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Discussione: le donne nel medioevo

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    Predefinito le donne nel medioevo


    La favola dello “ius primae noctis”


    Nel corso di un convegno tenuto di recente nel Regno Unito, l'eretica storica inglese ha citato numerosi esempi di donne che, in pieno Medioevo, vivevano in una condizione di assoluta parità con gli uomini. Secondo il celebre medievalista “fedele alla linea” Jacques Le Goff le donne portate ad esempio da questa sua collega “molto presuntuosa e soprattutto molto ignorante” (Repubblica, 12.9.2007) sarebbero soltanto delle sparute eccezioni fra milioni di donne umiliate ed oppresse nei “secoli bui”. Solo eccezioni? Secondo Régine Pernoud no. Circa trenta anni fa questa storica francese, oggi scomparsa, ha sostenuto le stesse tesi che oggi sostiene Sue Niebrzydowski nei libri Medioevo un secolare pregiudizio (edito in Italia da Bompiani nel 1983) e La donna al tempo delle cattedrali, (edito in Italia da Rizzoli nel 1982). Andiamo a rileggerli.

    In primo luogo, la Pernoud si chiede come possa esserci ancora qualcuno che crede alla favola dello “ius primae noctis”, invenzione di qualche romanziere d'appendice. Quanto all'idea che le donne nel Medioevo fossero considerate creature senz'anima, la Pernoud taglia corto: “Strano che i primi martiri che sono stati onorati come santi, siano delle donne e non degli uomini: sant'Agnese, santa Cecilia, sant'Agata e tante altre. Triste davvero che santa Blandina o santa Genoveffa fossero prive di un'anima immortale! Sorprendente che una delle più antiche pitture delle catacombe (nel cimitero di Priscilla) raffigurasse precisamente la Vergine con Bambino, ben designata dalla stella a dal profeta Isaia” (Medioevo un secolare pregiudizio).

    Donne al comando

    Dopo avere fatto piazza pulita di queste fandonie, la Pernoud si sofferma sulle grandi regine francesi del Basso Medioevo: “Non è sorprendente che ai tempi feudali la regina fosse incoronata come il re, a Reims generalmente (a Sens nel caso di Margherita di Provenza), ma sempre dalle mani dell'arcivescovo di Reims? In altre parole, si attribuiva all'incoronazione della regina altrettanto valore che a quello del re. (…) Eleonora d'Aquitania e Bianca di Castiglia dominano realmente il loro secolo, esercitano un potere incontestato nel caso in cui il re sia assente, malato o morto, hanno la loro cancelleria personale, il loro campo di attività personale” (op. cit.). Non bisogna dimenticare che fu una regina, Isabella di Castiglia, a patrocinare l'impresa che segna simbolicamente l'inizio dell'epoca moderna: la scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo.

    Oltre a queste grandi regine, la Pernoud cita un numero impressionante di nobildonne e signore feudali vissute fra il quinto e il quindicesimo secolo dopo Cristo. Di esse qui ricordiamo soltanto la celebre Matilda di Canossa, che nel 1115 osò ribellarsi all'imperatore tedesco Federico Barbarossa, nemico giurato dei comuni italiani, donando i suoi feudi toscani ed emiliani al papa. Le donne avevano posizioni di potere anche all'interno della Chiesa: “Alcune badesse agivano come autentici signori feudali il cui potere era rispettato al pari di quello di tutti gli altri signori, alcune donne indossavano la croce al pari dei vescovi; sovente amministravano vasti territori che includevano villaggi, parrocchie…” (op. cit.). Le Goff ribatte: è vero, certe badesse erano potenti “ma non dobbiamo dimenticare che i conventi femminili erano sempre sottoposti a quelli maschili” (Repubblica, 12.9.2007). Ciò non è vero. Non solo non tutti i conventi femminili erano sottoposti a quelli maschili, ma successe anche il contrario: “ci si domandi che cosa ne direbbe il nostro XX secolo di conventi maschili posti sotto la direzione di una donna. (…) E tuttavia è proprio ciò che si verificò, con pieno successo e senza causare nella Chiesa il sia pure minimo scandalo, ad opera di Roberto di Abrissel, a Fontevrault, nei primi anni del XII secolo” (op. cit.). Egli pose, infatti, i monaci del suo ordine sotto la direzione della badessa dell'attiguo convento femminile.

    Se alcune badesse avevano più potere degli abati, invece le donne sposate di qualunque categoria sociale erano indipendenti dai mariti anche relativamente al diritto di proprietà: “Negli atti stipulati è molto frequente il caso di una donna sposata che agisce per conto suo, per esempio avviando un negozio o un commercio, senza essere tenuta a produrre un'autorizzazione maritale” (op. cit.). Anche nelle campagne, fra i cosiddetti “servi della gleba”, c'erano donne che compravano o vendevano piccole proprietà: in un atto dell'XI secolo si parla di “due serve, di nome Auberede e Romelde, che alla fine dell'XI secolo (tra il 1089 e il 1095) acquistavano il proprio affrancamento in cambio di una casa che possedevano a Beauvais, sulla piazza del mercato” (op. cit.).

    Donne che lavorano e donne che votano

    Le prime femministe, apparse fra la fine del diciannovesimo e l'inizio del ventesimo secolo, si battevano per il riconoscimento di tre diritti fondamentali alle donne: il diritto all'istruzione superiore, il diritto di accedere a tutte le professioni e infine il diritto di voto. Ebbene le donne del Medioevo non avevano avuto bisogno di fare delle battaglie femministe per accedere al mondo del lavoro: “le iscrizioni della taglia (oggi diremmo le imposte di registro), ovunque ci siano state conservate, come nel caso della Parigi di fine XIII secolo, ci mostrano una folla di donne esercitanti i più vari mestieri: maestra di scuola, medico, farmacista, gessaiuola, tingitrice, copista, miniaturista, rilegatrice di libri e così via” (op. cit.). Notare: c'erano anche delle miniaturiste, ovvero delle artiste (un libro di miniature porta ad esempio questa iscrizione: “Omnis pictura et floratura istius libri depicta ac florata est per me Margaretam Scheiffartz” - “Ogni immagine e decorazione di questo libro è stata dipinta e disegnata da me, Margherita Scheiffartz”).

    E adesso tenetevi forte: nel Medioevo non solo esistevano delle forme di democrazia diretta a livello locale, ma votavano sia gli uomini che le donne. Dall'insieme delle raccolte consuetudinarie, degli statuti delle città, ma anche dall'enorme massa degli atti notarili, dei documenti giudiziari, o ancora dalle inchieste ordinate da san Luigi “balza fuori un quadro che per noi presenta più d'un tratto sorprendente, dato che, per esempio, vediamo le donne votare alla pari degli uomini nelle assemblee cittadine o in quelle dei comuni rurali” (op. cit.). Non sorprende affatto che nel Medioevo esistessero alcune forme di democrazia diretta. Si attribuisce a Carlo Magno, imperatore cattolico, il motto: “Vox populi, vox Dei”. In una delle numerose lettere che inviava ai papi e ai re nel periodo drammatico della cattivita' avignonese, santa Caterina da Siena scrisse: “Il potere non è assoluto, è prestato da Dio. O dal popolo”. Questa donna del popolo era ascoltata dai più grandi potenti del suo tempo. Sarebbe possibile una cosa simile oggi? Un secolo dopo, durante la guerra dei cent'anni, una semplice ragazza di umili origini riusc? a convincere i regnanti di Francia a metterla a capo di un esercito di uomini. Si chiamava Giovanna d'Arco.

    Donne che studiano

    Jacques Le Goff afferma bellamente che “la prima letterata donna della storia” sarebbe apparsa solo nel quindicesimo secolo nella persona di Cristina di Pisano, “poetessa e filosofa, molto critica con la misoginia dei suoi tempi” (Repubblica, 12.9.2007). Anche questo è inesatto: le donne letterate pullulavano da molto prima del quindicesimo secolo. Tre soli esempi: Dhuoda (autrice fra il 841 e il 843 del primo trattato di educazione pubblicato in Francia), la badessa Rosvita (autrice di un manoscritto del X secolo contenente sei commedie, in prosa rimata, che influirono grandemente sullo sviluppo letterario dei paesi germanici) e la badessa Herrada di Landsberg (autrice del celebre Hortus Deliciarum, l'enciclopedia più nota del XII secolo).

