Addio, vecchia Italia borghese!
La Destra di Leo Longanesi tra giornalismo e politica
di Florian
Era quella borghesia che veste i suoi figlioli da lancieri o da guardie nazionali, che va, la domenica, in una casa di campagna di sua proprietà, che cerca in ogni modo di avere un fare distinto, e che sogna di onori municipali; quella borghesia gelosa di tutto e nondimeno buona, servizievole, devota, sensibile, pietosa, che sottoscrive per i figli del generale Foy, per i greci, le cui piraterie le sono ignote, che è vittima delle proprie virtù, e derisa per i suoi difetti da una società che val meno di lei, poiché essa ha cuore precisamente perché ignora la convenienza; quella virtuosa borghesia che educa fanciulle candide, assuefatte al lavoro, piene di qualità che poi vengono diminuite dal contatto delle classi superiori … - Honoré de Balzac
Dal 1950 e per quasi tutto il decennio, Il Borghese di Longanesi si incaricò di guardare, con spirito sarcastico e occhio irriducibilmente conservatore, alle vicende dell’Italia democratica e antifascista, in cui a prevalere erano le culture politiche comunista e democristiana. Ad animare la rivista era un intellettuale poliedrico, capace di esprimere il proprio talento come grafico, pittore, letterato, umorista, editore.
Leo Longanesi nacque a Bagnacavallo nel 1905. A ventidue anni aveva già fondato L’Italiano, considerato «il più bel foglio della rivoluzione fascista». La rivista, che spaziava dalla letteratura alla politica, dall’arte al cinema, ospitava scritti di Ungaretti, Rosai, Carrà, Bartoli e Agnoletti. Nel 1936 Longanesi mise poi mano ad un progetto editoriale d’avanguardia, Omnibus, che fu il primo rotocalco italiano a fare uso della fotografia. Il settimanale, a cui collaborarono firme prestigiose come Missiroli, Benedetti, Pannunzio, Moravia, Malaparte, Montale, Brancati, Vittorini, Montanelli, esercitò una bonaria fronda nei confronti del regime. E per la sua irriverenza, nonostante Longanesi si dichiarasse un mussoliniano fervente, nel ‘39 venne, da questo, soppresso. Nel 1946, in un clima completamente diverso, Longanesi fondò l’omonima casa editrice. Quattro anni più tardi, infine, creò la sua terza ed ultima rivista, Il Borghese, di taglio letterario-politico, valendosi della collaborazione di varie figure non conformiste quali Prezzolini, Ansaldo, Compagnone, Furst, Montanelli.
Il primo numero de Il Borghese uscì il 15 marzo del 1950, segnalandosi per il tono assai elegante e l’intransigenza artigiana che lo contraddistinguevano. L’impostazione grafica della rivista, i titoli, le copertine e persino la pubblicità erano quasi sempre opera del fondatore. Lo spirito era controcorrente a cominciare dalla testata, che apparì subito avulsa da una società nel suo complesso avversa ai valori e alle istanze borghesi.
Il Borghese e la Destra
Tutto, in Italia, procede nel peggiore dei modi, a giudizio del piccolo borghese, ma egli crede di potervi porre rimedio; è certo di riuscirvi spendendo di meno, lavorando di più e meglio. Le riforme le compirà lui, di persona, a sue spese, con la sua fatica. Egli crede in sé, crede in ciò che ha appreso a scuola; egli disprezza ricconi e straccioni, lavori vili e “carrozzoni”; ha un concetto ancora nobile del lavoro e del denaro; conserva il disprezzo cristiano del lusso e dell’usura; ha coscienza dei suoi limiti e rispetto delle miserie umane. La storia non è trascorsa invano: qualcosa hanno lasciato in lui le rivoluzioni e le guerre, le idee e i miti. La sua cultura è generica, ma egli vi crede: Garibaldi, Mazzini, Giolitti, la patria, l’umanità: tutti questi echi risuonano al suo orecchio e alimentano il suo ideale. E possedere un ideale è la sua vera ricchezza, il suo vanto, il suo segno di distinzione. - Leo Longanesi
Quella borghesia, di cui Longanesi decantava le virtù, si identificava principalmente con un’etica della responsabilità. La borghesia in quanto classe sociale, al contrario, gli appariva rozza e corrotta dalla società dei consumi, oltre che succube delle mode culturali di sinistra. I borghesi contemporanei, contro cui si lanciavano gli strali longanesiani, erano i liberal-radicali de Il Mondo, di Marco Pannunzio. Se questi ultimi guardavano politicamente a sinistra, il Borghese longanesiano si orientava schiettamente a destra, verso un’area rimasta priva di riferimenti, dopo che il “qualunquismo” di Guglielmo Giannini aveva perso la sua spinta propulsiva, ma che manteneva ancora vivo il sentimento nazionale e insieme il ricordo dell’Italia liberale prefascista.
