User Tag List

Risultati da 1 a 7 di 7

Discussione: GIULIANO IL FILOSOFO

  1. #1
    INVICTIS VICTI VICTURI
    Data Registrazione
    21 Apr 2009
    Messaggi
    4,268
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Thumbs up GIULIANO IL FILOSOFO

    "Quando l'anima si abbandona tutta agli Dei e si affida tutta alle potenze superiori, seguono le cerimonie e i riti divini. In quel momento, tutto risiede negli Dei e tutto negli Dei ritrova il proprio fondamento e tutto é ricolmo degli Dei. Allora, d'improvviso, la loro luce s'irradia sulle nostre anime, e anch'esse si fanno divine".

    (Giuliano Imperatore, Inno alla Madre degli Dei, XVIII, 15-19)

    •   Alt 

      TP Advertising

      advertising

       

  2. #2
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    02 Apr 2009
    Messaggi
    5,494
    Mentioned
    19 Post(s)
    Tagged
    4 Thread(s)

    Predefinito Riferimento: GIULIANO IL FILOSOFO

    In certi stati, almeno questo è quello che ho vissuto come esperienza, si arriva a comprendere (Forse il temine non è appropriato) (intuire, assimilare ecc.) che esiste l'anima. Sono momenti particolari quando ci si immerge in noi stessi e ci si isola, quando si è scalato una montagna con grande difficoltà.
    In quei momenti si arriva ad essere certi che la nostra "immortalità" è legata al cammino dell'ANIMA. Pensate a come è stato trattato- GIULIANO IMPERATORE da un certo tipo di storia. questo uomo filosofo................. Viceversa quel debosciato, infame, traditore di Carlo Magno è stato santificato. La storia scritta è una truffa.

  3. #3
    email non funzionante
    Data Registrazione
    16 Apr 2009
    Messaggi
    1,202
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito GIULIANO !

    PARTE 1




    "Mi pare opportuno esporre a tutti gli uomini i motivi per i quali io sono convinto che la macchinazione dei galilei è un inganno
    messo insieme dalla malizia umana. Pur non avendo niente di divino, ma anzi sfruttando quella parte dell'anima che è incline alle favole, infantile e irrazionale, essa ha indotto a ritenere verità un racconto mostruoso.

