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Discussione: Sri Ramana Maharshi

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    Lightbulb Sri Ramana Maharshi

    RAMANA MAHARSHI: la vita

    (tratto da T. M. P. Mahadevan e da altre fonti sul Web)



    Bhagavan, alla nascita, nel 1879, ricevette in nome di Venkateswaram Ayyar, che corrispondeva al nome della divinita' della loro famiglia, Sri Venkateswara of Tirumala. In seguito, quando si iscrisse a scuola, il nome fu cambiato in Venkataraman. Bhagavan fu chiamato Ramana, o talvolta anche Ramani da un anziano parente di nome Lakshaman Ayyar, che era erudito in Telugu. Bhagavan, da ragazzo, imparo' un po' di Telugu e conversava in tale lingua con questo parente. Di conseguenza, comincio' a chiamare su padre Nayana, l'equivalente Telugu per 'Papà'. Dopo la morte di suo padre, il giovane Venkataraman e suo fratello Nagaswami furono mandati a Dindigul a casa di un loro zio, di modo che potessero ricevere un'istruzione in inglese. Quando il loro zio fu trasferito a Madurai, i due ragazzi lo seguirono.

    Ramana crebbe come un ragazzo assolutamente normale. Fu mandato a una scuola elementare a Tirucculi, e quindi per un anno in una scuola a Dindigul. Quando ebbe compiuto dodici anni, suo padre mori'. Di conseguenza dovette trasferirsi a Madurai con la famiglia, e vivere con lo zio paterno Subbaiyar. Qui fu mandato alla Scott's Middle School e poi alla American Mission High School. Era uno studente mediocre, molto poco impegnato nei suoi studi. Ma era forte e pieno di salute.

    Un giorno (all'eta' di diciassette anni) stava sedendo al primo piano nella casa di suo zio. Si sentiva bene, come suo solito. Non c'era niente di strano riguardo alla sua salute. Ma, improvvisamente, venne afferrato da un'inesplicabile paura della morte. Si senti' come se stesse per morire. Perche' avesse questa sensazione non lo sapeva. La sensazione della morte imminente, comunque, non lo innervosi'. Con calma penso' a cosa avrebbe dovuto fare. Si disse: "Adesso, e' arrivata la morte. Cosa significa? Cosa e' che sta morendo? Il corpo muore." Subito dopo si sdraio' allungando le sue membra e tenendole irrigidite come per il rigor mortis. Trattenne il respiro e serro' con forza le labbra, cosi' che all'apparenza il corpo sembrasse un cadavere. Ora, cosa sarebbe accaduto? Penso': "Bene, questo corpo e' morto. Sara' portato via al campo di cremazione, verra' bruciato e ridotto in cenere. Ma con la morte di questo corpo, sono morto anch'io? Il corpo e' 'Io'? Questo corpo e' silenzioso e inerte. Ma io sento la piena forza della mia personalita' e anche la voce dell' 'Io' denro di me, separata da esso. Cosi' io sono lo Spirito che trascende il corpo. Il corpo muore, ma lo Spirito che trascende il corpo non puo' essere toccato dalla morte. Questo significa che io sono lo Spirito immortale." "Tutto questo non fu un semplice pensiero; baleno' in me vividamente come una Verita' che percepivo direttamente... Da quel momento in poi, l' 'Io' o Sé' focalizzo' l'attenzione su se stesso con un potente fascino. La paura della morte era svanita una volta per sempre. L'Assorbimento nel Sé continuo' ininterrotto da allora in poi."

    (N.d.T.: Molti anni dopo, un devoto gli chiese se nella sua Realizzazione c'era stato un cambiamento. Il Maharshi rispose: "No. Se c'e' un cambiamento, non e' Realizzazione".)

    Si noto' un completo cambiamento nella vita di questo ragazzo. Le cose che aveva stimato in precedenza, persero adesso il loro valore. I valori spirituali che aveva ignorato fino ad allora divennero il suo unico oggetto di attenzione.

    Vide che non aveva alcun senso di fingere di studiare e di essere il suo vecchio se'. Decise di andar via da casa; e ricordo' che c'era un posto in cui andare, Tiruvannamalai.

    Il resto della vita di Ramana fu passato a Tiruvannamalai.

