Nella Grecia in crisi l’anarchia è in pieno boom
di Andrea Lucchetta


Nello storico quartiere di Exarchia, ad Atene, lo Stato non esiste. Rivendicazioni e forme di lotta che un tempo erano appannaggio di circoli ristretti ora fanno breccia nella borghesia. Le due anime del movimento. In questo momento può succedere di tutto.


A prima vista avrà 25 anni, non di più. Se ne sta con scudo e manganello di fianco all’ingresso del parlamento, un’immagine talmente consueta nel panorama di Atene da mimetizzarsi con lo sfondo. «Sai quanto prendono gli ultimi arrivati? 600 euro. Io arrivo a mille. Secondo te quanto può durare? ». Qualche mese al massimo, dicono tutte le persone che abbiamo incontrato. Poi chissà. «Poi mi aspetto nuovi scontri, sempre più intensi, finché non usciremo dall’euro. Perché usciremo». E tu cosa farai? «Avrò degli ordini. Capisco la gente in piazza, ma dovrei perdere il lavoro?».

Stelios Stylianidis, professore di psichiatria all’Università di Atene, la vede allo stesso modo. «Credo in due possibilità. O a sinistra emerge una lettura alternativa della crisi, che tenga conto delle contraddizioni a livello europeo. Oppure - e temo sia ben più probabile - si scatenerà un’esplosione di violenza non strutturata, priva di progetto politico. Magari partendo dall’imposizione di nuove misure di austerity». E dopo? «E chi lo sa. Probabilmente assisteremo a una repressione enorme, seguita da una sorta di laissez-faire, perché lo Stato non è più in grado di imporsi».


A Exarchia, storico quartiere anarchico a un quarto d’ora da piazza Syntagma, si capisce benissimo chi comanda. Qui non si paga il parcheggio, semplicemente perché nessun poliziotto rischierebbe la pelle per una multa. Una sorta di enclave auto-gestita nel cuore di Atene. Il confine, invisibile per uno straniero, è segnato dai presidi di pattuglie in tenuta anti-sommossa. Se lo scenario che attende la Grecia è un proliferare sempre più incontrollato di guerriglia urbana, Exarchia si candida a diventarne la capitale. È la culla dei tanto temuti anarchici greci. Grosso modo, concordano le persone che abbiamo intervistato, nel quartiere convivono due anime del movimento. Gli anarchici sociali, che credono nell’organizzazione e hanno alcuni punti di dialogo con la sinistra; e gli anarchici individualisti, critici nei confronti di qualsiasi forma di struttura e tesi a creare continue occasioni di scontro con le istituzioni.


Nicholas - 35 anni, ricercatore all’estero - si definisce un anarchico sociale. Voterà per Syriza, la coalizione di partiti alla sinistra del Pasok. Una mezza eresia per un anarchico, giustificata dalla gravità del momento. Come lui, spiega, «faranno moltissimi altri compagni». Dire no all’austerity made in Berlin è la prima necessità. La seconda, contenere la marcia dei neonazisti di Alba dorata. «Se arrivano in parlamento hanno diritto ai rimborsi elettorali. Quei soldi li investirebbero anche per comprare delle armi da usare contro di noi. Già così stiamo perdendo i quartieri intorno a Piazza Omonia», a un tiro di schioppo da Exarchia.


Reagire con ogni mezzo, per Nicholas, più che una possibilità è un dovere. «Contro la speculazione finanziaria Bruxelles ha scelto la via dell’appeasement. L’ultima volta che è successo era il 1938. C’era la conferenza di Monaco, c’erano Chamberlain e Hitler. La Grecia è solo il primo campo si battaglia». «La violenza politica non è un fine, è un mezzo. Mi oppongo all’idea delle avanguardie, ai gruppi settari che uccidono dicendo di agire in nome del popolo. Ma una violenza di massa, finalizzata a raggiungere degli obiettivi politici, è tutto un altro discorso». E il valore della vita umana? «In Grecia il tasso dei suicidi si è impennato di pari passo con la crisi. Se parliamo del valore della vita non possiamo dimenticarlo. Dobbiamo fermare chi ha reso possibile tutto questo».