    Ora, siccome intendo trattare tutti i loro principali cosiddetti dogmi, voglio innanzitutto dire che, qualora i lettori desiderassero contraddirmi, dovrebbero fare come in tribunale, senza introdurre argomenti estranei, né, come si suoi dire, muovere controaccuse prima di aver parlato in difesa dei loro punto di vista. Così, infatti, intenteranno la loro lite in modo più efficace e più chiaro, qualora vogliano procedere contro di noi; ma, mentre si difendono dalle nostre accuse, non muovano nessuna controaccusa.
    E Sarà il caso di risalire un po' indietro, per dire da dove e in che modo sia giunta a noi per la prima volta una concezione di Dio; poi, paragonare ciò che della divinità si dice presso i greci e presso gli Ebrei; quindi, chiedere a quelli che non sono né Greci né giudei, ma appartengono alla setta galilea, perché abbiano preferito le vedute dei giudei alle nostre e, infine, perché mai non aderiscano neanche a quelle, ma, apostatando, si siano indirizzati su una loro via particolare. Non solo non hanno accettato nulla di quanto vi è di bello e di valido, sia presso noi greci sia presso gli ebrei di Mosè; ma dagli uni e dagli altri essi prendono quelle cose che a tali popoli si sono attaccate come delle maledizioni:
    l'ateismo dalla malvagità giudaica, la vita leggera e corrotta dalla nostra indolenza e volgarità. E ciò hanno voluto chiamare la religione migliore.
    Prova del fatto che la nozione di Dio non proviene agli uomini da un insegnamento, bensì dalla natura, lo sia per noi innanzitutto la comune inclinazione di tutti gli uomini per la divinità: in privato e in pubblico, individui e popoli. Tutti quanti infatti crediamo, senza che ci venga insegnato, in qualcosa di divino, anche se non per tutti è facile conoscerne l'esatta verità, né per coloro che ne hanno acquisito conoscenza è possibile parlarne a tutti [...]. Certo, a questa concezione, comune a tutti gli uomini, se ne aggiunge anche un'altra.
    Tutti infatti dipendiamo per natura dal ciclo e dagli dèi che in esso appaiono, cosicché, anche se uno suppone un altro dio oltre a questi, gli assegna comunque il ciclo come dimora: non perché abbia voluto separare dalla terra, ma perché, avendo insediato IL re dell'universo in quel luogo più nobile di ogni altro, suppone che di là egli sorvegli le cose di quaggiù.
    Perché adesso dovrei chiamare Greci ed Ebrei a testimoni? Non c'è nessuno che, quando prega, non tenda le mani in alto verso il cielo e che, quando giura su un dio o su più dèi, non si rivolga verso quel luogo, se solo ha una minima nozione del divino. E non è senza motivo che gli uomini sentono così. Infatti, vedendo che tra le cose del cielo non ce n'è nessuna che aumenti o diminuisca o si modifichi o subisca una qualche influenza irregolare, ma armonico è il suo movimento, simmetrico l'ordine, regolari le fasi della luna, regolari le levate e i tramonti del sole in momenti sempre regolari, ovviamente supposero che fosse un dio e il trono di un dio. Infatti un essere di tal genere, non essendo soggetto a incremento per addizione né a diminuzione per sottrazione e stando al di fuori di ogni cambiamento sia per alterazione sia per rivolgimento, è esente da corruzione e da generazione; ed essendo per natura immortale e imperituro, è esente da qualunque macchia."
    Ultima modifica di acchiappaignoranti; 05-11-09 alle 23:18
    furono i riti italici ad entrare in grecia, e non viceversa.

    Platone, "libro delle leggi"

  4. #4
    email non funzionante
    Data Registrazione
    16 Apr 2009
    Messaggi
    1,202
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: GIULIANO !

