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    Predefinito La dottrina cattolica tradizionale sull'immigrazione

    LA TRADIZIONALE DOTTRINA
    CATTOLICA SULL’IMMIGRAZIONE
    a cura del Comitato Prìncipe Eugenio di Verona
    1. LA DOTTRINA CATTOLICA SU RAZZA, RAZZISMO E SULLE
    LEGITTIME DISPARITÀ DI NATURA FRA GLI UOMINI.
    Dal punto di vista antropologico le razze umane sono uno dei tanti sistemi (basato su
    caratteristiche morfologiche) per raggruppare e catalogare, a scopo di studio, la
    famiglia umana. E va da sè che, la diversità di sangue o di razza non ha alcuna
    incidenza sull’elemento spirituale (psicologico e intellettivo) del composto umano1.
    Si potrà eccepire che vi sono altri modi meno empirici, in quanto fondati sulla
    sostanziale identità genetica dell’umanità, e non sulle apparenze, ma non è sufficiente
    per negare l’esistenza delle razze addirittura come fenomeno (come gl’ideologi del
    terzomondismo immigrazionista vorrebbero) nè per negarne la dipendenza
    esclusivamente da fattori ereditari, sia pure da una ridotta frazione di geni. Questo,
    per la verità scientifica.
    Far dipendere il colore della pelle ed altre caratteristiche somatiche
    dall’ambiente, dall’aria, dal sole e dal vento o dal caso o da 20mila anni e più
    (migrazioni e matrimoni misti sono invece fattori reali, che però incidono
    sull’ereditarietà, in quanto determinano ricombinazioni genetiche) significa eludere la
    risposta, demandando ogni soluzione a circostanze, non solo non provate, ma del
    tutto impossibili da provare.
    La fantasia, si sa, non ha confini: soltanto che si tratta qui di fantasia con
    precise finalità ideologiche e politiche. L’uguaglianza delle stirpi, infatti, non
    comporta l’eguaglianza delle civiltà, le quali sono edificate dallo spirito (e da quello
    religioso, in particolare) e non dalla razza di un popolo2. Di là dal peso dei fattori
    storici e geografici, sarebbe assai interessante studiare lo sviluppo o il regresso di una
    civiltà, proprio in rapporto all’adesione o all’allontanamento di questa dalla vera
    religione; la Grazia, infatti, come affina e perfeziona le qualità individuali che la
    natura ha concesso a ciascuno, così fa pure con le società. Verità soprannaturale e
    naturale non possono, infatti, andare disgiunte troppo a lungo.
    Ebbene, tale è il livore egualitario ed anti-europeo di questi professionisti
    dell’antirazzismo, tale è il loro odio per la religione e per la civiltà classico-cristiana
    (che hanno la loro culla in Europa) che, dopo aver espulso Dio dall’universo e nel
    nome di una tolleranza di sapore massonico3, vorrebbero abbatterne ogni vestigia,
    abbandonandola all’Islam, al vudù o a qualsiasi religione o cultura che possa
    comunque snaturarne l’identità cattolica. Costoro sono gli stessi che, dopo aver tanto
    berciato contro il colonialismo, con slogans del tipo l’Africa agli africani, non si
    curano affatto che l’Europa resti agli europei (e tanto meno che rimanga cristiana): si
    preoccupano, semmai, che gl’immigrati terzomondiali non si convertano al
    cristianesimo e che abbiano modo di esercitare e diffondere i loro falsi culti in terra
    d’Europa.
    In realtà, proprio l’indifferentismo e il relativismo religioso sono cause di
    discordie, giacché, se tutto è relativo, prevarrà non il vero, ma il più forte. “I - La
    Società umana, quale Dio l’ha stabilita, è composta di elementi di ineguali, come
    ineguali sono i membri del corpo umano; renderli tutti eguali è impossibile, e ne
    verrebbe la distruzione della medesima Società. II - La eguaglianza dei vari membri
    sociali è solo in ciò che tutti gli uomini traggono origine da Dio creatore; sono stati
    redenti da Gesù Cristo, e devono alla norma esatta dei loro meriti e demeriti essere
    da Dio giudicati, e premiati o puniti. III - Di qui viene che, nella umana Società, è
    secondo l’ordinazione di Dio che vi siano prìncipi e sudditi, padroni e proletari,
    ricchi e poveri, dotti e ignoranti, nobili e plebei, i quali, uniti tutti in vincolo
    d’amore, si aiutino a vicenda a conseguire il loro ultimo fine in Cielo; e qui, sulla
    terra, il loro benessere materiale e morale” (San Pio X, Motu proprio Fin dalla
    prima, 18 dicembre 1903, in Acta Sanctae Sedis, vol. XXXVI, pag. 341. Cfr. pure
    Leone XIII, Lettera enciclica Quod Apostolici muneris, in Insegnamenti Pontifici,
    vol. VI, Edizioni Paoline, Roma 1962, pagg. 66-79)4.
    A ciò si aggiunga che gli evoluzionisti, per le loro stesse premesse, non sono in
    condizione di esibire neppure una credibile patente di antirazzismo: come si fa,
    infatti, ad accettare il princìpio darwiniano della selezione naturale, che elimina gli
    individui deboli nella lotta per la vita e non applicarlo anche alle razze umane,
    derivate dal protozoo primordiale? Darwin e l’evoluzione conducono inevitabilmente
    alla super-razza e al super-uomo. Sua è questa celebre frase: “Tra qualche tempo a
    venire, non molto lontano se misurato nei secoli è quasi certo che le razze umane più
    civili stermineranno e si sostituiranno in tutto il mondo a quelle selvagge5. A
    ciascuno il suo, dunque.
    In verità, un punto d’equilibrio fra Scilla e Cariddi, tra il fanatismo razzista e
    quello dell’ideologia immigrazionista (singolarmente opposte e complementari)
    esiste, ed è la dottrina della Chiesa. La quale insegna che le razze esistono (e
    affermarlo non è razzismo: si può forse dire che un bianco sia nero e viceversa?) e
    sono buone nella loro diversità, poiché sono state create da Dio. Le “forze e tendenze
    particolari, le quali hanno radice nella più segreta interiorità d’ogni stirpe, purché
    non si oppongano ai doveri derivanti all’umanità dall’unità d’origine e comune
    destinazione, la Chiesa le saluta con gioia e le accompagna dei suoi voti materni”
    (Pio XII, Lettera enciclica Summi Pontificatus n. 17 b, cit.).
    In questo senso, un sano amore per la propria stirpe, per il proprio popolo e per
    la propria nazione è più che legittimo, come riafferma Paolo VI: “È pure normale che
    nazioni di vecchia cultura siano fiere del patrimonio, che hanno avuto in retaggio
    dalla loro storia. Ma tali sentimenti legittimi devono essere sublimati dalla carità
    universale che abbraccia tutti i membri della famiglia umana” (Paolo VI, Lettera
    enciclica Populorum progressio, 26 marzo 1967 n. 62, in I documenti sociali della
    Chiesa, cit., pag. 1010).
    Altra cosa è il razzismo, che è invece idolatria o “divinizzazione della razza”6,
    derivante da una concezione che nega ogni ordinamento soprannaturale della vita7 a
    cui sostituisce il più puro immanentismo (esattamente come fanno gli odierni profeti
    dell’ideologia antirazzista). E poiché i professionisti dell’antirazzismo e gl’ideologi
    del terzomondismo immigrazionista hanno tutto l’interesse a schivare ogni
    definizione di razzismo, così da poter impunemente utilizzare questo termine, con
    finalità chiaramente intimidatorie, come un’accusa (falsa) contro chiunque non
    condivida i loro obiettivi di distruzione del tessuto cristiano dell’Italia e dell’Europa,
    definiamolo. Se si eccettua un certo fondamentalismo calvinista, è razzismo, in senso
    proprio e tecnico, quella dottrina, di origine illuminista e positivista (Darwin)8 che
    afferma tematicamente l’inferiorità biologica ereditaria di una razza, stabilendo per
    questo solo fatto delle discriminazioni inique a suo danno.
    Nella condanna del razzismo9 (così come sopra lo abbiamo definito) i cattolici
    non hanno certo bisogno di prendere lezioni da nessuno. Spesso però ci si dimentica
    di dire che il razzismo è fenomeno molto diffuso, e assai più che non si pensi, proprio
    nei Paesi del Terzomondo, idolatrati, in funzione antieuropea, dagli immigrazionisti,
    tantochè molte volte Paolo VI dovette mettere in guardia da esso10.
    2. LA TRADIZIONALE DOTTRINA CATTOLICA IN TEMA DI
    SOLIDARIETÀ E DI IMMIGRAZIONE
    La parola solidarietà trae la propria origine dal linguaggio giuridico e, precisamente,
    dal diritto romano, dal quale si è trasfusa pari pari nell’odierno diritto privato e
    commerciale italiano ed europeo: con essa si designa una responsabilità collettiva
    scaturente dall’obbligazione contratta da uno solo e, in ispecie, una particolare
    categoria di obbligazioni (dette solidali, appunto, dal latino in solido)11. Dal punto di
    vista concettuale, invece, l’uso che di questo termine si fa presentemente non
    potrebbe essere più confuso.
    Inizieremo subito dicendo che la solidarietà è un fatto, una realtà afferente
    all’identica origine e al comune destino soprannaturale degli esseri umani. Soltanto se
    coincidente con la carità, virtù teologale per eccellenza, la solidarietà acquista un
    contenuto morale, peraltro non autonomo da quello stesso di carità. In sè, invece, la
    solidarietà non solo non è una virtù (nè soprannaturale nè naturale) ma non è
    nient’altro che una volgare contraffazione della carità, una pseudo-virtù, il nome
    moderno di una filantropia senza Dio, della quale si valgono i nemici della Chiesa per
    trasbordare inavvertitamente i cattolici su un terreno e in un orizzonte totalmente
    scristianizzati e atei12. Ciò spiega, ad abundantiam, perché la dominante (seppur
    periclitante) ideologia progressista, eviti accuratamente di definire un termine tanto
    equivoco e bivalente.
    La solidarietà come fatto (in Adamo, in Cristo) è quella di cui si parla
    particolarmente in teologia dogmatica. “La solidarietà umana trae origine dalla
    creazione e dalla Redenzione dell’umanità”13. Infatti, “è certo che Dio ha voluto che
    una misteriosa solidarietà unisse gli uomini nella conquista del loro destino. La
    caduta del genere umano fu determinata da un solo uomo, Adamo. La salvezza, da un
    solo Uomo, Cristo. Non solo, ma di questa salvezza non si è partecipi se non in