    I poeti del XII secolo hanno ripetutamente vantato le qualità intellettuali delle donne del loro ambiente; Baudri de Bourgueil, scrivendo l'epitaffio di una certa Costanza, dice che era sapiente come una sibilla e fa anche l'elogio di una certa Muriel, che ha fama di recitare versi con voce dolce e melodiosa” (La donna al tempo delle cattedrali).

    I poeti medievali lodavano le qualità intellettuali e spirituali delle loro donne, oggi invece la televisione e il cinema celebrano il culto della donna oggetto. A parte questo, gia' nel 1883 lo studioso Karl Bartsch era giunto alla conclusione che “nel Medioevo le donne leggevano più degli uomini”. Forse non più degli uomini, ma certamente leggevano quanto loro. E quanto loro scrivevano: molti manoscritti portano la firma di copiste donne. In effetti “all'epoca feudale e nel Medioevo, le scuole monastiche istruiscono un po' dovunque ragazzini e ragazzine…” (op. cit.). Nei conventi femminili, da sempre luoghi di studio oltreché di preghiera, le donne avevano la possibilità di ricevere un'istruzione di livello universitario: ad esempio la religiosa Gertrude di Hefta “ci racconta, nel XIII secolo, come fosse felice di passare dal grado di ‘grammatica' a quello di ‘teologa', vale a dire che, dopo avere percorso il ciclo di studi preparatori, si apprestava a passare ad un ciclo superiore come si faceva all'università. (…) D'altra parte, constatiamo che le religiose di quel tempo… sono per lo più donne di grande cultura, donne che avrebbero potuto gareggiare per dottrina con i monaci più eruditi del tempo. La stessa Eloisa [la celebre donna amata da Abelardo - N.d.R.] sapeva, e insegnava alle sue monache, il greco e l'ebraico” (Medioevo un secolare pregiudizio).

    Hildegarda: scienziata, musicista, filosofa

    Fra i più grandi geni di tutto il Medioevo, accanto a santi dottori come Bernardo e Tommaso, troviamo Hildegarda di Bingen. Nata nel 1098 presso Magonza e morta nel 1179, questa sposa di Cristo non fu solo una grande intellettuale ma anche una grande musicista (i cd con le esecuzioni degli inni e delle sinfonie che ella scriveva per le sue monache ultimamente vanno a ruba nei negozi specializzati, come ha verificato chi scrive).

    Come più tardi santa Caterina, Hildegarda trovava ascolto presso papi, re, imperatori: “O re”, scrisse a Federico Barbarossa riferendogli le parole che Dio le aveva rivelato in una visione, “se ti preme di vivere, ascoltami, o la mia spada ti trafiggerà”. Nelle sue tre opere principali ella descrive le visioni soprannaturali che aveva fin dall'età di tre anni: il Libro dei meriti della vita, il Libro delle opere divine (tradotto di recente per Mondadori Meridiani Classici dello Spirito) e infine lo Scivias (in italiano: “conosci”). Quest'ultima è un'opera monumentale in cui Hildegarda attraversa con uno sguardo unitario tutti gli ambiti del sapere del XII secolo, dalla teologia alla poesia fino alla musica e alla pittura (nelle miniature che accompagnano il testo ella illustra le sue visioni). “L'analisi della sua opera ha rivelato che aveva avuto prescienza della legge d'attrazione e dell'azione magnetica dei corpi, mentre le sue profezie indicanti astri immobili alla fine dei tempi sono sembrate ad alcuni scienziati l'annuncio della legge della degradazione dell'energia; nelle sue opere si è potuto discernere anche ciò che sarebbe stato oggetto di scoperte scientifiche cinquecento anni dopo la sua morte: il sole al centro del ‘firmamento’, la circolazione del sangue ecc.” (La donna al tempo delle cattedrali).

    L'emarginazione della donna inizia con l'Umanesimo

    Insomma, sembra proprio che questa Cristina di Pisano “molto critica con la misoginia dei suoi tempi” non sia stata affatto la prima donna letterata del Medioevo, come pretende Le Goff. Pure la “misoginia” è un tratto caratteristico non della cultura medievale bensì della cultura che stava emergendo proprio nel secolo di Cristina: l'Umanesimo. Qualunque studente del liceo classico sa che nella società greca e romana le donne avevano un ruolo del tutto marginale. La cultura classica non ha mai prodotto una grande letteratura d'amore (con l'eccezione della poesia di Saffo e delle riflessioni di Platone sull'eros, entrambi a sfondo omosessuale). Nella letteratura cortese si parla di cavalieri che venerano la donna amata come “suzeraine”, ovvero “regina” in lingua d'Oil. Ebbene gli autori classici insegnavano agli umanisti a non venerare più la donna ma lo Stato. In Francia anche le regine vere e proprie iniziano a contare sempre meno, fin quando “a partire dal XVII secolo, la regina scompare letteralmente di scena a vantaggio della favorita [l'amante del re - N.d.R.]. (…) E quando l'ultima regina di Francia, volle riprendere una particella di potere, ebbe di che pentirsene, infatti si chiamava Maria Antonietta (è solo giusto aggiungere che l'ultima favorita, la Du Barry, raggiungerà sul patibolo l'ultima regina)” (Medioevo un secolare pregiudizio).

    Non si è mai notato a sufficienza come, nell'età moderna, l'affermazione dello Stato assoluto e l'esclusione della donna dalla vita intellettuale e politica abbiano viaggiato su binari paralleli. La Pernoud individua la causa efficiente di entrambi questi fenomeni nella riscoperta umanistica del diritto romano, che è “il diritto di coloro che vogliono affermare un'autorità statale centrale” e “il diritto del pater familias”. Conformandosi al diritto romano, le legislazioni dei paesi europei tenderanno a “confinare la donna in quello che è stato, in tutti i tempi, il suo campo privilegiato: la cura della casa e l'educazione dei figli, finché le sarà tolto anche questo, a norma di legge. Infatti, si noti bene, è con il codice napoleonico che la donna non è più padrona neppure dei propri beni e svolge in casa propria solo un ruolo subalterno” (op. cit.).

    Al declino femminile diede un contributo fondamentale anche la Riforma protestante. Martin Lutero vietava alle donne di operare al di fuori dell'ambito delimitato dalle tre “K”: Kirche, Kinder, Küche (chiesa, bambini, cucina). Quelle che provavano ad infrangere questo divieto, finivano braccate come “streghe” (Lutero gettava benzina sul fuoco della superstizione anti-stregonesca). Nello stesso periodo il raffinato umanista Erasmo da Rotterdam, nel celeberrimo Elogio della pazzia, definiva la donna “un animale inetto e stolto”. Le prove di questa nuova temperie culturale misogina, durata fino alla fine del diciannovesimo secolo, sono troppo numerose per citarle in questa sede. Per fare un solo esempio, Giacomo Leopardi non si è vergognato di scrivere che la donna “dell'uomo al tutto da natura è minor” e che nelle sue “anguste fronti” la donna non può contenere gli stessi alti pensieri dell'uomo. “Che se più molli \ e più tenui le membra, essa la mente \ men capace e men forte anco riceve” (dal canto Aspasia). Mentre il poeta dell'era positivista per le donne non aveva che parole di disprezzo, invece il poeta dell'era cristiana per le donne non aveva che parole di ammirazione: “Tanto gentile e tanto onesta pare \ la donna mia quand'ella altrui saluta, \ ch'ogne lingua deven tremando muta \ e li occhi no l'ardiscon di guardare (…) e par che sia cosa venuta \ da cielo in terra a miracol mostrare” (Dante nella Vita Nova). Che abisso separa Aspasia da Beatrice! Negli occhi di Aspasia Leopardi aveva visto il riflesso dell'infinito, una promessa di felicità eterna. Ma quando si era avvicinato alla donna, il riflesso era scomparso: allora si convinse che l'infinito era un inganno, che l'amore era una illusione, che la donna era solo fonte di delusione. Molti secoli prima Dante vide la stessa promessa negli occhi di Beatrice. Ma Beatrice non lo deluse affatto. Nell'ultima cantica della Divina Commedia è Beatrice a condurre Dante fino al cospetto di Dio. Dante ci insegna che non si può adorare la donna senza adorare Dio. L'odio di Leopardi per la donna nasce proprio dalla sua mancanza di fede in quel Dio che solo può compiere la promessa contenuta negli occhi della donna.