    confrontiamo tra loro l'opinione degli ebrei e quella dei nostri padri circa queste nazioni.
    Mosè dice che il demiurgo del mondo ha prescelto la nazione degli ebrei, rivolge la mente solo ad essa, di essa si preoccupa, ad essa dedica la sua attenzione. Delle altre nazioni, come o da quali dèi siano governate, egli non fa nessuna menzione; a meno che non si ammetta che ha assegnato loro il sole e la luna. Ma di ciò parleremo un po' più avanti. Adesso mi limiterò a dimostrare che Dio lo dicono dio del solo Israele e della Giudea e costoro li dicono "eletti": sia lo stesso Mosè, sia i profeti dopo di lui e Gesù il Nazareno, ma anche colui che supera tutti i maghi e gl'impostori d'ogni tempo e luogo, Paolo. Ma ascoltate le loro stesse parole, e innanzitutto quelle di Mosè: "Tu dirai al Faraone: 'Figlio mio primogenito è Israele. E io ti ho detto: Lascia andar via il mio popolo, affinchè esso mi serva. Ma tu non hai voluto lasciarlo andare'" (10). E un po' più avanti: "E dicono a lui: 'II Dio degli ebrei ci ha chiamati. Faremo dunque un cammino di tre giorni nel deserto, per sacrificare al Signore Dio nostro'" (11). E poco dopo, di nuovo, in modo simile: "II Signore Dio degli ebrei mi ha mandato a te dicendo: Lascia andar via il mio popolo, affinchè ti servano nel deserto"
    Ma che Dio si sia curato dei soli ebrei fin dal principio e che questa sia stata la sua parte prediletta, non solo Mosè e Gesù sembrano averlo detto, ma anche Paolo; anche se nel caso di Paolo ciò deve stupire. Infatti, come i polipi cambiano colore a seconda degli scogli, così, a seconda delle circostanze, egli cambia le sue vedute riguardo a Dio, ora pretendendo che soltanto i giudei siano la porzione di Dio, ora invece, quando vuoi persuadere i Greci ad aggregarsi a lui, dicendo: "Dio non è solo dei giudei, ma anche delle genti; sì, anche delle genti" (13).
    Sarebbe giusto domandare a Paolo: Se Dio non era soltanto dei giudei, ma anche delle genti, perché soprattutto ai giudei ha mandato il dono della profezia e Mosè e il crisma e i profeti e la legge e le assurdità e le mostruosità dei loro miti? Infatti li odi gridare: "L'uomo mangiò il pane degli angeli" (14). Infine mandò loro anche Gesù, ma a noi non un profeta, non un crisma, non un maestro, non un araldo del suo amore per gli uomini, che un giorno, tardi, sarebbe giunto anche a noi. Anzi, per decine di migliaia di anni, o per migliaia, se preferite, ha abbandonato in una tale ignoranza, a servire gl'idoli, come voi dite, i popoli dall'Oriente all'Occidente, dal Settentrione al Mezzogiorno, fuorché una piccola tribù che da neanche duemila anni si è stanziata in una sola parte della Palestina. Se è Dio di noi tutti, e di tutti ugualmente
    100C demiurgo, perché ci ha trascurati? Conviene dunque pensare che il Dio degli ebrei non sia affatto il generatore di tutto il mondo e non abbia il dominio dell'universo, ma ritenere che sia limitato, come dicevo, e che, avendo un potere circoscritto, sia un dio 106D, E come tutti gli altri. E vi daremo ascolto, quando dite che voi o uno della vostra stirpe ha fantasticato sul dio dell'universo fino ad averne una concezione esatta? Non è parzialità tutto ciò? "Dio è geloso". Ma perché è geloso, se vendica nei figli le colpe dei padri? (15). Ma adesso guardate, invece, a paragone di ciò, le nostre dottrine. Infatti i nostri dicono che il demiurgo è comune padre e re di tutti quanti, mentre le restanti funzioni sono state da lui assegnate a dèi etnarchi dei popoli e protettori di città, ciascuno dei quali governa in conformità con se stesso la parte che ha avuta in sorte.
