È necessario istituire una Commissione che controlli la quantità di fandonie contenute nei testi scolastici di storia? Sembrerebbe di sì.
Questo è solo un piccolo e parziale elenco di gesta eroiche dei nostri liberatori nordici.
Una canaglia come Cialdini e altri emeriti cialtroni come Fanti, Della Rocca, Pinelli, Negri, ecc. ecc. Li vogliamo nominare tutti i coraggiosi eroi? Non la finiremmo più! Si sappia però che erano tutti nordici, allora come oggi.
I piemontesi e i loro alleati nordici hanno distrutto i partigiani dell’epoca fatti passare per briganti con buona pace della verità storica e delle foibe di Gaeta dimenticate, (duemila morti accatastati in una fossa) come dimenticati sono stati il milione di morti meridionali scannati dal fecciume nordico.
All'alba del 14 agosto 1861, Pontelandolfo è circondata. I bersaglieri entrati in paese fucilano chiunque capiti a tiro: preti, uomini, donne, bambini. Le case sono saccheggiate e tutto il paese dato alle fiamme e raso al suolo. Tra gli assassini vi sono truppe ungheresi che compiono vere e proprie atrocità. I morti sono oltre mille. Per fortuna alquanti abitanti sono riusciti a scampare al massacro trovando rifugio nei boschi.
Nicola Biondi, contadino di sessant’anni, è legato ad un palo della stalla da dieci bersaglieri. Costoro ne denudano la figlia Concettina di sedici anni, e la violentano a turno. Dopo un'ora la ragazza, sanguinante, sviene. Il soldato piemontese che la stava violentando, indispettito , si alza e la uccide. Il padre della ragazza, che cerca di liberarsi dalla fune, è fucilato anche lui dai bersaglieri. Nella casa accanto, un certo Santopietro; con il figlio in braccio, mentre scappa, è bloccato dai militari, che gli strappano il bambino dalle mani e lo uccidono.
da uno scritto di ANTONIO PAGANO
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…Era il 3 gennaio del 1862, il vento spazzava le lustri divise e faceva svolazzare le “penne” dei bersaglieri, in quel momento chissà quali furono i pensieri di quella bambina che si era trovata per caso di fronte a uomini con strani cappelli pennuti che le puntavano i fucili e che parlavano in una strana lingua. Chissà se in quel momento si rese conto di stare vivendo i suoi ultimi attimi, e se con matura consapevolezza riportasse alla memoria quando giocava per i prati o quando aiutava la madre a cucire.
Ma al generale Quintini questi pensieri non interessavano e ordinò senza remore: “puntate, sparate, fuoco!”.
Resta il fatto che oggi solo nell'archivio storico militare, ma in nessun libro di storia, troviamo scritto: “Castellammare del Golfo, 3 gennaio 1862, Romano Angelina, di anni 9, fucilata, accusata di Brigantaggio”.
Le altre sette persone fucilate quel giorno:
* Don Benedetto Palermo, di anni 43, sacerdote
* Mariano Crociata, di anni 30
* Marco Randisi, di anni 45
* Anna Catalano, di anni 50
* Antonino Corona, di anni 70
* Angelo Calamia, di anni 70
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Roseto Valfortore è un paesino di mille anime arrampicato sulle montagne dell’Appennino Dauno, in provincia di Foggia. Un luogo accogliente dove gli abitanti hanno ancora il tempo e la volontà di regalare un sorriso ai visitatori che vi giungono.
Ma è anche un territorio che ha dentro di sé una ferita storica che mai nessuno gli ha riconosciuto; questa è la vicenda di 4 ragazzi di appena vent’anni e di un adulto, padre di famiglia, che furono trucidati dai garibaldini a causa delle loro simpatie per i Borbone. ( Giuseppe Cotturo, Vito Sbrocchi, Leonardo Marrone, Faraci Lliberato, ZITA Nunziantonio.)
Tutto avvenne la sera del 7 novembre 1860 quando i 5 furono allineati ad un muro e passati alle armi da chi era appena sopraggiunto e definiva se stesso “un liberatore”.
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La strage di Scurcola Marsicana
Il giorno 22 gennaio 1861, il colonnello Pietro Quintini, (Carlo Pietro Quintini, 1° colonnello del 40° fanteria, nacque a Roma nel 1814 e fu rapito da Satana a Terni nel 1865) obbedendo alle direttive ricevute, fece fucilare (sarebbe meglio dire massacrare, senza peccare di eccessivo livore) 89 soldati borbonici che erano stati rinchiusi nella Chiesa delle Anime Sante, dopo essere stati catturati il due giorni prima.