    Insomma, anche Leopardi ci insegna qualcosa di importante: che il declino della fede cristiana è causa del declino femminile e della misoginia affermatasi dopo la fine del Medioevo. Quando tutti gli uomini credevano in Dio, e nella Madre di Dio, rispettavano le donne. Da quando Dio è stato dato per morto, è morta pure la dignità della donna. Ridotta oggi ad essere carne da pornografia.

    http://www.storialibera.it/attualita/do ... hp?id=2740
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    "Per tutto il pensiero occidentale, ignorare il suo Medioevo significa ignorare se stesso" - Étienne Gilson


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    Predefinito Riferimento: le donne nel medioevo

    Titolo L' Europa del Medioevo e del Rinascimento (storia)
    Prezzo € 74,89
    Prezzi in altre valute
    Dati 1992, 448 p., ill.
    Curatore Averil Cameron, Roberto Barbieri
    Editore Jaca Book (collana Eta. Enciclopedia tematica aperta)

    pag. 338-339



    Concedi alla ragione il privilegio di essere l'ultima pietra di paragone della verità. (Immanuel Kant)

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    Predefinito Riferimento: le donne nel medioevo

    Nel corso del medioevo si deve, almeno in parte, alle Dame di Salerno la rinascita del sapere medico. Verso la fine dell'XI secolo si riorganizzò l'università salernitana con un annesso centro di medicina, che fu tra i primi in Europa: le donne vi studiavano ed insegnavano. Una di esse era Trotula (Trota De Ruggiero per alcuni storici), che vi insegnò medicina, chirurgia ed ostetricia, insieme al marito Giovanni Plateo il Giovane e ai figli, stendendo con loro l’enciclopedia medica “Practica Brevis”. I consigli di Trotula sono straordinariamente moderni come ad esempio, l'importanza della pulizia, di una dieta bilanciata e dell'esercizio fisico, mentre le sue cure vi avvalevano raramente dell'astrologia o di evidenti superstizioni. Le teorie della Dama Salernitana smentiscono in parte ciò che pensiamo della ginecologia medioevale.

    Nel Medioevo le donne medico sono un dato di fatto; curano, dispensano rimedi, vegliano su feriti e malati tanto quanto gli uomini. Il re di Francia san Luigi IX, partendo per la sua spedizione in Terra santa condusse con sé come medico non un uomo, ma una donna di nome Hersent. Nelle campagne come nelle città, nei secoli XII e XIII, le donne medico sono presenti e arrivano persino a ricoprire cattedre universitarie, come avviene per esempio a Bologna con Dorotea Bucca (1360s – 1436) che occupò la cattedra di medicina ed ebbe studenti provenienti da ogni parte d’Europa.

    Tarquinia Molza, una filosofa del Rinascimento, scrittrice, musicista, vissuta tra Modena e a Ferrara, ricevette nel 1601 a motivo della sua erudizione per sé e per tutti i suoi eredi per sempre. Nel 1700 operò a Bologna, insieme al marito Giovanni Manzolini, il medico anatomo ceroplasta Anna Morandi; a lei si devono numerose scoperte anatomiche. Cominciò a lavorare in casa propria per portare a termine gli impegni presi dal marito e salvarne così il nome. In seguito approfondì gli insegnamenti del marito studiando sui più moderni trattati di anatomia, di cui la loro biblioteca era ben fornita, ed eseguendo delle dissezioni sui cadaveri per poi indagare la funzionalità dei singoli particolari attraverso l'uso del microscopio.

    Presto fu in grado di plasmare delle opere che evidenziarono un assoluto rigore anatomico e una perfetta conoscenza della moderna anatomia funzionale, materia che iniziava solo allora ad evolversi dalla pura morfologia descrittiva. Divenuta esperta, insegnò ai giovani utilizzando i preparati da lei stessa eseguiti e puntualmente corredati da diligenti descrizioni. Alla morte prematura del marito nel 1755, l'attività di Anna Morandi venne pubblicamente riconosciuta anche nella sua città natale; fu infatti aggregata all'Accademia Clementina e all'Accademia delle Scienze di Bologna e le fu conferita dal Senato una cattedra di Anatomia con la possibilità di dare lezioni sia nel Pubblico Studio dell'Archiginnasio, sia in casa propria. Negli stessi anni sempre a Bologna brillava nel campo della fisica Laura Bassi; Bassi seppe guadagnarsi la stima della comunità scientifica con le lezioni di fisica sperimentale tenute per trent’anni in casa propria (ma ufficialmente riconosciute e ricompensate), e con le memorie presentate nell’Accademia delle scienze della città. Era stata ammessa a questo prestigioso consesso, come socia onoraria, fin dal 1732, e nel 1745 avrà un posto nella ristretta classe degli accademici Benedettini, istituita dal papa Benedetto XIV allo scopo di incrementarne la produttività scientifica. Le luci dell’illuminismo e le ombre del medioevo forse andrebbero riviste e forse anche ricollocate.

    http://www.rassegnastampa-totustuus....ticle&sid=1707
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    Predefinito Riferimento: le donne nel medioevo

    Volete mettere le donne di un tempo?

    Marozia

    di Ornella Mariani

    Fra il 900 ed il 966, sul trono di Pietro s’avvicendarono Benedetto IV (900/903); Leone V (903); il dissidente Cristoforo (903/904); Sergio III (904/911); Anastasio III (911/913); Landone (913/914); Giovanni X (914/928); Leone VI (928); Stefano VII (929/931); Giovanni XI (931/935); Leone VII (936/939); Stefano VIII o IX (939/942), cui nel 930 furono mozzati naso ed orecchie; Marino II (942/946); Agapito II (946/955); Giovanni XII (955/963); Leone VIII (963/964); Benedetto V (964/966), descritto dallo storico Gerberto come «…il più iniquo di tutti i mostri di empietà…» e Giovanni XIII (965/972).

    Di quella stagione di crimini e lotte spietate nella quale i Papi esercitarono anche lo jus gladii, furono protagonisti gli Alberici: i malefici Conti di Tuscolo, che scrissero una delle più torbide pagine della storia ecclesiale; fondarono ed istituzionalizzarono la pornocrazia e, a conferma della asserita civilisation attuata dal Cristianesimo, incorniciarono la vicenda umana e politica della bellissima Marozia, consegnata alla storia come emblema della depravazione; animatrice d’una fitta catena di crimini, incesti ed intrighi; lussuriosa amante di Pontefici e abilissima politica: tale da mettere a segno un enorme potere attraverso un complesso groviglio di alleanze favorite anche dagli importanti matrimoni contratti con Alberico I di Spoleto, con Guido di Toscana e con Ugo di Provenza; tale da fomentare le spietate contrapposizione fra fazioni filo/imperiali e nazionalistiche alla base dell’elezione pontificia.

    Sua madre era l’avvenente e corrotta Teodora, sorella di Adalberto di Toscana, Senatrix e frequentatrice dell’alcova del Primate romano Sergio III. Suo padre era il patrizio di origine germanica Teofilatto. Membro degli Optimates Romani: quel ceto di facoltosi latifondisti, ecclesiastici e burocrati esercitante, dal VII a tutto l’XI secolo, le funzioni dell’antico Senato col nuovo nome di Ordo Senatorius, fin dal 901 e per circa un ventennio, egli spadroneggiò su Roma influenzando l’Aristocrazia capitolina e ricoprendo il ruolo di Judex Palatinus, di Magister Militum, di Sacri Palatii Vesterarius e di Gloriosissimus Dux .

