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Discussione: Lo stregone di Assisi

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    Arrow Lo stregone di Assisi

    Quello che la Chiesa non dice sul conto di San Francesco

    Un libro rivelatore a cura di
    ANDREA ARMATI

    Sicuramente è il santo più popolare della tradizione cristiana.
    I suoi eremi da secoli sono meta di una devozione che non ha paragoni nella storia della fede; in ogni angolo del globo a lui sono state intitolate decine di chiese e monumenti, perfino una metropoli negli States porta con orgoglio il suo nome.
    Di fronte a questo successo, alimentato per secoli dalla devozione di milioni di fedeli, una domanda viene spontanea: ma come fece un mercante di nome Francesco di Bernardone, nato in una modesta città dell’Umbria alla fine del 1100, a creare così tanto entusiasmo intorno a sé al punto da raggiungere nel giro di appena dieci anni l’immortalità?

    Che ci sia puzza di bruciato, certo, non ci vuole molto a capirlo; specie se, come è capitato anche al sottoscritto, si fanno dei sopralluoghi negli eremi francescani, e si scopre con stupore che in questi santuari di cristiano c’è poco o nulla.
    Passeggiando per questi luoghi, arroccati sulle rupi dei monti, si scopre invece che i cosiddetti eremi francescani pullulano di tantissimi alberi sacri. A Rivodutri c’è un Faggio secolare, meta di molti pellegrinaggi come fosse una reliquia; a Verucchio, in provincia di Rimini, un Cipresso; allo Speco di Narni, vicino Terni, i cristiani più devoti venerano ancora oggi un castagno, che secondo la leggenda sarebbe nato magicamente dal bastone piantato in terra da Francesco.

    Può sembrare assurdo, ma del Poverello di Assisi che incitava i penitenti alla rinuncia degli averi e alla penitenza, in questi eremi non c’è alcuna traccia.

    Non solo. La tradizione orale, infatti, è così forte e radicata qui tra i boschi, nelle prime roccaforti della fede francescana, che ci ha tramandato un gran numero di aneddoti sui prodigi compiuti dal santo, aneddoti che altrimenti sarebbero andati persi del tutto. E la cosa che stupisce di più è che questi racconti, anche a chilometri e chilometri di distanza tra un eremo e l’altro, coincidono. Parlano sempre degli stessi prodigi, raccontano di alberi cresciuti per magia, sotto cui Francesco si sarebbe ritirato a pregare, e di decine di uccelli, che sarebbero accorsi sui loro rami per ascoltare la predica del santo.

    La Predica agli uccelli, appunto. Si tratta di uno dei miracoli più enigmatici tramandati dalla tradizione sul conto di San Francesco; un episodio su cui gli storici di tutte le epoche si sono arrovellati a lungo, senza trovare una risposta credibile. Che Francesco parlasse agli animali non stupisce, è un classico delle agiografie medioevali; ma perché si intratteneva proprio con gli uccelli? E soprattutto, che senso poteva avere predicare agli uccelli il Vangelo? Molti studiosi, oggi, sono propensi a ritenere questo prodigio un racconto frutto della fantasia popolare; altri storici, come Chiara Frugoni, credono invece che questo portento sia solo un’allegoria del popolo che ascolta in preghiera le esortazioni del santo.

    Ma allora perché questo episodio è stato dipinto per così tanto tempo sulle pareti delle chiese, tanto da diventare insieme alle stimmate il segno più tangibile della grandezza di San Francesco?

    Le domande non finiscono qui. Come è possibile, infatti, che Francesco sia stato il primo santo ad avere le stimmate, cioè le piaghe dei chiodi di Gesù Crocifisso, dopo più di undici secoli di storia cristiana in cui, a santi ben più importanti di lui, non era mai stato concesso questo privilegio? Ma soprattutto, come è possibile che appena 100 anni dopo la morte di Francesco, in tutta Europa, si segnalino una trentina di uomini stimmatizzati? Forse i cristiani vissuti nel Duecento erano più pii e devoti dei loro predecessori?

