L'antifascismo, come teorizzazione politica ed elaborazione ideologica, raramente è riuscito a toccare livelli di rispettabilità scientifico-politica. Vi riuscì, proprio su queste pagine, il compianto Carmelo Viola che, pur nel suo dogmatismo e nella sua partecipazione a uno schema dialettico imperante che a molti di noi era ed è alieno, all’antifascismo conferiva comunque una connotazione ideale portatrice (non sempre “sana”) di approfonditi dibattiti e di salutari diatribe.
Erano, e sono, mosche bianche. Altra cosa, disgraziatamente e largamente maggioritaria, è la retorica antifascista, il mito fondante posticcio di una repubblica nata a sovranità limitata dalla canna dei fucili americani. Questa “retorica” sopravvive alla storia alla stregua dei banchetti abusivi che, nei piazzali di sosta degli autogrill, fanno il gioco delle tre carte, o dei maghi televisivi delle reti tv locali, o dei venditori che, per restare in ambito autostradale, ti rifilano il videoregistratore con dentro il mattone. Quasi tutti, insomma, hanno sotto gli occhi la sua natura inconsistente e truffaldina, ma tanti ci cascano.
Cui prodest? A chi, a cosa giova, quindi, il mantenimento in vita con l’accanimento terapeutico di una posizione politica vuota di senso e pregna di vacuità? Della necessità di una mitopoiesi fondante, quella della “repubblica nata dalla resistenza”, si è già accennato. Storicamente, la “patacca” antifascista ha svolto altresì la funzione (utile al consolidamento del potere atlantico) di comburente delle contrapposizioni che hanno infiammato le piazze e le vie d’Italia, a partire dagli anni Sessanta dello scorso secolo, nel nome degli “opposti estremismi”.
Ultimo, ma non in ordine d’importanza, è il ruolo che tale arma spuntata, ma ancora capace di nuocere, ha giocato e a tutt’oggi gioca nella delegittimazione sistematica che la grande stampa embedded e la politica “addomesticata” mettono in atto contro il fattore SN, la corrente politica di sinistra nazionale e il socialismo nazionalista per via del fatto che tale orientamento politico ha storicamente ravvisato, anche in molteplici aspetti dei fascismi europei, una propria realizzazione storica.
Passando attraverso l’accusa di “fascismo” tout court, infatti, tutto è possibile. Adriano Celentano (che preferiamo ricordare per capolavori indiscussi della cinematografia quali Er più e Serafino piuttosto che per i suoi sermoni “politici”), tra il serio e il faceto, sul palco di un festival canoro, ha auspicato la chiusura di due giornali di ispirazione cattolica. Apriti cielo. Ancora un po’ e lo chiudevano nelle segrete di Castel Gandolfo. A distanza di pochi giorni, invece, con toni ben più seri e minacciosi, i rappresentanti di una minoranza religiosa hanno auspicato la messa al bando di Rinascita, essendosi questa permessa di non censurare delle manifestazioni del pensiero “scorrette”, per quanto perfettamente legali. E nessuno, si badi, ha detto “a”. Perché? Ma è chiaro: “è un giornale fascista”.
Si dirà: vexata quaestio. Ma con la quale, ahinoi, doversi confrontare quotidianamente. Chi scrive, nel pomeriggio di oggi, sarà ospite a Bologna, in rappresentanza della rivista L’Uomo Libero, di una conferenza sul tema “Ius sanguinis – ius soli – diritti di cittadinanza”, conferenza organizzata dal movimento politico Forza Nuova. I lettori di Rinascita ricorderanno senz’altro che, nel corso dell’elaborazione e del dibattito inerente la prassi di costituzione di un Fronte comune, da parte della sinistra nazionale sono state sovente espresse delle criticità nei confronti del suddetto movimento politico e di tutto l’ambiente che comunemente viene ricondotto genericamente al “neofascismo”. Ma a Forza Nuova va obiettivamente riconosciuto il merito di aver organizzato un dibattito pubblico ospitando relatori esterni alla loro organizzazione che sono sistematicamente esclusi dal circuito della “cultura ufficiale”, dibattito che è tra l’altro incentrato su un tema di stringente attualità.
Inutile dire che la mobilitazione dei detentori del Verbo è stata massiccia e unanime nel contrastare l’iniziativa. Senza alcuna contro-argomentazione politica, naturalmente, come si conviene a dei “pataccari” della politichetta; la motivazione, ripetuta fino alla nausea dagli esponenti partitici locali e amplificata dalla solita stampa (La Repubblica in testa) è stata la solita: “nessuno spazio ai fascisti”, la cui presenza in città desterebbe “ribrezzo”.
Questo è l’universo umano con cui tocca confrontarsi: i degni eredi di una guerra perduta, gli artefici del disastro di una nazione, i distruttori della giustizia sociale, i difensori di uno status quo di sovranità limitata o inesistente. Che si reputano intoccabili grazie a un certificato di “antifascismo” e che imbrigliano le forze più sane e potenzialmente ribelli della gioventù facendole giocare, nell’anno 2012 dell’era volgare, alla brigata Garibaldi contro la Wehrmacht.
Il nostro, di ribrezzo, è tutto per loro.
La politica, il ribrezzo e il pregiudizio | Movimento | Rinascita.eu - Quotidiano di Sinistra Nazionale




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