    Infatti, siccome nel padre tutto è perfetto e tutto è uno, mentre negli dèi particolari domina in uno una potenza e in un altro un'altra, allora Ares governa le nazioni bellicose, Atena quelle bellicose e sagge, Kermes quelle piuttosto astute che audaci; e le nazioni governate dagli dèi rispettivi corrispondono all'essenza caratteristica di questi ultimi. Se dunque l'esperienza non reca testimonianza a favore delle nostre parole, allora le nostre dottrine siano pure una finzione e un tentativo di persuasione inop-
    116A portuno, e siano invece approvate le vostre dottrine. Ma se è vero tutto il contrario e l'esperienza testimonia da sempre a favore di ciò che diciamo noi e nulla in nessun caso si accorda coi vostri discorsi, perché allora persistete in una pretesa così enorme? Mi si dica quale è la causa per cui i Celti e i Germani sono coraggiosi, i Greci e i Romani generalmente inclini alla vita politica e umani, oltre ad avere indole fiera e combattiva, gli Egizi piuttosto intelligenti e industriosi, imbelli e portati al lusso i Siriani, ma anche intelligenti, calorosi, agili e pronti ad imparare. Se uno
    non vede nessuna causa di questa differenza tra le nazioni, ma piuttosto dice che ciò sia effetto del caso, come può ancora pensare che il mondo sia governato da una provvidenza? Se invece si ammette che di ciò vi siano delle cause, me le dica e me le insegni, per il demiurgo stesso! Quanto alle leggi, è evidente che la natura umana le ha stabilite conformi a se stessa: civili ed umane da coloro in cui era stata coltivata al massimo grado la benevolenza per gli uomini, selvagge e disumane da coloro in cui era insita e contenuta una opposta natura di costumi. I legislatori, con l'educazione, hanno aggiunto poco ai caratteri naturali e alle attitudini. Quindi gli Sciti non accolsero Anacarsi allorché era invaso dal furore bacchico (16); e tra le nazioni occidentali (17) non ne potresti trovare facilmente, tranne pochissime, che abbiano inclinazione per la filosofia o per la geometria o per qualche cosa del genere, benché l'impero romano vi domini ormai da tanto tempo. I più dotati traggono vantaggio solo dalla dialettica e dalla retorica, ma non partecipano di nessuna altra
    scienza. Così forte sembra essere la natura! Che cos'è dunque la differenza delle nazioni nei costumi e nelle leggi?
    Mosè ha fornito una causa completamente favolosa della dissi-miglianza degl'idiomi. Ha detto infatti che i figli degli uomini,
    E radunatisi, volevano edificare una città e in essa una grande torre, ma Dio disse che doveva scendere quaggiù e confondere i loro idiomi. E, affinchè nessuno ritenga che queste sono accuse false, leggeremo dal testo di Mosè quanto segue. "E dissero: 'Orsù, edifichiamo per noi una città ed una torre, la cui cima arriverà fino al ciclo e facciamoci un nome prima di essere disseminati sulla faccia di tutta la terra'. E scese il Signore a veder la città e la torre che i figli degli uomini avevano edificata. E disse il Signore: 'Ecco, una sola è la nazione e una sola è la lingua di