La nuova rivista si rivolse dal principio a quella zona “grigia” di italiani, schiacciati tra antifascismo e neofascismo, e che si consideravano piuttosto “anti antifascisti”. Una destra piccolo-borghese, ostile verso ogni pensiero progressista, che non si identificava nella Resistenza e che guardava al passato regime con benevolo distacco. Riferimento polemico, oltre le sinistre, fu lo stesso potere democristiano, di cui si sottolineavano con decisione ambiguità e cedimenti. Questo non impedì, tuttavia, al Borghese di mantenere un costante e velato sostegno elettorale alla DC in chiave anticomunista. Sintomatica in tal senso una copertina del 1951 che vedeva un uomo sussurrare all’orecchio della propria moglie: “Vota per la Democrazia Cristiana, ma non dirlo ai vicini”. Un atteggiamento a metà strada tra la necessità e la vergogna, che sarà riproposto, ancora vent’anni dopo, da Indro Montanelli, quando, al lettore del Giornale, consiglierà di votare per lo scudo crociato “turandosi il naso”.
Come il celebre Indro, anche Longanesi si sentiva erede della Destra storica. E, per quanto non ostacolasse la fede individuale e il diritto al culto religioso, era piuttosto incline all’anticlericalismo, opponendosi a quelle che riteneva essere delle inaccettabili ingerenze, da parte della Curia romana, nella vita politica italiana. Stigmatizzando l’appoggio che questa otteneva dalla DC, ma anche il tentativo di imporre la morale cattolica ai comportamenti pubblici e privati degli italiani. A queste distanze e prese di posizione, la stampa cattolica reagì accusando Il Borghese di essere, al pari del Mondo e della cultura marxista, parte di uno schieramento solo teoricamente laico, ma in sostanza irreligioso e materialista.
Nei confronti dei reduci di Salò, invece, Longanesi non apprezzava tanto le idee politiche, che considerava “romantiche” e “sinistreggianti”, quanto l’aver combattuto dalla parte dei vinti e di non essersene, in seguito, vergognati. Del fascismo restava in lui soltanto il ricordo di Mussolini. Nonostante ciò, sulla rivista accolse un folto numero di collaboratori che avevano militato nella RSI, da Mario Tedeschi, che rileverà il Borghese alla morte del fondatore, a Piero Buscaroli, da Edgardo Beltrametti ad Alberto Giovannini, e persino Eugenio Dollmann, che era stato il luogotenente di Himmler in Italia.
Politicamente, il Borghese intendeva rappresentare una destra cattolica ma non clericale, conservatrice ma non reazionaria, una destra “che assomiglia un po’ a quella dell’Action Francaise, più scettica e intonata alla situazione italiana. Una destra (…) accorta, che tiene conto delle esperienze naziste e fasciste, un po’ bonapartista, con l’inconveniente che il nostro Bonaparte si chiama Mussolini”.
I circoli del Borghese
Tutto procede nel modo più tranquillo e la tranquillità è il massimo scopo di ognuno, e ognuno è ben lieto di essere servo, pur di rimanere tranquillo: la morale non interessa più, la morale è un lusso; le idee, i miti, la fede che animano la morale non interessano più; sono vizi di un tempo meno felice, vizi che occorre perdere. Ora c’è una nuova tecnica della felicità; c’è un nuovo modo di vivere: ripudiare quel che non lascia tranquilli; ora c’è un meccanismo della felicità che ripudia ogni morale; c’è una pratica, una povera filosofia della pratica che distrugge ogni passione, ogni sentimento, ogni mito. Ed è il meccanismo del benessere, il frutto del socialismo e del capitalismo associati, demagogia del braccio e dei quattrini. Tutto quel che si fa oggi ha uno scopo breve, una mira corta; “tutto per bocca”, materia vile di transito. - Leo Longanesi
Il Borghese di Longanesi fu più di una rivista politico-letteraria. Fu anche un fenomeno di costume sociale. Nell’Italia ancorata ai valori della Resistenza e dell’antifascismo, Longanesi sentì l’esigenza di “conciliare le masse con lo Stato, trasformare la democrazia, proseguire il Risorgimento”, ovvero di riattualizzare l’antico programma della Destra storica. Nacquero a tal scopo i "Circoli del Borghese", un’iniziativa speculare a quella che si preparava nella sinistra liberale con gli “Amici del Mondo” di Pannunzio.