    Quando le persone andavano da lui con le loro storie, lui rideva con loro, e a volte piangeva con quelli che erano afflitti. In questo modo, sembrava rispecchiare le emozioni degli altri. Bhagavan non alzava mai la sua voce e se occasionalmente sembrava arrabbiato, non ce ne era segno sulla superficie della sua pace. Se gli si parlava subito dopo, rispondeva con grande calma e tranquillita'. Non toccava mai soldi, non perche' li odiasse -sapeva che erano necessari per la vita quotidiana- bensi' perche' non ne ebbe mai bisogno e non ne era interessato.

    Lo spirito di equita' e non-aggressivita' che permeava il saggio (N.d.T.:la parola piu' giusta sarebbe il termine sanscrito samathva: il considerare e trattare tutte le creature allo stesso modo) e l'ambiente intorno a lui, fece si' che anche gli animali e gli uccelli gli fossero amici. Lui mostrava loro la stessa considerazione che mostrava agli esseri umani quando andavano da lui. Quando si riferiva a qualcuno di loro, usava sempre la forma 'lui' o 'lei', e mai 'esso'. Uccelli e scoiattoli costrivano i loro nidi intorno a lui. Mucche, cani e scimmie trovarono asilo nell'Asrama. Tutti loro si comportavano in modo intelligente, specialmente la mucca Lakshmi. Lui conosceva i loro comportamenti abbastnza bene. Si preoccupava che venisse dato loro da mangiare in modo appropriato. E, quando qualcuno di loro moriva, il corpo veniva sepolto con una piccola cerimonia.

    La vita nell'Asrama scorreva tranquillamente. Con il passare del tempo vennero sempre piu' visitatori, alcuni per brevi, altri per lunghi periodi. Le dimensioni dell'Asrama si accrebbero, e nuove piccole costruzioni vennero aggiunte: una stalla, una scuola per lo studio dei Veda, un centro per la pubblicazione, il tempio della Madre, ecc.

    Ramana sedeva la maggior parte del tempo nella Sala, come testimone di tutto quello che accadeva intorno a lui.

    Non permetteva mai che gli venisse mostrata qualsiasi preferenza, e nella sala del pranzo era inflessibile su questo punto. Se qualcuno gli portava qualche speciale medicina o tonico, lo faceva dividere con tutti gli altri. "Se va bene per me, allora deve andare bene anche per gli altri," diceva e lo faceva distribuire a tutti.

    Il 5 Febbraio 1949, ebbe inizio la tragedia della malattia finale. Bhagavan si sfregava frequentemente il gomito sinistro, che aveva una qualche irritazione. Il suo attendente lo guardo' attentamente per capire il problema e trovo' una piccola ciste della grandezza di un pisello. Il dottore decise che era una cosa di poca importanza e decise di asportarla con un'anestesia locale; l'operazione venne svolta nella stanza da bagno. La cortina sull'ultimo atto stava per scendere. La ciste si rivelo' un sarcoma maligno.

    Ramana era abbastanza distaccato, e del tutto indifferente alla sua sofferenza. Sedeva come uno spettatore che guardava la malattia che distruggeva il corpo. Ma i suoi occhi brillavano luminosi come non mai (N.d.T.: guardate la fotografia nella Homepage per capire... fu scattata proprio in quei giorni); e la sua Grazia scorreva verso tutti gli esseri. Le folle arrivarono in gran numero. Ramana insiste' che a tutti dovesse essere concesso di vederlo (di avere cioe' il suo darsan). I devoti desideravano profondamente che il saggio curasse il suo corpo con l'esercizio dei poteri sovrannaturali. Ramana aveva molta comprensione per coloro che si addoloravano per la sua sofferenza, e cercava di confortarli ricordando loro la verita' che Bhagavan non era il corpo: "Loro scambiano questo corpo per Bhagavan e attribuiscono a lui la sofferenza. Che peccato! Sono abbattuti perche' credono che Bhagavan stia per lasciarli e per andar via - ma dove potrebbe andare, e come?"