    tutti; e questo hanno cominciato a fare; e adesso non resterà loro che fare tutto ciò che hanno intrapreso. Discendiamo dunque laggiù e confondiamo la loro lingua, affinchè non capiscano l'uno la parlata dell'altro'. E li disseminò il Signore Dio sulla faccia di tutta la terra ed essi cessarono di edificare la città e la torre" (1. Poi ritenete giusto che noi prestiamo fede a ciò, però voi non prestate fede a quanto viene detto da Omero circa gli Aloadi, ossia che essi meditavano di mettere tre montagne una
    sopra l'altra, "affinchè il ciclo potesse essere scalato" (19). Io dico che questa storia è favolosa più o meno come quella. Ma se voi accettate la prima, perché, in nome degli dèi, screditate il mito di Omero? Io penso che davanti a gente ignorante si dovrebbe tacere circa questo fatto: ossia che, se anche tutti gli uomini di tutta la terra abitata usassero una sola pronuncia e una sola lingua, non potrebbero edificare una torre che arrivasse al ciclo, neanche se trasformassero in mattoni tutta la terra. Infatti ci sarebbe bisogno di infiniti mattoni, ciascuno di grandezza pari a tutta quanta la terra, solo per arrivare al cerchio della luna. Sup¬poniamo pure che tutti gli uomini si siano radunati usando una sola lingua e una sola pronuncia ed abbiano trasformato tutta la terra in mattoni e ne abbiano estratto pietre; quando potrebbero arrivare fino al ciclo, anche se la allungassero ed essa si estendesse più sottile di un filo? Voi dunque, che ritenete vera una storia così evidentemente falsa e quanto a Dio giudicate che
    abbia avuto paura della violenza degli uomini e che per questo sia venuto giù a confondere i loro idiomi, osate ancora vantare la vostra conoscenza di Dio?
    E Ritorno ancora su quel punto: in che modo Dio abbia confuso gli idiomi. Dice Mosè che la causa fu questa: egli temeva che gli uomini, dopo essersi resi accessibile il ciclo, facessero qualcosa contro di lui, omogenei tra loro nella lingua e nell'intenzione. Ma il modo in cui egli agì, non lo dice affatto; dice soltanto che agì dopo esser disceso dal ciclo, poiché non era in grado, a quanto pare, di fare ciò di lassù, senza scendere sulla terra. Quanto poi alla differenza nei costumi e nelle leggi, non la ha chiarita né Mosè né alcun altro. Eppure, tra gli uomini è di gran lunga maggiore la differenza delle leggi e dei sistemi politici delle nazioni, che non la differenza delle lingue. Chi tra i Greci, infatti, dice che ci si può unire alla sorella, o alla figlia, o alla madre? Tra i Persiani, invece, questa è giudicata una cosa buona. Perché dovrei io procedere caso per caso, esponendo l'amore di libertà e l'indipendenza dei Germani, la docilità e la mitezza dei Siriani, dei Persiani, dei Parti, insomma di tutti i barbari ad oriente e a mezzogiorno, e di tutte quelle genti che, possedendo le forme di regno più dispotiche, ne sono soddisfatte? Se dunque tutte queste realtà, che sono più grandi e più importanti, sono state prodotte senza una provvidenza più grande e più divina, perché dovremmo vanamente onorare e venerare uno che non provvede per niente? A uno che non si è curato né delle vite, né dei caratteri, né dei costumi, né della costituzione politica, spetta forse di pretendere l'onore da parte nostra? Assolutamente no. Vedete a quale assurdità giunge la vostra dottrina ?
    furono i riti italici ad entrare in grecia, e non viceversa.

