forma presente i reali comportamenti del Budda; 3) che siamo l’entità del corpo di Budda nella forma presente.

    Torna all'inizio Qual è il significato del juzu?
    Il juzu è uno degli accessori della pratica buddista. In origine veniva utilizzato nel brahmanesimo e solo successivamente fu adottato dal Buddismo. All’inizio veniva usato dai monaci per contare i giorni oppure per contare quante volte si pregava per il Budda. Il significato letterale dei due ideogrammi giapponesi è “numero di grani”. In pratica questo oggetto veniva usato per contare il numero dei Daimoku recitati.
    La parte con tre estremità viene messa intorno al dito medio della mano destra e quella con due estremità intorno al dito medio della mano sinistra. La parte centrale del juzu viene girata una volta. Le tre estremità simboleggiano la testa e le braccia, la parte centrale sovrapposta simboleggia l’ombelico, mentre le altre due estremità simboleggiano le gambe. Il juzu, in tal senso, rappresenta il corpo umano. I grani piccoli sono 108 e rappresentano simbolicamente i desideri terreni.
    Ci sono altri quattro grani ancora più piccoli che rappresentano i quattro Bodhisattva che – come è scritto nel Sutra del Loto – guidano i Bodhisattva della Terra. Essi sono: Pratiche Superiori, Pratiche Illimitate, Pratiche Pure e Pratiche Salde. I grani grandi a destra e a sinistra vengono chiamati “grani genitori”, quello con le due estremità “grano padre” e quello con le tre estremità “grano madre”.
    Riguardo al juzu esistono dunque vari significati, ma quello più importante indica che, tenendo il juzu nelle mani, noi trasformiamo tutta l’energia derivante dalle sofferenze dei 108 desideri terreni in felicità. Nichiren Daishonin, comunque, non ha scritto nulla di particolare sull’importanza del juzu.

    Torna all'inizio Quali sono le offerte che si fanno al Gohonzon e che significato hanno?
    Tradizionalmente, le principali offerte al Gohonzon sono i sempreverdi, le candele e l’incenso. Nichiren Daishonin afferma: «Sia che tu invochi il nome del Budda, che reciti il Sutra o semplicemente offra fiori e incenso, tutte le tue azioni virtuose metteranno nella tua vita buone radici e benefici» (RSND 1, 4).
    Sullo stesso tema, scrive al discepolo Abutsu-bo: «Potresti pensare di aver fatto offerte alla Torre Preziosa del Tathagata Molti tesori, ma non è così. Le hai offerte a te stesso. […] Dovresti recitare Nam-myoho-renge-kyo con questa convinzione» (RSND,1, 264).
    Fondamentali, dunque, sono la recitazione del Daimoku e la lettura del Sutra, ma se offriamo con sincerità sempreverdi, incenso e candele con lo spirito di lodare e aver gratitudine per il Gohonzon, otterremo benefici nella nostra vita come aveva affermato il Daishonin. Ciò non significa che se una persona non fa offerte non avrà una trasformazione positiva della sua vita.
    Se si vuole andare a vedere nella tradizione, la triade di offerte (sempreverdi, incenso e candele) ha un significato simbolico: rappresenta le tre verità e le tre proprietà inerenti alla natura di Budda. Il sempreverde simbolizza la verità dell’esistenza temporanea, la proprietà fisica illuminata del Budda o la sua azione compassionevole. Le candele simboleggiano la verità di non-sostanzialità, la proprietà spirituale e la saggezza del Budda. L’incenso rappresenta la verità della Via di mezzo, la proprietà essenziale della vita del Budda o la proprietà della Legge.
    Per quanto riguarda la specifica offerta di piante, il Daishonin non ha scritto che sia necessario un sempreverde, affermò invece che: «Recitare Nam-myoho-renge-kyo significa offrire il fiore del tesoro al Budda». La nostra recitazione del Daimoku rappresenta di per sé la miglior offerta del “fiore del tesoro”. È sulla base di questa considerazione che si offre un sempreverde, poiché simboleggia l’eternità. In Giappone si offre il profumato shikimi, ma nei paesi dove non è possibile reperire questa pianta se ne offrono di altro tipo.
    Nichiren Daishonin, a proposito dei benefici che derivano dalle offerte, in una sua lettera intitolata I due tipi di fede, narra la storia del grande re indiano Ashoka. Indagando sulle sue vite precedenti, racconta di due giovani che, vedendo il Budda Shakyamuni e non avendo nulla da offrirgli, prepararono per lui una torta di fango e gliela donarono. Uno dei due, per quella offerta sincera, rinacque come re Ashoka. Nella lettera inviata al suo giovane discepolo Nanjo Tokimitsu, il Daishonin scrive: «Se fare offerte al Budda produce tali benefici, fare offerte al Sutra del Loto ne produrrà ben più grandi. Se l’offerta di una torta di fango ottenne una così meravigliosa ricompensa, quelle che otterrai tu con i tuoi vari doni saranno molto maggiori» (RSND, 1, 798).
    Oltre ai sempreverdi, candele e incenso, prima del Gongyo della mattina si offre al Gohonzon una piccola vaschetta contenente acqua fresca, che si toglie prima del Gongyo della sera. La tradizione di offrire acqua ha origine in India dove la temperatura torrida rendeva l’acqua un bene prezioso ed era consuetudine offrirla agli ospiti. In seguito si cominciò a offrire acqua davanti alle tombe e ai templi buddisti.
    Un’altra offerta al Gohonzon può essere del cibo, in particolare frutta. Anche suonare la campana è un’offerta.

