LA TRADIZIONALE DOTTRINA
CATTOLICA SULL’IMMIGRAZIONE
a cura del Comitato Prìncipe Eugenio di Verona
1. LA DOTTRINA CATTOLICA SU RAZZA, RAZZISMO E SULLE
LEGITTIME DISPARITÀ DI NATURA FRA GLI UOMINI.
Dal punto di vista antropologico le razze umane sono uno dei tanti sistemi (basato su
caratteristiche morfologiche) per raggruppare e catalogare, a scopo di studio, la
famiglia umana. E va da sè che, la diversità di sangue o di razza non ha alcuna
incidenza sull’elemento spirituale (psicologico e intellettivo) del composto umano1.
Si potrà eccepire che vi sono altri modi meno empirici, in quanto fondati sulla
sostanziale identità genetica dell’umanità, e non sulle apparenze, ma non è sufficiente
per negare l’esistenza delle razze addirittura come fenomeno (come gl’ideologi del
terzomondismo immigrazionista vorrebbero) nè per negarne la dipendenza
esclusivamente da fattori ereditari, sia pure da una ridotta frazione di geni. Questo,
per la verità scientifica.
Far dipendere il colore della pelle ed altre caratteristiche somatiche
dall’ambiente, dall’aria, dal sole e dal vento o dal caso o da 20mila anni e più
(migrazioni e matrimoni misti sono invece fattori reali, che però incidono
sull’ereditarietà, in quanto determinano ricombinazioni genetiche) significa eludere la
risposta, demandando ogni soluzione a circostanze, non solo non provate, ma del
tutto impossibili da provare.
La fantasia, si sa, non ha confini: soltanto che si tratta qui di fantasia con
precise finalità ideologiche e politiche. L’uguaglianza delle stirpi, infatti, non
comporta l’eguaglianza delle civiltà, le quali sono edificate dallo spirito (e da quello
religioso, in particolare) e non dalla razza di un popolo2. Di là dal peso dei fattori
storici e geografici, sarebbe assai interessante studiare lo sviluppo o il regresso di una
civiltà, proprio in rapporto all’adesione o all’allontanamento di questa dalla vera
religione; la Grazia, infatti, come affina e perfeziona le qualità individuali che la
natura ha concesso a ciascuno, così fa pure con le società. Verità soprannaturale e
naturale non possono, infatti, andare disgiunte troppo a lungo.
Ebbene, tale è il livore egualitario ed anti-europeo di questi professionisti
dell’antirazzismo, tale è il loro odio per la religione e per la civiltà classico-cristiana
(che hanno la loro culla in Europa) che, dopo aver espulso Dio dall’universo e nel
nome di una tolleranza di sapore massonico3, vorrebbero abbatterne ogni vestigia,
abbandonandola all’Islam, al vudù o a qualsiasi religione o cultura che possa
comunque snaturarne l’identità cattolica. Costoro sono gli stessi che, dopo aver tanto
berciato contro il colonialismo, con slogans del tipo l’Africa agli africani, non si
curano affatto che l’Europa resti agli europei (e tanto meno che rimanga cristiana): si
preoccupano, semmai, che gl’immigrati terzomondiali non si convertano al
cristianesimo e che abbiano modo di esercitare e diffondere i loro falsi culti in terra
d’Europa.
In realtà, proprio l’indifferentismo e il relativismo religioso sono cause di
discordie, giacché, se tutto è relativo, prevarrà non il vero, ma il più forte. “I - La
Società umana, quale Dio l’ha stabilita, è composta di elementi di ineguali, come
ineguali sono i membri del corpo umano; renderli tutti eguali è impossibile, e ne
verrebbe la distruzione della medesima Società. II - La eguaglianza dei vari membri
sociali è solo in ciò che tutti gli uomini traggono origine da Dio creatore; sono stati
redenti da Gesù Cristo, e devono alla norma esatta dei loro meriti e demeriti essere
da Dio giudicati, e premiati o puniti. III - Di qui viene che, nella umana Società, è
secondo l’ordinazione di Dio che vi siano prìncipi e sudditi, padroni e proletari,
ricchi e poveri, dotti e ignoranti, nobili e plebei, i quali, uniti tutti in vincolo
d’amore, si aiutino a vicenda a conseguire il loro ultimo fine in Cielo; e qui, sulla
terra, il loro benessere materiale e morale” (San Pio X, Motu proprio Fin dalla
prima, 18 dicembre 1903, in Acta Sanctae Sedis, vol. XXXVI, pag. 341. Cfr. pure
Leone XIII, Lettera enciclica Quod Apostolici muneris, in Insegnamenti Pontifici,
vol. VI, Edizioni Paoline, Roma 1962, pagg. 66-79)4.