    La fine arrivo' il 14 Aprile 1950. Quella sera il saggio diede il darsan ai devoti che erano venuti. Tutti quelli presenti nell'Asram sapevano che la fine era vicina. Sedevano cantando l'inno di Ramana ad Arunachala con il ritornello Arunachala-Siva. Il saggio chiese ai suoi attendenti di aiutarlo a mettersi seduto. Apri' i suoi occhi luminosi per un po'; ci fu un sorriso; una lacrima di beatitudine scese dall'angolo esterno dei suoi occhi; e alle 20.47 il respiro si fermo'. Non ci furono convulsioni, ne' spasmi, nessun segno di morte.

    In quel momento una cometa (una cometa che fu vista in tutta l'India) attraverso' lentamente il cielo, raggiunse la sommita' della collina sacra, Arunachala, e scomparve dietro di essa.

  2. #2
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    Predefinito Capire il Karma

    Cosa e' il Karma?

    Karma e' probabilmente la parola piu' presente in qualsiasi lingua. Ma che genere di definizione potremmo darne? Questa e' la frase che -a mio giudizio- la descrive meglio: Ad ogni azione (intendendo questa parola nel senso piu' esteso, includendo i pensieri, e specialmente i pensieri) corrisponde una reazione uguale e contraria. Ed è l'attaccamento che mette in movimento questa ruota.

    Possiamo fare l'esempio di un conto bancario. Quando lavoriamo, e guadagnamo, il nostro conto cresce. Quando abbiamo bisogno di soldi, per qualsiasi ragione, li dobbiamo ritirare dal conto. Se cerchiamo di ritirare più di quello che depositiamo, il nostro conto va in rosso. E dovremo pagare per riequilibrarlo. Dal momento che torniamo a rinascere piu' e piu' volte (fino a che anche il nostro ultimo desiderio non sara' stato soddisfatto), il nostro conto crescera' e decrescera' in ogni vita.

    Cio' avviene perche' -per qualche ragione- questo Universo (e non intendo solo l'universo fisico) e' basato sul principio dell'equilibrio: tutto tende sempre verso l'equilibrio. Se avevamo un conto positivo nelle nostre vite passate (dovuto a molti buoni pensieri e buone azioni) la maggior parte delle cose che facciamo (e faremo) in questa vita avrà un buon risultato, a prescindere (ahimé) dai nostri sforzi. Se il nostro conto nelle vite passate era negativo (o decisamente negativo), dovremo darci da fare duramente (o ancor piu' duramente) per ottenere un discreto risultato. In alcuni casi, sara' addirittura quasi impossibile raggiungere un buon risultato. Cosa fare allora? Semplicemente accettare quello che viene, e cercare di cambiare in meglio le nostre azioni e i nostri pensieri. Se non abbiamo il controllo sui pensieri, sara' molto piu' difficile averlo sulle azioni (è questo uno degli scopi della meditazione, sempre che -riguardo alla meditazione- si possa parlare di scopi).

    Ogni azione e ogni pensiero produrranno il loro risultato, non ci puo' essere dubbio su questo, esattamente come con il nostro conto in banca, che varia quando aggiungiamo o togliamo soldi.

    Le cose che non siamo in grado (o rifiutiamo) di fare in questa vita, probabilmente saremo costretti a farle nella prossima. E (probabilmente) con gli interessi. Il Karma e' la legge che regola l'equilibrio dell'Universo. E il Karma e' la legge che ciascuno impone a se stesso per rendersi migliore. Con la morte non si sfugge affatto al proprio debito... ogni conto verrà saldato a suo tempo, e tornerà in pareggio. Dunque è bene cominciare subito a darsi da fare.

    Qualcuno potrebbe obiettare: Ho bisogno di prove! Non so che farmene dei discorsi!

    Bene, che io sappia al momento non esiste nessuna formula matematica (per il momento, ma per il futuro, chissà... se si riuscisse a misurare in termini fisico-scientifici l'energia prodotta dai vari generi di pensieri, e magari la sua influenza sul campo magnetico che abbiamo intorno al nostro corpo chiamato 'aura', la cosa potrebbe anche diventare possibile).

    Posso solo suggerirvi di osservare la vostra vita, le vostre azioni e i vostri pensieri, e vedere cosa vi accade dopo un pensiero sbagliato o una (lieve) cattiva azione. In questi casi il ritorno del Karma e' quasi immediato (mentre c'e' bisogno di piu' tempo nel caso di un'azione decisamente sbagliata. In quest'ultimo caso il Karma, quando arriverà, colpira' duramente).