    quanto si diventa membri di un solo organismo mistico, la Chiesa. [...] La
    solidarietà, così intesa, è il fondamento per stabilire la socialità soprannaturale. [...]
    È per questo <<che [Gesù] prega il Padre per i propri fratelli così: Padre fa che
    come tu ed io siamo una cosa sola, anch’essi siano una sola cosa con noi (Jo.
    17,22)>>“14.
    Indissociabile dalla carità e rientrante in essa, la solidarietà indica soltanto le
    conseguenze in ambito sociale del comportamento, buono o cattivo, di ogni singola
    persona. Esprime, in sostanza, la dimensione, la traduzione sociale della carità,15 la
    quale è “un’amicizia tra Dio e l’uomo” [...] che “suppone necessariamente la Grazia
    che ci fa figli di Dio ed eredi della gloria”16.
    Non esiste dunque una carità senza Dio, il quale è, di essa, l’oggetto primo. Vi
    è infatti un “ordine della carità”17: dopo Dio, occorre amare il bene spirituale
    dell’anima propria e di quella del prossimo, più che il nostro e altrui bene corporale.
    Solo se riferita al suo oggetto primo, cioè a Dio, la carità è veramente tale e merita,
    giacchè “senza la Fede è impossibile piacere a Dio”18. La solidarietà riguarda
    dunque i beni spirituali, prima e ancor più di quelli materiali.
    Quanto alla carità sociale fra gli uomini come princìpio della dottrina sociale
    della Chiesa e quale è enunciato dal Magistero19, l’analogia classica è quella con le
    membra del corpo, le quali, pur essendo differenti l’uno dall’altra e gerarchicamente
    ordinate, pure tutte si aiutano vicendevolmente20.
    Nella carità sociale internazionale rientra poi quel concetto di “solidarietà della
    famiglia dei popoli”21 o di “solidarietà delle nazioni”, in forza del quale Pio XII
    giustifica il princìpio dell’intervento armato a difesa di un altro popolo ingiustamente
    aggredito, che non sia in grado di difendersi da solo. Con un limite: “nessuno Stato
    ha l’obbligo di assistere l’altro, se per questo deve andare in rovina o compiere
    sacrifici, sproporzionatamente gravi”22.
    Va peraltro riaffermato con chiarezza che la carità, ivi inclusa quella sociale,
    non può essere a senso unico, ma è virtù reciproca per eccellenza. Non può essere
    pretesa solo dall’Europa verso quanti provengono da altri contenenti, come se i
    terzomondiali e i loro Paesi non avessero alcun dovere e, anzi, dovere di stretta carità
    e di riconoscenza verso il vecchio continente che li ospita e li nutre, dovere di rispetto
    e di assimilazione delle leggi, delle costumanze, della lingua e, volendolo, anche
    della religione del luogo in cui si trovano. Ma su questo diremo più sotto, parlando
    della tradizionale dottrina cattolica a proposito dell’emigrazione.
    La solidarietà come pseudo-virtù è un’invenzione del positivismo
    ottocentesco, e di August Comte in particolare, per il quale la solidarietà è
    “l’intrinseca e totale dipendenza di ogni uomo dalle precedenti generazioni”23, in una
    prospettiva totalmente deterministica, che non gli riconosce alcuna libertà. In seguito
    “l’umanitarismo ha tentato di fare della solidarietà la virtù fondamentale della vita
    morale, sostituendola alla giustizia e alla carità”24. Ecco perché chi pensasse di
    trovarla sui testi classici di teologia morale, dal Tanquerey al Royo Marìn,
    cercherebbero invano.
    L’ecologismo contemporaneo, che ha perso ogni corretta nozione del rapporto
    gerarchico tra Dio e l’uomo e fra questo e le creature, ha poi esteso la solidarietà, in
    senso panteistico, ad abbracciare tutto l’ambiente, animato o inanimato che sia25.
    Invece “nell’ordine del reale la perfezione delle creature irrazionali è ordinata alle
    creature intellettuali [...] la forma più perfetta di vita è la vita intellettuale [...] per
    questo le creature irrazionali raggiungono la loro perfezione suprema nel servire gli
    esseri intellettuali, questi nel raggiungere Dio”26.
    Per immigrazione s’intende, in generale, lo “spostamento collettivo o
    individuale delle persone dal luogo ove sono nate ad altri luoghi ove intendono
    fissare la loro dimora”27 permanente o temporanea che sia (solo impropriamente si
    può invece definire immigrazione, il trasferimento di popolazione da una regione
    all’altra dello stesso Stato).
    In questo senso la dottrina cattolica non conosce differenza tra immigrazione
    propriamente detta (nella quale, almeno nell’accezione contemporanea, il
    trasferimento trova motivazioni principalmente economiche, come la ricerca di un
    lavoro, di migliori condizioni di vita) e rifugio politico, espatrio, esilio (nei quali è
    più accentuato l’elemento della persecuzione personale o politica)28.
    L’emigrazione come fenomeno contemporaneo rimonta al secolo XIX e trova
    la sua principale causa nelle guerre rivoluzionarie e napoleoniche, che
    insanguinarono e impoverirono l’Europa, instaurando pressoché ovunque, grazie ai
    moti dei carbonari e di altre sette, in luogo delle istituzioni politiche tradizionali e
    cattoliche, i nuovi regimi liberali, di ascendenza rivoluzionaria, destinati a
    comprimere i ceti più umili. In Italia il fenomeno immigratorio esplode a partire e a
    causa del cosiddetto Risorgimento29. L’esodo si rivolge principalmente verso le terre
    del nuovo e del nuovissimo mondo. “Lungo tutto il secolo XIX e la parte del XX fino
    alla seconda guerra mondiale, il movimento migratorio ha convogliato nel suo ampio
    alveo il numero complessivo di ottantamilioni circa di persone [...]. Nessun periodo
    di migrazione di popoli può trovare riscontro in quello dell’età contemporanea”30.
    Regola generale per dei cattolici (ma è un precetto di morale naturale, basta
    solo pensare in quanto onore era tenuta l’ospitalità presso gli antichi, che
    consideravano sacro lo straniero31, posto com’era sotto la protezione di Giove Xenio)
    è l’accoglienza fraterna verso il forestiero. Precetto ulteriormente riaffermato dalla
    circostanza che Gesù stesso e la Sacra Famiglia, conobbero al tempo della fuga in
    Egitto le angustie, le prove e le ristrettezze dell’esilio32 e che lo stesso Divin
    Salvatore, preannunziando il giudizio finale, comandò l’ospitalità verso lo straniero
    come opera di misericordia corporale33.
    Emigrare è, inoltre, un diritto naturale34, che appartiene ad ogni essere umano
    che voglia intrecciare relazioni di collaborazione con altri popoli. Ogni emigrante ha
    poi diritto ad un giusto salario, proporzionato al suo lavoro, che deve svolgersi in
    condizioni di vita degne35.
    Quanto all’assimilazione e alla naturalizzazione dell’immigrato, che pure deve
    avvenire in maniera spontanea e secondo lo stato delle cose, “è da affermare il diritto
    dello stato accoglitore di lavorare al lento assorbimento dello straniero, stabilitosi
    nel suo territorio, nella sua compagine sociale e politica, in modo da conseguirne
    l’amalgamazione con le popolazioni native e assicurare l’unità36. [...] Invece
    l’acquisto della nuova cittadinanza, essendo un atto volontario dell’individuo, con il
    quale egli spiritualmente aderisce al nuovo aggregato politico, non può mai essere
    imposto con mezzi coercitivi”37.
    Nondimeno in base all’insegnamento della Chiesa, sia il princìpio generale
    dell’accoglienza verso gli stranieri, sia il loro diritto di emigrare, conoscono dei
    limiti (ed è quanto, oggi, ordinariamente si tace).
    3. I LIMITI AL PRINCÌPIO GENERALE DI ACCOGLIENZA SECONDO LA
    DOTTRINA CATTOLICA
    A. Anzitutto all’origine del fenomeno migratorio c’è , ordinariamente, salvo il caso,
    ben raro, di chi si sposta per spirito di avventura o per sete di conoscenza, un male
    (miseria, persecuzioni, ecc.)38. Il primo dovere, pertanto, quando si affronta il
    problema dell’immigrazione, sta nel rimuovere anzitutto nel Paese di provenienza le
    cause, i mali che portano a trasferirsi altrove. L’emigrante infatti “è un trapianto
    umano”, onde la vita dell’emigrato, “in tutti i piani--religioso, culturale, economico,
    sociale--ne risulta intralciata e mortificata”39. “Molto spesso il trapianto in altro
    ambiente diventa fatale per chi lo tenta” 40 e comporta il “progressivo smarrimento
    delle sane tradizioni religiose e morali della [..] patria” 41.
    È un male, specie sul piano morale e religioso, che si può accettare per forza
    maggiore, ma non si può approvare come mezzo ordinario per risolvere i problemi di
    vita d’una nazione. “Questo fatto [...] costituisce, in genere, una perdita per il Paese
    dal quale si emigra. [...] Viene a mancare in tale caso un soggetto di lavoro, il quale,
    con lo sforzo del proprio pensiero o delle proprie mani, potrebbe contribuire
    all’aumento del bene comune nel proprio Paese; ed ecco, questo sforzo, questo
    contributo viene dato ad un’altra società, la quale, in un certo senso, ne ha il diritto
    minore che non la patria d’origine. [...] Se l’emigrazione è sotto certi aspetti un
    male, in determinate circostanze questo è [...] un male necessario”42.
    La Chiesa Cattolica è stata così consapevole che l’immigrazione sia effetto e
    facile causa di molti mali, che la semplice elencazione di tutti i documenti, di tutte le
    provvidenze, di tutte le congregazioni religiose da essa ad hoc istituite, a partire da
    Leone XIII, per assistere materialmente e, soprattutto, spiritualmente, gli emigranti
    richiederebbe molte pagine43. A soccorrere gli esulanti, vittime dello sfruttamento,
    delle sette o di un ateismo pratico, si adoperarono i vescovi Scalabrini e Bonomelli,
    nonchè Santa Francesca Cabrini, madre degli emigrati italiani e patrona, presso Dio,
    di tutti i migranti. Particolarmente sollecito degli esuli italiani ed europei fu il Santo
    Papa Pio X44, sotto il cui pontificato (dal 1903 al 1914) l’emigrazione italiana
    raggiunse la punta massima, con 626mila partenze in un anno.
    B. La sovrappopolazione45.
    C. Il rispetto del bene comune dello Stato di emigrazione (in forza delle tesi, che più