Difficile azzardare una stima delle persone che compongono il nucleo duro del movimento anarchico ad Atene. Nicholas ci pensa su un attimo, poi risponde: «Fra le 3 e le 5 mila». Una cifra condivisa dalla maggior parte delle persone intervistate, sia all’interno sia all’esterno del movimento. Poche per sognare una rivoluzione, anche perché non agiscono in modo coordinato. Troppe però per evitare che i focolai di guerriglia si estendano a macchia d’olio per le vie della capitale. Anche perché gli anarchici non sono i soli a menare le mani. Lo si è visto il 12 febbraio, nella notte in cui gruppi di manifestanti hanno dato fuoco a diversi palazzi nel centro di Atene. «C’erano gli anarchici, certo. C’erano gli ultras, di destra e di sinistra, anche di squadre rivali. E c’era chi voleva semplicemente fare casino o sperava nei saccheggi». A fronteggiarli qualche migliaio di poliziotti, chiamati a tenere sotto controllo un’area immensa.


Cosa ti aspetti dopo le elezioni? «Siamo a un punto tale che può accadere qualsiasi cosa. Perfino i sogni più selvaggi possono diventare realtà. Di certo è un’occasione unica per sovvertire i paradigmi che ci hanno guidato fin qui. Per uscire dalla logica del denaro facile, degli investimenti in borsa con cui pagare le vacanze a Mykonos». Mentre Nicholas parla passano quattro poliziotti in motocicletta. L’atmosfera all’esterno del bar si fa tesa. Sguardi fra il perplesso e l’oltraggiato. «Devono aver fatto una scommessa» dice uno. «No, devono averla persa». Un avvenimento tanto banale a Exarchia può trasformarsi in qualcosa di imprevedibile.


È così che è cominciata la rivolta di Atene. Era il 6 dicembre 2008 e la Grecia ufficialmente godeva di discreta salute. Niente austerity, niente recessione e - molto in teoria - debito sotto controllo. L’allarme sui conti truccati risuonò solo qualche mese dopo, nella primavera del 2009. Ma Atene cominciò a bruciare in anticipo, e non è un caso che la prima scintilla sia scoccata a Exarchia. È stata una scena molto simile a dar fuoco alle polveri: una macchina della polizia avventuratasi nel centro del quartiere venne accolta a insulti e (forse) bottigliate. Un poliziotto scese, sparò e uccise così Alexandros Grigoropoulos, 15 anni. Per notti intere il centro di Atene venne messo a soqquadro. «Era un campo di battaglia» ricorda Stylianidis. Per i movimenti di Exarchia, assorbito il lutto, fu un’epifania.


«Moltissime persone “estranee” adottarono i nostri metodi di lotta. Riuscimmo ad andare oltre ai soliti circoli, e ci scoprimmo accettati dal resto della società» racconta Rita, 30 anni, un passato nella comunicazione. «Adesso sta accadendo qualcosa di simile. Vedo i manifestanti sempre più preparati. Cresce il numero di chi viene ai cortei con le maschere anti-gas, coi bastoni, e risponde colpo su colpo quando la polizia attacca, anziché compiangersi». Rita è una figlia di Exarchia. Cresciuta in una famiglia comunista, ha scelto di passare dalla parte degli anarchici a 17 anni, «perché i comunisti erano capaci solo di parlare». Ci accoglie al “Vox”, un bar inaugurato il pomeriggio stesso all’interno di uno stabile occupato. La polizia è intervenuta per sgomberarlo a fine aprile. «Ci hanno messo 10 ore per sigillarlo con le serrande di metallo. Il giorno successivo siamo tornati con le tronchesi. Ci siamo cronometrati: in 28 minuti eravamo di nuovo dentro». Una settimana dopo, l’inaugurazione. Difficile trovare un’immagine più chiara dell’impotenza dello Stato. «Il governo semplicemente non esiste» dice più tardi un tassista sulla sessantina. «Il mio quartiere è pieno di immigrati. Mia moglie non può nemmeno uscire di casa. Me ne fotto se quelli di Alba dorata sono nazisti. Io li voto perché voglio mandare un segnale. Certo cinque anni fa non li avrei scelti. Ma cinque anni fa non stavamo così».


