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    Predefinito Il rischio di essere «cani muti» davanti a una strage (Guerra civile spagnola)

    Il rischio di essere «cani muti» davanti a una strage

    2012-06-30 L’Osservatore Romano

    Sono trascorsi settantacinque anni dalla pubblicazione del documento più polemico dell’episcopato spagnolo, relativo alla guerra civile e alla persecuzione religiosa: la Lettera collettiva del 1° luglio 1937, redatta dal cardinale Gomá, arcivescovo di Toledo e primate di Spagna, con la quale la gerarchia assunse un atteggiamento ben definito dinanzi alla tragica situazione religiosa della zona repubblicana. Un documento che continua a essere oggetto di tesi contrastanti difese da storici di opposte tendenze, soprattutto perché compromise la Chiesa con il nuovo regime; ma in quel momento i vescovi non potevano fare altro, tenendo conto della tragedia provocata dalla persecuzione.
    Se giudicato alla luce e con la mentalità di un’epoca di scontri e di lotte, si tratta di un testo spiegabile e comprensibile. In esso non si definisce mai il conflitto come crociata e l’unica volta in cui appare questa parola è per negare tale carattere alla contesa. La Chiesa si schierava su uno dei lati della trincea, ma senza compromettersi con una fazione che, forse, avrebbe potuto deviare in una direzione indesiderabile.
    «La Chiesa non ha voluto questa guerra, né l’ha cercata, e non crediamo necessario difenderla dall’accusa di essere belligerante, con la quale certi giornali stranieri hanno voluto stigmatizzare la Chiesa di Spagna. È certo che mille e mille dei suoi figli, obbedendo ai dettami della propria coscienza e del proprio patriottismo, e sotto la loro responsabilità personale, sono sorti in armi per salvare i principi della religione e della giustizia cristiana, ai quali da secoli si informava la vita della Nazione; ma chi l’accusa di aver provocato questa guerra, o di averla preparata nell’ombra, o di non aver fatto quanto stava in suo potere per evitarla, ignora o falsifica la realtà.
    Questa, la posizione dell’Episcopato spagnolo, della Chiesa spagnola, di fronte al conflitto attuale. Fu vessata e perseguitata prima che scoppiasse; fu vittima principale della furia di una delle due parti contendenti; e non ha cessato di lavorare, con la sua preghiera, con le sue esortazioni, con la sua influenza, perché diminuissero i danni e si abbreviassero i giorni della prova. E se oggi, collettivamente, formuliamo il nostro verdetto sulla questione molto intricata della guerra di Spagna, lo facciamo anzitutto perché, anche se la guerra fosse di solo carattere politico-sociale, è stata così grave la sua ripercussione nell’ordine religioso, ed è apparso così chiaramente, fin dai suoi inizi, che una delle parti belligeranti mirava alla eliminazione della religione cattolica in Spagna, che noi, vescovi cattolici, non possiamo restarne al di fuori senza lasciare abbandonati gli interessi di Nostro Signor Gesù Cristo, e senza incorrere nel tremendo appellativo di canes muti, con il quale il Profeta censura coloro che, dovendo parlare, tacciono di fronte alla ingiustizia; e poi, perché la posizione della Chiesa spagnola, vale a dire dell’Episcopato spagnolo di fronte alla lotta viene erroneamente interpretata all’estero». Nell’epoca in cui è stata fatta questa dichiarazione collettiva era quasi impossibile che la gerarchia potesse assumere un atteggiamento diverso. Ancora oggi, i membri di tale gerarchia che deplorano quella decisione collettiva, non possono per lo meno non riconoscere che, in quelle condizioni, l’avrebbero firmata pure loro, anche se in seguito si sarebbero pentiti, atteggiamento alquanto arbitrario poiché non si può giudicare un’epoca con i criteri di un’altra successiva.