    sotto esporremo, del Vitoria)46. Infatti ogni diritto del cittadino, ogni sua libertà che si
    estrinseca in ambito sociale, subisce restrizioni naturali, in considerazione del bene
    collettivo.
    D. Il rispetto del bene comune del Paese d’immigrazione: nel quale non vi debbono
    essere interessi, anche materiali ed economici, che ricevano detrimento
    dall’immigrazione e che, quindi, si oppongano alla accoglienza. Chi formulò tali
    princìpi fu il grande teologo domenicano Francisco de Vitoria (1480-1546) fondatore
    della Scuola di Salamanca e padre del diritto internazionale.
    Afferma Vitoria che “la terra con i suoi beni è stata destinata al servizio del
    genere umano, di modo che tutti gli uomini hanno il diritto primordiale di farne uso,
    per la propria sussistenza e il proprio perfezionamento. La divisione della proprietà
    [che per Vitoria è, ovviamente, legittima] non distrugge questa essenziale
    destinazione delle risorse naturali della terra, e quindi se esse non vengono sfruttate
    dal popolo che le possiede, qualsiasi uomo, anche se appartenente ad altra società
    politica, può occuparle per fare ad esse raggiungere il loro scopo, purchè la sua
    azione non sia nociva a quello cui appartiene il territorio. [...] È questa la soluzione
    che viene accolta dalla dottrina cattolica”47.
    Lo sfruttamento di beni altrimenti abbandonati e improduttivi è una delle
    motivazioni, alla propagazione della Fede, della Civiltà e ad altre ancora, che
    giustificano il vituperato (a torto) colonialismo48. ”Il trasferimento manca totalmente
    al suo scopo ed è inumano, se non vengono offerte sufficienti [...] possibilità di
    lavoro e di guadagno”49.
    E. Lo Stato verso cui si dirige il flusso migratorio (come pure lo stato di provenienza)
    possono emanare leggi restrittive50 per arginare o per sottoporre a condizioni
    particolari la migrazione (così fecero gli Stati Uniti, specie a partire dalla prima
    guerra mondiale) tenendo conto che lo Stato non può sopprimere o ridurre in modo
    arbitrario il diritto naturale di ciascuno a immigrare.
    Tra le ragioni che possono determinare uno Stato ad adottare misure
    restrittive, nei riguardi degli stranieri, ci sono: “L’eccessivo numero degli emigranti o
    immigranti, una dimostrata criminalità (delinquenti recidivi, ladri abitudinari),
    l’esistenze di tare ereditarie, l’omissione dei propri doveri (mancato pagamento delle
    tasse)”51.
    F. L’emigrazione può essere anche regolata da accordi bilaterali fra lo Stato di
    emigrazione e quello d’immigrazione o mediante trattati bilaterali o mediante
    convenzioni internazionalmente ratificate da tutti gli Stati52.
    G. L’ordine e la sicurezza pubblica53 giustificano la limitazione, da parte dello Stato
    d’immigrazione, dell’afflusso di stranieri. Il che significa, è ovvio, esclusione di ogni
    colpevole indulgenza (tipica della sinistra) nei riguardi dei clandestini54 che, proprio
    nella violazione della legge, hanno la loro ragion d’essere.
    H. Costituisce un ulteriore, oggettivo limite all’accoglienza degl’immigrati, quello
    della “maggiore o minore assimilabilità delle stirpi umane [...] Indubbiamente non
    tutte le varietà della specie umana si possono fondere tra loro, in modo che non ne
    derivino inconvenienti gravi nell’ordine morale e sociale”55.
    I. Il rispetto delle leggi, delle costumanze e della lingua del Paese ospitante56,
    costituisce anch’esso un limite all’afflusso di stranieri, i quali, come pure i rispettivi
    Paesi d’origine nei riguardi dell’Europa57, hanno un dovere di riconoscenza verso lo
    Stato che li accoglie: “affinché nei nuovi arrivati nasca il senso della mutua
    solidarietà, delle comuni responsabilità e dell’amore alla nuova <<piccola
    patria>>, che tanto generosamente li accoglie”58.
    L. Nel caso di rifugiati politici, lo Stato che offre ospitalità, oltre a poter imporre agli
    esuli la consueta condizione di non “cospirare contro il Paese o il regime, dal quale
    erano fuggiti” ha titolo, se l’afflusso dei profughi acquista il carattere di emigrazione
    di massa, non solo di ricevere aiuti dall’autorità internazionale, che ha il dovere di
    proteggere i rifugiati e di facilitarne l’insediamento, ma d’intervenire negli affari
    interni del Paese d’origine. Qui, infatti, “la persecuzione religiosa, civile o razzista
    causa un esodo in massa di abitanti, in maggioranza privi dei mezzi di sussistenza e
    il cui alloggio o mantenimento mette la carità dei Paesi vicini dinnanzi a problemi
    insolubili. Lo Stato che con una politica settaria scatena questo panico migratorio
    manca gravemente ai doveri più elementari di umanità e solidarietà internazionale,
    così che i suoi procedimenti crudeli richiamano su di lui le giuste sanzioni del mondo
    civile”59.
    Oltre a questi limiti, per così dire tradizionali in ordine al fenomeno migratorio
    e in ordine al princìpio di accoglienza, quali sono stati elaborati dalla dottrina
    cattolica, almeno altre due limitazioni si possono ricavare dal carattere propriamente
    ideologico-politico-religioso60, più che economico, dell’odierno afflusso di
    terzomondiali, specie acattolici.
    L’emigrazione europea ed italiana del secolo scorso e degli inizi di questo fu
    determinata da motivazioni esclusivamente economiche, come le fonti sopra
    richiamate possono abbondantemente testimoniare; avveniva “da un Paese civile e
    progredito ad un altro Paese civile e progredito”61; non trovava nessuna opposizione
    nei Governi del vecchio continente, mentre era favorita e facilitata in ogni modo62 dai
    Paesi di destinazione, poco popolati e desiderosi di accogliere nuovi abitanti e nuove
    braccia per espandersi economicamente.
    Nulla (o quasi) di tutto questo avviene oggi, salvo eccezioni: sull’immigrazione
    terzomondiale speculano i Paesi d’origine (totalmente disinteressati alla sorte dei loro
    connazionali e che spesso li forzano a partire, per poterli utilizzare quale strumento di
    ricatto sui governi occidentali, per estorcere quattrini: Albania docet); speculano,
    inoltre, i Governi e i movimenti fondamentalisti islamici (nelle cui mani stanno per
    cadere Algeria ed Egitto) attivissimi presso le moschee e i centri islamici che iniziano
    a punteggiare l’Italia e desiderosi di costituire una quinta colonna sul continente
    europeo, che permetta loro di coronare il sogno (mai svanito) di piantare la mezza
    luna sul suolo cristiano63.
    E la sinistra laica e i media asserviti ad essa, in nome della laicità (leggi:
    anticattolicesimo) fomentano o chiudono tutt’e due gli occhi su questa oggi pacifica
    invasione, che pure sanno plebiscitariamente osteggiata dall’opinione pubblica. A
    differenza del passato, grande è poi la disparità civile e culturale che separa oggi i
    Paesi di provenienza dell’immigrato da quelli di destinazione, i quali ultimi certo non
    dispongono di foreste o di sterminate pampas da popolare.
    Lo spettacolo dei terzomondiali che stendono i loro tappetini, con ninnoli e
    accendini che nessuno compra sull’asfalto delle nostre strade o che chiedono la
    mancia ai semafori dove si improvvisano lavavetri (per non dire dell’alto tasso di
    criminalità fra gli extracomunitari) attesta o che il lavoro non c’è e allora è immorale,
    secondo la dottrina cattolica, anzi inumano, il loro trasferimento fra di noi64 o che
    preferiscono vivere di espedienti. E allora, fermo restando che è facile capire a chi
    possa giovare politicamente e religiosamente una situazione di endemica marginalità
    e turbolenza, il fenomeno migratorio diventa un problema sia politico che di ordine
    pubblico.
    Eccezioni o casi pietosi a parte, questi sono i ragionamenti, queste sono le
    considerazioni che l’homo in via fa dentro di sè. L’ossessiva ripetitività con cui certe
    forze (occulte o palesi) si preoccupano di far apparire come ineluttabile l’avvento
    della società multireligiosa, dimostra semmai che d’ineluttabile c’è solo la volontà da
    parte loro di arrivarvi e che il tam-tam mira a preparare la collettività ad una
    prospettiva che sanno esserle sgraditissima. L’insistenza del battage è però anche
    indizio al tempo stesso delle enormi, insormontabili difficoltà che i guru
    dell’immigrazionismo incontrano nell’utopia di imporre all’Europa il sincretismo
    religioso, politico e delle stirpi.
    Ciò considerato, sono da ritenere ammissibili, sul piano dottrinale, ulteriori
    misure restrittive miranti ad arginare da parte degli Stati una corrente migratoria, così
    ideologicamente caratterizzata, misure che sono motivate:
    M. Dalla difesa della religione cattolica. La propaganda pubblica dei falsi culti,
    costituendo, secondo la tradizionale dottrina cattolica, un danno per la salvezza eterna
    delle anime, non è consentita65; può essere di fatto (ma mai di principio) tollerata, e
    per ragioni gravissime. Essa non può costituire un diritto giacchè non si può conferire
    all’errore uno status giuridico equivalente a quello di cui può godere soltanto la
    verità66.
    N. Dalla difesa dell’identità europea e cristiana67 della nostra civiltà, che i figli
    dell’Europa hanno il sacrosanto dovere di preservare dalla tribalizzazione, che
    sarebbe l’esito scontato della cosiddetta società multireligiosa. Solo il pregiudizio
    antieuropeo e antimetafisico della sinistra può spiegare perché si debbano
    gelosamente e con tanta amorevole cura salvaguardare i più barbari cannibali di certe
    tribù dell’Africa o dell’Amazzonia primordiale e non la civiltà del vecchio
    continente, che è il vanto e il polmone spirituale del mondo, al quale regalò lo
    splendore di Atene, di Roma, delle cattedrali, dei palazzi, delle mille città d’Europa.
    M. G. R.
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  2. #2
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    Predefinito Re: La dottrina cattolica tradizionale sull'immigrazione