A ciò si aggiunga che gli evoluzionisti, per le loro stesse premesse, non sono in
condizione di esibire neppure una credibile patente di antirazzismo: come si fa,
infatti, ad accettare il princìpio darwiniano della selezione naturale, che elimina gli
individui deboli nella lotta per la vita e non applicarlo anche alle razze umane,
derivate dal protozoo primordiale? Darwin e l’evoluzione conducono inevitabilmente
alla super-razza e al super-uomo. Sua è questa celebre frase: “Tra qualche tempo a
venire, non molto lontano se misurato nei secoli è quasi certo che le razze umane più
civili stermineranno e si sostituiranno in tutto il mondo a quelle selvagge5. A
ciascuno il suo, dunque.
In verità, un punto d’equilibrio fra Scilla e Cariddi, tra il fanatismo razzista e
quello dell’ideologia immigrazionista (singolarmente opposte e complementari)
esiste, ed è la dottrina della Chiesa. La quale insegna che le razze esistono (e
affermarlo non è razzismo: si può forse dire che un bianco sia nero e viceversa?) e
sono buone nella loro diversità, poiché sono state create da Dio. Le “forze e tendenze
particolari, le quali hanno radice nella più segreta interiorità d’ogni stirpe, purché
non si oppongano ai doveri derivanti all’umanità dall’unità d’origine e comune
destinazione, la Chiesa le saluta con gioia e le accompagna dei suoi voti materni”
(Pio XII, Lettera enciclica Summi Pontificatus n. 17 b, cit.).
In questo senso, un sano amore per la propria stirpe, per il proprio popolo e per
la propria nazione è più che legittimo, come riafferma Paolo VI: “È pure normale che
nazioni di vecchia cultura siano fiere del patrimonio, che hanno avuto in retaggio
dalla loro storia. Ma tali sentimenti legittimi devono essere sublimati dalla carità
universale che abbraccia tutti i membri della famiglia umana” (Paolo VI, Lettera
enciclica Populorum progressio, 26 marzo 1967 n. 62, in I documenti sociali della
Chiesa, cit., pag. 1010).
Altra cosa è il razzismo, che è invece idolatria o “divinizzazione della razza”6,
derivante da una concezione che nega ogni ordinamento soprannaturale della vita7 a
cui sostituisce il più puro immanentismo (esattamente come fanno gli odierni profeti
dell’ideologia antirazzista). E poiché i professionisti dell’antirazzismo e gl’ideologi
del terzomondismo immigrazionista hanno tutto l’interesse a schivare ogni
definizione di razzismo, così da poter impunemente utilizzare questo termine, con
finalità chiaramente intimidatorie, come un’accusa (falsa) contro chiunque non
condivida i loro obiettivi di distruzione del tessuto cristiano dell’Italia e dell’Europa,
definiamolo. Se si eccettua un certo fondamentalismo calvinista, è razzismo, in senso
proprio e tecnico, quella dottrina, di origine illuminista e positivista (Darwin)8 che
afferma tematicamente l’inferiorità biologica ereditaria di una razza, stabilendo per
questo solo fatto delle discriminazioni inique a suo danno.
Nella condanna del razzismo9 (così come sopra lo abbiamo definito) i cattolici
non hanno certo bisogno di prendere lezioni da nessuno. Spesso però ci si dimentica
di dire che il razzismo è fenomeno molto diffuso, e assai più che non si pensi, proprio
nei Paesi del Terzomondo, idolatrati, in funzione antieuropea, dagli immigrazionisti,
tantochè molte volte Paolo VI dovette mettere in guardia da esso10.
2. LA TRADIZIONALE DOTTRINA CATTOLICA IN TEMA DI
SOLIDARIETÀ E DI IMMIGRAZIONE
La parola solidarietà trae la propria origine dal linguaggio giuridico e, precisamente,
dal diritto romano, dal quale si è trasfusa pari pari nell’odierno diritto privato e
commerciale italiano ed europeo: con essa si designa una responsabilità collettiva
scaturente dall’obbligazione contratta da uno solo e, in ispecie, una particolare
categoria di obbligazioni (dette solidali, appunto, dal latino in solido)11. Dal punto di
vista concettuale, invece, l’uso che di questo termine si fa presentemente non
potrebbe essere più confuso.
