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Discussione: Va in scena Montanelli

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    Predefinito Va in scena Montanelli

    Va in scena Montanelli
    Un italiano come tanti


    Altro che anti tutto, altro che eroe, altro che bastian contrario. Nello spettacolo scritto da Galli della Loggia c’è il vero Indro


    di Stefano Filippi


    Il Giornale, 07 luglio 2012






    Un tavolo, la mitica Olivetti «Lettera 22», la sedia, la poltrona, foto d’epoca in bianco e nero proiettate sullo sfondo, e le sue parole recitate da Sandro Lombardi: ecco Indro Montanelli nel minimalismo del teatro.

    Il principe del giornalisti è diventato protagonista di uno spettacolo. «Soliloquio di un italiano» è il titolo che sottolinea il lato burbero, tagliente, controcorrente del grande Cilindro. In realtà la «pièce» è un dialogo con Ernesto Galli della Loggia, l’autore del testo teatrale.

    E il dialogo rende ragione a Montanelli più del soliloquio perché egli non scrisse mai per sé, ma per i lettori. Galli non è sul palco, dove giganteggia Lombardi, asciutto ed essenziale come Indro, ma seduto in prima fila con microfono in mano e un faro puntato addosso. Non intervista: porge argomenti.

    L’ambizione dello storico e del suo spettacolo, rappresentato ieri sera al Festival dei Due Mondi di Spoleto (sarà replicato oggi e domani prima di partire per un tour in Italia), è ripercorrere novant’anni di storia attraverso gli scritti di uno degli osservatori più acuti e disincantati.

    Galli ha scelto di rappresentare il ’900 montanelliano attraverso quattro protagonisti: Benito Mussolini, Palmiro Togliatti, Aldo Moro e, naturalmente, Silvio Berlusconi. Ma in scena non va il secolo delle guerre e delle rinascite, quanto la persona stessa di Montanelli, le sue domande, i suoi guizzi, la sua capacità di osservare e raccontare.

    Indro diede voce a tanti italiani che non ne avevano. Fondò un giornale, questo Giornale, andando controcorrente. Fu antifascista durante il fascismo, anticomunista quando il Pci monopolizzava l’intellighenzia nostrana colpevolmente abbandonata dalla Dc, antiberlusconiano quando il Cavaliere discese in campo. La «vulgata» lo dipinge come un bastian contrario, un ruvido toscanaccio estraneo a un’Italia «retorica e filodrammatica», un pessimista convinto che il Paese non sarebbe mai cambiato.

    I suoi racconti restituiscono invece un uomo curioso, attento e partecipe, dai giudizi senza sconti ma mai dettati da questioni personali o ideologiche. C’è del buono anche in Mussolini, «egocentrico, prepotente, demagogo e ciarlatano ma mai sanguinario»: un italiano che non ammazza ma sputtana. Perfino Togliatti, un capo cinico e sprezzante, ha una sua grandezza che Montanelli gli riconosce benché non abbia mai ambìto incontrarlo: il merito di aver trattenuto le piazze senza precipitare l’Italia nel caos puntando invece a «ingrassare il partito». Paradossalmente, Indro appare più buono con i dittatori o i loro spalleggiatori che con i leader dei partiti democratici. In Moro, Montanelli vede il peggio della politica italica: l’attendismo, l’«imbroglioneria del politichese», il cedimento a sinistra e sindacati, il pessimismo. Negli spazi abbandonati dalla Dc - che pure egli invitò più volte a votare sia pure col naso turato - crebbe il terrorismo che uccise Moro e ferì alle gambe Montanelli. «Uno statista ha diritto alla paura - scrisse il giornalista a proposito delle lettere del leader Dc dalla prigionia brigatista - ma non a esibirla».