    Vicente Cárcel Ortí

    Il rischio di essere «cani muti» davanti a una strage

    Franco ha salvato la Spagna da una fine simile a quella che ha fatto la Cambogia. Giova ricordarlo...
    Preghiamo perché, posta fine alla sciagurata era socialista-zapateriana, i nostri fratelli Spagnoli sappiano trovare nella storia della loro Nazione le ragioni di quanto vivono ai giorni d'oggi.
    “Pray as thougheverything depended on God. Work as though everything depended on you.”

  2. #2
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    Predefinito Re: Il rischio di essere «cani muti» davanti a una strage (Guerra civile spagnola)

    "Vi ringrazio per il contributo efficace e generoso, anche di sangue, da voi dato nella vittoriosa Crociata in terra di Spagna. Voi avete difeso e salvato la Civiltà cristiana e quella Nazione a Noi tanto cara. Vi ripeto il mio grazie e vi impartisco di cuore l'Apostolica Benedizione".

    Pio XII ai soldati italiani reduci della guerra civile spagnola, 7 giugno 1939
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  3. #3
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    Predefinito Re: Il rischio di essere «cani muti» davanti a una strage (Guerra civile spagnola)

    Posto questo articolo, pubblicato sul Giornale e postato da GLADIUS in altra sezione. Si collega a quanto detto sopra, ed aggiunge un tassello in più alla caotica esperienza della Guerra Civile Spagnola.

    Un diario consente di rivivere le vicende dei Carlisti italiani, i monarchici cristiani che combattevano (per necessità) assieme al generale Franco

    Può sembrare strano, a noi contemporanei, immaginare un soldato del XX secolo andare all’assalto alla baionetta recitando il rosario e invocando la Vergine. Più strano ancora se a farlo sono interi battaglioni di volontari, arruolatisi in un’armata esplicitamente e programmaticamente cattolica.
    Invece una tale armata ci fu, i cosiddetti Requetés «carlisti» che combatterono contro i rojos (i «rossi»: comunisti e anarchici) nella guerra di Spagna del 1936-39.

    Il loro essere nuovi crociati stava nello stile a cui si assoggettavano per giuramento: soccorso dei nemici feriti e preghiere di accompagnamento per i nemici caduti, rispetto massimo della popolazione civile, niente bordelli e ubriachezze, messe e comunioni al campo, vita liturgica compatibilmente con le operazioni di guerra.
    Militavano nel campo dei nacionales, evidentemente, ma con le debite distanze ideologiche da Franco e, soprattutto, dai falangisti, che consideravano servi dei nazisti tedeschi (non di rado tra questi e i requetés iniziava con sfottò e finiva in risse, subito sedate dagli ufficiali). Li si riconosceva dal basco rosso, visibilissimo in combattimento, per cui venivano chiamati tomates (pomodori) o amapolas (papaveri). «Carlisti» perché i loro avi avevano combattuto, nell’Ottocento, ben due guerre a favore del pretendente al trono Carlos, fratello del re Ferdinando: il primo prometteva di restaurare l’antica monarchia tradizionale spagnola, cattolica e rappresentativa dei fueros locali; il secondo era sostenuto da liberali e massoni, nonché da italiani dello stesso credo, come Cialdini e Durando, arruolatisi appositamente. Internazionale era anche la composizione del volontariato carlista, che annoverava anch’esso italiani accorsi per difendere la civiltà cristiana.