A Exarchia manca lo Stato, non però il rispetto di alcune regole. «Se troviamo uno spacciatore lo cacciamo, con le buone o con le cattive» continua Rita, e come lei tutti quelli cui abbiamo rivolto questa domanda. «Le droghe hanno falciato la generazione precedente, qui non sono ben viste. Se mi fumo una canna lo faccio a casa mia, non voglio dare il cattivo esempio». Non mancano altre immagini di auto-governo virtuoso. Come il giardinetto cresciuto al posto di un parcheggio occupato tre anni fa. È curato da un gruppo ad hoc, che ha sradicato l’asfalto e si dà i turni per innaffiare le piante. Un gioiellino improbabile, in mezzo alla colata di cemento che ricopre tutta Atene.


Sul terrazzino del “Nosotros”, un altro locale occupato, la bandiera rosso-nera degli anarchici sventola di fianco a un megafono gigante. Sembra una scena tratta da Omaggio alla Catalogna, e forse non è un caso che C. B. - professore di Psicologia negli Stati Uniti - paragoni la Grecia di oggi alla Spagna pre-franchista. «Non posso fare speculazioni sul quando. Ma sono sicuro che in Grecia verrà la rivoluzione, anticipata da insurrezioni di volta in volta più lunghe e intense». «Sarà violenta, certo, come è sempre avvenuto nella storia». Pochi mesi fa due parlamentari hanno rischiato il linciaggio. Lei giustifica aggressioni simili? «Chi ci ha ridotto in questo stato non può sperare di farla franca».


Ovviamente Exarchia non rappresenta uno specchio della realtà greca. È piuttosto un laboratorio, da cui sono partite le prime manifestazioni contro l’occupazione dell’Asse e il regime dei colonnelli. Un’avanguardia per certi versi, per altri un mondo condannato all’isolamento. Quello che stupisce, però, è il grado di accettazione della violenza come strumento di lotta anche al di fuori del quartiere. Inevitabile, forse, in una città che la crisi ha reso più povera e insicura. Non ha torto Rita quando individua una prima svolta negli incidenti del 2008.


Ce lo conferma una manifestazione cui partecipiamo quasi per caso. Poche migliaia di persone sfilano di fronte al parlamento, chiedendo la liberazione di quattro ragazzi arrestati durante gli scontri di febbraio. In mezzo agli anarchici spuntano decine di persone che in Italia verrebbero subito qualificate come esponenti della “società civile”. Ci fermiamo a parlare con una signora di cinquant’anni e sua figlia. Vengono da Holargos, sobborgo della buona borghesia. «A mio marito - ingegnere, 42 anni di anzianità e laurea nell’Ivy League - hanno tagliato la pensione a 1500 euro al mese». C’è di peggio, in un paese in cui si discute di portare la pensione minima a poco più di 300 euro, ma non per questo la rabbia si placa.


A Holargos, come in moltissimi altri quartieri, reagiscono alle ristrettezze con la solidarietà. «Adesso prenderemo in affitto un posto in cui la gente possa venire quando vuole, trovare delle medicine o seguire dei corsi gratuiti». Il tutto coordinato da un comitato di cittadini sorto spontaneamente: anche questo un modo di sopperire alla scomparsa dello Stato. «Non apparteniamo al movimento degli “Indignati”» tengono subito a specificare. La figlia aggiunge: «Tutto è cominciato nel 2008, con la morte del ragazzo a Exarchia. Per la prima volta abbiamo protestato insieme». Oggi, insieme a persone con cui quattro anni fa non avrebbero nemmeno condiviso il marciapiede, protestano per chiedere la liberazione di quattro attivisti accusati di teppismo.


«Certo rifiutiamo la violenza gratuita. Ma è anche vero che la polizia spesso fabbrica le prove. E quando ti attacca è legittimo rispondere. Qui non si lotta solo per la Grecia, ma per tutta l’Europa».

Nella Grecia in crisi l’anarchia è in pieno boom - rivista italiana di geopolitica - Limes