    Il rito - Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  2. #2
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    Predefinito Re: Gongyo e Daimoku

    Nella pratica del Buddismo di Nichiren Daishonin la preghiera ha un’importanza centrale. Gli appartenenti alla Sgi raccontano esperienze riguardo il “pregare dal profondo del cuore”. Parlano anche di “risposta” alle loro preghiere. Che cosa intendono con tali affermazioni?
    Il Dizionario italiano Devoto Oli definisce la preghiera come: «Testo, parola o pensiero mediante cui il devoto si rivolge alla divinità». In cosa concorda la cultura buddista della preghiera rispetto a questa definizione, e in quali aspetti si distingue?
    Sembra che l’umanità si sia dedicata a qualche forma di “preghiera” fin dagli albori della specie. Man mano che l’essere umano sviluppava la consapevolezza della propria impotenza di fronte alle forze della natura, alla precarietà dell’esistenza e alla mortalità, cominciò a esprimere intensamente sentimenti di supplica, lode o ringraziamento.
    Il presidente della SGI Daisaku Ikeda ha scritto che la religione si è sviluppata a partire dalla preghiera, e che l’idea e l’atto della preghiera precedono la forma stessa che le diverse tradizioni religiose hanno dato, di volta in volta, a questa azione primordiale dell’essere umano.
    Anche la preghiera buddista può essere considerata come un’espressione concentrata di questi stessi sentimenti di aspirazione, ricerca e apprezzamento. Si distingue, però, per il fatto che il Buddismo colloca il “divino” all’interno della vita del singolo praticante. Lo scopo fondamentale della preghiera buddista è dunque quello di risvegliare le innate capacità interiori di forza, coraggio e saggezza e non invocare forze o divinità esterne.
    Inoltre, come in molte pratiche spirituali orientali, è anche importante un’espressione “fisica” della preghiera che, per i praticanti del Buddismo di Nichiren, si concretizza nella lettura – mattina e sera – di due parti del Sutra del Loto e nella recitazione di Nam-myoho-renge-kyo, il nome della Legge mistica che sta alla base della vita stessa e che Nichiren ha preso dal titolo del Sutra del Loto.
    Il fatto che la recitazione sia intonata sonoramente esprime il concetto che nel Buddismo di Nichiren Daishonin la preghiera non è puramente una meditazione rivolta all’interno della propria vita, ma un atto che rende manifeste delle qualità interiori potenziali, facendole apparire nel mondo reale.
    I buddisti rivolgono la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo a un oggetto di culto, il Gohonzon: questo è un mandala, cioè una rappresentazione simbolica dello stato ideale di Buddità, o Illuminazione, in cui tutte le tendenze e gli impulsi della vita – dai più bassi o degradati ai più alti o nobili – agiscono in armonia per realizzare felicità, creatività e saggezza.
    Il Gohonzon non è un “idolo” o un “dio” da supplicare o da ingraziarsi, ma uno strumento per riflettere e un catalizzatore per un positivo cambiamento interiore.