    Platone, "libro delle leggi"

  5. #5
    email non funzionante
    Data Registrazione
    16 Apr 2009
    Messaggi
    1,202
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: GIULIANO !

    Infatti, se per regioni e città intere è difficile da sopportare la collera anche di un solo eroe e di un dèmone non importante, chi avrebbe potuto resistere alla collera d'un dio così grande, adirato contro dèmoni, angeli e anche uomini? Vale la pena di parago- narlo con la mitezza di Licurgo, con la tolleranza di Solone, o con la moderazione e la clemenza dei Romani verso i colpevoli. Quanto i nostri costumi siano migliori dei loro, osservatelo anche da questo. I filosofi ci esortano a imitare gli dèi secondo la nostra possibilità e affermano che questa imitazione sta nella contem-
    E plazione degli enti. Che ciò stia lontano dalla passione e consista nella mancanza di passioni, è chiarissimo, anche se io non lo dico. Quanto più dunque siamo privi di passioni, tesi alla contemplazione degli enti, tanto più ci rendiamo simili a Dio. Ma quale è l'imitazione di Dio che viene celebrata presso gli ebrei? Ira, collera, gelosia selvaggia. "Finea - dice infatti - ha stornato la mia ira dai figli d'Israele, nell'ingelosirsi tra loro della mia gelosia". Sembra infatti che Dio, avendo trovato uno che partecipava al suo sdegno e al suo dolore, abbia messo da parte lo sdegno. Queste ed altre simili parole intorno a Dio si fanno dire
    a Mosè, non di rado, nella Scrittura.Da quel che segue, poi, osservate come Dio non si sia preoccupato solo degli ebrei, ma, pur avendo a cuore tutte le genti, non ha donato a quelli nulla di importante o di grande, mentre a noi ha fatto doni assai migliori e superiori ai loro. Anche gli Egizi, che annoverano presso di loro i nomi di non pochi saggi, possono dire di aver avuto molti successori di Hermes: di quell'Hermes, dico, che nella sua terza manifestazione andò in Egitto (31); i Caldei e gli Assiri possono dire di aver avuto i successori di Cannes (32) e di Belo (33); e i Greci gli innumerevoli successori di Chirone (34). È per questo, in effetti, che ebbero tutti una propensione naturale per le iniziazioni e per la teologia, mentre gli ebrei sembrano vantare ciò come appartenente soltanto a loro
    Ma vi ha forse dato un principio di scienza o una dottrina filosofica? E quale? Lo studio dei fenomeni celesti è stato perfezionato
    presso i Greci, anche se le prime osservazioni avvennero presso i barbari a Babilonia; lo studio della geometria, dopo aver avuto inizio dalla geodesia praticata in Egitto, è cresciuto fino ad avere la grande importanza che ha; l'aritmetica, preso l'avvio dai mercanti fenici, col tempo ha acquisito presso i Greci l'aspetto di una scienza. Queste tre scienze, i Greci le hanno fuse in una sola con la musica che si accompagna al numero, perché hanno connesso l'astronomia alla geometria, hanno adattato ad entrambe i numeri e hanno percepito il principio d'armonia che in essi si trova. Così hanno stabilito le norme per la loro musica, avendo scoperto un accordo infallibile, o qualcosa di molto simile a ciò (36), dei rapporti armonici con il senso dell'udito.
    Sarà dunque necessario che io faccia dei nomi, per persona o per categoria? Devo nominare gli individui, come Fiatone, Socrate, Aristide, Cimone, Talete, Licurgo, Agesilao, Archidamo, o la categoria dei filosofi, quella degli strateghi, quella degli artigiani, quella dei legislatori? Si troverà che i più perversi e i più brutali degli strateghi si sono comportati coi più grandi colpevoli in modo più clemente che non Mosè con coloro i quali non ave¬vano fatto niente di male. Di quale regno vi devo adesso parlare? Di quello di Perseo, di quello di Baco, o del cretese Minosse, il quale ripulì il mare dai pirati, scacciò e respinse i barbari fino alla Siria e alla Sicilia, avanzò in entrambe le direzioni con i confini del suo regno e così dominò non solo sulle isole, ma anche sulle coste? E dividendo col fratello Radamanto non il territorio, ma la cura degli uomini, lui promulgava le leggi ricevendole da Zeus e a quello lasciava di espletare la parte giudiziaria [...] (37).
    Ma quando, dopo la sua fondazione, si trovò in mezzo a molte guerre, tutte vinte e concluse vittoriosamente, e s'ingrandì ulteriormente in proporzione ai pericoli stessi, allora ebbe bisogno di maggior sicurezza; fu così che Zeus mise a capo di essa il grande filosofo Numa (3. Era questi l'eccellente Numa, che dimorava in boschi solitari ed era sempre in contatto con gli dèi nelle sue pure meditazioni [...] (39). Fu lui a istituire la maggior parte delle norme del culto.
    Queste cose dunque, provenienti da una divina possessione e ispirazione, nonché dalle parole della Sibilla e di coloro che a quel tempo nella lingua dei padri erano chiamati cresmologi (40), furono evidentemente donate alla Città da Zeus.
    furono i riti italici ad entrare in grecia, e non viceversa.

    Platone, "libro delle leggi"

  6. #6
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    02 Apr 2009
    Messaggi
    5,494
    Mentioned
    19 Post(s)
    Tagged
    4 Thread(s)