    NOTE:

    1
    Coloro che fanno derivare l’uomo dal verme permettono dunque che la botanica e la zoologia
    studino, mediante la cosiddetta sistematica, i vegetali e gli animali (raggruppandoli, secondo
    categorie via via più comprensive, in razza, specie, genere, famiglia, ordine, classe, tipo, regno)
    mentre negano un’analoga catalogazione agli umani, protozoi evoluti. La contraddizione non
    potrebbe essere più confessa.
    2
    La Chiesa ha sempre insegnato qual’è il limite invalicabile nel “rispetto delle civiltà più svariate”,
    limite ch’è dato dall’ossequio dovuto alla verità soprannaturale. “Tutto ciò che in tali usi e costumi
    non è indissolubilmente legato con errori religiosi troverà sempre benevolo esame e, quando riesce
    possibile, verrà tutelato e promosso” (Pio XII, Lettera enciclica Summi Pontificatus, 20 ottobre
    1939 n. 17 b, in I documenti sociali della Chiesa, Editrice Massimo, Milano 1983, p. 387). La
    Chiesa “gode dell’elevato livello spirituale degli individui e dei popoli, scorge con gioia e alterezza
    materna nelle loro genuine attuazioni frutti di educazione e di progresso, che benedice e promuove,
    ogni qualvolta lo può secondo verità” (Pio XI, Lettera enciclica Mit brennender sorge, del 14
    marzo 1937 n. IV).
    3
    A. Langaney - N.H. van Blijenburgh - A. Sanchez - Mazas Me stessi noi stesso, cit. pag. 59. 4
    ”Contro la natura tutti gli sforzi sono vani. Fu essa infatti che stabilì fra gli uomini differenze
    tanto numerose quanto profonde; differenze d’intelligenza, di talento, di abilità, di salute, di forza;
    differenze necessarie, dalle quali nasce spontaneamente la disuguaglianza delle condizioni. D’altra
    parte, questa disuguaglianza ridonda a vantaggio di tutti, tanto della società quanto degli individui,
    perché la vita sociale richiede un organismo molto variegato e funzioni molto diverse” (Leone
    XIII, Lettera enciclica Rerum novarum, 15 maggio 1891 n. 14 a, in I documenti sociali della
    Chiesa, cit.).
    5
    Cfr. Giuseppe Sermonti - Roberto Fondi, Dopo Darwin critica all’evoluzionismo,cit., pag. 6. 6
    ”La massima è questa: cura del corpo, invigorimento del corpo, sì; culto del corpo divinizzazione
    del corpo, no; come neanche divinizzazione della razza e del sangue e dei loro presupposti somatici
    o elementi costitutivi. Il corpo non occupa nell’uomo il primo posto, nè il corpo terreno mortale,
    come è ora, nè quello glorificato e spiritualizzato, come sarà un giorno. Non al corpo tratto dal
    limo della terra spetta il primato nel composto umano, ma allo spirito, all’anima spirituale” (Pio
    XII, Discorso ai partecipanti al XXXVII Congresso Italiano di Stomatologia, 23 ottobre 1952, in
    Insegnamenti Pontifici, vol. IX, Edizioni Paoline, Roma 1962, pag. 203). Altrove Pio XII definisce
    il razzismo più semplicemente come “Esagerata insistenza sul significato e sul valore del fattore
    razziale” (cfr. Discorso Le Congrés, ai partecipanti al VII Congresso della Società Internazionale
    per la trasfusione del sangue, 5 settembre 1958, in Insegnamenti Pontifici, vol. I, Edizioni Paoline,
    pag. 481). 7
    Cfr. Padre Eberhard Welty o.p., Catechismo sociale, vol. I, Edizioni Paoline, Francavilla a mare
    1966, pag. 196.
    8
    Perfino l’antropologa Gabriella Spedini, che pure condivide con Piero Angela la latrìa
    evoluzionista, deve riconoscere che “il razzismo è un’invenzione moderna”, salvo prodursi, subito
    dopo e secondo un clichè ormai collaudato, nel consueto attacco al colonialismo europeo. Cfr.
    L’Arena, 1/II/1994.
    9
    ”È anche troppo noto a quali eccessi, sventuratamente, possono condurre l’orgoglio di razza e gli
    odii razziali; la Chiesa vi si è sempre opposta energicamente, sia nei casi di tentativo di genocidio,
    che in quelli che vengono chiamati <<colour-bar>>, <<barriere di colore>>“ (Pio XII Discorso
    Le congrés, cit. ibidem). “Se la razza o il popolo, se lo stato o una sua determinata forma, se i
    rappresentanti del potere statale o altri elementi fondamentali della società umana hanno
    nell’ordine naturale un posto essenziale e degno di rispetto; chi peraltro le distacca da questa scala
    di valori terreni, elevandoli a suprema norma di tutto, anche dei valori religiosi, e divinizzandoli
    con culto idolatrico perverte e falsifica l’ordine da Dio creato e imposto, è lontano dalla fede in
    Dio e da una concezione della vita ad essa conforme. [...] Questo Dio ha dato i suoi comandamenti
    in maniera sovrana: comandamenti indipendenti da tempo e spazio, da regione e razza. [...]
    Solamente spiriti superficiali possono cadere nell’errore di parlare di un Dio nazionale, e
    intraprendere il folle tentativo di imprigionare nei limiti di un solo popolo, nella ristrettezza etnica
    di una sola razza, Dio, Creatore del mondo, Re e legislatore dei popoli, davanti alla grandezza del
    quale le nazioni sono piccole come gocce in un catino d’acqua. [...] La Chiesa, fondata dal
    Salvatore, è unica per tutti i popoli e per tutte le nazioni, e sotto la sua volta, la quale si inarca
    come il firmamento sull’universo intero, trovano posto e asilo tutti i popoli e tutte le lingue” (Pio
    XI, Lettera enciclica Mit brenneder sorge, cit., pagg. 1068-1069, 1071).
    10
    ”Il razzismo non è appannaggio esclusivo delle nazioni giovani, dove esso si dissimula talvolta
    sotto il velo delle rivalità di clan e di partiti politici, con grande pregiudizio della giustizia e
    mettendo a repentaglio la pace civile” Paolo VI, Lettera enciclica Populorum progressio, cit. n. 63,
    pag. 1010).
    11
    Art. 1292 Cod. Civ. Nozione della solidarietà: <<l’obbligazione è in solido quando più debitori
    sono obbigati tutti per la medesima prestazione, in modo che ciascuno può essere costretto
    all’adempimento per la totalità e l’adempimento da parte di uno libera gli altri; oppure quando tra
    più creditori ciascuno ha diritto di chiedere l’adempimento dell’intera obbligazione e
    l’adempimento conseguito da uno di essi libera il debitore verso tutti i creditori>>.
    12
    Molte parole-talismano, come le chiama Plinio Corrêa de Oliveira (primo, fra tutti il termine
    dialogo) hanno assolto a questa “missione” del male. Cfr. Plinio Corrêa de Oliveira, Trasbordo
    ideologico inavvertito e dialogo, Edizioni de L’Alfiere, Napoli 1965.
    13
    Francesco Roberti - Pietro Palazzini, Dizionario di Teologia morale, Editrice Studium, Roma
    1968, pag. 1576. 14
    Antonio Piolanti, Aspetti della Grazia, Ares, Roma 1958, pagg. 323,335,348. “Il primo di tali
    perniciosi errori, oggi largamente diffuso, è la dimenticanza di quella legge umana di solidarietà e
    carità, che viene dettata e imposta sia dalla comunanza di origine e dalla eguaglianza della natura
    razionale in tutti gli uomini, a qualsiasi popolo appartengano, sia dal sacrificio di redenzione
    offerto da Gesù Cristo sull’ara della Croce al Padre suo celeste in favore dell’umanità peccatrice”
    (Pio XII, Lettera enciclica Summi pontificatus n. 15, in I documenti sociali della Chiesa, cit. pag.
    384).
    15
    In questo senso va intesa l’esortazione di Pio XII a “rinsaldare la solidarietà dell’Europa”
    (Radiomessaggio di Natale del 23 dicembre 1956, in Insegnamenti Pontifici, Le fonti della vita
    spirituale, Edizioni Paoline, Roma 1964, vol. I pag. 561). Cfr. pure l’esortazione dello stesso
    Pontefice alla solidarietà, in uno spirito cristiano, fra imprenditori e operai, fra i settori
    dell’industria e dell’agricoltura, verso i profughi della guerra e del comunismo (Pio XII
    Radiomessaggio al mondo intero, 23 dicembre 1950, in Insegnamenti Pontifici, Edizioni Paoline,
    Roma 1962, Vol. VI, pag. 609). 16
    Padre Antonio Royo Marìn o.p., Teologia della perfezione cristiana,Edizioni Paoline, Torino
    1987, pag. 602.
    17
    Op. cit., pag. 618.
    18
    San Paolo, Lettera agli Ebrei II, 6.
    19
    Cfr. Pio XI, Lettera enciclica Quadragesimo anno, n. 87-88 in I documenti sociali della Chiesa,
    cit. pagg. 283-284. 20
    ”Come nel corpo dell’uomo le membra, essendo differenti per la funzione, hanno bisogno a
    vicenda con evidente necessità e si sovvengono con doverosissima carità, così nel corpo di Cristo i
    singoli sono uno ad uno necessari.[...] L’occhio non può camminare per terra e il piede non può
    illuminare il corpo, ma al corpo sono tutte e due necessari, benché non possa fare l’una e l’altra
    cosa con un solo membro” (Isacco della Stella [sec. XII], Sermo XII, in Antonio Piolanti, op. cit.,
    pagg. 368-369). “È verissimo che, come nel corpo umano le varie membra si accordano insieme e
    formano quel tutto armonico che si chiama simmetria, così nella società le classi sociali sono
    destinate per natura ad armonizzarsi e ad equilibrarsi tra loro. L’una ha bisogno assoluto
    dell’altra: nè può sussistere capitale senza lavoro nè lavoro senza capitale” (Leone XIII, Lettera
    enciclica Rerum Novarum, n. 15, in I documenti sociali della Chiesa, cit., pag. III). 21
    ”Un popolo minacciato o già vittima di una ingiusta aggressione, se vuole pensare ed agire
    cristianamente, non può rimanere in una indifferenza passiva; tanto più la solidarietà della
    famiglia dei popoli interdice agli altri di comportarsi come semplici spettatori in un atteggiamento
    d’impassibile neutralità. [...] Ciò è così vero, che nè la sola considerazione dei dolori e dei mali
    derivanti dalla guerra, nè l’accurata dosatura dell’azione e del vantaggio valgono finalmente a
    determinare, se è moralmente lecito, od anche in talune circostanze concrete obbligatorio (sempre
    che vi sia probabilità fondata di buon successo) di respingere con la forza l’aggressore. [...] La
    sicurezza che tale dovere non rimarrà inadempiuto, servirà a scoraggiare l’aggressore e quindi ad