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A Licata vennero chiusi in carceri le madri, le sorelle, i parenti dei contumaci alla leva, sottoposti a tortura fino a spruzzare il sangue delle carni; uccisi i giovinetti a colpi di frusta e di baionetta; fatta morire una donna gravida!
Della stessa barbarie e degli stessi delitti si macchiarono i militari di Trapani, di Girgenti, di Sciacca, di Favara, di Bagheria, di Calatafimi, di Marsala e di altri comuni…un altro comandante piemontese dispone l’arresto di tutti coloro dai cui volti si sospetti d’essere coscritti di leva, e anche l’arresto dei genitori e dei maestri d’arte dei contumaci: questo avveniva a Palermo. Il prefetto, interpellato, rispose che nulla sapeva e nulla poteva.(Carlo Alianello, La conquista del Sud, Rusconi Editore, pag 200)
A palermo volevano far parlare i muti
Un ragazzo di Palermo, conosciuto da molti in città per il suo handicap, rinchiuso nell’ospedale e stimmatizzato con 154 ferite fatte da ferro rovente; la madre potrà finalmente vedere suo figlio, inzuppare un fazzoletto nel sangue di lui, dargli un po’ di pane perché lo avevano affamato (Carlo Alianello, Ibidem, pag.201)
1866, rivolta di Palermo
Il 1° di agosto del 1866 un comitato segreto organizzò un’insurrezione contro il Piemonte. IL 15 settembre insorse la città di Monreale al grido di “ Viva Francesco II”. I siciliani, spremuti dalle tasse, massacrati dalle fucilazioni, umiliati nel loro orgoglio si accorsero ben presto che ai gattopardi si erano sostituite iene fameliche, assassini e mafiosi e si ribellarono. La guarnigione piemontese della cittadina siciliana fu messa in fuga con perdite considerevoli. Nella notte tra il 15 ed il 16, nel quartiere Porrazzi, una pattuglia di carabinieri veniva presa a fucilate: tre militi uccisi, ed erano solo i primi. La rivolta del 1866 era iniziata…( Mario Spadaro, I primi secessionisti, Controcorrente, Napoli, 2001, pag.112)
Il giorno successivo insorsero Palermo, Bagheria, Misilmeri, Piana dei Greci, Parco, Portella della Paglia e Boccadifalco: furono assaltate tutte le caserme e catturate le armi. I piemontesi furono costretti a fuggire lasciando sul selciato morti e feriti; il popolo stava vendicando i lutti e i torti commessi dall’esercito invasore piemontese. Si ripristinarono gli stemmi borbonici ed innalzate barricate dappertutto. Un battaglione di granatieri sbarcato a Messina fu letteralmente fatto a pezzi e i cadaveri appesi ai lampioni. Si combattè ferocemente all’Ucciardone, al Castello di mare e al Palazzo Reale dove i piemontesi si erano rifugiati. Il giorno 17 insorsero Villabate, Torretta, Montelepre, Lercara Friddi, Castellaccia, Santa Flavia, Marineo, Recalmuto, Aragona, Termini Imerese, San Martino delle Scale, Corleone e Prizzi. Dappertutto venivano inalberate le insegne borboniche.
A Orcaro i corpi di tre militari, denudati e mutilati, furono trascinati nelle strade e poi abbandonati fra i rifiuti. Quattro carabinieri, agli ordini del brigadiere Taroni si suicidarono gridando “Viva l’Italia” per non cadere nelle mani dei ribelli…a Misilmeri un assalto guidato da Francesco e Cosimo Lo Bue ebbe come risultato la morte di 31 carabinieri: si disse poi che i loro corpi, fatti a pezzi, erano finiti nelle macellerie…( Mario Spadaro, I primi secessionisti, Controcorrente, Napoli, 2001, pag.113. Vedi pure il libro di Lucy Riall Sicily and the unification of Italy, a pag 315 e 316 dove sono riportati i rapporti inviati dai comandi locali dei carabinieri)…si videro in città le prime barricate mentre arrivarono nuove ondate di ribelli dalle campagne…fu occupato il tribunale e qualcuno, con un penello restituì al Cassaro e al Foro Borbonico ( che i piemontesi avevano ribattezzato Corso Vittorio Emanuele e Foro Italico) i loro vecchi nomi. Una dopo l’altra le caserme dei carabinieri caddero in mano ai rivoltosi…in poche ore i ribelli, al grido di “ Viva Palermo, Viva Santa Rosolia!” si impadronirono della città…( Mario Spadaro, I primi secessionisti, Controcorrente, Napoli, 2001, pag. 114)
La rabbia dei siciliani era pari a quella dei giorni dei Vespri, forse addirittura superiore. I polentoni del Nord avevano strapazzato l’economia dell’Isola e le libertà dei cittadini. Le strade erano piene di ritratti di Vittorio Emanuele II e Garibaldi calpestati e dati alle fiamme.( Mario Spataro, I primi secessionisti, Controcorrente, Napoli, 2001, pag 116)
Il 18 mattina sbarcarono dalla nave Rosolino Pilo mille soldati piemontesi al comando del capitano Acton che partendo da corso Scinà raggiunsero Via Maqueda e Piazza Sant’Oliva dove furono assaliti all’arma bianca da migliaia di uomini e a stento i militi savoiardi riuscirono a salvarsi scappando verso il mare. A Messina il giorno 20 settembre , sbarcarono truppe savoiarde per sedare i disordini, furono sconfitte e dovettero ripiegare. Il 21 settembre Palermo fu accerchiata dal generale Augusto Riboty con truppe fatte sbarcare da navi provenienti da tutta Italia, fu bombardata pesantemente dalle batterie di sei fregate e due corazzate. I morti non si contarono. Il vigliacco ammiraglio Persano, reduce da Lissa dove aveva perso l’onore di fronte alle navi austriache, pensava di recuperarlo bombardando Palermo indifesa. Altre truppe sbarcarono da altre navi colà giunte.