    Pur nella sola veste di subdiacono di una diocesi di periferia e mai investito della porpora cardinalizia, Benedetto IV, chiamato a succedere a Giovanni IX, aprì quel saeculum obscurum turbolento e confuso anche in ambito politico: fin dall’888, era Sovrano d’Italia Berengario I, confinato nella Marca friulana, dopo la sconfitta inflittagli dal Duca Guido di Spoleto che, incoronato nell’891, aveva associato al trono il figlio dodicenne Lamberto.

    Nell’agitato contesto si era inserito nell’896, Arnolfo di Carinzia, investito della tiara imperiale da Papa Formoso.

    Fra alterne vicende, nell’899 Berengario aveva recuperato le sue prerogative, malgrado il suo potere fosse appannato dalla infausta battaglia combattuta sul Brenta contro gli Ungari, il 24 settembre dell’anno precedente.

    Contro di lui, Adalberto di Toscana e vasti settori della grande feudalità, avevano chiamato al trono Ludovico II di Provenza, nel 901 consacrato da Benedetto IV Sovrano a Pavia ed Imperatore a Roma. Tuttavia, dopo la morte del Papa, l’Italia vacillò ancora sotto l’onda d’urto dei tradimenti: voltate le spalle al nuovo Sovrano, lo stesso Duca toscano ed Adalberto d’Ivrea presero di nuovo partito per Berengario che, col supporto di contingenti bavari, a Verona a fine luglio del 905, stroncò ogni velleità dell’antagonista, catturandolo, barbaramente accecandolo e ricacciandolo in Provenza.

    Mentre l’Italia aveva due Re, al soglio pontificio era asceso Leone V, deposto dopo un mese dal presbiterio romano di S.Damaso, per una congiura tramata dal prete Cristoforo. Malgrado scomunicato da Giovanni IX per aver riesumato e processato il cadavere di Papa Formoso, egli aveva tenuto saldamente la tiara finché, nei primi di gennaio del 904, era stato arrestato e strangolato dagli sgherri del deus ex machina della politica imperiale Teofilatto che, il 19 dello stesso mese, aveva designato Papa il quarantacinquenne Sergio III, Vescovo di Cere.

    Anch’egli complice del macabro rituale riferito alle spoglie di Formoso, connotò il suo mandato di lascivia, malvagità, corruttela e d’ogni sorta di pervertimento: il suo scandaloso concubinato con la quindicenne Marozia aprì l’epoca della pornocrazia.

    In quel tourbillon di eventi, il 14 aprile del 911, mentre Teodora era l’amante del futuro Giovanni X, stanca della relazione Marozia fece strangolare Sergio III, dal quale aveva avuto un figlio.

    Per due anni, la cattedra fu retta da Anastasio III, suddito di quella femme fatale; poi fu la volta di Landone, la cui attività si esaurì in un solo semestre; infine, nel marzo del 914, fu il turno dello spregiudicato Giovanni X: diacono e favorito del Vescovo Pietro di Bologna, nei suoi frequenti viaggi a Roma quale iniziato alla diplomazia curiale, era stato folgorato dalle arti seduttive elargite a turno da madre e figlia che, dopo averne fatto assassinare il mentore Calione, lo avevano insediato al patriarcato di Ravenna.

    Storie infamanti, crimini e scismi caratterizzarono anche la sua attività, in un’Italia sempre più logorata dalle aggressioni ungare ad Est, dalle scorrerie saracene a Sud e dalle incursioni vichinghe a Nord.

    A fronte dell’esigenza di liberare almeno la Campania occupata dai Mori e in spregio di Ludovico che, seppur cieco era ancora titolare dei suoi diritti, il Papa si rivolse a Berengario: lo avrebbe incoronato imperatore, in cambio dell’aiuto ad espellere gli infedeli.

    Il Sovrano fu, così, grandiosamente ricevuto a Roma ove, nel dicembre del 915, ricevuta la corona e giurata la difesa dei territori della Chiesa, allestì l’offensiva antisaracena coinvolgendovi forze bizantine e longobarde, con Landolfo di Capua, Guaimaro di Salerno, Giovanni di Gaeta e Gregorio di Napoli.

    Il Papa si pose a capo dell'esercito accanto ad Alberico di Spoleto: l’imponente battaglia si combatté vittoriosamente sulle sponde del Garigliano, nel giugno del 916. Berengario ne conseguì un’enorme considerazione pubblica ed Alberico vi rifulse di eroismo: se Giovanni X, testimone delle sue spericolate esibizioni in campo, lo volle primo dei suoi Capitani quando si presentò a riscuotere il trionfo tributatogli dal Popolo romano, Teofilatto ne gli concesse addirittura la mano dell’irrequieta figlia.

    Ambizioso, pugnace e bello nell’aspetto; già nell’887 investito del Marchesato di Camerino e del Ducato di Spoleto; ormai fra i più potenti Signori delle periferie romane, Alberico la sposò. L’unione rese Marozia madre di un secondo figlio, omonimo del marito.

    Ma nuovi intrighi incombevano sulla penisola: in Toscana, teatro di scontri per la morte di Adalberto II cui era subentrato il figlio Guido, s’era aperto un fronte di rivalità accentuate dalle trame della potente vedova Berta, regista di vicende politiche nazionali influenzate da torbide passioni.

    Avida ed intrigante, standogli discretamente alle spalle, per circa trent’anni ella aveva orientato l’impegno politico del marito in quel contesto intessuto di cupe macchinazioni, di orribili congiure e di ripugnanti tradimenti. Ella era figlia di Lotario II.

    Giovanissima, aveva sposato Teobaldo di Lorena dal quale aveva avuto quattro figli e, una volta vedova, aveva contratto nuove nozze con Adalberto II detto il ricco che grande peso aveva esercitato nella vicenda dell’incoronazione imperiale, occupando contro Berengario il valico di Monte Bardone per impedirgli di raggiungere Roma.

    In esito alla sua morte ed in cambio della investitura della Marca, il suo erede aveva fatto atto di vassallaggio al Sovrano dal quale, nel Diploma del 15 dicembre del 915, era stato definito Filiolus Noster.

    Ma, a partire dal 916, la pace s’era nuovamente deteriorata: accantonando la politica delle alleanze e nella prospettiva di vedere assegnata la corona d’Italia al figlio di primo letto Ugo di Provenza, l’astuta Berta aveva pianificato le nozze della figlia Ermengarda con Adalberto di Ivrea, vedovo di Gisla, a sua volta figlia di Berengario.

    L’atto di ribellione era stato punito con l’arresto e la deportazione di madre e figlio a Mantova e, se la detenzione aveva avuto breve durata per la levata di scudi di tutti i vassalli toscani, il desiderio di vendetta di Berta erano tutt’affatto placato: mirando a comporre un solido arco di alleanze parentali contro l’inviso rivale, complice il genero, il Vescovo di Milano Lamberto, il Conte palatino Odelrico e Giseberto di Bergamo, chiamò in Italia Rodolfo di Borgogna.

    Incoronato nel 923, il 19 luglio dello stesso anno, a Fiorenzuola d’Arda, egli sconfisse definitivamente Berengario che, a Verona, il 7 aprile del 925, sarebbe stato assassinato mentre si recava in chiesa.

    Rodolfo era Re a tutti gli effetti, malgrado il Papa non lo riconoscesse.

    Nel frattempo, anche Marozia affilava le sue armi: al coniuge era stato negato il titolo di Patrizio e sottratto il feudo di Spoleto, assegnato a Pietro, fratello del Papa e Consul Romanorum. La reazione di Alberico era stata violenta: usurpato a Giovanni X il governo di Roma, gli si impose con tale dispotismo da indurlo ad invocare l’aiuto delle masse; ad espellerlo dalla città; a farlo uccidere ad Orte, ove s’era rifugiato.

    Per consolidare la vacillante potenza, il nuovo Sovrano aveva intanto adottato una politica di conciliazione generale. Privo di salde radici in Italia e consapevole degli intralci interposti da molte famiglie feudali al costituirsi d’una monarchia forte e durevole, tentò d’accattivarle con munifiche concessioni ignaro che quanti pur lo avevano invocato al trono volevano solo eliminare Berengario e che, raggiunto lo scopo, intendevano liberarsi anche di lui optando per qualcuno realmente legato al territorio.

