Per amor di verità storica, e per limitarsi ai temi accennati nell’articolo, è necessario ricordare che:
− nel 1861 non fu raggiunta l’unità nazionale, bensì proclamato il Regno d’Italia. L’unità venne completata solo nel 1918, grazie alla vittoria nella “Grande Guerra” (che divenne così la IV Guerra d’Indipendenza italiana) ed il raggiungimento dei confini naturali della Patria;
− le tesi dei nostalgici borbonici ignorano completamente il quadro generale europeo e mondiale del
XIX secolo, nell’ambito del quale il processo unitario nazionale dovette per forza di cosa muoversi e dal quale era inevitabilmente condizionato;
− il brigantaggio, che i neoborbonici imputano alla “conquista piemontese”, era in realtà già ben radicato nel Sud già due secoli prima. Tanto che i primi a mettere in pratica la repressione armata del brigantaggio furono gli stessi Borbone, che sotto Ferdinando I arrivarono persino ad affidarsi ad uno straniero: il Generale Richard Church. Anche durante il regno di Gioacchino Murat, diversi decenni prima della spedizione dei Mille, il brigantaggio fu aspramente combattuto. Il Colonnello francese Charles Antoine Manhés è ricordato per i suoi metodi violenti e crudeli. I francesi stigmatizzarono in particolare l’utilizzo delle bande da parte dei nobili latifondisti locali, che se ne servivano per tenere i loro contadini in una situazione di sottomissione del tutto simile alla schiavitù. Altro che patrioti!
− la tanto decantata “identità meridionale” ha la stessa credibilità storica della Padania: una favola. Basti pensare all’odio nutrito per la dominazione borbonica da parte dei siciliani, che parteciparono, con migliaia di caduti, alla liberazione dell’isola, appoggiando in armi la spedizione garibaldina;
− le casse del regno borbonico erano ben fornite, ma a scapito del popolo: storici meridionalisti affidabili hanno da tempo ammesso le condizioni di vita miserrime della maggior parte dei sudditi borbonici, l’analfabetizzazione imperante e ben al di sopra della media europea d’allora (basti pensare, ad esempio, che numerosi consiglieri comunali della provincia di Napoli firmavano i verbali di consiglio aiutandosi con una stampiglia di legno), l’assenza quasi totale di vie di comunicazione…
− mancava un’istruzione pubblica propriamente detta. Il Prof. Carmine Cimmino, docente napoletano, sintetizza così l’argomento: “I Borbone persero il Regno per necessità storica: Francesco I e Ferdinando II cercarono, con una perseveranza maniacale, di chiudere le genti del Sud in una specie di bolla gigantesca che li isolasse da un mondo che cambiava senza sosta. Accadde così che piccoli gruppi di eccellenza, ingegneri, architetti, medici, raggiungessero posizioni d’avanguardia: ma l’analfabetismodi massa toccava percentuali altissime, e il programma delle scuole pubbliche di primo grado era roba da ridere. Nell’ultima battaglia, sul Volturno, i soldati napoletani si coprirono di gloria, ma pochi di essi sapevano leggere e scrivere; tutti i sodati piemontesi, invece, leggevano e scrivevano con una certa facilità. Questo dato sarebbe sufficiente, da solo, a spiegare il crollo del Regno. La logica della storia è spesso più lineare di quanto si pensi”.
− Angelo D’Orsi, professore di Storia del pensiero politico all’Università di Torino, ricorda che “il Regno del Sud era un territorio profondamente depresso ed era almeno un secolo e mezzo indietro rispetto allo sviluppo del resto d’Europa”; gli fa eco il prof. Giuseppe Cacciatore, filosofo salernitano e membro dell’Accademia dei Lincei: “nessuno può negare che quella dei Borbone sia stata una tra le peggiori dinastie europee e contemporanee. E’ quella che ha mandato in carcere e al patibolo i patrioti napoletani, che impose il giuramento davanti ai vescovi delle diocesi dei professori universitari per avere il permesso ad insegnare”. Metternich previde che la dinastia sarebbe morta di una “infezione” contratta durante i moti del 1820 – 1821: la paura.