    Questa fu l’esplicita motivazione che convinse uno di loro, il romagnolo Alfredo Roncuzzi, a partire per la Spagna. Tenente requeté ma anche uomo di lettere (era scrittore e commediografo, amico di Raimondo Manzini e Piero Bargellini, sulla cui rivista Frontespizio scriveva), è il solo che abbia affidato allo scritto il resoconto di quei giorni di guerra vissuti in prima persona, dalla partenza via nave al ritorno a conflitto finito. Oggi le Edizioni del Girasole ne propongono le memorie: L’altra frontiera. Un requeté romagnolo nella Spagna in guerra, a cura di Pier Giorgio Bartoli (pagg. 262, euro 20).
    Ferito più volte nel suo Tercio, racconta de visu quel che la storia ci ha tramandato: la strage di preti e suore, il terrore comunista, le distruzioni di chiese, le fucilazioni rituali delle statue di Cristo. Ma anche il clima tetro che vigeva nel campo avverso, di contro alla serena allegria nelle trincee requetés; i miliziani costretti ad avanzare con la pistola alla nuca e che, alla prima occasione, disertavano, nostalgici dei canti religiosi che sentivano nella trincea opposta. Ma quel che desta meraviglia, nelle pagine del Roncuzzi, è l’esatta coscienza del motivo per cui lui e i suoi commilitoni si erano arruolati: un regno spagnolo (nelle speranze, primizia per il resto d’Europa) realmente rappresentativo, un parlamento coi «rappresentanti di ceti qualificati e categorie produttive: esponenti del clero, delle forze armate, delle corporazioni, delle municipalità, dei sindacati ecc., non di un popolo indifferenziato, valevole solo numericamente». C’è anche una perfetta analisi del processo di scristianizzazione, cominciato dal Rinascimento e passato per la rivolta luterana, l’Illuminismo, il giacobinismo e finito, logicamente, con i seminatori di odio puro per tutto ciò che esiste.

    «Il marxismo, del resto, è così: protesta, sciopera, scatena tutte le tempeste per arrivare al potere e, giuntovi, non sa più che fare di quello Stato per la cui distruzione si era mosso»; così, «impone il collettivismo, che nessuno vuole, perché tutti intendono la solidarietà nella misura del proprio benessere non soggetto quotidianamente a sorveglianza speciale, dà agio all’ateismo di diventar religione di Stato».

    E poi, l’amara constatazione: «Come diceva Donoso Cortés, le rivoluzioni avanti tutto sono malattie della gente ricca». Di fronte alle solite accuse alla Chiesa: «La Chiesa nel suo umano svolgersi presenta una società in cui il dispotismo può introdursi, in certe evenienze, di soppiatto e contro la sua dottrina; l’antichiesa, invece, è una chiesuola in cui il dispotismo è di casa e perpetuo».
    Ultima modifica di Hatamoto; 02-07-12 alle 13:54
    Ogni sentimento nobile deve celarsi.
    Per non infastidire il democratico.


    soleacciaio.org

  4. #4
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    Predefinito Re: Il rischio di essere «cani muti» davanti a una strage (Guerra civile spagnola)

    La chiesa, prima della rivoluzione, finanziò ed armò i pistoleros (assassini di sindacalisti e semplici lavoratori) ed appoggiò la peggiore destra retrograda e criminale. Durante e dopo sostenne i criminali franchisti, ma non tutti i cattolici furono dalla parte delle istituzioni ecclessiastiche. I baschi cattolici in gran parte appoggiarono i rivoluzionari, Jesu Arnal, un sacerdote cattolico, addirittura fu il segretario personale del grande anarchico Buenaventura Durruti (il suo gruppo, quello in cui militava anche Francisco Ascaso - Los Solidarios - giustiziarono il cardinale Soldevila, noto reazionario e finanziatore dei pistoleros, veri e propri terroristi spagnoli). Inoltre, in pieno regime franchista, Hermandad Obrera de Acción Católica (HOAC) e Juventud Obrera Católica (JOC) agirono di concerto con gli altri antifranchisti per far crollare il viscido regime autoritario.

  5. #5
    SMF
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    Predefinito Re: Il rischio di essere «cani muti» davanti a una strage (Guerra civile spagnola)

    Raimondino o'scienziato repapelle:
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  6. #6
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    Predefinito Re: Il rischio di essere «cani muti» davanti a una strage (Guerra civile spagnola)

    per tale motivo, quest'ultimi vennero poi perseguitati dai franchisti, che nei Paesi Baschi incarcerarono o deportarono 278 preti e 125 frati, 16 dei quali vennero fucilati.

 

 

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