    evitare la guerra, o almeno, nella peggiore ipotesi, ad abbreviarne le sofferenze” (Pio XII
    Radiomessaggio natalizio 1948, in Le Encicliche sociali dei Papi da Pio IX a Pio XII, Editrice
    Studium, Roma 1956, pagg. 917-918). 22
    Padre Eberhard Welty o.p. vol. II, pag. 404.
    23
    Così Tullio Piacentini, in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1953, vol. XI, col. 938. La
    solidarietà (e ciò dev’essere tenuto ben presente da tanti suoi improvvisati, quanto superficiali aedi
    di parrocchia) è concepita, nasce e, a nostro avviso, si mantiene tuttora, in un contesto
    assolutamente impermeabile, non solo al cristianesimo, ma a qualsiasi esigenza di ordine
    soprannaturale e trascendente. Basti ricordare che August Comte (1798-1857) uno dei padri del
    positivismo, il fondatore della sociologia (da lui intesa, materialisticamente, come fisica sociale)
    teorizzò una società governata dagli scienziati e fu il principale artefice della religione positivista,
    oggi diremmo di una setta, destinata, naturalmente, ad estinguersi, come avvenne, alla sua morte. Di
    questa religione positivista, di questa religion de l’humanitè, come amava chiamarla egli si reputava
    il gran sacerdote, tanto da redigerne, nel 1852, un apposito strumento catechetico: il catechismo
    positivista. Il credo della religione positivista era il culto dell’umanità, identificata con Dio e
    considerata, romanticamente, come fattore di progresso storico inarrestabile.
    24
    Ibidem. Questa distorsione nell’uso della parola solidarietà è evidente, quando ci si appella a non
    ben specificati valori della solidarietà, per aiutare i terzomondiali (specie se islamici o animisti o
    quant’altro) prescindendo completamente dalla Fede e, dunque, da ogni riferimento al bene
    soprannaturale della loro anima, prescindendo cioè dalla solidarietà come fatto metafisico. 25
    È questo il senso in cui intendono la solidarietà i teorici del caos Bocchi, Ceruti e Morin. Essa è la
    “necessità di un pensiero che possa concepire le solidarietà che legano parti e tutto, cose causate e
    causanti, mediate e immediate, e ciò perfino al livello del pianeta Terra” cfr. Roberto de Mattei,
    1900-2000 Due sogni si succedono la costruzione la distruzione, Edizione Fiducia, Roma 1990,
    pagg. 113-114). Secondo Roberto de Mattei la civiltà della solidarietà, cui si richiama la nuova
    sinistra, altro non sarebbe che il compimento del “terzo valore della Rivoluzione, quello più utopico
    della fraternitè”, l’inveramento della triade giacobina di libertè, egalitè e fraternitè nella prospettiva
    naturalistica e totalmente secolarizzata della cosiddetta società multietnica e multireligiosa. “Questa
    solidarietà consisterebbe nella coscienza di una progressiva convergenza sociale dell’umanità
    verso un futuro unitario, verso un mondo caratterizzato dall’interdipendenza sempre più stretta dei
    rapporti sociali. [...] L’etica della solidarietà, intesa come pura etica relazionale, porterebbe come
    conseguenza necessaria la realizzazione dell’uguaglianza assoluta e anche dell’assoluta libertà nel
    regno della fratellanza. [...] Queste teorie ricevono conferma ideologica dalle sponde del
    progressismo cattolico, dove un teorico della solidarietà quale Josef Tischner ci presenta l’uomo
    non come persona individuata e distinta, ma come ente confuso in una <<complessa rete
    relazionale>>“ (ivi, pagg. 121-122).
    26
    Antonio Piolanti, op. cit., pagg. 325-326. 27
    Francesco Roberti-Pietro Palazzini, Dizionario di Teologia morale, Editrice Studium, Roma
    1954, pag. 463.
    28
    Enorme fu, ad esempio, l’impegno profuso dalla Chiesa fra il 1792 e il 1805 (come attestano
    cinquanta volumi di documenti riposti nell’archivio Vaticano) “per soccorrere i vescovi, i chierici,
    le religiose e moltissimi laici, i quali per la furia distruggitrice dei rivoluzionari e per la loro
    persecuzione contro la Chiesa, subito erano fuggiti dalla Francia [...] e accolti e nutriti per tredici
    e più anni in questo Stato di Sua Santità [...]. Ingentissima fu la somma di denaro impiegata dalla
    Santa Sede per sostenere quest’ospitalità agli esuli dalla Francia. Infatti si calcoli [...] il loro
    annuo mantenimento a soli dodici scudi l’uno l’altro, si avrà per duemila la cospicua somma di
    centomila scudi. Lo che ha fatto poi dire a parecchi emigrati che Pio VI aveva pagato da se solo il
    debito contratto dalla Santa Sede con Carlo Magno.[...] Ma è noto che quasi a ventimila
    sommarono gli esuli che per tredici anni furono ospitati in Roma e nello Stato Pontificio. [...] In
    pro dei francesi esiliati Pio VI scrisse anche molte lettere sia ai vescovi dell’Europa, sia ai nunzi
    della Santa Sede presso le nazioni estere, sia a Re e Prìncipi, cattolici e non cattolici, delle quali
    [...] al serenissimo e potentissimo Giorgio, illustre Re di Gran Bretagna” (La Civiltà Cattolica,
    1952, vol. IV, pagg. 314-316). “Nei primi giorni della Nostra Assunzione alla Sede romana com’è
    noto, si vedevano progredire, ogni giorno più arditi e brutali, la smodata ricerca d’ingrandire la
    nazione, lo sfacciato prepotere della razza, la sfrenata libidine di occupare le regioni altrui,
    fondata sulla forza anziché sul diritto; onde le crudeli ed empie deportazioni di moltitudini e il
    forzato sradicamento dei popoli: nuovi crimini che la vincevano su tutti i delitti dell’antichità. [...]
    Ci siamo sforzati d’impedire la orrenda guerra; una volta scoppiata e dilagante terribilissima [...]
    non ostanti le enormi ed inestricabili difficoltà dei tempi, nulla lasciammo d’intentato per
    apportare un aiuto ai figli piangenti, di qualunque condizione o nazione fossero; anche ai
    fuoriusciti ebrei, oggetto di spietata persecuzione, con ogni sforzo venimmo in aiuto” (Pio XII,
    Costituzione Apostolica Exul Famiglia, 12 agosto 1952 n. 60-62-64, in La Civiltà Cattolica, 1952,
    vol. IV, pag. 452).
    29
    La Civiltà Cattolica ha buon gioco nel sottolineare che, non appena nell’Italia unita
    “principiavano a fiorire le delizie della affamante libertà”, iniziò l’emigrazione. “Dal 1819 al 1855,
    negli Stati Uniti d’America arrivarono non più che 7185 italiani dei quali 2995 dopo il 1850. Gli
    italiani emigrati, nel detto periodo di anni [...] vi erano più per ragioni di commercio lucroso, che
    di stringente miseria” (La Civiltà Cattolica, serie XIII, 1888, vol. XI, pag. 385).
    30
    Padre Antonio Messineo S.J., in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1950, vol. V, col.
    291. 31
    ”Anche l’ospitalità è giustamente lodata da Teofrasto; mi sembra infatti cosa assai decorosa che
    la casa di importanti cittadini stia aperta ad ospiti illustri, e torna anche di grande onore alla
    Repubblica che nella nostra città i forestieri non manchino di un tal genere di liberalità [...].
    Cimone anche in Atene fu ospitale verso i suoi compaesani di Lacia:aveva egli disposto e ordinato
    ai suoi di dare tutto quanto occorresse a chiunque da Lacia fosse venuto nella sua villa” (Marco
    Tullio Cicerone, De officiis, libro II, cap. 18, Rizzoli, Milano 1958).
    32
    ”La Famiglia di Nazareth in esilio, Gesù, Maria e Giuseppe emigrati in Egitto ed ivi rifugiati per
    sottrarsi alle ire di un empio Re, sono il modello, l’esempio ed il sostegno di tutti gli emigrati e
    pellegrini [...] di tutti i profughi di qualsiasi condizione. [...] Dio onnipotente e misericordioso
    aveva infatti decretato che il suo consostanziale Figliuolo, <<fatto a somiglianza degli uomini>>,
    [...] anche in questo genere di angustie e di travagli, fosse <<il primogenito di molti fratelli>>
    (Rom. 8,29), percorrendone per primo la strada” (Pio XII, Costituzione Apostolica Exul Famiglia,
    I° agosto 1952, in La Civiltà Cattolica, 1952, vol. IV, pag. 311).
    33
    ”Allora il Re dirà a quelli alla sua destra: <<Venite, benedetti del Padre mio, riceverete in
    eredità il regno che v’è stato preparato fin dalla creazione del mondo!Perché io avevo fame, e voi
    mi deste da mangiare; avevo sete, e mi deste da bere; ero uno straniero, e mi avete ospitato; ero
    nudo, e mi copriste; ero malato, e mi visitaste; ero in carcere, e veniste a trovarmi>>“ (Mt. 25, 3436).
    Tutto ciò, naturalmente, suppone la Fede, senza la quale le opere non meritano agli occhi di
    Dio. Qui Gesù “rammenta solo le opere di misericordia, non perché bastino da sole a salvare, ma
    perché la loro presenza suppone ordinariamente l’amore di Dio, e non è possibile l’amore di Dio
    senza di esse” (Padre Marco M. Sales o.p. in Il Nuovo Testamento commentato, Lega Italiana
    Cattolica Editrice, Torino 1911, pag. 113, n. 35).
    34
    Cfr. Francesco Roberti-Pietro Palazzini, Dizionario di teologia morale, Editrice Studium, Roma
    1968, vol. II, pag. 592 Pio XII parla di “diritto naturale della persona di non essere impedita nella
    emigrazione o immigrazione” (Radiomessaggio di Natale, 24 dicembre 1952 n. 19, in I documenti
    sociali della Chiesa, cit. pag. 585). Anche i più accaniti sostenitori (liberisti) della libertà di
    emigrazione, riconoscono agli Stati il potere di limitarla in caso di emergenza. Dal lato opposto si
    situano i fautori dello Stato totalitario, che negano all’individuo il diritto di emigrare, se non gli è
    concesso dallo Stato, titolare esclusivo, secondo loro, di tutti i diritti personali.
    35
    Cfr. Giovanni Paolo II, Laborem exercens n. 23/c, in I documenti sociali della Chiesa, cit. pag.
    1374. 36
    In senso sostanzialmente favorevole all’assimilazione, cfr. pure Pio XII, Discorso ai giuristi
    cattolici del 6 dicembre 1953 n. 4, in I documenti sociali della Chiesa, cit., col. 294.
    37
    Padre Antonio Messineo S.J., cit., col. 294.
    38
    ”L’emigrazione, generalmente dagli stessi economisti di parte liberale [è] deplorata, qual danno