    E infine Berlusconi, l’imprenditore che lo affascinò come nessun altro, che accorse in lacrime al suo capezzale dopo la gambizzazione, gli comprò un Giornale in difficoltà e gli regalò pure una tipografia senza intromettersi fino al fatidico autunno del 1993. Le convinzioni di Montanelli sulla scelta politica del Cavaliere sono note, e nella riduzione teatrale di Galli della Loggia vengono elencate con puntiglio, fino allo scoppio in un liberatorio «finalmente!» quando il Cav perse le elezioni. Berlusconi è un «bugiardo per il piacere infantile di inventare», uno che «non distingue tra sogno e realtà», che «deve ringraziare i magistrati di Mani pulite per averlo trasformato in vittima» e che «scese in campo per interesse personale». «Voleva collocarmi in una nicchia come un santone benedicente», riferisce Montanelli-Lombardi a proposito dell’addio al Giornale. Nulla viene risparmiato a Berlusconi. L’unico rammarico di Montanelli fu la gabbana voltata dai suoi detrattori di una vita, l’opportunismo di quanti l’avevano sempre attaccato che ne divennero fan sfegatati quando voltò le spalle a Silvio, la «solidarietà pelosa dei Piero Ottone e dei salotti che stapparono champagne quando fui colpito dalle Brigate rosse».

    «Voce di una borghesia senza partito», dice Galli della Loggia. Ma anche un personaggio che attraversò nel profondo la propria condizione fino all’ultima battaglia, quella a favore dell’eutanasia. Queste riflessioni chiudono lo spettacolo e raccontano un Montanelli diverso dal giudice severo delle vicende umane: uno che trema davanti al destino, come tutti. Un uomo irresoluto, timoroso, che reclama il diritto «a scegliere il quando e il come» ma non ne fa uso, che ha paura della sofferenza e del morire, non della morte, introduzione a una realtà senza premio e senza castigo. Che sbeffeggia come «fasullata» il giuramento di Ippocrate e al contempo confessa «la dolorosa mancanza della fede». Per avere l’eutanasia, Montanelli non pretendeva dai medici di violare la legge, ma di «evaderla». Medici evasori. Anche nell’ora suprema, Indro non fu un anti-italiano, ma un italiano come tanti. Per questo tanti ancora lo rimpiangono.


    Va in scena Montanelli Un italiano come tanti - Spettacoli - ilGiornale.it

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    Predefinito Re: Va in scena Montanelli

    La destra italiana, dovendo scegliere tra Montanelli e Berlusconi, ha seguito quest'ultimo ed è stato l'inizio della sua fine. Però c'è sempre tempo per rimediare, il tempo si sa è galantuomo. Il "santino" che la sinistra aveva fatto del "toscanaccio", pro domo sua, sta infatti sbiadendo e lo riprova un articolo di Beppe Gomez su Il Fatto, l'autocelebratasi "casa dei montanelliani". In realtà esistono tanti montanelliani che pur non riconoscendosi in Berlusconi non sono per questo sbandati a sinistra. E che non hanno alcun imbarazzo ad accettare, del giornalista, quegli "aspetti più problematici" che lo rendono ancor oggi irriducibile ad ogni visione "progressista" e l'eterno campione di una destra colta, liberale, elitaria, minoritaria e intransigente. Soprattutto con se stessa. (Florian)







    Dare a Montanelli quel che è di Montanelli


    di Beppe Lopez

    Il Fatto, 24 giugno 2012


    “I racconti su Indro Montanelli inviati dai lettori” sono veramente interessanti. Sembra proprio che svariate generazioni di italiani – compresi i più giovani e certamente i lettori del Fatto – stravedano per il Maestro. Non uno che ricordi o valorizzi qualche difetto del Più Grande Giornalista Italiano, vero eroe della coerenza, della democrazia e della libertà di stampa.

    Basta leggere qualche titolo. “Mio padre comunista, lo temeva e ammirava“. Era “un conservatore illuminato“, “incapace di abbassare la testa“. “Lo chiamavo fascista, poi diventai adulto“. “I miei vent’anni, l’odio e poi la scoperta“. Addirittura “piansi per quel maestro mai conosciuto“. Un uomo e un giornalista sempre “in direzione ostinata e contraria“. Un po’ come Padre Pio, “non ci ha dimenticati, continua a parlare“. “Un giornalista, sì. Ma il Migliore“. “Io sedicenne lo penso ancora vivo“. Del resto, “scriveva quello che pensava. E non è facile“. Di certo, “oggi scriverebbe sul Fatto Quotidiano“. “Ha formato il mio modo di pensare“. Insomma “era la grande cultura“…

    Forse è utile, fra tanti elogi, ricordare anche un Montanelli, diciamo così, più problematico. Per esempio fu oggettivamente un voltagabbana: liberale, fascista, monarchico, repubblicano, democristiano, craxiano, berlusconiano e in vecchiaia persino filo-pdiessino o giù di lì. Ma questo pare che per molti sia diventato un tratto virtuoso delle persone sveglie (“solo gli stupidi non cambiano mai opinione”).