Il 22 settembre cominciò ad attuarsi la repressione feroce del generale massone Raffaele Cadorna, nominato “ regio commissario con poteri straordinari” con l’incarico, affidatogli per lettera dal presidente del Cosiglio Bettino Ricasoli, di “ ristabilire la pubblica sicurezza.( Mario Spataro, I primi secessionisti, Controcorrente, Napoli, 2001, pag. 119( quante strade sono intitolate a questo assassino?). Le barricate furono smembrate dalle cannonate piemontesi, in un sol giorno i morti superarono le duemila unità e i prigionieri furono circa 3.600. L’acqua fu avvelenata ed imputridita; i morti salirono spaventosamente di numero. L’occupazione di Palermo da parte del generale Cadorna fu come occupazione di città nemica, si sparava a vista su qualsiasi passante. Un ufficiale del 10° granatieri, tale Antonio Cattaneo, fece fucilare due frati che lo disturbavano suonando le campane, come fu fucilato uno storpio che infastidiva un ufficiale; finì in galera il vescovo di Monreale, il coltissimo Benedetto D’Acquisto. Tutte le case dei palermitani subirono rapine. I saccheggi e le ruberie erano cosa usuale per quella truppa di assassini e ladri. Si fucilò per mesi, fino al febbraio del 1867. La popolazione fu costretta ad assistere al passaggio di colonne di detenuti in catene spinti a calci e bastonate verso i luoghi di detenzione.(Nazione Napoletana, Anno III, Numero 15, settembre 1998, pag 15)
nel 1864, Vincenzo Padula scriveva: «Il tempo che si dà la caccia ai briganti è una vera pasqua per gli ufficiali, civili e militari; e l'immoralità dei mezzi, [...], ha corrotto e imbruttito. Si arrestano le famiglie dei briganti, ed i più lontani congiunti; e le madri, le spose, le sorelle e le figlie loro, servono a saziare la libidine, ora di chi comanda, ora di chi esegue quegli arresti».
la guerra civile eufemisticamente definita "lotta al Brigantaggio", impegnò un significativo "contingente di pacificazione": inizialmente esso constava di centoventimila unità, quasi la metà dell'allora esercito unitario.
La guerra dei briganti durò più di dieci anni e vide schierate quasi 500 bande, che riunivano da poche unità fino a 900 uomini. La repressione messa in atto dai Piemontesi fu violentissima sin dall’inizio, ma inefficace. Non bastò la metà dell’intero esercito italiano (120mila soldati), cioè 52 reggimenti di fanteria, 10 di granatieri, 5 di cavalleria e 19 battaglioni di bersaglieri, per avere ragione dei briganti; non bastarono neppure 7500 carabinieri e 84mila militi della guardia nazionale.
Il nuovo Regno d’Italia schierò ben 211.500 soldati e inviò i suoi ufficiali di maggior rilievo, come il principe Savoia Carignano, Cialdini, Pinelli, Negri, eppure per molto tempo non riuscì a distruggere neppure una banda, nonostante decine di migliaia di esecuzioni sommarie e una feroce rappresaglia che coinvolse familiari e compaesani dei combattenti.
