Si può parlare di molti modi di fare politica in Italia, in maniera più o meno conforme al senso di decoro, per come è inteso all’interno della società mediatizzata in cui viviamo. Attacchi contro personalità politiche, contro persone, talvolta dettati dal vergognoso desiderio di togliere di mezzo qualcuno, talvolta invece rispecchianti una reale situazione di corruzione, forse già da tempo conosciuta o condivisa da chi adesso si trova dalla parte di chi attacca e accusa, eppure portata alla luce soltanto oggi per puri giochi di potere che, infine, non trovano un riscontro positivo reale nella vita dei cittadini elettori, se non quello dell’accanirsi, per trovare uno sfogo alla frustrazione socio-economica contemporanea, contro un capro espiatorio, nell’illusione che, tolto di mezzo quest’ultimo, la società possa tornare rigenerata a vivere un periodo di rinascenza. Proprio a questo s’è ridotta la politica in Italia: ad un gioco delle ‘tre carte’ senza fine, in cui il giocatore rimane eternamente speranzoso di vincere, pur continuando a perdere.
Proprio all’interno di quei confini nazionali italiani sempre più flebili, volti come sono a cedere spazio a un’Europa che con dirompenza e violenza intende smantellare ogni singolarità governativa nazionale, la legge pare essere continuamente messa in una sorta di clessidra che non si limita ad indicare semplicemente lo scorrere del tempo, quanto a simboleggiare quel continuo capovolgimento cui è sottoposta, nonostante resti una clessidra: la legge, che è scritta e rimane tale, può essere infatti messa sottosopra, di continuo, nelle mani di chi, paradossalmente, si propone come suo garante.
Questa riflessione deriva dall’osservazione situazionale degli strascichi di quella estenuante e stancante campagna elettorale palermitana che si è appena conclusa, in cui una percentuale probabilmente mai vista di candidati che ha letteralmente preso possesso della città, tra manifesti stradali legali e abusivi, tra SMS, e-mail, messaggi privati su Facebook o su altri social-networks che ledono, eticamente – sebbene non legalmente –, la privacy del cittadino, e ne corrodono in maniera paziente la volontà, come se il senso di discernimento della persona dovesse per forza passare, quasi violando degli spazi che dovrebbero considerarsi inviolabili, attraverso un canale che abusi della sua essenza, come se non fosse bastata la comunque ampissima campagna elettorale in televisione o negli appositi e regolamentati spazi pubblicitari per strada.
Ma c’è chi è andato oltre, e di seguito spieghiamo il perché, dato che ci è apparsa come qualcosa del tutto innovativa quanto, a parer nostro, disonesta. Tra i candidati vi è infatti chi ha già alle spalle un’attività economica, come un negozio o un’impresa più o meno piccola. E tra questi non è mancato chi, molto intelligentemente ma, appunto, raggirando la legge, non s’è fatto scrupoli nello sfruttare ciò per fini elettorali. Non ci riferiamo alla banale esposizione e distribuzione di ‘santini’ con le fotografie dei candidati stessi e il partito o movimento relativo presso i locali delle rispettive attività: potrebbe, sin qui, non esserci nulla di male. Ma se a campagna elettorale chiusa qualcuno pensasse di acquistare degli spazi pubblicitari in strada, con dei posters della misura di 6 metri per 3, pubblicizzando la propria attività commerciale ma utilizzando, solo con colori differenti, la stessa grafica e lo stesso carattere adoperati per i posters elettorali della stessa misura, con cui il titolare dell’attività stessa era già apparso sino a pochi giorni prima per le strade di Palermo, inserendo per giunta anche la propria foto, identica anche questa a quella del manifesto elettorale, accompagnata dal cognome… beh: apparirebbe logico chiederci quantomeno cosa stia succedendo.
Se, dunque, chi pretende di diventare un garante dei cittadini, pensando di essere in grado di rappresentare la legalità, gioca così palesemente sporco, come anche chi imbratta abusivamente le pareti dei palazzi, delle impalcature della nostra città o riempie di volantini e, dunque, di spazzatura le nostre strade, mostra così palesemente la propria repellenza verso le regole fondamentali di una società civile, come poter pensare di apporre una ‘X’ o scrivere un determinato nome sulla scheda elettorale? Questa è una domanda alla quale possono essere date molte risposte, la maggior parte delle quali verrebbe smentita dagli interessati, nonostante l’evidente ‘stonatura’ tra parole e fatti.
Ma ad una domanda possiamo in parte dare risposta: perché, probabilmente, Palermo non cambierà mai? Semplice: perché noi cittadini continueremo ancora a lungo a risponderci da soli: “Ma fanno tutti così…”.

La disonestà trova sempre una scusa | Laurentius | Il Cannocchiale blog