    A volte capita di sentir dire: "Cosa mi importa della prossima vita? Voglio pensare solo a questa e fare quello che mi pare!"

    Cosa posso rispondere? Probabilmente chi parla in questo modo non ha idea di cosa sia la vera sofferenza. Forse un giorno queste persone saranno capaci di imparare -a loro spese- cosa possono essere la sofferenza e il dolore. E probabilmente faranno di tutto per evitare di soffrire ancora. Un giorno diranno "Ne ho abbastanza!"

    Cosi', questo e' il Karma. O, almeno, lo e' per come sono in grado di comprenderlo e spiegarlo a un visitatore generico.

    Si potrebbe darne una descrizione più profonda, ma se già faticate ad accettare quello che c'e' scritto in questa pagina, e probabilmente è così, dare ulteriori spiegazioni non avrebbe senso (se invece l'argomento vi interessa e volete ulteriori chiarimenti, non esitate a scrivermi... l'email è in fondo alla pagina).

    L'insegnamento del Maharshi di solito parte da questo punto, per spiegare cosa avviene in realtà. il Maharshi dice: "Il Karma di chi?" E spiega che il Karma esiste solo per l'ego; se davvero si comprende cosa e' questo ego, se si riesce a risalire alla fonte dei propri pensieri e a vederla così com'è, non ci sara' piu' Karma. Se l'ego muore, anche il Karma deve morire.

  3. #3
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    Predefinito Verso la felicità

    Ogni uomo cerca la felicita', ma la maggior parte di loro confonde il piacere con la felicita'.

    Dove e' la differenza? La vera felicita' e' permanente, mentre il piacere non lo e'.

    Se una persona ritiene che la sua felicita' sia dovuta a cause esterne e a quello che possiede, e' ragionevole concludere che la sua felicita' debba aumentare con l'aumentare dei possessi e diminuire in proporzione alla loro diminuzione. Dunque se e' priva di possessi, la sua felicita' dovrebbe essere nulla Nel sonno profondo l'uomo e' privo di qualsiasi possesso, incluso il suo corpo. Tuttavia, invece di essere infelice, e' felice. Tutti desiderano dormire profondamente. La conclusione e' che la felicita' e' inerente all'uomo e non e' dovuta a cause esterne. Uno deve realizzare il proprio Sé per aprire il magazzino della felicita' assoluta.

    C'e' felicita' alla vista di bei paesaggi, nella musica, nella poesia, ecc., E' la felicita' inerente nel Sé. Quella felicita' non e' aliena o lontana. Ti stai immergendo nel Puro Sé in quelle occasioni che consideri piacevoli. Quell'immersione l' auto-esistente Beatitudine. Ma l'associazione di idee e' responsabile per il proiettare questa beatitudine su altre cose o avvenimenti. In realta', e' dentro di te. In queste occasioni ti stai immergendo nel Sé, sebbene inconsciamente. Se lo fai consciamente, lo chiami Realizzazione. Immergiti consciamente nel Sé.

  4. #4
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    Predefinito Il Sé

    Ognuno ha esperienza del Sé in ogni momento della sua vita. E' la nostra cosa piu' intima, ed eppure la gente non sembra capace di comprendere.

    Il Sé non può essere investigato. L'investigazione puo' solo avvenire nel non-sé. L'eliminazione del non-sé e' l'unica possibile. La mente e' solo una proiezione del Sé che appare nello stato di veglia.

    Ognuno vuole conoscere il Sé. Che bisogno di aiuto serve per conoscere se stesso? La gente vuole vedere il Sé come qualcosa di nuovo. Ma Esso e' eterno e rimane sempre lo stesso. Loro desiderano vederLo come una luce fiammeggiante, ecc. Come potrebbe essere cosi'? Non e' luce, ne' oscurita'. E' semplicemente com'e'. Non puo' essere definito; la migliore definizione e' 'Io sono colui che SONO' . E' solo Essere, ma diverso da reale e irreale; e' Conoscenza, ma differente da conoscenza e ignoranza. Come puo' essere definito? E' semplicemente Essere.