    Ugo di Provenza incarnava tutti gli interessi in gioco. La madre, i fratellastri ed i Marchesi di Ivrea ne sostennero la causa e, col sostegno del Pontefice, esigente aiuto contro le fazioni romane guidate dalla agguerrita Marozia, lo invitarono in Italia.

    Mentre le sue prore erano puntate verso il Tirreno centrale, i contingenti tedeschi di Rodolfo e del suocero Burcardo di Svevia, massacrati a Novara, furono costretti a riparare in Borgogna. Così, il 29 aprile di quel movimentato 926, Ugo sbarcò indisturbato a Pisa donde si spostò a Pavia per esservi incoronato dal Vescovo Lamberto e da un’Assemblea di Grandi Elettori.

    L’Italia aveva un altro Sovrano.

    Politico esperto e perspicace, dopo aver fondato un forte partito legato alla Corona da interessi comuni e dopo aver assegnato le più alte dignità a cugini, nipoti, fratelli e figli, Ugo concluse a Mantova un favorevole accordo con Giovanni X: lo avrebbe protetto dalle turbolente fazioni romane, in cambio della tiara imperiale.

    Contro quella intesa, Marozia insorse: proclamatasi Patrizia e Senatrice e decisa a recuperare il saldo controllo di Roma, in forza dell’eredità paterna dei borghi e delle terre di Monterotondo, Poli, Guadagnolo, Anticoli Corrado, Saracinesco, Rocca di Nitro, Rocca dei Sorci, Segni, Valmontone, Guarcino, Alatri, Colle Pardo, Soriano, Paliano, Sora e Celano, sposò Guido di Toscana, figlio di Berta spentasi nel marzo del 925, per contrapporlo al fratello ed all’inviso Pontefice.

    Per un lungo biennio la città fu teatro di furiose mischie. Ma la lotta entrò nella sua fase più acuta nel 928 quando, introdotto segretamente fra le mura un poderoso contingente armato, ella assalì il Papa nel Laterano e lo deportò in Castel sant'Angelo ove, nel mese di maggio, morì per soffocamento.

    Ora che anche le consorterie nemiche avevano ricevuto un segnale forte circa il predominio romano, ella orientò la successione pietrina in direzione di Leone VI, mancato nel dicembre dello stesso anno, e di Stefano VII, morto nel febbraio del 931, nel frattempo disponendo l’insediamento di suo figlio Giovanni XI, privo di qualsiasi requisito ecclesiastico.

    Parallelamente alla consacrazione di Giovanni XI, moriva Guido di Toscana. Per le sue terze nozze, l’inesauribile ambizione di Marozia mirò molto in alto: Ugo di Provenza, opportunamente reso vedovo, le avrebbe assicurato l’agognata tiara di Regina ed il controllo dell’intera Italia.

    Il Sovrano accettò la proposta e, per prevenire il veto canonico espresso sull’unione fra cognati, infangò la memoria di sua madre giurando falsamente di essere figlio illegittimo del proprio padre e di non avere, pertanto, vincoli di sangue comuni ad Ermengarda, a Guido e a Lamberto che sdegnato insorse e ricorse vanamente al giudizio dell’ordalia.

    Nel marzo del 932, acquartierato l’esercito fuori dalle mura, Ugo entrò disarmato in Roma per sposarsi e, forse, anche per esservi incoronato Imperatore dal figliastro.

    I suoi propositi furono però sventati da Alberico II, figlio di primo letto di Marozia: umiliato e schiaffeggiato nel corso del ricevimento nuziale, per un insignificante malinteso, provocò una violenta rivolta contro il patrigno, incontrando il sostegno della Nobiltà capitolina.

    Ugo riuscì a salvarsi con una rocambolesca fuga ma, il giovane fece chiudere le porte della città, inibendo alle truppe accampate all’esterno di superare le mura; fece arrestare sua madre; in una manciata di giorni, assunto il titolo di Princeps atque omnium Romanorum Senator, prese il controllo di Roma ed ordinò il confino anche del fratellastro Giovanni XI cui fu solo consentito, dall’interno del Laterano, di reggere spiritualmente la Chiesa a condizione di affiancare i nomi di entrambi nei diplomi e nelle monete.

    Ereditato l’immenso patrimonio fondiario del nonno Teofilatto, Alberico II rimosse ogni residuo anarchico; separò il potere religioso da quello laico e rese l’Italia autonoma rispetto a qualsiasi interferenza straniera.

    Il sipario era calato sulle turpi attività di Marozia che, solo nel 955, ancora reclusa e quasi sessantenne, apprese dell’investitura pontificia di Giovanni XII, sedicenne figlio di Alberico.

    Degno erede della dinastia, egli fu considerato una delle più turpi espressioni di quella Roma Deplorabilis secoli più tardi alla base della ribellione di Lutero: «…il più famigerato quanto a scandali: Papa feudale quant'altri mai, immischiato in tutti gli intrighi in cui si disputava la sorte della Città Eterna, sul suo conto si riferiscono le peggiori storie di banchetti orgiastici… in cui i convitati brindavano a Lucifero!...».

    Lo si volle simbolo d’ogni peccato mortale, per aver abusato della madre e delle sorelle; per aver trasformato il Laterano in un bordello; per aver intascato una fortuna in ex voto; per aver nutrito una scuderia di duemila cavalli con mandorle e fichi conditi nel vino; per aver officiato senza aver mai assunto il sacramento della comunione; per aver evirato e personalmente assassinato un Cardinale a lui ostile.

    Conferma di tale condotta risiede nelle roventi parole scrittegli dall’Imperatore Ottone il Sassone nel 961: «…Tutti quanti, religiosi e laici, accusano Voi, Santità, di omicidio, spergiuro, sacrilegio, incesto con le vostre parenti, comprese due vostre sorelle, e di aver invocato, come un pagano, Giove, Venere ed altri demoni…».

    Non a caso, Giovanni XII morì ventiquattrenne per mano di un cittadino che lo aveva sorpreso in flagrante con la propria moglie.

    All’oscuro della più parte degli eventi succedutisi nel perdurare della sua detenzione, Marozia concluse il suo percorso nel crudo isolamento decretato da quel figlio che ne aveva stroncato l’irriducibile smania egemonica.

    Amante di Papi; madre d’un Papa; nonna d’un altro Papa, la donna che aveva fatto tremare Roma dal 905 quando, forte solo d’una eccezionale avvenenza e di un groviglio di intrighi, aveva amministrato per decenni la sessualità episcopale nell’intento di guadagnare alla sua famiglia un Principato in Italia centrale; la effettiva depositaria del potere spirituale e temporale di quel secolo; la probabile ispiratrice della fosca leggenda medievale della Papessa Giovanna, fu forse esorcizzata; assolta e giustiziata da Gregorio V.

    Esigue sono le fonti di consultazione, a parte i non disponibili atti vaticani. E’ certo tuttavia, che quanto di ella si conosce è sufficiente a collocarla nel novero dei personaggi femminili più foschi, prestati al potere maschile ed inclini all’uso spregiudicato dell’alcova.

    In quell’epoca in cui le donne influenzarono le scelte politiche e fomentarono complotti e vendette, ella forse fu, come scrisse il cronista Liutprando, una di quelle che amavano avere due padroni per tenere in rispetto l’uno per mezzo dell’altro.

    Ma ebbe davvero padroni, o fu padrona?

    Ed infine: censurabile la sua dissoluta condotta, o quella dei suoi depravati Pontefici?

    Vale il richiamo alle conclusioni del Concilio Vaticano I: «…la Chiesa può andare avanti benissimo senza i Papi… Gesù è il capo della Chiesa e non il Papa…»!