D’altra parte, è un fatto storicamente accertato che le sorti del Regno borbonico erano affidate ad una classe “dirigente” composta in massima parte da corrotti e da traditori, pur con alcune lodevoli eccezioni. Lo dimostra anche la repentina decomposizione del Regno dopo lo sbarco dei Mille a Marsala. Come ogni esperienza umana, anche il nostro Risorgimento ha avuto le sue ombre, ma non v’è dubbio che abbia costituito, per il Sud, un’occasione vera di sviluppo. Se ne ricordarono bene, solo 86 anni dopo, le genti del Sud, quando votarono a grande maggioranza a favore della Monarchia sabauda nel referendum istituzionale.
E’ dunque sempre più squallido e meno credibile lo scenario rivendicativo “meridionalista” odierno, che Ernesto Galli della Loggia ben sintetizza dalle pagine del Corriere della Sera del 29 agosto 2010: “Almeno nella sua vulgata di massa, quella del Sud si presenta come una protesta che non tiene assolutamente conto, non fa menzione neppure, di quello che pure tutti gli osservatori imparziali hanno indicato da decenni come tra i principali, o forse il principale ostacolo di qualunque possibile sviluppo del Mezzogiorno. Vale a dire la paurosa, talvolta miserabile pochezza delle classi dirigenti politiche meridionali, specie locali, protagoniste di malgoverno e di sperperi inauditi, ma che continuano a stare al loro posto perché votate dai propri elettori”.

L’Unità d’Italia vista da Sud: un’annessione senza dichiarazione di guerra? di Giuseppe Chiellino
Garibaldi? “Un ingenuo avventuriero pronto a correre dove c’era da menare la spada”. Cavour? “Un ‘figlio di papà col vizio del gioco d’azzardo, che sperpera parte del patrimonio paterno in fallimentari avventure imprenditoriali e viene messo a capo del governo del regno sabaudo dai banchieri inglesi che hanno finanziato le guerre d’indipendenza”. La spedizione dei Mille e l’Unità d’Italia? “Un’invasione delle regioni meridionali senza dichiarazione di guerra”. Con centinaia di migliaia di morti e milioni di emigranti nei decenni successivi. Un’annessione – è la tesi – sostenuta soprattutto da chi aveva coperto l’enorme debito accumulato dai Savoia per le guerre d’indipendenza. C’è anche chi con questo spirito si appresta a celebrare i 150 anni di unità del paese e raccoglie applausi e qualche critica nelle piazze e nei teatri del Sud, dispensando frecciate alla Lega di Umberto Bossi ma anche ai meridionali che “stanno fermi”. “Aspettando, ancora, Garibaldi”, come recita il titolo dello spettacolo allestito da Gregorio Calabretta, autore, regista e attore calabrese, proposto in queste settimane nelle città e nei paesi della regione. Un “viaggio in Calabria dall’Unità d’Italia ad oggi” che seduce lo spettatore, giocando con il dialetto e con le immagini per raccontare “ciò che i libri di scuola non dicono sull’Unità”. E lo fa attraverso la storia di tre generazioni di una famiglia calabrese, dall’arrivo dei garibaldini nel 1860 all’eccidio dei braccianti di Torre Melissa che reclamavano le terre, nell’Italia repubblicana del 1949. La perdita d’indentità. Un testo che, spiega l’autore, “fonde in un’unica trama i racconti di tre scrittori, Leonida Repaci (La marcia dei braccianti di Melissa) , Francesco Perri (Emigranti, 1928) e Saverio Strati (Mani vuote) che nel corso del ‘900 hanno affrontato il dramma delle lotte dei contadini del Sud e dell’emigrazione massiccia che ha svuotato campagne e paesi del Mezzogiorno. “La sconfitta più grande per noi meridionali causata dall’Unità – afferma Calabretta in un dialogo immaginario con Garibaldi – è stata la perdita della nostra identità culturale il senso di appartenenza che rende gli uomini orgogliosi della propria terra. Vi sono due modi per cancellare l’identità di un popolo: il primo è di distruggere la sua memoria storica, il secondo è di sradicarlo dalla propria terra. Noi meridionali li abbiamo subiti entrambi”. Il parere degli storici. “Sono punti di vista di una vulgata ricorrente – osserva Sergio Luzzatto, docente di storia moderna all’università di Torino – ma nella vulgata non c’è solo storia d’accatto. In questo caso, non è tutto falso. Tutt’altro”. A parte il giudizio su Garibaldi, che Luzzatto non ha problemi a definire un “avventuriero generoso ma poco accorto e di scarse vedute”, lo storico individua nella repressione “indiscriminata e senza prigionieri” del brigantaggio” la ferita più grave del Risorgimento, che non si è mai rimarginata del tutto. Un fenomeno che la storiografia in 150 anni non ha mai ricostruito, fatta eccezione per la Storia del brigantaggio dopo l’Unità di Franco Tolfese. Non c’è dubbio, secondo Luzzatto, che “l’Italia che portava i medici, le scuole, il sistema metrico decimale nell’ex Regno di Napoli portasse anche tante altre cose che sono sparite dai libri di storia”. Quanto poi ai rapporti di Cavour con la finanza inglese, “è giusto sottolinearli, ma non devono sorprendere. Non è un segreto il ruolo che i Rothschild hanno avuto in Europa dalla metà dell’800. La loro rete familiare era estesa e intrecciata almeno quanto quella delle grandi dinastie”.
