"Chi non fa inchiesta, non ha diritto di parola" Mao

Dietro la visita di Obama in Ghana

Manlio Dinucci

Terminato il G8 de L’Aquila col tema «Africa e sicurezza alimentare», il presidente Obama è partito per Accra, capitale del Ghana, dove ha pronunciato un discorso basato sul concetto che gli africani sono responsabili per l’Africa e vanno aiutati a sviluppare le proprie capacità economiche assicurando la democrazia. Non è arrivato a mani vuote: è stato lui, dicono alla Casa Bianca, a convincere il G8 a destinare 20 miliardi di dollari, distribuiti in tre anni, per la «sicurezza alimentare» nel mondo. I «Grandi della Terra» e gli aspiranti tali si presentano così come benefattori, promettendo di destinare alla lotta contro la fame, in un anno, quanto spendono in armi ed eserciti in due giorni. I paesi del G8 allargato totalizzano infatti oltre l’80 per cento della spesa militare mondiale, che ha superato i 1500 miliardi di dollari annui, di cui quasi la metà è costituita dalla spesa Usa.

Non c’è quindi da stupirsi se, anche in Africa, gli Stati uniti basano la loro politica sullo strumento militare. L’amministrazione Bush ha creato un comando specifico per il continente, il Comando Africa (AfriCom), che ha in Italia due sottocomandi: lo U.S. Army Africa, il cui quartier generale è alla Caserma Ederle di Vicenza, e il comando delle forze navali AfriCom, situato a Napoli. Il quartier generale di Vicenza opera nel continente africano con «piccoli gruppi», ma è pronto a operazioni di «risposta alle crisi» con la 173a brigata aviotrasportata. Il comando di Napoli si occupa delle operazioni navali: tra queste l’«Africa Partnership Station», consistente nella dislocazione di navi da guerra lungo le coste dell’Africa occidentale, con a bordo personale anche di altri paesi, compresi ufficiali italiani e francesi. Attraverso programmi di addestramento ed esercitazioni, l’AfriCom fa leva sulle élite militari per portare il maggior numero di paesi africani nella sfera d’influenza statunitense.

Importante, in tale quadro, è il ruolo del Ghana. I suoi ufficiali si sono formati nel Centro di studi strategici per l’Africa, istituito dal Pentagono, e in vari programmi dello U.S. Army, in particolare l’Acota, attraverso cui sono stati addestrati 50mila soldati e istruttori africani. L’esercito e la marina Usa hanno avuto anche accesso alle basi militari e ai porti del paese. Il Ghana contribuisce così alla «sicurezza» del Golfo di Guinea, da cui proviene una parte crescente del petrolio importato dagli Usa (il 15%, che dovrebbe salire al 25% nel 2015). Allo stesso tempo, le forze armate del Ghana vengono usate per operazioni di «peacekeeping» non solo nel Darfur, in Congo e altri paesi africani, ma anche in Libano, Kosovo e perfino in Georgia. E’ cresciuta di pari passo la presenza economica Usa in Ghana, dove però è forte la concorrenza cinese. Come documenta il Dipartimento di stato, la scoperta di grosse riserve petrolifere nei fondali ha attratto in Ghana molte compagnie Usa, mentre altre operano nei settori minerario e agricolo. Il paese è ricco di oro, diamanti, bauxite, manganese, di cui è uno dei maggiori esportatori. E’ anche uno dei principali esportatori di cacao, prodotto da un milione e mezzo di piccole e medie aziende agricole. L’agricoltura non assicura però l’autosufficienza alimentare. E poiché lo sfruttamento delle ricche risorse del paese è controllato dalle multinazionali, la bilancia commerciale del Ghana è in forte perdita. Non ha detto Obama, nel suo discorso, come potrebbe essere riequilibrata.

(il manifesto, 11 luglio)

V.C.U.