Strano paese l’Italia: la destra fa la sinistra, la sinistra fa la destra ma resta sinistra, nel senso di infausta e dannosa. Bertinotti, persona seria, è andato in pensione, solo qualche sessantottino insiste sul cammino di Ho-Chi-Min. Tutti gli altri continuano a essere di sinistra (nel senso che ce l’hanno col mondo intero) ma - non sapendo più che pesci prendere - si lanciano in evoluzioni di destra. Il tema più gettonato dai sinistri di destra (ma anche dei destri di sinistra) è la difesa della sacra unità della patria. Archiviati Turati, Gramsci, Grieco e Zitara (considerati antiunitari e cripto-leghisti), la sinistra post-moderna ha riscoperto Togliatti (nazionalista per fini internazionalisti) e Bombacci, fondatore del Partito Comunista d’Italia , finito repubblichino e appeso in Piazza Loreto.
Samuel Johnson sosteneva velenoso che il patriottismo è l’ultima difesa dei mascalzoni. L’Italia è il paese delle eccezioni: tanti imitano Bombacci per senilità o per mancanza di idee. Oppure – a essere benevoli – perché identificano lo Stato con l’Italia e, in una applicazione riduttiva ma efficace della proprietà transitiva, passano dalla difesa dello statalismo a quella dell’Italia che è lo Stato. L’Italia non potrebbe sopravvivere se non fosse statalista, lo statalismo non avrebbe spazio senza l’unità italiana. Su questo punto Togliatti e Bombacci si ricongiungono in toni lirici: come Mussi, che aveva concluso il suo discorso sulla "missione" in Albania con un “Per salvare l’onore d’Italia”, tratto direttamente dal repertorio del Comandante Borghese.
In questo solco si pone – sia pur con toni più tranquilli - il libro “Separati in patria”col quale Giovanni Floris spiega perchè l’Italia sia nei fatti sempre più divisa e si sforza di dimostrare perchè converrebbe che restasse unita. La prima parte gli viene bene (è un facile esercizio) ma fallisce nella seconda, non riuscendo a impedire l’evidenza di una unità che conviene solo a chi ne trae vantaggi. Che non sono tanto le regioni meridionali, che pure ricevono un sacco di soldi, ma quelli che vivono di Italia, la casta bipartisan che si arricchisce sul trasferimento delle risorse rapinate in Padania e sprecate nel Sud.
Per sostenere la sua tesi, Floris si arrampica ingegnosamente sugli specchi, dispensa con eleganza omissioni, inesattezze e qualche piccola-grande menzogna a fin di bene patriottico.
Il libro è un disinvolto volteggiare fra citazioni, inserti da libro Cuore, e cifre. Ascende a vette dannunziane quando parla di Milite Ignoto, evoca suggestioni guareschiane quando – come Peppone e compagni – si intenerisce all’Inno del Piave. Pasticcia con le statistiche, solleva nuvole di meridionalismo d’antan alla Nitti (i costi dell’unità fatti pagare al Sud), spara a mitraglia contro le Regioni a statuto speciale (solo quelle alpine, naturalmente) barando sui dati dei residui fiscali (esalta le pagliuzze di valdostani e tirolesi, glissando sulle travi di otto regioni meridionali: un rapporto di 1 a 25).
Ci mette anche qualche aulica terronata, come i sudtirolesi chiamati “italiani tedescofoni di Bolzano”, il numero di suicidi più alto in Padania (ma non si usava lo stesso argomento per sminuire la qualità di vita degli scandinavi?), o l’isolamento geografico del Sud: roba che la Nuova Zelanda dovrebbe essere un tafanario.
Finisce proclamandosi fiero di essere italiano (che, detto da un sardo, è ancor più inquietante) e con un tranchant: “Bisogna ammettere innanzitutto a se stessi che nell’unità della propria nazione bisogna crederci, e basta”. Eia eia alala!
Da uno come Floris ci si aspetterebbe di meglio di una antologia di luogocomunismo: se questi sono gli argomenti dei migliori difensori dell’unità, la secessione è fatta.
Gilberto Oneto
Libero, 11 luglio 2009
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