    Tutti i pensieri sorgono dopo il sorgere del pensiero-'io'. Guardate per chi sorgono i pensieri. A quel punto trascendeteli ed essi scompariranno. Trovando la fonte del pensiero-'io', realizzarw il perfetto 'Io'-'Io'. 'Io' e' il nome del Sé.

    Gli altri metodi (come la ripetizione di parole, ecc.) sono intesi per coloro che non riescono a compiere l'investigazione del Sé. In tutti questi, e' necessario un 'agente', che compia l'azione. Chi e'? E' 'io'. Sii quell' 'Io'. E' il metodo diretto. Anche gli altri metodi alla fine condurranno alla fine a questo metodo dell'investigazione del Sé.

    Dal momento che il vostro punto di vista e' stato spostato verso l'esterno, avete perso la vista del Sé e la vostra visione e' esterna. Il Sé non si puo' trovare negli oggetti esterni. Volgete il vostro sguardo verso l'interno e immergetevi dentro; sarete il Sé.

    Pensate 'io' 'io' 'io' e aggrappatevi a quel pensiero fino all'esclusione di tutti gli altri.

  5. #5
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    Predefinito Vivere Oggi

    Nessun genere di lavoro costituisce un impedimento per il cammino spirituale. E' il concetto 'io sono colui che agisce' che e' l'impedimento. Se ci si libera di questo concetto attraverso l'investigazione e scoprendo chi e' questo 'io', allora il lavoro procedera' senza impedimenti, dal momento che lo starete facendo senza il senso dell'ego (cioe' che voi siete colui che agisce) e senza alcun attaccamento ai frutti del vostro lavoro. Il lavoro procedera' in modo anche piu' efficiente di prima; ma voi sarete sempre nel vostro permanente, naturale, stato di pace e beatitudine.

    La rinuncia e' nella mente. Non dipende dall'ambiente o da oggetti esterni. Un uomo puo' essere nel suo villaggio con la sua famiglia, intento ad occuparsi del suo lavoro, ed eppure essere distaccato nella mente, mentre un altro puo' essere nella foresta, essendosi lasciato alle spalle la famiglia e la proprieta' ed eppure la sua mente puo' essere attaccata a tutto quello che si e' lasciata dietro fisicamente. A cosa serve andare nella foresta? Potete lasciarvi dietro famiglia e lavoro, ma la vostra mente verra' con voi. Starete solamente scambiando la nozione 'io sono un capofamiglia' con la nozione 'io sono un asceta', e, al posto dei vecchi attaccamenti, ne cresceranno dei nuovi. Quello di cui c'e' bisogno e' il rinunciare nella mente e mantenere solo la nozione 'Io-sono' e non 'sono un capofamiglia' o 'sono un asceta'.

    Non c'e' bisogno di rinunciare a una vita di azione. Se meditate un'ora o due ogni giorno, potrete portare avanti i vostri doveri. Se meditate nel modo giusto, la corrente mentale che viene prodotta duranete la meditazione continuera' a scorrere anche nel mezzo del vostro lavoro.

    Come andrete avanti, scoprirete che il vostro atteggiamento verso le altre persone, gli eventi e gli oggetti cambiera' gradualmente. Le vostre azioni tenderanno automaticamente a seguire le vostre meditazioni.

    Un uomo che sta facendo dei progressi comincera' a godere di una beatitudine piu' profonda, che sia al lavoro o meno. Mentre le sue mani sono impegnate nella societa', la sua testa rimane tranquilla in solitudine.

    Trattate bene il vostro corpo, e lui sara' un buon servitore e un valido strumento. Ma non vi lasciate fuorviare dal ritenere che sia 'Io'. Cercate di vedere solo il Sé in ogni cosa. Agite automaticamente, se cosi' si puo' dire, e lasciate che 'Esso' faccia il lavoro. Non cercate i risultati. Fate quello che e' giusto nel dato momento e lasciatevelo alle spalle.

  6. #6
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    Predefinito IL METODO PRATICO

    Ci sono alcuni suggerimenti pratici che si possono dare dagli insegnamenti del Maharshi.