    gravissimo per l’Italia e per gl’italiani che ne abbandonano il suolo [...]. Giammai gl’italiani
    appartenenti all’infima plebe non avrebbero lasciato il paese loro nativo, se da durissima necessità
    non fossero stati costretti [...]. La miseria dunque, e nient’altro che la miseria, è cagione primaria
    dello spopolarsi che fanno alcune province d’Italia [...]. Vi sono dei paesi, scrive il Nitti, del
    Cosentino, della Basilicata, del Salernitano, d’onde gli emigranti partono a famiglie intere, col
    fermo proponimento di cangiar patria, di farsi Americani, com’essi dicono. Lo spettacolo di queste
    emigrazioni in massa è dolorosissimo; quando non trovano a vendere le miserabili casupole, i
    disgraziati emigranti le abbandonano, rimanendo l’uscio aperto e le chiavi appese al chiodo. [...]
    Gli emigranti italiani approdano in regioni straniere, dove restan sempre stranieri. [...] La perdita
    della lingua e quella della italianità [comporta] e troppo spesso ancora quella della religione dei
    loro padri” (La Civiltà Cattolica, serie XIII, vol. XI 1888, pagg. 385-286-393-397-403). “Inoltre
    l’emigrazione porta via di solito gl’individui meglio dotati, nel pieno delle loro forze, [...]
    sconvolge sovente la vita familiare, dalla quale separa per lungo tempo il padre” (Padre Antonio
    Messineo S.J., cit., coll. 294-295). “Tutti sanno le ruine dei poveri emigranti in fatto di vita morale
    e religiosa. [...] Nel paesello natio erano di continuo sotto lo sguardo del parroco e della chiesa
    parrocchiale, che li accoglieva ogni festa al suono lieto delle campane, e sotto le materne ali ne
    fomentava i sensi di fede e di pietà cristiana. Ma come sperare ciò nelle nuove terre e città, dove si
    sentono soli, sperduti. [...] E così dove andarono a cercar fortuna, prima di tutto trovano il vizio e
    l’irreligione, a gran danno proprio e a discredito d’Italia” (La Civiltà Cattolica, 1914, vol. III, pag.
    361). “Bisogna assolutamente evitare che i minatori della C.E.C.A. siano preda di movimenti atei e
    si deve mettere in opera ogni cosa affinché siano salvati e vengano a Dio e a Cristo” (Pio XII,
    Discorso Six ans sont écoulés del 5 ottobre 1957, in Insegnamenti Pontifici, Le fonti della vita
    spirituale, Edizioni Paoline, Roma 1964, vol. III, pag. 76).
    39
    F. Roberti-P. Palazzini, Dizionario di teologia morale, Editrice Studium, Roma 1954, pag. 464. 40
    Padre Antonio Messineo S.J., cit., col. 295. 41
    Giovanni XXIII, Lettera enciclica Ad Petri cathedram del 29 giugno 1959, in Insegnamenti
    Pontifici, Edizioni Paoline, Roma 1968, vol. XV, pag. 478.
    42
    Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Laborem exercens del 14 settembre 1981 n. 23 a/b, in I
    documenti sociali della Chiesa, cit., pag. 1373. 43
    È quanto fa Pio XII, passando in rassegna l’impegno e le benemerenze della Chiesa a pro dei
    profughi e dei migranti, nella Lettera enciclica Exul Familia del I° agosto 1952, cit.
    44
    Fra tutti i documenti consultabili, cfr. San Pio X, Motu proprio Iampridem, 19 marzo 1914, in
    A.A.S. 6, 1914 pag. 174 segg. Quel Santo Pontefice, parlando degli emigranti, osserva che “la fede
    e la vita cattolica dei quali è incredibile quali e quanti pericoli corra”. 45
    Così Pio XII, dopo aver criticato la concezione meccanica, malthusiana della società (che
    vorrebbe programmare a tavolino le nascite o il numero delle persone che il nostro pianeta o un
    determinato Paese potrebbero nutrire, in base a calcoli che si rivelano sempre, puntualmente
    sbagliati) afferma: “Non saremo certamente Noi a negare che questa o quella regione sia al
    presente gravata da una relativa superpopolazione” (Radiomessaggio di Natale, 24 dicembre 1952
    n.20, in I documenti sociali della Chiesa, cit., pag.586). “Il vostro paese è grande e ricco. Ma l’
    immensità del suo territorio sarà vantaggiosa se e in quanto diventerà la dimora felice di un
    numero sempre crescente di famiglie fisicamente e moralmente sane. Come sono grandi ed estesi i
    vostri campi e le vostre terre, così siano aperti e larghi i vostri cuori per ricevere quelli che
    desiderano venire a trovare fra di voi una nuova patria, dove vivere onestamente in compagnia dei
    propri cari” (Pio XII, Messaggio al popolo brasiliano, in L’Osservatore Romano, 21-22 luglio
    1952, n.170). “Di nuovo invitammo le nazioni, più ricche di territori e più scarse di popolazione, ad
    aprire le loro frontiere a quanti si stipavano su territori sovrappopolati, tra i quali nessuno ignora
    che oggi il Giappone tiene il primato” (Pio XII, Costituzione Apostolica Exul Familia, cit. n. 82,
    pag.459). Giacché l’emigrazione ha per “suo scopo naturale [...] la distribuzione più favorevole
    degli uomini sulla superficie terrestre” (Pio XII, Radiomessaggio per il 50° della Rerum novarum,
    1° giugno 1941 n.23, in I documenti sociali della Chiesa, cit., pag.435). 46
    ”Il Paese di provenienza ha conseguentemente il diritto di subordinare la emigrazione al
    compimento previo di alcune obbligazioni sociali, come sarebbe, ad es., il servizio militare e può
    adottare provvedimenti più rigorosi o in caso di necessità (imminenza di un conflitto) o per frenare
    un esodo della popolazione che, per la sua ampiezza, tornerebbe dannoso all’efficienza della
    propria vita” (Padre Antonio Messineo S.J., cit., col. 293). “In questo caso l’interesse del corpo
    sociale dovrà naturalmente prevalere su quello degli individui che desiderano espatriare. Lo Stato
    di origine ha altresì il diritto di assistere, d’accordo con le autorità del Paese di destinazione, i suoi
    emigranti” (AA.VV. Codice di morale internazionale, Editrice La Civiltà Cattolica, Roma 1943,
    pag.54. Il Codice di morale internazionale fu redatto negli anni trenta dall’Unione Internazionale di
    Studi Sociali, fondata nel 1920 dal Cardinal Mercier e presieduta da S.E. Card. Van Roey, Primate
    del Belgio. L’opera si vale della consulenza di alti prelati, giuristi cattolici ed esperti di diritto
    internazionale). Nel 1887 il governo Crispi presentò alla Camera un disegno di legge (liberticida)
    per impedire l’emigrazione: ”Crudele prepotenza![...] Nulla si risparmia per affermare il popolo
    in casa sua e ridurlo alla disperazione; e quando questo popolo fugge la morte di fame, fuggendo
    dal patrio tetto, si pretende incatenarlo” (La Civiltà Cattolica, serie XIII, vol. XI, 1888, pag. 398).
    La Civiltà Cattolica qui non contesta i “diritti che possegga un Governo, di mettere qualche remora
    all’emigrazione”; soltanto reclama che prima “esso compia i doveri suoi di giustizia e di carità
    verso il popolo governato” (pag. 401). “Il Paese d’origine non può cacciare i suoi sudditi emigranti
    dalle loro case o dai loro beni, ma è tenuto a trovare una forma dignitosa di trasferimento o di
    colonizzazione e a permettere che si prenda con sè la legittima proprietà oppure a risarcire quanto
    deve essere lasciato” (Padre Eberhard Welty o.p., cit., vol. II, pagg. 357-358).
    47
    Padre Antonio Messineo S.J., cit., col. 292. Fra gli interessi economici dello Stato
    d’Immigrazione, che possono venire lesi e che, per ciò lo giustificano a limitare l’afflusso degli
    emigranti e ad adottare anche “misure appropriate di protezione”, v’è quello per cui gli “emigranti,
    [...] a causa della modicità dei loro bisogni diventano competitori pericolosi della mano d’opera
    nazionale. [...] Un ordinamento avveduto dell’assunzione e rimunerazione della mano d’opera
    potrà attenuare sensibilmente l’asprezza della concorrenza tra lavoratori nazionali e stranieri,
    concorrenza di cui tutti sono unanimi nel deplorare gli eccessi” (AA.VV. Codice di morale
    internazionele, cit., pag. 55).
    48
    ”Qualunque politica coloniale deve porsi al servizio della cristianizzazione, in quanto ne crea i
    presupposti sia naturali sia spirituali-culturali” (padre Eberhard Welthy o.p., cit., vol. II, pag. 359).
    ”Con severe parole condannammo i princìpi del totalitarismo, dell’imperialismo di Stato e dello
    smodato nazionalismo, come quelli che [...] arbitrariamente restringono il naturale diritto degli
    uomini ad emigrare o a fondare colonie” (Pio XII, Costituzione Apostolica Exul Familia, cit., n.
    81, pag. 459). Costituiscono ulteriori titoli che legittimano la colonizzazione fra “società politiche
    di ineguale civiltà”: il dovere, da parte dei popoli più progrediti, di aiutare ed elevare gli altri; la
    possibilità di destituire un governo indigeno che “offre una grave e giusta causa d’intervento:
    attentato contro le persone e i beni dei suoi sudditi, rottura d’impegni contrattuali, violazione
    ripetuta delle frontiere comuni, ecc.”; la rinuncia o la cessione volontaria della sovranità da parte
    dei capi indigeni. È escluso invece, quale titolo di colonizzazione, il semplice bisogno, da parte di
    uno Stato industrializzato, di trovare sbocchi economici. Anche la sua sovrappopolazione è causa
    legittima di emigrazione, ma non di colonizzazione. Naturalmente lo Stato colonizzatore deve
    adoperarsi nell’interesse delle popolazioni locali, pur potendo legittimamente cercare di recuperare
    le spese e gli sforzi sostenuti per l’opera d’incivilimento intrapresa; deve elevare gl’indigeni,
    mantenendoli nei loro beni, senza necessariamente assimilarli, ma epurandone i costumi e le
    pratiche più barbare e contrarie alla legge naturale; deve sostenere l’opera dei missionari e della
    Chiesa. Le popolazioni indigene, a loro volta, sono chiamate a collaborare al proprio progresso
    materiale e spirituale e possono anche essere chiamate a difendere il territorio metropolitano. A
    mano che la colonizzazione procede, con l’incivilimento e l’emancipazione degl’indigeni, essa
