Cito, il Trota del Sud - POLITICA
Si presenta ai comizi come «il giovane diventato uomo che guiderà Taranto verso la rinascita». Il candidato dell’estrema destra, Mario Cito, è la grande sorpresa delle amministrative 2012, insieme con il grillino Federico Pizzarotti a Parma.
Se in pochi si aspettavano che nella città pugliese il sindaco uscente Ippazio Stefàno avesse bisogno del secondo turno per la riconferma, nessuno poteva immaginare che a costringerlo al ballottaggio sarebbe stato proprio Cito, che è riuscito a raccogliere quasi il 19% delle preferenze.
Mario è figlio di Giancarlo Cito, classe 1945, con un passato nell’Msi e poi fondatore della AT6-Lega d’Azione meridionale. Sindaco di Taranto a metà degli Anni 90 ed ex parlamentare, attualmente in carcere per scontare condanne definitive per concussione e abuso d'ufficio, è una delle figure più controverse della storia politica della Città dei due mari.
FIGLIO DEL RE LEONE. Sempre Cito senior ha costruito la sua carriera sull’uso politico della storica rete lucana Tele Basilicata Matera. L’aggressività e la capacità di esaltare le folle gli valsero il soprannome di “Re Leone” e lo portarono a ricoprire la carica di sindaco di Taranto nel 1993.
Poi cominciarono i guai giudiziari, i processi, le condanne: nel 1997 per concorso esterno in associazione mafiosa, nel 2010 per violenza privata e tentata concussione, nel 2011 e nel 2012 per concussione. Adesso è detenuto presso la Casa circondariale, ma in città continuano ad amarlo.
E anche la popolarità del figlio (appoggiato da At6, Giovani in azione, La Destra, Uniti per Taranto, In discussione, Fiamma tricolore) cresce di giorno in giorno. In molti, con toni poco lusinghieri, l’hanno definito il “Trota del Sud”. Ma Mario Cito è molto di più.
DESTRORSO E CARISMATICO. Perché il padre Giancarlo con Bossi ha in comune solo quell’attaccamento alla terra natìa pronto a scivolare nella xenofobia. Ma possiede anche il magnetismo mediatico di Silvio Berlusconi, il culto dell’eroica personalità di Vladimir Putin, il look impettito di Benito Mussolini.
Insomma, un mix in salsa tarantina dei più famosi leader destrorsi e carismatici. E il figlio Mario, diversamente dal “Trota”, ha procurato al padre gioie e non dolori. Come il successo elettorale del primo turno, quando è riuscito a raccogliere quasi il 19% delle preferenze.
La campagna elettorale: battute in dialetto e anatemi contro le minoranze etniche


Giancarlo Cito, sindaco di Taranto a metà degli anni Novanta, è in carcere per concussione e abuso d'ufficio.

Certo, è vero, fino al recente passato anche Mario è vissuto all’ombra ingombrante e protettiva del padre. Come con una sorta di protesi vivente, Cito senior si serviva del figlio per continuare, nonostante l’avanzare degli anni e il moltiplicarsi delle beghe giudiziarie, la sua carriera politica.
L'INGANNO DEL 2007. Emblematico il caso delle comunali del 2007: interdettagli dal Tar la possibilità di candidarsi, Giancarlo candidò il figlio Mario alla poltrona di sindaco; salvo presentare una lista con il solo cognome Cito (senza ulteriori precisazioni) e condurre in prima persona l’intera campagna elettorale.
Inganno servito e riuscito: il risultato fu ottimo, superiore al 15%. Non abbastanza, però, per guadagnare il ballottaggio. Impresa che, invece, è riuscita nel 2012.
Stavolta la nuova condanna del padre (condita da arresto e detenzione) ha costretto il figlio Mario a fare tutto da solo. Superando ogni aspettativa.
STILE DI FAMIGLIA. Lo stile, però, è quello di sempre, tramandato di padre in figlio come da tradizione di famiglia. Attacchi diretti e personali come se piovesse, a destra e a manca: al candidato pidiellino Aldo Condemi («Non me ne frega niente delle sue querele») e a quello del Pd Stefàno («Sei un fallimento»), persino a Nichi Vendola (che «va d’accordo all’unione di fatto»). In Piazza Vittoria, dove si è chiusa la campagna elettorale, toni da Piazza Venezia.
E poi battute in dialetto, qualche parolaccia che non guasta mai, soliti anatemi contro le minoranze etniche: nell’elencare i tanti mali che affliggono la città, Cito passa senza esitazione dall’inquinamento ambientale agli «zingari dappertutto».
Anche perché del padre, della sua storia e del suo credo, Mario non rinnega una virgola. Il nome di Giancarlo ritorna in ogni comizio, in ogni proclama.
Lo si capisce bene dallo spot principe della sua campagna elettorale, liberamente ispirato al famoso film di Jim Sheridan, in cui il prode Mario veste i panni nientemeno che di Daniel Day-Lewis. Raramente c'è stato paragone più ardito. Chiaro l’obiettivo duplice della sua candidatura: Cito padre libero, Cito figlio sindaco.
Cito intercetta l'antipolitica che al Sud ha il volto del neofascismo

Con alle spalle un simile bagaglio, ci si potrebbe chiedere come e perché i due Cito riescano ancora a far breccia nel cuore dei tarantini. Le ragioni sono molteplici.
L’arretratezza delle zone periferiche della città, dove risiede lo zoccolo duro dei loro elettori. O la nostalgia di un passato lontano in cui Taranto era ancora centro di rilievo, quando il presente parla solo di dissesti economici e ambientali. E ancora: l’implosione del Pdl, crollato al 7% dei consensi con un’evidente emorragia di voti verso l’estrema destra.
L’ANTIPOLITICA DEL SUD. Ma, soprattutto, Cito intercetta il fenomeno della cosiddetta “antipolitica”. A differenza del Centro-Nord, il Movimento 5 stelle ha avuto un impatto relativo al Sud e qui il voto di protesta ha preso altre strade, più estreme.
Taranto, o almeno una sua parte, rimpiange il decisionismo del “Re Leone”: «Almeno Cito qualcosa la faceva», ripetono alcuni.
Gli stessi pronti a scommettere ora sul figlio Mario. Che, non a caso, in uno dei suoi spot elettorali è ripreso mentre manda a quel paese l’intero consiglio comunale e sbatte in faccia la porta ai soliti politici “corrotti”.
IL TIMORE DI UN SALTO NEL PASSATO. Domenica 20, dunque, c’è il ballottaggio. A Cito servirebbe un miracolo per mandare a casa il candidato del centrosinistra Stefàno, forte del 49,5% raccolto al primo turno. Ma lui si dice fiducioso, e il fallimento di tutti i tentativi di apparentamento, da una parte e dall’altra, non fa che aumentare l’incertezza.
Così, la città si avvicina alle urne con la prospettiva di una percentuale di astensione da record, voci su possibili brogli (denunciati già al primo turno da Bonelli) e il timore di un salto nel passato senza ritorno.