Sul Borghese, attraverso soprattutto la penna di Montanelli, si idealizzò un “certo” esemplare di borghese a cui far riferimento: conservatore, religioso, di buona educazione, capace di distinguersi per le sue maniere raffinate e l’irreprensibile moralità, tuttavia non necessariamente ricco e benestante. E per un borghese suddetto si cercò di delineare i tratti di una “destra”, anch’essa ideale, che fungesse come alternativa alla DC. Tale destra era “conservatrice sul piano morale e del costume”, ma sul piano economico si diceva liberista e antistatalista, ovvero “molto più a sinistra dei compagni rosa e di quelli rossi”. Il “sinistrismo economico” del Borghese, riscopriva infatti un’antica radice, individualista e anarchica, risalente all’Ottocento. Sul giornale vennero così rievocate, e con gusto, le gesta del movimento anarchico ottocentesco, moralmente intransigente e contrario a bassi compromessi politici. Un anarchismo “bonario” e “umanitario”, che veniva contrapposto al marxismo delle sinistre dell’epoca, denunciate come “servili”, “faziose” e “violente”. Nel complesso, veniva esaltato un tipo umano che era un po’ conservatore e un po’ anarchico, ovvero un “anarchico di destra”, esponente di una minoranza che, al fondo, si sentiva, diversamente ma egualmente ai neofascisti, “esule in patria”.
A questi borghesi “immaginari”, che iniziarono ad unirsi in Circoli attorno alla rivista, Longanesi propose la lettura del saggio di Ernest Renan, Che cos’è una nazione?, dove si sosteneva un patriottismo che ai miti della razza, della lingua e della religione, opponeva un mix di solidarismo, senso del passato, e desiderio di continuare nel presente una vita comune. I Circoli del Borghese nacquero formalmente l’11 giugno 1955 riconoscendosi in una “Lega Fratelli d’Italia” che si richiamava espressamente alla tradizione risorgimentale e “pertanto si oppone alla Democrazia Cristiana, che ha corrotto il costume della nazione, ed ha tradito la fiducia degli elettori e dei cattolici convinti di trovare in essa la difesa del paese contro il comunismo”. Tuttavia l’esperienza non sortì i risultati sperati ed ebbe vita breve. Uno sconsolato Montanelli descrisse così il fallimento dell’iniziativa: “Abbiamo cercato una destra in cui arruolarci, ma non abbiamo trovato che dei faccendieri (…), delle brave vecchie signore piene di blasoni e di ricordi indaffarate a ricamare bandiere con lo scudo per mandarle al re in esilio e alcuni forsennati che vorrebbero mettersi a saltare ore, a cinquanta o sessant’anni, quelle siepi di baionette su cui impararono quando ne avevano venti o trenta”.
L’Ottocento delle “vecchie zie”
Tutti abbiamo almeno una zia che non va al cinematografo e che conosce dieci modi di cucinare il lesso rimasto a colazione; una zia che, passata fra due guerre, conserva intatta la sua fede nella avarizia; la quale avarizia, ormai, è soltanto un segno di decoro, un atto di fede, un principio morale, una norma pedagogica. Essa sa che i santi in cui ancora crede non fanno più miracoli; tuttavia non ha fiducia nei nuovi. Sospettosa, essa osserva la prosperità dei borghesi con occhio diffidente, in attesa del peggio. E il peggio verrà, è alle porte, è questione di tempo: i vecchi santi torneranno a far miracoli. Erano, sono e ancora saranno, queste nostre zie, fusti di quercia, dalle radici ben solide, ben piantate, ben radicate nelle vecchie case, (…) le ultime fortezze del decoro nazionale. – Leo Longanesi
Nelle intenzioni di Longanesi, Il Borghese doveva educare i borghesi "stanchi" a riprendere quella coscienza di sé che aveva animato i loro avi ottocenteschi. Per Longanesi, l'Ottocento rappresentò il "Paradiso Perduto", quell’universo che Raffaele Liucci, nel suo bel saggio sul Borghese longanesiano, raffigura “abitato da padri severi, mogli virtuose, vecchie zie zitelle e vergini, austeri capitani d'industria ornati di cilindro, vecchi anarchici pacifisti e socialisti gentiluomini”. Secondo Liucci, “il recupero di questo mondo incontaminato, aconflittuale e atemporale, depositario di un astratto ordine civile privo di un riscontro socio-economico, diventava, così, funzionale soprattutto al suo ostentato biasimo della volgarità del "mondo moderno" e della società di massa.” (1)
Lo stesso Montanelli, autore negli anni ottanta, con Marcello Staglieno, di una appassionata biografia di Longanesi (2), sottolineò come questo Ottocento non fosse mai realmente esistito, ma rappresentasse un'Arcadia e, al fondo, Longanesi stesso. Nel panorama culturale degli anni Cinquanta, però, quell’ideale, così astratto e lontano, mirò ad educare e nello stesso tempo ad esaltare "un'Italietta stretta intorno al suo re lontano e al suo papa vicino, fatta di fidanzati innamorati ma rispettosi, di spose felici, di bimbi paffuti, di torte con candeline, di corredi all'antica e di cerimonie nuziali" (3). Il Borghese fece così da raccordo tra un’elite di fini intellettuali conservatori e “il livello, elementare e propagandistico, di approccio alla politica da parte della "gente comune", del quale approccio, tuttavia, operava una legittimazione (ed elevazione) culturale, rielaborandone in maniera indubbiamente sapiente e originale il fondo qualunquistico”. (4)
Si è detto che il Borghese si fece promotore di battaglie impolitiche ed estetiche di taglio fortemente “retrogrado”, denunciando l'americanizzazione e la massificazione tecnologica, opponendo alla Tv di “Lascia e raddoppia” i costumi dei vecchi galantuomini. Era una battaglia persa in partenza, che accomunò per alcuni anni uomini di lettere, avvocati, militari, ma anche esponenti del popolo minuto. Gente soprattutto del Sud, della Napoli monarchica di Ansaldo, che riportò il Mattino ai fasti di Scarfoglio, e che illuse quanti speravano in un polo culturale alternativo alla Milano dell’antifascismo, del radicalismo e del modernismo.