Solo nei primi dieci mesi di combattimenti, furono fucilati 9860 briganti o presunti tali; 6 interi paesi furono dati alle fiamme (i più conosciuti sono Casalduni e Pontelandolfo); 13.629 persone furono imprigionate, la maggior parte senza processo. Come si potevano giustificare di fronte all’opinione pubblica italiana un simile schieramento di forze, tante atrocità e risultati tanto scarsi? Soprattutto, come si poteva giustificare l’accanita resistenza dei Meridionali contro i sedicenti "liberatori"? Quale spiegazione si poteva dare del fatto che le fila dei briganti continuassero ad ingrossarsi man mano che la piemontesizzazione procedeva? In Piemonte qualche dubbio cominciava a serpeggiare anche tra i liberali e i fautori del nuovo regno d’Italia; persino Massimo d’Azeglio scriveva: "[…] ci vogliono, e pare che non bastino, 60 battaglioni per tenere il Regno, ed è notorio che, briganti o non briganti, non tutti ne vogliono sapere. Mi diranno: e il suffragio universale? Io non so niente di suffragio, ma so che di qua dal Tronto non ci vogliono 60 battaglioni, e di là sì.
Se la popolazione duo siciliana era povera perché affamata dai Borbone, come mai non si sollevò contro di essi e si sollevava allora contro i "liberatori"?
Nei primi due mesi di applicazione della Legge Pica si ebbero 1.035 esecuzioni e 6.564 arresti; ragazzine di appena dieci anni, colpevoli di essere figlie di briganti, furono condannate a vent’anni di carcere e furono separate dalle madri, anch’esse imprigionate; intere famiglie furono smembrate e deportate. La Legge Pica, unico frutto della Commissione d’Inchiesta sul Brigantaggio, ha potuto riempire le carceri e le isole di sospetti, ha potuto costernare terre e province intere con inaudite vessazioni d’ogni sorta, ma non ha potuto distruggere una sola delle bande armate, anzi al contrario le ha fatte più numerose e più ardite.
Gli anni tra il 1861 e il 1870 furono un lungo periodo di disumana violenza, durante il quale si seminarono disprezzo e odio; gli stessi soldati piemontesi ne furono travolti: ai 23mila uccisi in combattimento, bisogna aggiungere alcune centinaia di suicidi e poco meno di un migliaio di disertori, molti dei quali passarono dalla parte dei briganti. Sul fronte borbonico, invece, si contarono non meno di 250mila morti, tra combattenti, fucilati e prigionieri, e circa 500mila condannati; anche i deportati non furono certamente pochi, se entro il 1865 se ne contavano già 12mila.
Finanche la storiografia corrente ha riconosciuto che la repressione contro il Brigantaggio ha fatto più vittime di tutte le altre guerre risorgimentali messe insieme.
Nel 1861 si contavano soltanto 220mila italiani residenti all’estero; nel 1914 erano 6 milioni. È inquietante, se si pensa che la popolazione dell’ex Regno napoletano era composta da 8 milioni di persone. L’esercito sardo aveva avuto la propria vittoria, ma non così il regno d’Italia: i briganti non erano distrutti, avevano trovato un’altra forma di resistenza, l’emigrazione.
“…Il generale Oreste Bovio, che dal 1980 al 1982 ha retto l’ufficio storico dell’esercito italiano, ha osato pubblicare nel 1987, naturalmente a spese dello Stato, quanto segue:"Non può ragionevolmente essere fatto alcun addebito all’ufficio storico dell’esercito per non aver sentito la necessità di analizzare un comportamento delle unità impiegate nella lotta al brigantaggio. Quale importanza potevano avere allora piccoli scontri con briganti e predoni?". Povera storia! Poveri cafoni meridionali, povera questione ardente, agraria, sociale! Povero Pasquale Villari, povero Antonio Gramsci, povero Guido Dorso, povero Gaetano Salvemini, povero Franco Molfese! Povera questione meridionale!. Voglio supporre che questo Oreste Bovio sia stato gratificato abbastanza, magari con diplomi medaglie e mance competenti, dalla setta allobrogo-ligustre-longobarda alla quale ha mostrato di sapere tanto bene reggere il sacco. E voglio sperare che le varie leghe nordiste, tanto care al liberalcapitalismo vorranno tenere presente, nelle loro antistoriche confutazioni della storia, questo pagliaccio di generale che, loro involontario profeta, con pochi tratti di penna pagatigli dallo Stato, ha annullato gli orrori dei massacri contadini meridionali da parte dell’orda assetata di sangue e di bottino, ed ha creduto che il clòu della questione meridionale – la sua bestiale conseguenza e cioè l’emigrazione in massa, come "cacciata dei cafoni" dalle proprie terre – fosse una fola inventata da revanscisti borboniani, o capricci di meridionali dediti al girovaghiamo per essere nati con la spiccata tendenza al turismo.” 4 marzo 1991, interpellanza parlamentare dell’onorevole Angelo Manna.
Ci hanno privato della nostra Storia.
Fratelli, lottiamo instancabilmente per diffondere finalmente la verità.
1 – continua
Sergente Romano.




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