    Bibliografia:

    G. Di Capua: Marozia. La pornocrazia pontificia attorno all’anno Mille

    http://www.italiamedievale.org/sito_...i/marozia.html
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    Predefinito Rif: le donne nel medioevo

    Citazione Originariamente Scritto da Cuordileone Visualizza Messaggio

    La favola dello “ius primae noctis”


    Nel corso di un convegno tenuto di recente nel Regno Unito, l'eretica storica inglese ha citato numerosi esempi di donne che, in pieno Medioevo, vivevano in una condizione di assoluta parità con gli uomini. Secondo il celebre medievalista “fedele alla linea” Jacques Le Goff le donne portate ad esempio da questa sua collega “molto presuntuosa e soprattutto molto ignorante” (Repubblica, 12.9.2007) sarebbero soltanto delle sparute eccezioni fra milioni di donne umiliate ed oppresse nei “secoli bui”. Solo eccezioni? Secondo Régine Pernoud no. Circa trenta anni fa questa storica francese, oggi scomparsa, ha sostenuto le stesse tesi che oggi sostiene Sue Niebrzydowski nei libri Medioevo un secolare pregiudizio (edito in Italia da Bompiani nel 1983) e La donna al tempo delle cattedrali, (edito in Italia da Rizzoli nel 1982). Andiamo a rileggerli.

    In primo luogo, la Pernoud si chiede come possa esserci ancora qualcuno che crede alla favola dello “ius primae noctis”, invenzione di qualche romanziere d'appendice. Quanto all'idea che le donne nel Medioevo fossero considerate creature senz'anima, la Pernoud taglia corto: “Strano che i primi martiri che sono stati onorati come santi, siano delle donne e non degli uomini: sant'Agnese, santa Cecilia, sant'Agata e tante altre. Triste davvero che santa Blandina o santa Genoveffa fossero prive di un'anima immortale! Sorprendente che una delle più antiche pitture delle catacombe (nel cimitero di Priscilla) raffigurasse precisamente la Vergine con Bambino, ben designata dalla stella a dal profeta Isaia” (Medioevo un secolare pregiudizio).

    Donne al comando

    Dopo avere fatto piazza pulita di queste fandonie, la Pernoud si sofferma sulle grandi regine francesi del Basso Medioevo: “Non è sorprendente che ai tempi feudali la regina fosse incoronata come il re, a Reims generalmente (a Sens nel caso di Margherita di Provenza), ma sempre dalle mani dell'arcivescovo di Reims? In altre parole, si attribuiva all'incoronazione della regina altrettanto valore che a quello del re. (…) Eleonora d'Aquitania e Bianca di Castiglia dominano realmente il loro secolo, esercitano un potere incontestato nel caso in cui il re sia assente, malato o morto, hanno la loro cancelleria personale, il loro campo di attività personale” (op. cit.). Non bisogna dimenticare che fu una regina, Isabella di Castiglia, a patrocinare l'impresa che segna simbolicamente l'inizio dell'epoca moderna: la scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo.

    Oltre a queste grandi regine, la Pernoud cita un numero impressionante di nobildonne e signore feudali vissute fra il quinto e il quindicesimo secolo dopo Cristo. Di esse qui ricordiamo soltanto la celebre Matilda di Canossa, che nel 1115 osò ribellarsi all'imperatore tedesco Federico Barbarossa, nemico giurato dei comuni italiani, donando i suoi feudi toscani ed emiliani al papa. Le donne avevano posizioni di potere anche all'interno della Chiesa: “Alcune badesse agivano come autentici signori feudali il cui potere era rispettato al pari di quello di tutti gli altri signori, alcune donne indossavano la croce al pari dei vescovi; sovente amministravano vasti territori che includevano villaggi, parrocchie…” (op. cit.). Le Goff ribatte: è vero, certe badesse erano potenti “ma non dobbiamo dimenticare che i conventi femminili erano sempre sottoposti a quelli maschili” (Repubblica, 12.9.2007). Ciò non è vero. Non solo non tutti i conventi femminili erano sottoposti a quelli maschili, ma successe anche il contrario: “ci si domandi che cosa ne direbbe il nostro XX secolo di conventi maschili posti sotto la direzione di una donna. (…) E tuttavia è proprio ciò che si verificò, con pieno successo e senza causare nella Chiesa il sia pure minimo scandalo, ad opera di Roberto di Abrissel, a Fontevrault, nei primi anni del XII secolo” (op. cit.). Egli pose, infatti, i monaci del suo ordine sotto la direzione della badessa dell'attiguo convento femminile.

    Se alcune badesse avevano più potere degli abati, invece le donne sposate di qualunque categoria sociale erano indipendenti dai mariti anche relativamente al diritto di proprietà: “Negli atti stipulati è molto frequente il caso di una donna sposata che agisce per conto suo, per esempio avviando un negozio o un commercio, senza essere tenuta a produrre un'autorizzazione maritale” (op. cit.). Anche nelle campagne, fra i cosiddetti “servi della gleba”, c'erano donne che compravano o vendevano piccole proprietà: in un atto dell'XI secolo si parla di “due serve, di nome Auberede e Romelde, che alla fine dell'XI secolo (tra il 1089 e il 1095) acquistavano il proprio affrancamento in cambio di una casa che possedevano a Beauvais, sulla piazza del mercato” (op. cit.).

    Donne che lavorano e donne che votano

    Le prime femministe, apparse fra la fine del diciannovesimo e l'inizio del ventesimo secolo, si battevano per il riconoscimento di tre diritti fondamentali alle donne: il diritto all'istruzione superiore, il diritto di accedere a tutte le professioni e infine il diritto di voto. Ebbene le donne del Medioevo non avevano avuto bisogno di fare delle battaglie femministe per accedere al mondo del lavoro: “le iscrizioni della taglia (oggi diremmo le imposte di registro), ovunque ci siano state conservate, come nel caso della Parigi di fine XIII secolo, ci mostrano una folla di donne esercitanti i più vari mestieri: maestra di scuola, medico, farmacista, gessaiuola, tingitrice, copista, miniaturista, rilegatrice di libri e così via” (op. cit.). Notare: c'erano anche delle miniaturiste, ovvero delle artiste (un libro di miniature porta ad esempio questa iscrizione: “Omnis pictura et floratura istius libri depicta ac florata est per me Margaretam Scheiffartz” - “Ogni immagine e decorazione di questo libro è stata dipinta e disegnata da me, Margherita Scheiffartz”).

    E adesso tenetevi forte: nel Medioevo non solo esistevano delle forme di democrazia diretta a livello locale, ma votavano sia gli uomini che le donne. Dall'insieme delle raccolte consuetudinarie, degli statuti delle città, ma anche dall'enorme massa degli atti notarili, dei documenti giudiziari, o ancora dalle inchieste ordinate da san Luigi “balza fuori un quadro che per noi presenta più d'un tratto sorprendente, dato che, per esempio, vediamo le donne votare alla pari degli uomini nelle assemblee cittadine o in quelle dei comuni rurali” (op. cit.). Non sorprende affatto che nel Medioevo esistessero alcune forme di democrazia diretta. Si attribuisce a Carlo Magno, imperatore cattolico, il motto: “Vox populi, vox Dei”. In una delle numerose lettere che inviava ai papi e ai re nel periodo drammatico della cattivita' avignonese, santa Caterina da Siena scrisse: “Il potere non è assoluto, è prestato da Dio. O dal popolo”. Questa donna del popolo era ascoltata dai più grandi potenti del suo tempo. Sarebbe possibile una cosa simile oggi? Un secolo dopo, durante la guerra dei cent'anni, una semplice ragazza di umili origini riusc? a convincere i regnanti di Francia a metterla a capo di un esercito di uomini. Si chiamava Giovanna d'Arco.

    Donne che studiano

    Jacques Le Goff afferma bellamente che “la prima letterata donna della storia” sarebbe apparsa solo nel quindicesimo secolo nella persona di Cristina di Pisano, “poetessa e filosofa, molto critica con la misoginia dei suoi tempi” (Repubblica, 12.9.2007). Anche questo è inesatto: le donne letterate pullulavano da molto prima del quindicesimo secolo. Tre soli esempi: Dhuoda (autrice fra il 841 e il 843 del primo trattato di educazione pubblicato in Francia), la badessa Rosvita (autrice di un manoscritto del X secolo contenente sei commedie, in prosa rimata, che influirono grandemente sullo sviluppo letterario dei paesi germanici) e la badessa Herrada di Landsberg (autrice del celebre Hortus Deliciarum, l'enciclopedia più nota del XII secolo).