    I buddisti della Soka Gakkai vengono incoraggiati a esprimere le proprie preghiere in forma specifica e concreta, focalizzata su problemi, speranze o preoccupazioni che essi affrontano nella vita quotidiana. Il Buddismo del Daishonin – in particolare – evidenzia l’inseparabilità dei “desideri terreni” dall’Illuminazione. Nichiren ha affermato infatti che “bruciando” la “legna” dei nostri desideri attraverso l’azione della preghiera, riusciamo a sviluppare la “fiamma” di una rinnovata energia e la “luce” della nostra saggezza. La preghiera buddista rappresenta quindi il processo attraverso il quale i desideri e le sofferenze vengono trasformati in compassione e saggezza.
    Questo percorso implica una riflessione su di sé, e passa necessariamente attraverso il confronto – talvolta doloroso – con le proprie tendenze negative più radicate. «La pratica degli insegnamenti buddisti – scrive Nichiren Daishonin – non ti solleverà affatto dalle sofferenze di nascita e morte a meno che tu non percepisca la vera natura della tua vita. Se cerchi l’Illuminazione al di fuori di te, anche eseguire diecimila pratiche e diecimila buone azioni sarà inutile, come se un povero stesse giorno e notte a contare le ricchezze del suo vicino, senza guadagnare nemmeno un centesimo».
    I praticanti, inoltre, sono incoraggiati a legare strettamente la preghiera con le azioni e il comportamento nella vita quotidiana. La preghiera è sincera solo se coerente con l’azione. Per trasformare concretamente la propria vita è necessario quindi attivare determinazione e preghiera, impegno e sincerità.
    Secondo l’insegnamento del Daishonin, attraverso la recitazione di Nam-myo-renge-kyo si può attivare la condizione vitale più elevata: la “natura di Budda”. Questo potenziale – presente in ogni forma di vita – è la stessa Legge mistica che permea l’intero infinito universo. La preghiera è il costante processo di riallineare le nostre singole vite (“piccolo io”) con tutti i loro impulsi e desideri, con il ritmo dell’universo vivente (“il grande io”).
    Durante questo percorso, definito anche “rivoluzione umana”, vengono attivate pienamente capacità – fino ad allora poco utilizzate o del tutto inespresse – quali conoscenza di sé, saggezza, vitalità e perseveranza. E poiché nella filosofia buddista non esiste separazione tra il mondo interiore degli esseri umani e il loro ambiente, i cambiamenti che avvengono dentro di noi si riflettono anche fuori di noi, nelle situazioni esterne. Sperimentare una “risposta” alle preghiere è il risultato concreto e visibile di questo processo.
    Daisaku Ikeda ha scritto che la forma più alta di preghiera è il voto di contribuire alla felicità degli altri e allo sviluppo di una convivenza pacifica sul pianeta.
    Questo voto, e le azioni che ne conseguono, armonizzano profondamente le nostre vite con l’infinita vita dell’universo e fanno emergere il nostro io più elevato e nobile.

    La preghiera - Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
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  3. #3
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    Predefinito Re: Gongyo e Daimoku