Inizieremo subito dicendo che la solidarietà è un fatto, una realtà afferente
all’identica origine e al comune destino soprannaturale degli esseri umani. Soltanto se
coincidente con la carità, virtù teologale per eccellenza, la solidarietà acquista un
contenuto morale, peraltro non autonomo da quello stesso di carità. In sè, invece, la
solidarietà non solo non è una virtù (nè soprannaturale nè naturale) ma non è
nient’altro che una volgare contraffazione della carità, una pseudo-virtù, il nome
moderno di una filantropia senza Dio, della quale si valgono i nemici della Chiesa per
trasbordare inavvertitamente i cattolici su un terreno e in un orizzonte totalmente
scristianizzati e atei12. Ciò spiega, ad abundantiam, perché la dominante (seppur
periclitante) ideologia progressista, eviti accuratamente di definire un termine tanto
equivoco e bivalente.
La solidarietà come fatto (in Adamo, in Cristo) è quella di cui si parla
particolarmente in teologia dogmatica. “La solidarietà umana trae origine dalla
creazione e dalla Redenzione dell’umanità”13. Infatti, “è certo che Dio ha voluto che
una misteriosa solidarietà unisse gli uomini nella conquista del loro destino. La
caduta del genere umano fu determinata da un solo uomo, Adamo. La salvezza, da un
solo Uomo, Cristo. Non solo, ma di questa salvezza non si è partecipi se non in
quanto si diventa membri di un solo organismo mistico, la Chiesa. [...] La
solidarietà, così intesa, è il fondamento per stabilire la socialità soprannaturale. [...]
È per questo <<che [Gesù] prega il Padre per i propri fratelli così: Padre fa che
come tu ed io siamo una cosa sola, anch’essi siano una sola cosa con noi (Jo.
17,22)>>“14.
Indissociabile dalla carità e rientrante in essa, la solidarietà indica soltanto le
conseguenze in ambito sociale del comportamento, buono o cattivo, di ogni singola
persona. Esprime, in sostanza, la dimensione, la traduzione sociale della carità,15 la
quale è “un’amicizia tra Dio e l’uomo” [...] che “suppone necessariamente la Grazia
che ci fa figli di Dio ed eredi della gloria”16.
Non esiste dunque una carità senza Dio, il quale è, di essa, l’oggetto primo. Vi
è infatti un “ordine della carità”17: dopo Dio, occorre amare il bene spirituale
dell’anima propria e di quella del prossimo, più che il nostro e altrui bene corporale.
Solo se riferita al suo oggetto primo, cioè a Dio, la carità è veramente tale e merita,
giacchè “senza la Fede è impossibile piacere a Dio”18. La solidarietà riguarda
dunque i beni spirituali, prima e ancor più di quelli materiali.
Quanto alla carità sociale fra gli uomini come princìpio della dottrina sociale
della Chiesa e quale è enunciato dal Magistero19, l’analogia classica è quella con le
membra del corpo, le quali, pur essendo differenti l’uno dall’altra e gerarchicamente
ordinate, pure tutte si aiutano vicendevolmente20.
Nella carità sociale internazionale rientra poi quel concetto di “solidarietà della
famiglia dei popoli”21 o di “solidarietà delle nazioni”, in forza del quale Pio XII
giustifica il princìpio dell’intervento armato a difesa di un altro popolo ingiustamente
aggredito, che non sia in grado di difendersi da solo. Con un limite: “nessuno Stato
ha l’obbligo di assistere l’altro, se per questo deve andare in rovina o compiere
sacrifici, sproporzionatamente gravi”22.
Va peraltro riaffermato con chiarezza che la carità, ivi inclusa quella sociale,
non può essere a senso unico, ma è virtù reciproca per eccellenza. Non può essere
pretesa solo dall’Europa verso quanti provengono da altri contenenti, come se i
terzomondiali e i loro Paesi non avessero alcun dovere e, anzi, dovere di stretta carità
e di riconoscenza verso il vecchio continente che li ospita e li nutre, dovere di rispetto
e di assimilazione delle leggi, delle costumanze, della lingua e, volendolo, anche
della religione del luogo in cui si trovano. Ma su questo diremo più sotto, parlando
della tradizionale dottrina cattolica a proposito dell’emigrazione.