Operando un mix di diverse culture politiche conservatrici, dal liberalismo risorgimentale al neofascismo, dallo scetticismo prezzoliniano ai residui di un pensiero reazionario ed antimoderno, il Borghese di Longanesi agì per rifondare da destra la democrazia italiana, ai danni di una Dc che di destra non era e non intendeva essere, pur assorbendone in gran parte i voti. Se questo tentativo fallì, laddove il partito cattolico riuscì invece ad affermarsi, diventando il “partito italiano” per antonomasia, ciò lo si deve ascrivere all’incapacità di quella destra “di rappresentare in modo costruttivo e non solo distruttivo le istanze moderate e conservatrici della società civile” (5).
Emblema di questo ripiegamento nostalgico furono le “vecchie zie”, ultimi baluardi del mondo che fu, alle quali Longanesi rivolse un affettuoso e al tempo stesso ironico e scettico appello, a favore di un impossibile ritorno agli antichi costumi. Scrisse Longanesi:
“Erano, sono e ancora saranno, queste nostre zie, le custodi dell’ordine classico, nutrito da un’ironia un po’ laica, che non tollera il patetico cristiano e il patetico socialista, di un ordine classico, sorretto dalla scarsa fiducia nel progresso e nella bontà degli uomini e che non invita a colazione Rousseau. Erano, sono e saranno ancora, queste nostre zie, tutte maestre, o tutte col diploma magistrale, decise insegnanti della derisa morale piccolo-borghese: tutte fedeli gendarmi dello stato a cui affidavano e affidano la difesa dei libretti di risparmio. Non erano, non sono, non saranno i Cadorna, i Badoglio, i Marras i capi dell’esercito italiano; sono le zie, sono le maestre che formano le fanterie e le artiglierie, che insegnano a non fuggire, a morire. Non erano, non sono, non saranno i Giolitti, i Mussolini, i De Gasperi a tener saldo lo stato: sono le zie, sono le maestre: esse solo insegnarono, insegnano e insegneranno a non rubare, a non “fregare”, a far pulito. E se il comunismo ha o avrà dei capi decenti, dei Togliatti o dei Terracini, anch’essi sono o saranno cresciuti all’ombra delle zie, e le tradiranno col nodo alla gola.”
Destino volle, però, che le “vecchie zie” chiamate in causa da Longanesi non dovessero rispondere alla chiamata. Scomparirono piuttosto in silenzio dalla scena, al pari di Wanda, la maitresse a cui Montanelli rivolse un nostalgico e aristocratico addio, in seguito all’avvento della legge Merlin. Più che la fine di un'era si materializzava ormai la fine di un sogno. Il Re, la Patria, la Belle Epoque, la bellezza di un mondo scritto a caratteri "Bodoni" si eclissavano dinanzi all’incedere della giovane ed egualitaria “società del benessere”. Longanesi non farà in tempo a vedere sorgere, dai quei vari fuocherelli, l’incendio del ’68. Se ne andò all’improvviso, ancora giovane, il 27 settembre 1957. “Amò il vecchio desiderando il nuovo; predilesse l’Ottocento sognando un Novecento degno del suo gusto scaltro”, fu scritto in sua memoria. (6)
Note:
(1) Raffaele Liucci, L’Italia borghese di Longanesi, Marsilio 2002
(2) Indro Montanelli, Marcello Staglieno, Leo Longanesi, Rizzoli 1984
(3) N. Ajello, Il settimanale di attualità, in La stampa italiana del neocapitalismo, Roma-Bari 1976
(4) Raffaele Liucci, op. cit.
(5) Raffaele Liucci, op. cit.
(6) Enrico Falqui, Leo Longanesi. In morte




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