    -- Praticate l'investgazione-meditazione un'ora o due al giorno (o anche di piu' se vi sentite di farlo). Potete farla da seduti (con gli occhi aperti, chiusi, o semi-chiusi, come preferite). La mente deve essere rivolta verso l'interno e mantenuta attiva nella sua ricerca. Quando un pensiero sorge nella vostra mente (cosa che accadra' MOLTO spesso), dovete sempre cercare di chiedervi: 'Di chi e' questo pensiero? Di chi e' questa mente?' Allora la mente si calmera' e restera' la sensazione dell' 'Io'. Vedete un vuoto? Non fermatevi li'. Vedere per chi il vuoto appare. Chi si impegna nell'investigazione, comincia a chiedere a se stesso 'Chi sono io?' e il Sé gli diviene chiaro. IMPORTANTE: fate tutto in maniera rilassata, senza sforzi ne' tensioni.

    NOTA: durante l'investigazione-meditazione sorgera' ogni genere di pensieri. Ma questo e' giusto. Quello che e' nascosto dentro viene portato alla luce. Se essi non emergono, come possono essere distrutti? Questi pensieri percio' emergono per essere cancellati a tempo debito.

    --- Una volta che vi siete stabiliti in questo 'Io', dovreste cercare di rimanervici aggrappati, di esserne consapevoli durante tutte le vostre attivita' quotidiane (ma anche la sera prima di andare a dormire, e come prima cosa la mattina appena svegli: questo assicura una notevole serenita' mentale e anche una sensazione di instancabilita' per tutto il giorno). E' la parte principale di questo metodo: non dovete mai lasciar errare la vostra mente, ma cercare sempre -con delicatezza- di riportarla alla sua fonte. Non sprecate nemmeno un secondo nella disattenzione, nel torpore.

    --- Cibo: Dal momento che il cibo influisce sulla mente, dovrebbe essere cibo puro, o cibo 'sattvico', come dicono gli indiani. La miglior dieta prescritta per chiunque voglia impegnarsi nelle pratiche spirituali e' cibo puro, in limitate quantita': pane, frutta, vegetali, latte, ecc. La carne e le bevande inebrianti (come gli alcolici) dovrebbero essere evitate. Se la mente non e' pura, l'investigazione diviene estremamente difficile. Ci si puo' accostare a una dieta pura con gradualita'.

  7. #7
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    Predefinito Rif: Sri Ramana Maharshi

    Mi aspettavo quanto meno una replica di Testadiprazzo.........

  8. #8
    .... .....
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    Predefinito Rif: Sri Ramana Maharshi

    Citazione Originariamente Scritto da Gianantonio Visualizza Messaggio
    Mi aspettavo quanto meno una replica di Testadiprazzo.........
    Non c'è niente da riplicare ma solo da ascoltare..Ramana è un Maestro autentico..riconosciuto anche da Osho....cosa vuoi che dica..?..
    Bisogna dare all'uomo non ciò che desidera..ma ciò di cui ha bisogno...
    (la via diretta non è la più breve)

  9. #9
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da testadiprazzo Visualizza Messaggio
    Non c'è niente da riplicare ma solo da ascoltare..Ramana è un Maestro autentico..riconosciuto anche da Osho....cosa vuoi che dica..?..
    Per la verità anche io mi aspettavo un tuo commento :mmm: .
    Certo che stona il paragone tra il Maharshi che possedeva solo un perizoma ed il collezionista di Rolls Royce

  10. #10
    .... .....
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    Predefinito Rif: Sri Ramana Maharshi

    Citazione Originariamente Scritto da contropotere Visualizza Messaggio
    Per la verità anche io mi aspettavo un tuo commento :mmm: .
    Certo che stona il paragone tra il Maharshi che possedeva solo un perizoma ed il collezionista di Rolls Royce
    Osho non ha mai posseduto nulla..e se non siamo accecati da pregiudizi ottusi..non è difficile ricoscerte in Lui un Maestro autentico..che a differenza di Ramana..sapeva ben usare la cultura occidentale per veicolare quei valori che sono eterni rendendoli comprensibili a noi ..
    E la differenza tra usare e possedere non può essere dimenticata da chi si accinge a percorrere la Via interiore..
    Bisogna dare all'uomo non ciò che desidera..ma ciò di cui ha bisogno...
    (la via diretta non è la più breve)

 

 
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