La solidarietà come pseudo-virtù è un’invenzione del positivismo
ottocentesco, e di August Comte in particolare, per il quale la solidarietà è
“l’intrinseca e totale dipendenza di ogni uomo dalle precedenti generazioni”23, in una
prospettiva totalmente deterministica, che non gli riconosce alcuna libertà. In seguito
“l’umanitarismo ha tentato di fare della solidarietà la virtù fondamentale della vita
morale, sostituendola alla giustizia e alla carità”24. Ecco perché chi pensasse di
trovarla sui testi classici di teologia morale, dal Tanquerey al Royo Marìn,
cercherebbero invano.
L’ecologismo contemporaneo, che ha perso ogni corretta nozione del rapporto
gerarchico tra Dio e l’uomo e fra questo e le creature, ha poi esteso la solidarietà, in
senso panteistico, ad abbracciare tutto l’ambiente, animato o inanimato che sia25.
Invece “nell’ordine del reale la perfezione delle creature irrazionali è ordinata alle
creature intellettuali [...] la forma più perfetta di vita è la vita intellettuale [...] per
questo le creature irrazionali raggiungono la loro perfezione suprema nel servire gli
esseri intellettuali, questi nel raggiungere Dio”26.
Per immigrazione s’intende, in generale, lo “spostamento collettivo o
individuale delle persone dal luogo ove sono nate ad altri luoghi ove intendono
fissare la loro dimora”27 permanente o temporanea che sia (solo impropriamente si
può invece definire immigrazione, il trasferimento di popolazione da una regione
all’altra dello stesso Stato).
In questo senso la dottrina cattolica non conosce differenza tra immigrazione
propriamente detta (nella quale, almeno nell’accezione contemporanea, il
trasferimento trova motivazioni principalmente economiche, come la ricerca di un
lavoro, di migliori condizioni di vita) e rifugio politico, espatrio, esilio (nei quali è
più accentuato l’elemento della persecuzione personale o politica)28.
L’emigrazione come fenomeno contemporaneo rimonta al secolo XIX e trova
la sua principale causa nelle guerre rivoluzionarie e napoleoniche, che
insanguinarono e impoverirono l’Europa, instaurando pressoché ovunque, grazie ai
moti dei carbonari e di altre sette, in luogo delle istituzioni politiche tradizionali e
cattoliche, i nuovi regimi liberali, di ascendenza rivoluzionaria, destinati a
comprimere i ceti più umili. In Italia il fenomeno immigratorio esplode a partire e a
causa del cosiddetto Risorgimento29. L’esodo si rivolge principalmente verso le terre
del nuovo e del nuovissimo mondo. “Lungo tutto il secolo XIX e la parte del XX fino
alla seconda guerra mondiale, il movimento migratorio ha convogliato nel suo ampio
alveo il numero complessivo di ottantamilioni circa di persone [...]. Nessun periodo
di migrazione di popoli può trovare riscontro in quello dell’età contemporanea”30.
Regola generale per dei cattolici (ma è un precetto di morale naturale, basta
solo pensare in quanto onore era tenuta l’ospitalità presso gli antichi, che
consideravano sacro lo straniero31, posto com’era sotto la protezione di Giove Xenio)
è l’accoglienza fraterna verso il forestiero. Precetto ulteriormente riaffermato dalla
circostanza che Gesù stesso e la Sacra Famiglia, conobbero al tempo della fuga in
Egitto le angustie, le prove e le ristrettezze dell’esilio32 e che lo stesso Divin
Salvatore, preannunziando il giudizio finale, comandò l’ospitalità verso lo straniero
come opera di misericordia corporale33.
Emigrare è, inoltre, un diritto naturale34, che appartiene ad ogni essere umano
che voglia intrecciare relazioni di collaborazione con altri popoli. Ogni emigrante ha
poi diritto ad un giusto salario, proporzionato al suo lavoro, che deve svolgersi in
condizioni di vita degne35.
Quanto all’assimilazione e alla naturalizzazione dell’immigrato, che pure deve
avvenire in maniera spontanea e secondo lo stato delle cose, “è da affermare il diritto
dello stato accoglitore di lavorare al lento assorbimento dello straniero, stabilitosi
nel suo territorio, nella sua compagine sociale e politica, in modo da conseguirne
l’amalgamazione con le popolazioni native e assicurare l’unità36. [...] Invece
l’acquisto della nuova cittadinanza, essendo un atto volontario dell’individuo, con il
quale egli spiritualmente aderisce al nuovo aggregato politico, non può mai essere
imposto con mezzi coercitivi”37.