    Predefinito Re: GIULIANO IL FILOSOFO

    DA ATENE ALL'OLIMPO
    IL PERCORSO SOLARE DELL'IMPERATORE GIULIANO
    (Questo è un capitolo di un libro che sto scrivendo e che non so se mai porterò a termine. Nella foto quadro della propaganda cristiana che raffigura la morte di Giuliano per mano di San Mercurio)
    Alla fine dell'anno del Signore 354, il nipote dell'imperatore Costanzo II, Flavio Claudio Giuliano, fu chiamato dallo zio alla corte di Milano. Il fratellastro, il cesare Gallo, era stato appena fatto ammazzare. Si può dunque pensare che l'imperatore volesse alla fine sbarazzarsi anche dell'ultimo possibile erede della dinastia dei Flavi. Possiamo anche immaginare lo stato d'animo di Giuliano nell'accingersi a compiere il viaggio dalla prigione dorata di Nicomedia, dove lo zio lo aveva collocato.
    Diretto a Costantinopoli da dove avrebbe proseguito verso Milano percorrendo la strada dei Balcani, Giuliano si trovava nella città portuale di Alessandria Troade, in Bitinia. Qui ci narra in prima persona, in una lettera ad uno sconosciuto, un episodio della sua vita.
    Si era alzato all'alba per recarsi in visita nella vicina Troia. La sua fede pagana e segreta si era infatti formata sui testi di Omero mentre apertamente faceva finta di seguire l'educazione cristiana impartitagli per espresso volere di Costanzo dal vescovo Eusebio di Cesarea.
    Giuliano racconta che giunse a Troia "quando tutti erano in piazza", cioé, possiamo presumere, tra le nove e mezzogiorno. Naturalmente quella che vede Giuliano è l'ultima Troia, la città greco-romana, i cui resti Schliemann scaverà nel alla ricerca della città omerica, sepolta sotto metri di macerie.
    Come sempre avviene quando in una città si annuncia l'arrivo di una personalità di rispetto – e Giuliano lo era formalmente, essendo nipote dell'imperatore – gli venne incontro ad accoglierlo l'autorità del paese, che in quel caso non era un funzionario imperiale ma un vescovo cristiano, il quale era il custode dei templi e ne deteneva le chiavi (infatti erano per la legge ancora una proprietà imperiale). Ciò dimostra come all'epoca quella religione avesse ampiamente soppiantato quella prisca tradizionale.
    Il vescovo si chiamava Pegasio e Giuliano era informato sulle voci che circolavano su di lui, che avesse cioé agito contro i templi e la religione pagana, operando anche qualche distruzione di manufatti. Pertanto Giuliano era prevenuto su di lui e, - scrive – "lo detestavo così come si detesta il peggiore degli individui".
    Tuttavia dovette fare buon viso a cattiva sorte e farsi guidare da costui nella visita della città, che poi era il pretesto da lui addotto per visitare i templi degli dèi. Giuliano era infatti costantemente spiato e non poteva certo dar mostra di interessarsi apertamente alla religione che l'imperatore stava perseguitando con accanimento.
    Giuliano però dovette subito ricredersi su questo personaggio, poiché, in occasione di quella visita, si comportò in maniera piuttosto strana, non manifestando quell'acredine che i suoi pari tributavano verso il culto ancestrale. Dopo averlo portato in lungo e in largo, Pegasio gli fece visitare un tempietto dedicato a Ettore, il famoso eroe troiano. Quale non fu la meraviglia del futuro imperatore allorché vide che non solo il luogo era integro, con la statua di bronzo dell'eroe tutta lucidata d'olio d'oliva, con un'altra statua di Achille che fronteggiava quella di Ettore nella cinta esterna del sacrario, ma che gli stessi altari erano ancora caldi per le braci di recenti sacrifici.
    Fece quindi finta di stupirsi e disse al vescovo: "Ma come, qui si fanno ancora sacrifici?". Pegasio, che evidentemente non poteva essere al corrente della segreta fede negli dèi di Giuliano, tentò di difendere i suoi concittadini replicando che non si trattava di fede negli dèi ma di un culto funebre in memoria di un antico abitante, Ettore appunto, che aveva reso illustre e famosa la città. Un pò come il culto per i martiri che abbiamo noi cristiani, concluse il vescovo.