    Percepire la condizione vitale della Buddità nella loro vita rappresenta per i buddisti la sfida più grande. Nell’insegnamento di Nichiren Daishonin, e nella tradizione in cui è inserito, questa è chiamata la pratica di “osservare la propria mente o cuore”. La difficoltà di questa pratica era tale che i praticanti dovevano, secondo la tradizione, dedicare la loro vita esclusivamente alla meditazione.
    Lo straordinario contributo del Daishonin fu quello di iscrivere un “limpido specchio” in grado di riflettere perfettamente lo stato di Buddità inerente alla vita, facendo così in modo che tutte le persone, in qualsiasi situazione e di qualsiasi condizione, potessero far emergere e manifestare la loro natura di Budda. Questo “specchio” fu chiamato da Nichiren “Gohonzon”.
    La parola giapponese Gohonzon è costituita da due parti: go è un prefisso onorifico mentre honzon significa “oggetto di fondamentale rispetto”, ossia “oggetto principale di fede o di culto”.
    A differenza di altre scuole buddiste giapponesi della sua epoca, che usavano come oggetti di culto statue di legno o mandala sui quali erano scolpite o dipinte immagini di Budda o di bodhisattva, Nichiren Daishonin stabilisce come oggetto di culto i cinque caratteri di Myoho-renge-kyo, la Legge suprema rivelata nel Sutra del Loto. Nel Sutra del Loto si dichiara che è questa la Legge che permette al Budda di essere tale, e il Budda la ripete costantemente, la custodisce nel suo cuore e la trasmette ai bodhisattva. Scrive il Daishonin: «Quando veneriamo Myoho-renge-kyo che è nella nostra vita come oggetto di culto, la natura di Budda che è in noi viene richiamata dalla nostra recitazione di Nam-myoho-renge-kyo e si manifesta».
    Al centro del Gohonzon si trova l’iscrizione di Nam-myoho-renge-kyo. Sotto questa c’è il nome di Nichiren: ciò esprime la sua convinzione che lo stato di Buddità non è un concetto astratto, ma concretamente manifesto nella vita e nel comportamento degli esseri umani che vivono nel mondo reale. Sui lati degli ideogrammi “Nam-myoho-renge-kyo Nichiren”, il Daishonin include tutti i rappresentanti dei Dieci mondi. Ciò ha lo scopo di indicare che tutte le forme e tutti gli aspetti della vita, illuminati dalla Legge di Myoho-renge-kyo e manifestando le proprie caratteristiche come valori unici, possono vivere in armonia e in simbiosi. La Legge di Myoho-renge-kyo è invisibile, ma il risultato del suo funzionamento si manifesta chiaramente nel momento in cui ogni forma di vita realizza pienamente se stessa in modo armonioso con tutto il resto dell’universo. Questa armonia è la manifestazione dell’oggetto di culto e rappresenta i suoi molti benefici. Infatti mandala è una parola sanscrita che significa “perfettamente dotato di ogni beneficio”, talvolta tradotta come “accumulo di benefici” o “perfettamente dotato”.
    Nichiren iscrisse vari Gohonzon per i suoi singoli seguaci e, ai nostri giorni, i praticanti della Soka Gakkai custodiscono nelle loro case una copia stampata del Gohonzon. La pratica del Buddismo di Nichiren consiste nella recitazione di Nam-myoho-renge-kyo davanti al Gohonzon, che consente di armonizzare la propria vita con la natura di Budda da esso riflessa, che ognuno fa emergere da dentro.
    Fondamentalmente è il “credere” nel proprio potenziale che mette in grado gli esseri umani di migliorare e avanzare di fronte alle difficoltà. Il Gohonzon rappresenta la concretizzazione della fede nell’illimitato potenziale della vita. La pratica a essa associata è espressione e realizzazione di tale fiducia. In quanto “specchio”, si potrebbe dire che il Gohonzon svolga una doppia funzione. Da una parte aiuta a risvegliarci alla sconfinata ricchezza e potenzialità della vita interiore, dall’altra favorisce l’introspezione, elemento indispensabile per affrontare la nuda realtà della vita che si manifesta in quel momento. Indipendentemente dal proprio credo religioso, il successo di ogni sforzo per guidare la vita verso la realizzazione e il valore dipende largamente dall’abilità a guardare dentro di noi con onestà e coraggio, sia per affrontare le nostre funzioni negative sia per cercare nella nostra vita quelle qualità che abbiamo proiettato su santi e idoli. Sembra che, ora più che mai, la sopravvivenza collettiva dipenda dalla nostra capacità di condurre questo processo di trasformazione interiore.

    Il Gohonzon - Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
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