Nondimeno in base all’insegnamento della Chiesa, sia il princìpio generale
dell’accoglienza verso gli stranieri, sia il loro diritto di emigrare, conoscono dei
limiti (ed è quanto, oggi, ordinariamente si tace).
3. I LIMITI AL PRINCÌPIO GENERALE DI ACCOGLIENZA SECONDO LA
DOTTRINA CATTOLICA
A. Anzitutto all’origine del fenomeno migratorio c’è , ordinariamente, salvo il caso,
ben raro, di chi si sposta per spirito di avventura o per sete di conoscenza, un male
(miseria, persecuzioni, ecc.)38. Il primo dovere, pertanto, quando si affronta il
problema dell’immigrazione, sta nel rimuovere anzitutto nel Paese di provenienza le
cause, i mali che portano a trasferirsi altrove. L’emigrante infatti “è un trapianto
umano”, onde la vita dell’emigrato, “in tutti i piani--religioso, culturale, economico,
sociale--ne risulta intralciata e mortificata”39. “Molto spesso il trapianto in altro
ambiente diventa fatale per chi lo tenta” 40 e comporta il “progressivo smarrimento
delle sane tradizioni religiose e morali della [..] patria” 41.
È un male, specie sul piano morale e religioso, che si può accettare per forza
maggiore, ma non si può approvare come mezzo ordinario per risolvere i problemi di
vita d’una nazione. “Questo fatto [...] costituisce, in genere, una perdita per il Paese
dal quale si emigra. [...] Viene a mancare in tale caso un soggetto di lavoro, il quale,
con lo sforzo del proprio pensiero o delle proprie mani, potrebbe contribuire
all’aumento del bene comune nel proprio Paese; ed ecco, questo sforzo, questo
contributo viene dato ad un’altra società, la quale, in un certo senso, ne ha il diritto
minore che non la patria d’origine. [...] Se l’emigrazione è sotto certi aspetti un
male, in determinate circostanze questo è [...] un male necessario”42.
La Chiesa Cattolica è stata così consapevole che l’immigrazione sia effetto e
facile causa di molti mali, che la semplice elencazione di tutti i documenti, di tutte le
provvidenze, di tutte le congregazioni religiose da essa ad hoc istituite, a partire da
Leone XIII, per assistere materialmente e, soprattutto, spiritualmente, gli emigranti
richiederebbe molte pagine43. A soccorrere gli esulanti, vittime dello sfruttamento,
delle sette o di un ateismo pratico, si adoperarono i vescovi Scalabrini e Bonomelli,
nonchè Santa Francesca Cabrini, madre degli emigrati italiani e patrona, presso Dio,
di tutti i migranti. Particolarmente sollecito degli esuli italiani ed europei fu il Santo
Papa Pio X44, sotto il cui pontificato (dal 1903 al 1914) l’emigrazione italiana
raggiunse la punta massima, con 626mila partenze in un anno.
B. La sovrappopolazione45.
C. Il rispetto del bene comune dello Stato di emigrazione (in forza delle tesi, che più
sotto esporremo, del Vitoria)46. Infatti ogni diritto del cittadino, ogni sua libertà che si
estrinseca in ambito sociale, subisce restrizioni naturali, in considerazione del bene
collettivo.
D. Il rispetto del bene comune del Paese d’immigrazione: nel quale non vi debbono
essere interessi, anche materiali ed economici, che ricevano detrimento
dall’immigrazione e che, quindi, si oppongano alla accoglienza. Chi formulò tali
princìpi fu il grande teologo domenicano Francisco de Vitoria (1480-1546) fondatore
della Scuola di Salamanca e padre del diritto internazionale.
Afferma Vitoria che “la terra con i suoi beni è stata destinata al servizio del
genere umano, di modo che tutti gli uomini hanno il diritto primordiale di farne uso,
per la propria sussistenza e il proprio perfezionamento. La divisione della proprietà
[che per Vitoria è, ovviamente, legittima] non distrugge questa essenziale
destinazione delle risorse naturali della terra, e quindi se esse non vengono sfruttate
dal popolo che le possiede, qualsiasi uomo, anche se appartenente ad altra società
politica, può occuparle per fare ad esse raggiungere il loro scopo, purchè la sua
azione non sia nociva a quello cui appartiene il territorio. [...] È questa la soluzione
che viene accolta dalla dottrina cattolica”47.
