Venerdi scorso ho fatto un bagno di Roma: dopo mesi di assenza, mi sono ritrovato per le strade del centro, percorse a piedi a causa dello sciopero abissale dei mezzi pubblici.
Ho avuto il piacere di riaffacciarmi da ponte Garibaldi, ad ammirare le acque del Tevere piene di detriti, in un'occasionale conversazione con una famiglia di visitatori veneti, molto simpatici.
Poco più avanti, a largo Argentina, sono rimasto colpito da due donne, che camminavano affiancate, ridendo.
Due nere statuarie.
Una portava appeso al collo un grande fazzoletto uso marsupio, con dentro un bambolotto che da quella posizione guardava la gente, agitando le gambette nude.
La ragazza camminava con una falcata ampia, facendo svolazzare pigramente la tunica gialla e rossa che le fasciava le gambe. Un passo orgoglioso, da principessa nilotica.
L'altra era vestita con jeans e maglietta, e spingeva un passeggino tecnologico, di quelli ai quali manca solo la playstation.
Anche lei alta ed atletica, con un' evidente soddisfazione per il proprio stile molto europeo, che sembrava gestire come fosse una conquista esistenziale della quale andare orgogliosa.
Durante il resto della giornata, anche in mezzo alla fiumana di persone dìogni colore che invadeva le vie di Roma, mi è capitato di ripensare spesso a queste due donne, chiedendomi quale avesse la ragione migliore per essere orgogliosa di sè. Ma non sono riuscito a darmi una risposta.




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