"La storiografia non ha sufficientemente tenuto conto del carattere borghese della rivoluzione del 1848, ha sempre confuso le aspirazioni del ceto borghese professionale a rafforzare il proprio carattere di ceto possidente con la spartizione delle terre di antico e moderno demanio, con le occupazioni delle terre demaniali messe in atto dai contadini per difendere le stesse terre da processi di privatizzazione segnati da violenti usurpazioni borghesi.
Il costituzionalismo, da questo punto di vista, non è che il tentativo di destrutturare la macchina statale monarchica al fine di irrobustire la presenza di una componente sociale, politica ed economica borghese che, con un parlamento ed uno statuto capaci di delimitare i poteri del sovrano, sarebbe divenuta la vera proprietaria dello stato. Il popolo delle campagne, che non figurava nei disegni dei riformatori costituzionali, né come elettore, né come candidato parlamentare, non poté che vedere in quelle mire la volontà di accaparrarsi le terre che esso coltivava col sistema degli usi civici, un processo che avrebbe comportato e che comportò storicamente, folli espulsioni di contadini da campi destinati ad essere improduttivi e la nascita di un proletariato extraurbano destinato a vendere la propria forza lavoro ad un avido latifondista.
Ci sia permesso dire che la generale opinione secondo cui la borghesia napoletana fosse debole ed inconcludente, secondo altri addirittura inesistente dopo la repressione del 1799, è adatta ad alimentare gravi incomprensioni storiche. A nostro avviso la borghesia napoletana fu forte, tenace, violenta e riottosa a qualsiasi imposizione sovrana. Questa borghesia sfidava il carcere e preferiva l’esilio ad una permanenza in uno Stato in cui stentava a riconoscersi. Essa fu sempre presente con tempestività ogni volta che il percorso storico la chiamò in causa: nel 1799 fu protagonista della Repubblica Partenopea, nel “decennio francese” entrò nella macchina statale murattiana per essere confermata ai suoi posti dalla politica dell’amalgama della seconda restaurazione ferdinandea, fu presente armi in pugno nel 1820-1821, nel 1848 e nel 1860 per un totale di cinque rivoluzioni in sessant’anni. Come questa può sembrare debolezza? E fu esattamente perché la rivoluzione fu sempre borghese che la reazione fu sempre proletaria, disordinata, facinorosa. L’abbiamo scritto in Viva il Re, Abbasso la Nazione: ogni qualvolta la patria era in pericolo per l’invasione straniera o per l’esplosione di forze rivoluzionarie intestine, il popolo, e solo il popolo, si schierò sempre dalla parte del Re e dell’indipendenza del Paese e così fu anche nel 1848".
Per chi vuole approfondire, sulla rivista VICUM mese Mar.Giu. 2012 è stato pubblicato il mio articolo "La controrivoluzione in Terra di Lavoro e la riconquista di roma (1848-1849). La Controrivoluzione in Terra di Lavoro e la riconquista di Roma 1848-1849 - PDF- 11 Pag




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