    perde la sua ragion d’essere e diventa superflua. Fra l’ex-colonia e lo Stato metropolitano si devono
    stabilire legami di cooperazione di riconoscenza (AA.VV. Codice di morale internazionale, cit.,
    pagg. 76-89). 49
    Padre Eberhard Welty o.p., cit., vol. II, pag. 358.
    50
    Il Paese d’immigrazione “non ha dei doveri giuridici verso l’immigrante, non appartenendo
    questi alla sua compagine sociale”. Però, se “possiede dello spazio disponibile, deve le risorse
    naturali giacenti inoperose potrebbero essere valorizzate dal lavoro di altre braccia, ha un dovere
    stretto di giustizia di permettere che queste vi s’insedino e vi traggano i mezzi di sussistenza”.
    (Padre Antonio Messineo S.J., cit., col. 293). “Ma non può recar sorpresa che le mutate circostanze
    abbiano portato a mettere una certa restrizione all’immigrazione straniera. Poiché in questa
    materia bisogna aver riguardo non solo agli interessi degl’immigrati ma anche al bene del Paese.
    Tuttavia Noi siamo sicuri che non è esagerato attendersi che nell’andamento di simil restrizione
    non vengano dimenticati la carità cristiana e il senso dell’umana solidarietà esistente tra gli
    uomini, figli d’un unico Dio Padre” (Pio XII, Discorso ai Senatori degli Stati Uniti d’America
    partecipanti al Comitato per l’immigrazione, in L’Osservatore Romano, 14 marzo 1946, n. 62).
    “Nessuno Stato, in forza del diritto di sovranità, può opporsi in modo assoluto a una tale
    circolazione, ma non gli è interdetto di sottoporre l’esodo degli emigranti o l’ammissione degli
    immigrati a determinate condizioni richieste dalla cura degli interessi, che è suo ufficio tutelare”
    (AA.VV., Codice di morale internazionale, cit., pagg. 53-54). Una politica di puro protezionismo o
    di egoismo nazionalistico o etnico non è invece ammissibile. “Il Creatore dell’Universo, infatti, ha
    creato tutte le cose in primo luogo ad utilità di tutti; perciò il dominio delle singole nazioni, benché
    debba essere rispettato, non può venir tanto esagerato che, mentre in qualsivoglia luogo la terra
    offre abbondanza di nutrimento per tutti, per motivi non sufficienti e per cause non giuste ne venga
    impedito l’accesso a stranieri bisognosi ed onesti, salvo il caso di motivi di pubblica utilità da
    ponderare con la massima scrupolosità” (Pio XII, Lettera In frates caritas all’Episcopato degli
    Stati Uniti, 24 dicembre 1948, in A. A. S. XXXXI, 1949, pagg. 15 segg.).
    51
    Padre Eberhard Welty o.p., cit., vol. II. Pag. 356.
    52
    ”Se le due parti, quella che concede di lasciare il luogo natio e quella che ammette i nuovi venuti,
    rimarranno lealmente sollecite di eliminare quanto potrebbe essere d’impedimento al nascere e
    allo svolgersi di una vera fiducia tra il Paese di emigrazione e il Paese d’immigrazione, tutti i
    partecipanti a tale tramutamento di luoghi e di persone ne avranno vantaggio” (Pio XII,
    Radiomessaggio per il 50° della Rerum novarum, I° giugno 1941 n. 23, cit., in I documenti sociali
    della Chiesa, pag. 435). 53
    Cfr. Padre Antonio Messineo S.J., cit., col. 293. Lo Stato di destinazione può impedire che gli
    stranieri ”non rimangano a suo carico e non compromettano l’ordine e la sicurezza pubblica
    (sanità, istruzione, moralità, mezzi pecuniari ecc.), AA.VV. Codice di morale internazionale, cit.,
    pag.55. 54
    Indulgenza verso i clandestini di cui si rendono irresponsabilmente protagonisti i cosiddetti
    progressisti, per assicurarsi (mediante determinati automatismi nell’acquisto della cittadinanza) non
    solo i suffragi dei terzomondiali, ma anche per rendere permanente l’innaturale status quo in
    materia d’immigrazione. In questa direzione, sia pure parzialmente, è anche il documento della
    Commissione ecclesiale per le migrazioni-CEI, Ero forestiero e mi avete ospitato, Edizioni Paoline,
    Milano 1993 n. 28. Purtroppo non sono pochi i settori, anche ecclesiali, che rivendicano oggi per
    gl’immigrati un trattamento, “a prescindere dal loro status giuridico”: nulla di più irresponsabile, se
    si ha ancora a cuore una convivenza ben ordinata e se non si perseguono torbidi obiettivi di
    destabilizzazione. 55
    Padre Antonio Messineo S.J., cit., col. 293. Analogamente gli artefici del Codice di morale
    internazionale, giudicano legittimo l’atteggiamento restio di alcuni Stati ad ammettere emigranti
    “che una differenza troppo profonda di stirpe rende del tutto inassimilabili. Questi motivi, ai quali
    un nazionalismo esagerato tende a dare un peso eccessivo, rendono certamente legittimo il
    contingentamento degli immigrati e delle misure appropriate di protezione” (AA.VV. Codice di
    morale internazionale, cit., pag. 55). Va peraltro sottolineato che, dal punto di vista dell’odierno
    diritto positivo italiano, l’attuabilità, de iure condendo, di questo limite (pur se improntato a grande
    realismo) incontrerebbe seri ostacoli nell’egualitarismo stabilito dall’art. 3 della Costituzione laicorepubblicana
    (esteso dalla giurisprudenza anche ai non cittadini) in convenzioni internazionali e,
    forse, nella legge n. 205/1993. I fatti però sono fatti: in Italia vi sono colonie numerose di europei,
    nord e sudamericani, asiatici; come mai i problemi nella popolazione sorgono quasi sempre con
    africani e maghrebini, specie di religione maomettana?
    56
    In famiglia e tra i suoi connazionali, l’immigrato gode, tuttavia, del diritto di usare la propria
    lingua d’origine.
    57
    Rivolgendosi in particolare ai popoli africani e al Terzo Mondo in generale, li “avvertivamo [...] a
    riconoscere all’Europa il merito del loro avanzamento; all’Europa, senza il cui influsso, esteso in
    tutti i campi, essi potrebbero essere trascinati da un cieco nazionalismo a precipitare nel caos o
    nella schiavitù. [...] Non ignoriamo, infatti, che in molte regioni dell’Africa vengono diffusi i germi
    di turbolenza dai seguaci del <materialismo> ateo, i quali attizzano le passioni, eccitano l’odio di
    un popolo contro l’altro, sfruttano alcune tristi condizioni per sedurre gli spiriti con fallaci miraggi
    o per seminare la ribellione nei cuori” (Pio XII, Lettera enciclica, Fidei donum del 21 aprile 1957
    n. 6-7, in La Civiltà Cattolica, 1957, vol.II, pagg. 348-349).
    58
    Pio XII, Discorso Con singular placer del 14 novembre 1957, in Insegnamenti Pontifici, Edizioni
    Paoline, Roma 1961, vol. XIII, pag. 223. “Al Paese che li accoglie, gl’immigrati devono un senso di
    riconoscenza, ubbidienza alle sue leggi giuste, disponibilità ad una costruttiva collaborazione. Essi
    hanno lo stretto dovere di astenersi, nei suoi confronti, ad ogni ostilità manifesta o segreta” (Padre
    Eberhard Welty o.p., cit., vol. II, pag. 358). Da loro lo Stato ha il diritto di esigere una sincera e
    piena fedeltà (cfr. AA.VV. Codice di morale internazionale, cit., pag. 56).
    59
    AA.VV. Codice di morale internazionale, cit., pagg. 56-57.
    60
    Questo risvolto politico-religioso del fenomeno migratorio è talmente nuovo, da risultare ignoto
    al Magistero e alla tradizionale dottrina cattolica in materia. Una soluzione può comunque essere
    rintracciata, richiamando i princìpi generali, le linee guida dell’insegnamento della Chiesa. 61
    Padre Antonio Messineo S.J., cit., col. 288.
    62
    ”La Repubblica Argentina avrebbe stanziato i fondi necessari, per anticipare il prezzo della
    attraversata a 140mila emigranti; il Brasile sta trattando [...] per la introduzione di altri 200mila
    contadini, con il viaggio gratuito; 40mila ne chiamerebbe l’Uruguay; 60mila il Perù; altri il
    Messico; altri gli Stati dell’America Centrale” (La Civiltà Cattolica, serie 13, 1888, vol. XI, pag.
    391).
    63
    Cfr. Le risoluzioni del Consiglio Islamico di Lahore, in Stefano Nitoglia, Islam anatomia di una
    setta, Editrice Fiducia, Roma 1993, pag. 40. Ed ivi anche alcuni dati sulla persecuzione musulmana
    nei confronti dei cristiani, che è feroce in Asia come in Africa (basti pensare al Sudan). Cfr., pure
    Panorama 29 agosto 1993, pagg. 78-82 e L’Europeo n. 12/1993. 64
    Cfr. Padre Eberhard Welty o.p. cit., vol. II, pag. 358.
    65
    ”Da questa corruttissima sorgente dell’indifferentismo scaturisce quella assurda ed erronea
    sentenza, o piuttosto delirio, che debbasi ammettere e garantire per ciascuno la libertà di coscienza
    [...]. <<Ma qual può darsi morte peggiore dell’anima che la libertà dell’errore?>> diceva
    Sant’Agostino. Tolto infatti ogni freno che contenga nelle vie della verità gli uomini già volgentisi
    al precipizio per la natura inclinata al male, potremmo dire con verità essersi aperto il pozzo
    dell’abisso dal quale vide San Giovanni salire tal fumo, che oscurato ne rimase il sole, uscendo
    locuste innumerabili a disertare la terra” (Gregorio XVI, Lettera enciclica Mirari vos, 15 agosto
    1832, in Insegnamenti pontifici, Edizioni Paoline. Roma 1959. Vol. VI, pag. 37). Condanna
    solennemente ribadita fra gli altri da Pio IX, nella Lettera enciclica Quanta cura, 8 dicembre 1864.
    Contra Conc. Ec. Vat. II, Dichiarazione Dignitatis humanae n. 2.
    66
    ”Ciò che non risponde alla verità e alla norma morale, non ha oggettivamente alcun diritto nè
    all’esistenza, nè alla propaganda, nè all’azione” (Pio XII, Discorso ai giuristi cattolici italiani, 6
    dicembre 1953, in Discorsi e Radiomessaggi, Città del Vaticano, vol. XV, pag. 488). De iure
    condito, e fintanto che l’impianto indifferentista e sostanzialmente ateo della nostra carta
    fondamentale non verrà radicalmente modificato, valgono qui le medesime considerazioni
    accennate alla nota 55, cui si aggiungono le barriere egualitarie innalzate dagli artt. 8 e 19 Cost. 67
    La Fede infatti, non si può imporre a nessuno; ma quando una persona o una società sono
    divenute cristiane, hanno l’obbligo di difenderla.