Il giudizio su Cavour. Luzzatto respinge in toto il giudizio negativo su Cavour, “di cui la storia del Risorgimento testimonia l’abilità politica di cogliere il momento e di valorizzare la pulsione unitaria garibaldina”. In sintonia, su questo, con un grande esperto di storia risorgimentale e del Mezzogiorno, Giuseppe Galasso, autore tra l’altro della Storia del regno di Napoli di cui uscirà a breve il sesto volume. Galasso non nega le debolezze “libertine” di Cavour. “Ma questo nulla toglie al genio dell’uomo politico”. Gli aspetti finanziari e soprattutto tributari del processo di unificazione, ricorda Galasso, erano stati ben documentati da Francesco Saverio Nitti più di un secolo fa. “E’ vero che le casse del regno delle due Sicilie erano piene di soldi che sono serviti ai Savoia per riequilibrare i conti dello stato. Ma era una ricchezza inerte. Improduttiva”. Una prova? “Nel 1860 in tutto il Regno di Napoli c’erano non più di 110 km di ferrovie. In Piemonte, Lombardia, Liguria e Veneto occidentale ce n’erano 1.500″. Una ricchezza che i Borbone non utilizzano neppure per difendere il regno.
Tra ribaltonismo e stereotipi. Miguel Gotor, docente di storia all’univeristà di Torino non è sorpreso dalla “riemersione carsica” degli argomenti antirisorgimentali ma li etichetta come “retorica del ribaltonismo”, nella presunta contrapposizione tra storiografia ufficiale e revisionista, “funzionale solo a fare notizia”, e guarda soprattutto all’attualità della contrapposizione tra Nord e Sud. “Era fatale che ai localismi ‘leghisti’ che trovano una definizione nella questione settentrionale giungesse una risposta identitaria dal Mezzogiorno”. Gotor fa riferimento al ‘fenomeno’ Lombardo in Sicilia, ma anche alla difficoltà di Pdl e Pd a rappresentarsi come partiti nazionali al Sud. “E’ normale che ciò accada quando tutto il paese vive un momento di difficoltà, quando c’è, come oggi, una crisi economica mondiale e si fatica a comprendere quale sarà il ruolo internazionale dell’Italia, anche dal punto di vista del prestigio economico”. La soluzione, secondo Gotor, non sono però gli autorevoli proclami contro, per esempio, le regioni sprecone: non fanno che “alimentare stereotipi di retorica populista” e sono anche il frutto del “vizietto nazionale della furbizia” spicciola. “Si crea il mostro-Sud proprio nel momento in cui l’industria del Nord non ha più bisogno della manodopera meridionale. Ma il Sud non è tutto uguale a se stesso”. Cosa devono fare dunque i meridionali per “non stare fermi”, come accusa lo spettacolo di Calabretta? “Valorizzare ciò che di buono c’è al Sud. Penso a uomini come Ivan Lo Bello, in Sicilia, ma non solo. E poi tagliare i legami con la criminalità organizzata e buon governo della cosa pubblica”.