    I poeti del XII secolo hanno ripetutamente vantato le qualità intellettuali delle donne del loro ambiente; Baudri de Bourgueil, scrivendo l'epitaffio di una certa Costanza, dice che era sapiente come una sibilla e fa anche l'elogio di una certa Muriel, che ha fama di recitare versi con voce dolce e melodiosa” (La donna al tempo delle cattedrali).

    I poeti medievali lodavano le qualità intellettuali e spirituali delle loro donne, oggi invece la televisione e il cinema celebrano il culto della donna oggetto. A parte questo, gia' nel 1883 lo studioso Karl Bartsch era giunto alla conclusione che “nel Medioevo le donne leggevano più degli uomini”. Forse non più degli uomini, ma certamente leggevano quanto loro. E quanto loro scrivevano: molti manoscritti portano la firma di copiste donne. In effetti “all'epoca feudale e nel Medioevo, le scuole monastiche istruiscono un po' dovunque ragazzini e ragazzine…” (op. cit.). Nei conventi femminili, da sempre luoghi di studio oltreché di preghiera, le donne avevano la possibilità di ricevere un'istruzione di livello universitario: ad esempio la religiosa Gertrude di Hefta “ci racconta, nel XIII secolo, come fosse felice di passare dal grado di ‘grammatica' a quello di ‘teologa', vale a dire che, dopo avere percorso il ciclo di studi preparatori, si apprestava a passare ad un ciclo superiore come si faceva all'università. (…) D'altra parte, constatiamo che le religiose di quel tempo… sono per lo più donne di grande cultura, donne che avrebbero potuto gareggiare per dottrina con i monaci più eruditi del tempo. La stessa Eloisa [la celebre donna amata da Abelardo - N.d.R.] sapeva, e insegnava alle sue monache, il greco e l'ebraico” (Medioevo un secolare pregiudizio).

    Hildegarda: scienziata, musicista, filosofa

    Fra i più grandi geni di tutto il Medioevo, accanto a santi dottori come Bernardo e Tommaso, troviamo Hildegarda di Bingen. Nata nel 1098 presso Magonza e morta nel 1179, questa sposa di Cristo non fu solo una grande intellettuale ma anche una grande musicista (i cd con le esecuzioni degli inni e delle sinfonie che ella scriveva per le sue monache ultimamente vanno a ruba nei negozi specializzati, come ha verificato chi scrive).

    Come più tardi santa Caterina, Hildegarda trovava ascolto presso papi, re, imperatori: “O re”, scrisse a Federico Barbarossa riferendogli le parole che Dio le aveva rivelato in una visione, “se ti preme di vivere, ascoltami, o la mia spada ti trafiggerà”. Nelle sue tre opere principali ella descrive le visioni soprannaturali che aveva fin dall'età di tre anni: il Libro dei meriti della vita, il Libro delle opere divine (tradotto di recente per Mondadori Meridiani Classici dello Spirito) e infine lo Scivias (in italiano: “conosci”). Quest'ultima è un'opera monumentale in cui Hildegarda attraversa con uno sguardo unitario tutti gli ambiti del sapere del XII secolo, dalla teologia alla poesia fino alla musica e alla pittura (nelle miniature che accompagnano il testo ella illustra le sue visioni). “L'analisi della sua opera ha rivelato che aveva avuto prescienza della legge d'attrazione e dell'azione magnetica dei corpi, mentre le sue profezie indicanti astri immobili alla fine dei tempi sono sembrate ad alcuni scienziati l'annuncio della legge della degradazione dell'energia; nelle sue opere si è potuto discernere anche ciò che sarebbe stato oggetto di scoperte scientifiche cinquecento anni dopo la sua morte: il sole al centro del ‘firmamento’, la circolazione del sangue ecc.” (La donna al tempo delle cattedrali).

    L'emarginazione della donna inizia con l'Umanesimo

    Insomma, sembra proprio che questa Cristina di Pisano “molto critica con la misoginia dei suoi tempi” non sia stata affatto la prima donna letterata del Medioevo, come pretende Le Goff. Pure la “misoginia” è un tratto caratteristico non della cultura medievale bensì della cultura che stava emergendo proprio nel secolo di Cristina: l'Umanesimo. Qualunque studente del liceo classico sa che nella società greca e romana le donne avevano un ruolo del tutto marginale. La cultura classica non ha mai prodotto una grande letteratura d'amore (con l'eccezione della poesia di Saffo e delle riflessioni di Platone sull'eros, entrambi a sfondo omosessuale). Nella letteratura cortese si parla di cavalieri che venerano la donna amata come “suzeraine”, ovvero “regina” in lingua d'Oil. Ebbene gli autori classici insegnavano agli umanisti a non venerare più la donna ma lo Stato. In Francia anche le regine vere e proprie iniziano a contare sempre meno, fin quando “a partire dal XVII secolo, la regina scompare letteralmente di scena a vantaggio della favorita [l'amante del re - N.d.R.]. (…) E quando l'ultima regina di Francia, volle riprendere una particella di potere, ebbe di che pentirsene, infatti si chiamava Maria Antonietta (è solo giusto aggiungere che l'ultima favorita, la Du Barry, raggiungerà sul patibolo l'ultima regina)” (Medioevo un secolare pregiudizio).

    Non si è mai notato a sufficienza come, nell'età moderna, l'affermazione dello Stato assoluto e l'esclusione della donna dalla vita intellettuale e politica abbiano viaggiato su binari paralleli. La Pernoud individua la causa efficiente di entrambi questi fenomeni nella riscoperta umanistica del diritto romano, che è “il diritto di coloro che vogliono affermare un'autorità statale centrale” e “il diritto del pater familias”. Conformandosi al diritto romano, le legislazioni dei paesi europei tenderanno a “confinare la donna in quello che è stato, in tutti i tempi, il suo campo privilegiato: la cura della casa e l'educazione dei figli, finché le sarà tolto anche questo, a norma di legge. Infatti, si noti bene, è con il codice napoleonico che la donna non è più padrona neppure dei propri beni e svolge in casa propria solo un ruolo subalterno” (op. cit.).

    Al declino femminile diede un contributo fondamentale anche la Riforma protestante. Martin Lutero vietava alle donne di operare al di fuori dell'ambito delimitato dalle tre “K”: Kirche, Kinder, Küche (chiesa, bambini, cucina). Quelle che provavano ad infrangere questo divieto, finivano braccate come “streghe” (Lutero gettava benzina sul fuoco della superstizione anti-stregonesca). Nello stesso periodo il raffinato umanista Erasmo da Rotterdam, nel celeberrimo Elogio della pazzia, definiva la donna “un animale inetto e stolto”. Le prove di questa nuova temperie culturale misogina, durata fino alla fine del diciannovesimo secolo, sono troppo numerose per citarle in questa sede. Per fare un solo esempio, Giacomo Leopardi non si è vergognato di scrivere che la donna “dell'uomo al tutto da natura è minor” e che nelle sue “anguste fronti” la donna non può contenere gli stessi alti pensieri dell'uomo. “Che se più molli \ e più tenui le membra, essa la mente \ men capace e men forte anco riceve” (dal canto Aspasia). Mentre il poeta dell'era positivista per le donne non aveva che parole di disprezzo, invece il poeta dell'era cristiana per le donne non aveva che parole di ammirazione: “Tanto gentile e tanto onesta pare \ la donna mia quand'ella altrui saluta, \ ch'ogne lingua deven tremando muta \ e li occhi no l'ardiscon di guardare (…) e par che sia cosa venuta \ da cielo in terra a miracol mostrare” (Dante nella Vita Nova). Che abisso separa Aspasia da Beatrice! Negli occhi di Aspasia Leopardi aveva visto il riflesso dell'infinito, una promessa di felicità eterna. Ma quando si era avvicinato alla donna, il riflesso era scomparso: allora si convinse che l'infinito era un inganno, che l'amore era una illusione, che la donna era solo fonte di delusione. Molti secoli prima Dante vide la stessa promessa negli occhi di Beatrice. Ma Beatrice non lo deluse affatto. Nell'ultima cantica della Divina Commedia è Beatrice a condurre Dante fino al cospetto di Dio. Dante ci insegna che non si può adorare la donna senza adorare Dio. L'odio di Leopardi per la donna nasce proprio dalla sua mancanza di fede in quel Dio che solo può compiere la promessa contenuta negli occhi della donna.