    Fonte: http://www.traditio.it/PRINCIPE/2009...%20-%20PDF.pdf
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  3. #3
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    Predefinito Re: La dottrina cattolica tradizionale sull'immigrazione

    Sembra molto interessante. Appena ho un pò di tempo, leggerò con piacere
    Ogni sentimento nobile deve celarsi.
    Per non infastidire il democratico.


    soleacciaio.org

  4. #4
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    Predefinito Re: La dottrina cattolica tradizionale sull'immigrazione

    Gio visto che sei un tipo colto approfitto del thread per fare un o.t (neanche troppo) e domandarti: la posizione della Chiesa cattolica dal medioevo a oggi rispetto alla genetica è sempre stata uguale? tommaso Campanella, ad esempio, era filo-platonico e cristiano o sbaglio?
    Ultima modifica di Il Dandi; 05-06-12 alle 19:41

  5. #5
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    Predefinito Re: La dottrina cattolica tradizionale sull'immigrazione

    Che la razza non influisca in termini caratteriali e comportamentali è un portato tipico della cultura progressista ed antirazzista. Ovviamente è anche un portato cattolico, nella sua dimensione progressista. Infatti, per la religiosità indoeuropea ethos ed etnos non potevano che combaciare. Ingoranza, invece, o superstizione, fa scaturire l'accusa di "divinizzazione della razza". Soprattutto nella cornice indoeuropea, una cornice di discendenza divina, di lotta nel e contro il Fato a cui nemmeno gli Dei possono opporsi, la stirpe ha di per sè una tensione trascendente e religiosa (lari e penati). Per ciò, in una visione fortemente etnica ed etica, non spaventa la differenziazione, nè l'ospitalità. Atterisce, al contrario, la mescolanza, l'accoglienza moraleggiante in Dio (unico e universale). Insomma meglio razzisti che decadent.

    Chi vuol capire capisca. Poi, siccome Giò è un dottore della Chiesa so già che risponderà che siccome non ho scritto un trattato teologico, sono irricevibile. Allora gli dirò che è manicheo e pretesco. Lui mi scomunicherà alla 32esima pagina di discussione. Onde evitare ciò, io dico la mia, voi dite la vostra. Baci e abbracci.
    Ultima modifica di socialistaprussiano; 05-06-12 alle 20:12
    "L'ordine economico va organizzato in modo che l'uomo sincero prosperi più di qualunque altro". Silvio Gesell

  6. #6
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    Predefinito Re: La dottrina cattolica tradizionale sull'immigrazione

    Citazione Originariamente Scritto da socialistaprussiano Visualizza Messaggio
    Che la razza non influisca in termini caratteriali e comportamentali è un portato tipico della cultura progressista ed antirazzista. Ovviamente è anche un portato cattolico, nella sua dimensione progressista. Infatti, per la religiosità indoeuropea ethos ed etnos non potevano che combaciare. Ingoranza, invece, o superstizione, fa scaturire l'accusa di "divinizzazione della razza". Soprattutto nella cornice indoeuropea, una cornice di discendenza divina, di lotta nel e contro il Fato a cui nemmeno gli Dei possono opporsi, la stirpe ha di per sè una tensione trascendente e religiosa (lari e penati). Per ciò, in una visione fortemente etnica ed etica, non spaventa la differenziazione, nè l'ospitalità. Atterisce, al contrario, la mescolanza, l'accoglienza moraleggiante in Dio (unico e universale). Insomma meglio razzisti che decadent.

    Chi vuol capire capisca. Poi, siccome Giò è un dottore della Chiesa so già che risponderà che siccome non ho scritto un trattato teologico, sono irricevibile. Allora gli dirò che è manicheo e pretesco. Lui mi scomunicherà alla 32esima pagina di discussione. Onde evitare ciò, io dico la mia, voi dite la vostra. Baci e abbracci.
    Sei già scomunicato di tuo per apostasia, non mi metterò ad emettere un'ulteriore scomunica per non aggravare la tua situazione canonica
    La Chiesa Cattolica certamente rifugge qualsiasi forma di religiosità razziale, che è idolatria pagana, oltre tutto priva di senso dal momento che oggi tutti i popoli hanno la possibilità di godere della luce della Rivelazione. Non nega però che la razza possa influire - il che non significa determinare - sulle inclinazioni degli esseri umani, come dimostrano questi due noti discorsi di Pio XII: "La regione è senza dubbio una delle tante unità, che la forza delle cose, più ancora che la libera volontà degli uomini, ha costituito nei vari Stati. Essa ha dunque un suo valore, che deve essere conservato e, in quanto è possibile, accresciuto. La regione significa, intanto, una certa omogeneità di sangue, perchè le popolazioni sogliono per lo più formare le loro famiglie là dove vivono abitualmente. E siccome l'uomo eredita mediante la sua parte materiale tutto un complesso di inclinazioni, che l'anima liberamente potrà trasformare, ma che rimangono tuttavia permanenti in tanti aspetti, ne consegue che le virtù degli antenati rivivono in voi, cioè in determinate vostre inclinazioni. Se esse, supponiamo, sono più facilmente subordinate allo spirito, può dirsi che i vostri padri hanno avuto efficacia nel creare in voi una inclinazione favorevole alla probità, all'onestà dei costumi. al senso di laboriosità" - Pio XII, discorso ai marchigiani residenti a Roma del 23 marzo 1958.
    "A voi, cultori del diritto, non abbiamo bisogno di spiegare come la costituzione, il mantenimento e l'azione di una vera Comunità di Stati, specialmente di una che abbracci tutti i popoli, sollevino una serie di doveri e di problemi, alcuni assai difficili e complicati, che non si possono risolvere con un semplice Sì o No. Tali sono la questione delle razze e del sangue con le loro conseguenze biologiche, psichiche e sociali; la questione delle lingue; la questione delle famiglie col carattere diverso, secondo le nazioni, delle relazioni fra sposi, genitori e parentele; la questione della eguaglianza o della equivalenza dei diritti in ciò che concerne i beni, i contratti e le persone, per i cittadini di uno Stato sovrano che si trovano sul territorio di un altro, in cui soggiornano temporaneamente, ovvero si stabiliscono conservando la propria nazionalità; la questione del diritto d'immigrazione o di emigrazione, ed altre simili. Il giurista, l'uomo politico, lo Stato particolare, come la Comunità degli Stati, debbono qui tener conto di tutte le tendenze innate dei singoli individui e delle comunità nei loro contatti e rapporti reciproci, quali sono la tendenza all'adattamento e all'assimilazione spesso spinta fino allo sforzo dell'assorbimento; o al contrario, la tendenza alla esclusione e alla distruzione di tutto ciò che apparisce non assimilabile; la tendenza all'espansione, e di nuovo, come suo contrario, la tendenza a chiudersi e segregarsi; la tendenza a donarsi intieramente rinunziando a sè, e, all'opposto, l'attaccamento a sè con esclusione di qualsiasi dedizione ad altri; la brama di potere, l'avidità di tenere altri in tutela, ecc. Tutti questi dinamismi di avanzamento o di difesa sono radicati nella disposizione naturale degli individui, dei popoli, delle razze e delle comunità, nelle loro ristrettezze e limitazioni, in cui mai non si trova insieme tutto ciò che è buono e giusto. Iddio solo, origine di ogni essere, a causa della sua infinità, raccoglie in sè tutto ciò che è buono" - Pio XII, discorso ai giuristi cattolici italiani del 6 dicembre 1953.

    Di progressista, in tutto ciò, non vi è proprio nulla.
    Se mai è molto più "progressista" certo razzismo positivista darwiniano.
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  7. #7
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    Predefinito Re: La dottrina cattolica tradizionale sull'immigrazione

    C'è aria di revival su dr.

  8. #8
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    Predefinito Re: La dottrina cattolica tradizionale sull'immigrazione

    Citazione Originariamente Scritto da Il Dandi Visualizza Messaggio
    Gio visto che sei un tipo colto approfitto del thread per fare un o.t (neanche troppo) e domandarti: la posizione della Chiesa cattolica dal medioevo a oggi rispetto alla genetica è sempre stata uguale? tommaso Campanella, ad esempio, era filo-platonico e cristiano o sbaglio?
    La genetica è una scienza abbastanza recente, non comprendo il riferimento al Medioevo.
    Campanella non è mai stato molto ortodosso come autore, infatti per questo subì diversi processi. Comunque sì, era filo-platonico.
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  9. #9
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    Predefinito Re: La dottrina cattolica tradizionale sull'immigrazione

    Molto, molto interessante; gran bel post!

  10. #10
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    Predefinito Re: La dottrina cattolica tradizionale sull'immigrazione

    Quindi i migranti "San Pietro" e "San Paolo"(ammesso e non concesso che siano mai esistiti come del resto il capo fondatore di questo culto)e le comunità ebraiche primo nucleo di ogni comunità galilea dentro e fuori la Palestina come andrebbero inquadrate in questo discorso?

 

 
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