Lo sfruttamento di beni altrimenti abbandonati e improduttivi è una delle
motivazioni, alla propagazione della Fede, della Civiltà e ad altre ancora, che
giustificano il vituperato (a torto) colonialismo48. ”Il trasferimento manca totalmente
al suo scopo ed è inumano, se non vengono offerte sufficienti [...] possibilità di
lavoro e di guadagno”49.
E. Lo Stato verso cui si dirige il flusso migratorio (come pure lo stato di provenienza)
possono emanare leggi restrittive50 per arginare o per sottoporre a condizioni
particolari la migrazione (così fecero gli Stati Uniti, specie a partire dalla prima
guerra mondiale) tenendo conto che lo Stato non può sopprimere o ridurre in modo
arbitrario il diritto naturale di ciascuno a immigrare.
Tra le ragioni che possono determinare uno Stato ad adottare misure
restrittive, nei riguardi degli stranieri, ci sono: “L’eccessivo numero degli emigranti o
immigranti, una dimostrata criminalità (delinquenti recidivi, ladri abitudinari),
l’esistenze di tare ereditarie, l’omissione dei propri doveri (mancato pagamento delle
tasse)”51.
F. L’emigrazione può essere anche regolata da accordi bilaterali fra lo Stato di
emigrazione e quello d’immigrazione o mediante trattati bilaterali o mediante
convenzioni internazionalmente ratificate da tutti gli Stati52.
G. L’ordine e la sicurezza pubblica53 giustificano la limitazione, da parte dello Stato
d’immigrazione, dell’afflusso di stranieri. Il che significa, è ovvio, esclusione di ogni
colpevole indulgenza (tipica della sinistra) nei riguardi dei clandestini54 che, proprio
nella violazione della legge, hanno la loro ragion d’essere.
H. Costituisce un ulteriore, oggettivo limite all’accoglienza degl’immigrati, quello
della “maggiore o minore assimilabilità delle stirpi umane [...] Indubbiamente non
tutte le varietà della specie umana si possono fondere tra loro, in modo che non ne
derivino inconvenienti gravi nell’ordine morale e sociale”55.
I. Il rispetto delle leggi, delle costumanze e della lingua del Paese ospitante56,
costituisce anch’esso un limite all’afflusso di stranieri, i quali, come pure i rispettivi
Paesi d’origine nei riguardi dell’Europa57, hanno un dovere di riconoscenza verso lo
Stato che li accoglie: “affinché nei nuovi arrivati nasca il senso della mutua
solidarietà, delle comuni responsabilità e dell’amore alla nuova <<piccola
patria>>, che tanto generosamente li accoglie”58.
L. Nel caso di rifugiati politici, lo Stato che offre ospitalità, oltre a poter imporre agli
esuli la consueta condizione di non “cospirare contro il Paese o il regime, dal quale
erano fuggiti” ha titolo, se l’afflusso dei profughi acquista il carattere di emigrazione
di massa, non solo di ricevere aiuti dall’autorità internazionale, che ha il dovere di
proteggere i rifugiati e di facilitarne l’insediamento, ma d’intervenire negli affari
interni del Paese d’origine. Qui, infatti, “la persecuzione religiosa, civile o razzista
causa un esodo in massa di abitanti, in maggioranza privi dei mezzi di sussistenza e
il cui alloggio o mantenimento mette la carità dei Paesi vicini dinnanzi a problemi
insolubili. Lo Stato che con una politica settaria scatena questo panico migratorio
manca gravemente ai doveri più elementari di umanità e solidarietà internazionale,
così che i suoi procedimenti crudeli richiamano su di lui le giuste sanzioni del mondo
civile”59.
Oltre a questi limiti, per così dire tradizionali in ordine al fenomeno migratorio
e in ordine al princìpio di accoglienza, quali sono stati elaborati dalla dottrina
cattolica, almeno altre due limitazioni si possono ricavare dal carattere propriamente
ideologico-politico-religioso60, più che economico, dell’odierno afflusso di
terzomondiali, specie acattolici.