    Insomma, anche Leopardi ci insegna qualcosa di importante: che il declino della fede cristiana è causa del declino femminile e della misoginia affermatasi dopo la fine del Medioevo. Quando tutti gli uomini credevano in Dio, e nella Madre di Dio, rispettavano le donne. Da quando Dio è stato dato per morto, è morta pure la dignità della donna. Ridotta oggi ad essere carne da pornografia.

    http://www.storialibera.it/attualita/do ... hp?id=2740
    Chi è Giovanna Jacob, l'autrice del pezzo?

  6. #6
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    Smile storiella interessante sull' argomento.....

    Cossoine (Prov.Sassari)

    Cossoine - Wikipedia

    Altro luogo noto di Cossoine è la spaventosa voragine di Mammuscone, che nel Medioevo era considerata dalla credulità popolare la porta dell'Inferno: si dice che per ordine del Clero o dei feudatari locali (nobili iberici di ascendenze germaniche) vi venissero gettate le adultere, i vecchi non più utili ai lavori di campagna ormai incapaci di pagare corvèe e decime, e soprattutto le coppie che si rifiutavano di sottostare allo Ius primae noctis, che veniva crudelmente imposto a tutte le donne. È probabimente questo terribile istituto giuridico il motivo per cui oggi gli abitanti di Cossoine (soprattutto quelli delle famiglie di più antico radicamento e meno miste con forestieri) presentano una statura più alta, tratti sottili, occhi chiari e una complessione generale meno mediterranea rispetto al circondario; sono presenti addirittura i capelli rossi con una frequenza davvero anomala per l'isola. Queste caratteristiche vanno di pari passo con la quasi totalità di cognomi sardi, per cui risulta difficile trovare spiegazioni alternative a un' effettiva attuazione storica dello Ius primae noctis .

  7. #7
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    Predefinito Rif: le donne nel medioevo




    Da un’epitome del "Liber Augustalis” in volgare, quattrocentesca, ritrovata, curata e trascritta dal prof. Domenico Maffei, possiamo apprendere alcuni importanti provvedimenti in difesa delle donne.
    Del rapto de le moniale
    SI QUIS RAPERE. Comanda lo Imperatore che si alcuno furasse una monaca, anchora che non sia velata, deve essere privato de la vita" (I 20).
    De la violentia facta a meretrice
    OMNES NOSTRO REgimini. Comanda lo Imperatore che nullo sforze la meretrice a la sua voluntà, et si contrafarà sia privato del capo. Però questo è vero si se lamenterà infra octo giorni, altramente non pare li sia facta forza, excepto se in quilli octo giorni non stesse in sua libertà. (I 21).
    CAPITALEM. Comanda lo Imperatore che si alcuno stuprasse o furasse una vergine, vidua, sposa o maritata, overo si alcuno nascondesse lo rapitore, deve essere privato del capo, cessante quella antiqua consuetudine che voleva che, si lo rapitore la pigliasse per mogliere, non fusse tenuto ad alcuna pena. (I 22. I).

    Se alchuno non succorre a la dona cridante.
    QUICUNQUE. Comanda lo Imperatore che se alcuno audisse cridare qualche femina la debia succorrere, excepto se fusse sordo overo zoppo, et si facesse lo contrario se debia componere con la corte in quattro augustali. (I 23).

    Del dare li advocati a li pupilli
    LEGE PRAESENTI. Dice lo Imperatore che li pupilli, vidue et orphani, poveri et debile persone deveno havere advocato da la corte et le spese necessarie in lo iudicio, et de li pupilli intendate però si sono poveri.( I 34)

    MULIERES. Comanda lo Imperatore che le donne non possano né debiano per causa che sia comparere in corte de li officiali, excepto si non avessero mariti o persona coniuncta overo se fussero molto povere. (I 104.2).
    De li adulterii et ruffianicii
    LEGUM. Comanda lo Imperatore che si alcuno fusse pigliato in adulterio non deve essere occiso, ma tutti li boni soi son confiscati si non have figlioli legittimi. Item dice che lo marito non la deve uccidere ma li deve tagliare lo naso et, si questo non volesse fare, deve essere fustigata. (III 74).
    Francesca Santucci

    Fonti
    Folco Zanobini, Il presente della memoria, vol. I, Bulgarini, Firenze, 1990.
    D. Maffei, Un'epitome in volgare del "Liber Augustalis ", Laterza, Bari, 1995.

  8. #8
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    Predefinito Rif: le donne nel medioevo

    Citazione Originariamente Scritto da Johannitius Visualizza Messaggio
    De li adulterii et ruffianicii
    LEGUM. Comanda lo Imperatore che si alcuno fusse pigliato in adulterio non deve essere occiso, ma tutti li boni soi son confiscati si non have figlioli legittimi. Item dice che lo marito non la deve uccidere ma li deve tagliare lo naso et, si questo non volesse fare, deve essere fustigata. (III 74).
    ...interessante... in pratica, l’adulterio, se commesso dall’uomo comportava SOLO la confisca dei beni, se commesso dalla donna, quest’ultima era passibile del taglio del naso o della fustigazione...

    “In amore non essere un mendicante, sii un imperatore. Dà e resta semplicemente a vedere che cosa accade...”

  9. #9
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    Predefinito Rif: le donne nel medioevo

    Citazione Originariamente Scritto da Polemiko Visualizza Messaggio
    ...interessante... in pratica, l’adulterio, se commesso dall’uomo comportava SOLO la confisca dei beni, se commesso dalla donna, quest’ultima era passibile del taglio del naso o della fustigazione...
    Allora questa vignetta le parrà ancora più interessante.



    La cosa interessante invece, secondo me, sta nel fatto che in un periodo descritto con toni da fiaba lugubre, si facessero invece conquiste sociali (ma anche scientifiche, filosofiche et cetera...) di grande rilievo.
    Non pensavo esistessero ancora persone che potessero cadere dalle nuvole qualora fossero venute a conoscenza che cento, mille, duemila, tremila, quattomila o diecimila anni fa anni fa alcune conquiste sociali non erano ancora avvenute. Per evitarle una spiacevole scoperta, la informo da subito che la "minuscola carolina" prima del VIII secolo non esisteva.
    Ultima modifica di Johannitius; 07-05-10 alle 12:26
    Haxel likes this.

  10. #10
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    Predefinito Rif: le donne nel medioevo

    Citazione Originariamente Scritto da Johannitius Visualizza Messaggio
    Allora questa vignetta le parrà ancora più interessante.



    La cosa interessante invece, secondo me, sta nel fatto che in un periodo descritto con toni da fiaba lugubre, si facessero invece conquiste sociali (ma anche scientifiche, filosofiche et cetera...) di grande rilievo.
    Non pensavo esistessero ancora persone che potessero cadere dalle nuvole qualora fossero venute a conoscenza che cento, mille, duemila, tremila, quattomila o diecimila anni fa anni fa alcune conquiste sociali non erano ancora avvenute. Per evitarle una spiacevole scoperta, la informo da subito che la "minuscola carolina" prima del VIII secolo non esisteva.
    ...beh sa com'è sono stato abituato a evidenziare solo i lati negativi di determinate culture... forse è un modus operandi che non è poi così sbagliato... hefico:

    ...ad esempio, non so se Lei ha avuto già modo di conoscerlo, ma c'è un simpatico forumista, contraddistinto dal (molto) metaforico cuor di leone, che ogni tanto prova piacere a descrivere il mondo islamico esclusivamente attrraverso atmosfere lugubri e stagnanti... proprio come io faccio quando parlo del medioevo... e questo nonostante anche nell'islam è chiaro come vi sia cmq stata un'evolzione protesa ad una visione più secolarizzata della vita... hefico:

    “In amore non essere un mendicante, sii un imperatore. Dà e resta semplicemente a vedere che cosa accade...”

 

 
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