    Fu anche un pervicace retore dell’anti-italianismo, un convinto sostenitore della critica più cinica all’idealismo, alle utopie e ai valori della solidarietà e dell’eguaglianza. Ma anche l’idealismo, le utopie e i valori della solidarietà e dell’uguaglianza pare che siano passati di moda.

    C’è un documento, però, che i suoi attuali estimatori vorranno certamente conoscere. Risale agli anni Cinquanta. Un documento che i montanelliani di destra, di centro o “di sinistra” – continua a sembrarmi strano, ma pare che ve ne siano – si guardano bene oggi dal ricordare e, potendo, dal consentire che qualcuno possa ricordarlo. E che comunque io voglio e ritengo utile ricordare in questo mio blog.

    L’illustre “conservatore illuminato” cercò di spingere nientemeno che al colpo di Stato l’ambasciatore in Italia degli Stati Uniti, per la precisione un’ambasciatrice, Claire Booth Luce, già di suo fondamentalista dell’anti-comunismo: un golpe naturalmente contro lo Stato e la democrazia italiana.

    “Se alle prossime elezioni un Fronte Popolare comunque costituito raggiungesse la maggioranza”, scriveva Montanelli alla Booth Luce, “Scelba cosa farebbe? Consegnerebbe il potere, e sarebbe la fine… Qualunque uomo di governo, oggi, anche non democristiano, si arrenderebbe per totale impossibilità di compiere un colpo di Stato… La polizia e l’esercito sono inquinati di comunismo. I carabinieri senza il Re, hanno perso di ogni mordente. E in tutto il paese non c’è una forza capace di appoggiare l’azione di un uomo risoluto. Noi dobbiamo creare questa forza. Non si può sbagliare guardando la storia del nostro paese, che è quella di un sopruso imposto da una minoranza di centomila bastonatori.
    Le maggioranze in Italia non hanno mai contato: sono sempre state al rimorchio di questo pugno di uomini che ha fatto tutto con la violenza, l’unità d’Italia, le sue guerre e le sue rivoluzioni. Questa minoranza esiste ancora e non è comunista”. Bisognava dargli un capo e presto. Chi? Ma il Maresciallo Messe. “E’ vecchio e non molto intelligente… Gli forniremmo noi le idee che egli non ha”. Il movimento è “destinato a entrare in azione (azione armata) solo il giorno in cui elettoralmente, la battaglia fosse definitivamente persa”. Montanelli si trovava “in questo dilemma: difendere la democrazia fino ad accettare, per essa, la morte dell’Italia; o difendere l’Italia fino ad accettare, o anche affrettare, la morte della democrazia? La mia scelta è fatta”.

    Che ne è – nel ricordo dei montanelliani – del Montanelli che vedeva comunismo anche nella polizia e nell’esercito (polizia ed esercito degli anni Cinquanta in Italia), e che considerava troppo di sinistra anche De Gasperi e Scelba?

    Non è forse utile ed onesto consentire ai giovani lettori di oggi di farsi un’idea documentata anche della visione montanelliana della storia d’Italia, che sarebbe stata scritta da bastonatori e del fatto che lui predicava e spingeva altri a fare la storia, di nuovo e sempre, con la violenza?

    Del resto, proprio lui, il celebrato Principe dell’Anticonformismo – come certamente ritengono i montanelliani più convinti – sarebbe il primo a rifiutare un suo ricordo e una sua celebrazione enfatici, acritici e non documentati.


    Dare a Montanelli quel che è di Montanelli – Beppe Lopez - Il Fatto Quotidiano
    Ultima modifica di Florian; 08-07-12 alle 08:55

 

 

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