L’emigrazione europea ed italiana del secolo scorso e degli inizi di questo fu
determinata da motivazioni esclusivamente economiche, come le fonti sopra
richiamate possono abbondantemente testimoniare; avveniva “da un Paese civile e
progredito ad un altro Paese civile e progredito”61; non trovava nessuna opposizione
nei Governi del vecchio continente, mentre era favorita e facilitata in ogni modo62 dai
Paesi di destinazione, poco popolati e desiderosi di accogliere nuovi abitanti e nuove
braccia per espandersi economicamente.
Nulla (o quasi) di tutto questo avviene oggi, salvo eccezioni: sull’immigrazione
terzomondiale speculano i Paesi d’origine (totalmente disinteressati alla sorte dei loro
connazionali e che spesso li forzano a partire, per poterli utilizzare quale strumento di
ricatto sui governi occidentali, per estorcere quattrini: Albania docet); speculano,
inoltre, i Governi e i movimenti fondamentalisti islamici (nelle cui mani stanno per
cadere Algeria ed Egitto) attivissimi presso le moschee e i centri islamici che iniziano
a punteggiare l’Italia e desiderosi di costituire una quinta colonna sul continente
europeo, che permetta loro di coronare il sogno (mai svanito) di piantare la mezza
luna sul suolo cristiano63.
E la sinistra laica e i media asserviti ad essa, in nome della laicità (leggi:
anticattolicesimo) fomentano o chiudono tutt’e due gli occhi su questa oggi pacifica
invasione, che pure sanno plebiscitariamente osteggiata dall’opinione pubblica. A
differenza del passato, grande è poi la disparità civile e culturale che separa oggi i
Paesi di provenienza dell’immigrato da quelli di destinazione, i quali ultimi certo non
dispongono di foreste o di sterminate pampas da popolare.
Lo spettacolo dei terzomondiali che stendono i loro tappetini, con ninnoli e
accendini che nessuno compra sull’asfalto delle nostre strade o che chiedono la
mancia ai semafori dove si improvvisano lavavetri (per non dire dell’alto tasso di
criminalità fra gli extracomunitari) attesta o che il lavoro non c’è e allora è immorale,
secondo la dottrina cattolica, anzi inumano, il loro trasferimento fra di noi64 o che
preferiscono vivere di espedienti. E allora, fermo restando che è facile capire a chi
possa giovare politicamente e religiosamente una situazione di endemica marginalità
e turbolenza, il fenomeno migratorio diventa un problema sia politico che di ordine
pubblico.
Eccezioni o casi pietosi a parte, questi sono i ragionamenti, queste sono le
considerazioni che l’homo in via fa dentro di sè. L’ossessiva ripetitività con cui certe
forze (occulte o palesi) si preoccupano di far apparire come ineluttabile l’avvento
della società multireligiosa, dimostra semmai che d’ineluttabile c’è solo la volontà da
parte loro di arrivarvi e che il tam-tam mira a preparare la collettività ad una
prospettiva che sanno esserle sgraditissima. L’insistenza del battage è però anche
indizio al tempo stesso delle enormi, insormontabili difficoltà che i guru
dell’immigrazionismo incontrano nell’utopia di imporre all’Europa il sincretismo
religioso, politico e delle stirpi.
Ciò considerato, sono da ritenere ammissibili, sul piano dottrinale, ulteriori
misure restrittive miranti ad arginare da parte degli Stati una corrente migratoria, così
ideologicamente caratterizzata, misure che sono motivate:
M. Dalla difesa della religione cattolica. La propaganda pubblica dei falsi culti,
costituendo, secondo la tradizionale dottrina cattolica, un danno per la salvezza eterna
delle anime, non è consentita65; può essere di fatto (ma mai di principio) tollerata, e
per ragioni gravissime. Essa non può costituire un diritto giacchè non si può conferire
all’errore uno status giuridico equivalente a quello di cui può godere soltanto la
verità66.
N. Dalla difesa dell’identità europea e cristiana67 della nostra civiltà, che i figli
dell’Europa hanno il sacrosanto dovere di preservare dalla tribalizzazione, che
sarebbe l’esito scontato della cosiddetta società multireligiosa. Solo il pregiudizio
antieuropeo e antimetafisico della sinistra può spiegare perché si debbano
gelosamente e con tanta amorevole cura salvaguardare i più barbari cannibali di certe
tribù dell’Africa o dell’Amazzonia primordiale e non la civiltà del vecchio
continente, che è il vanto e il polmone spirituale del mondo, al quale regalò lo
splendore di Atene, di Roma, delle cattedrali, dei palazzi, delle mille città d’Europa.
M. G. R.




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