    Giuliano nella lettera scrive che il paragone, nella sua ottica pagana, non era affatto giusto, sottintendendo che i martiri fossero dei pazzi e non degli uomini illustri, tuttavia riconosce che Pegasio, "tenuto conto della situazione di allora" – in cui ogni forma di culto pagano era aspramente combattuta -, con quelle parole non si era comportato da vero cristiano o, perlomeno, dimostrava che come autorità vescovile autorizzata dall'imperatore non voleva opporsi a una tradizione secolare locale, tenuta viva dai cittadini. Probabilmente era proprio così, potendosi accampare la scusante che si trattava di un culto funebre che – fatto non trascurabile – doveva probabilmente costituire una fonte enorme di guadagno per motivi turistici, poiché le visite di persone all'antica Troia sono attestate fin da epoca romana repubblicana!
    Ma lo strano comportamento di Pegasio saltò agli occhi di Giuliano quando si trattò di visitare il tempio di Atena Troiana. Il vescovo non si fece pregare e spalancò le porte del santuario... ma lasciamo che siano le parole stesse di Giuliano a descriverci quel momento:
    "Mi aprì il tempio e, quasi a prendermi come testimone, mi mostrò tutte le statue perfettamente intatte. E non fece nulla di ciò che fanno di solito quegli atei dei cristiani, facendosi il segno dell'empio sulla fronte o emettendo sibili tra i denti. Tra questa gente infatti la forma più alta di teologia si riassume in due sole pratiche: scacciare i demoni sibilando e farsi il segno della croce sulla fronte".
    Questa lettera di Giuliano ad un anonimo, credente anch'esso nel paganesimo, aveva infatti lo scopo di certificare a quest'ultimo, forse un alto sacerdote, il fatto che Pegasio era un sincero seguace dell'ellenismo (aveva seguito Giuliano non appena questo salì al trono), nonostante i dubbi e le dicerie che correvano su di lui. Come ulteriore prova, Giuliano cita il fatto che non era vera la voce secondo la quale Pegasio avesse fatto demolire delle strutture pagane. Infatti fece visitare a Giuliano anche la tomba di Achille, presso il capo Sigeo, sul mare, e questa era perfettamente intatta: "Fu con molto rispetto che ci si avvicinò, lo posso testimoniare di persona. Inoltre, coloro che ora parlano male di lui, mi dissero a suo tempo che invocava e adorava in segreto il Sole (...) Avremmo fatto di Pegasio un sacerdote se sapessimo che si era comportato male verso gli dèi?".
    Inoltre Giuliano scrive a scusante di Pegasio che forse si era fatto cristiano "per ambizione di potere", non per vera fede, oppure, come lui poi gli disse più volte, "per salvare le sedi degli dèi aveva indossato gli stracci da vescovo e si era finto cristiano, ma solo di nome". A Giuliano non risultava che avesse compiuto devastazioni se non aver abbattuto, per pura necessità, una struttura di secondaria importanza, un alloggio per pellegrini pagani. Bisognava quindi credere alla sua parola di imperatore e smetterla di accusare Pegasio per dei semplici sospetti.
    Il finale della lettera giulianea è grandiosamente illuminato:
    "Stammi a sentire, tu ti farai in quattro non solo con Pegasio ma anche con tutti i convertiti dal cristianesimo all'ellenismo, dimodoché gli uomini obbediranno di buon grado all'autorità imperiale quando li esorteremo a comportarsi secondo i nostri dettami, e così forniremo meno appigli ai nostri nemici. Se noi respingiamo coloro che ci vengono incontro spontaneamente, non ci sarà più nessuno ad ascoltarci!".



  7. #7
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    02 Apr 2009
    Messaggi
    5,494
    Mentioned
    19 Post(s)
    Tagged
    4 Thread(s)

    Predefinito Re: GIULIANO IL FILOSOFO






    Mario Enzo Migliori - foto ed altro




    VIII ID NOV
    [6 Novembre]
    Giorno natale di Flavio Claudio Giuliano

 

 

Discussioni Simili

  1. Nietzsche filosofo?
    Di petronius nel forum Destra Radicale
    Risposte: 59
    Ultimo Messaggio: 13-06-08, 10:34
  2. Il filosofo ed il caudillo
    Di cubainforma nel forum Politica Estera
    Risposte: 6
    Ultimo Messaggio: 07-06-06, 14:10
  3. il Pseud.Filosofo...
    Di marylory nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 12-01-04, 23:17
  4. Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 10-03-03, 17:51
  5. Il filosofo e i comunisti
    Di Roderigo nel forum Sinistra Italiana
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 24-07-02, 17:45

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226