    In realtà non bisogna meravigliarsi più di tanto se solo un numero ristretto di studiosi è a conoscenza di questi dati, né ci si deve stupire se molti accettano la figura di Francesco senza nutrire alcun sospetto sulla sua vera identità. In realtà ben poche persone, di quelle che ancora oggi reputano Francesco il santo per eccellenza, hanno letto con scrupolo le Fonti. E ancora meno persone si sono chieste per quale motivo nel famoso presepe allestito da Francesco a Greccio, in una caverna distante chilometri dal centro abitato, non solo secondo le fonti non c’era traccia della Sacra Famiglia, cioè di Maria e Giuseppe, ma nella mangiatoia allestita sull’altare mancava addirittura il Gesù bambino.

    C’è una risposta plausibile a tutte queste stranezze? Questi episodi così bizzarri sono destinati a rimanere inspiegabili oppure la soluzione è molto più vicina a noi di ciò che sembra? Spesso, si sa, le prove per rispondere ai molti misteri di cui è lastricata la storia sono alla portata di tutti, ma a una condizione: cambiare prospettiva, guardare fatti e persone con un occhio diverso da quello dell’opinione comune.
    Se lo facessimo; se cioè, per analizzare la storia del santo più grande del MedioEvo, cominciassimo la nostra indagine non dalle opere di bene ma dai reati, studiando le carte giudiziarie che all’epoca punivano indovini e ciarlatani, stregoni e aspiranti santi, allora scopriremmo cose impensabili su Francesco e sulla Chiesa. Che cioè la prima crociata del nostro MedioEvo non fu indirizzata contro gli arabi o gli eretici, ma contro gli adoratori degli alberi sacri. Scopriremmo anche che parlare agli uccelli era per i preti che vivevano agli inizi del Duecento il più frequente reato di stregoneria di cui si poteva essere accusati. Scopriremmo soprattutto che quella notte di Natale del 1223 i fedeli, che seguirono la messa di Francesco in una piccola grotta persa nel bosco, non ci andarono affatto per adorare Gesù.

    È la storia che ho cercato di ricostruire nel mio libro, confrontando i racconti agiografici con le sentenze di giustizia emanate dalla Chiesa dell’epoca; è una storia torbida che parla di politica e giochi di potere. È la storia intorno a cui si è costruita la strategia del consenso in un’epoca, il MedioEvo, che malgrado noi lo rinneghiamo, pesa ancora oggi sulle nostre spalle con i suoi miti e le sue mistificazioni.
    È la storia magica di San Francesco, che attraverso l’uso della stregoneria costruì intorno a sé una fama destinata a renderlo immortale.


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  2. #2
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    La storia non scritta della Verna

    A cura di

    Andrea ARMATI

    (Febbraio 2009)

    Nell’immaginario cattolico esistono dei luoghi intoccabili. Si tratta di veri e propri feudi della cristianità in cui solo pochi pellegrini ispirati dal Vangelo possono avventurarsi e coglierne il mistero profondo.
    Guai a mettere in discussione le origini cristiane di questi santuari; guai a insinuare che detti luoghi non erano delle terre di nessuno prima che il Cristianesimo le lambisse.
    Guai, soprattutto, a farsi venire in mente strane idee di sacerdoti druidi e riti pagani; come minimo, vi taccerebbero di ateismo e insinuerebbero che i vostri siano pensieri di stampo satanico.
    Ma noi, che magari non siamo tutti credenti, ma soprattutto, noi che siamo stufi di essere definiti tout cour adepti del demonio, ci turiamo le orecchie e andiamo avanti per la nostra strada.
    ...dicevo, esistono nel mondo cattolico dei santuari intoccabili.
    Ebbene, La Verna è sicuramente uno di questi. I più la conoscono come il monte prediletto da Francesco; la vetta disabitata, immersa nella contemplazione e nel silenzio, su cui il santo di Assisi prese le stimmate dopo essersi ritirato in meditazione.
    Diciamolo subito; a noi, che abbiamo indagato a fondo i retroscena stregoneschi della vita di Francesco, la strana storia de La Verna non ci convince del tutto. Tante domande ci vengono in mente, ma la prima e la più forte a cui sentiamo di dover dare subito una risposta è la seguente: perché Francesco scelse proprio questo luogo per compiere un rito destinato a consegnarlo alla storia della fede? Cos’aveva di così speciale il monte de La Verna tanto da essere preferito ai rilievi dell’Umbria e del Reatino, in cui invece il frate era solito sostare?
    Quello che stiamo per intraprendere è un viaggio nelle fonti, ma anche nella memoria orale dei popoli che abitavano quelle lande e che più di tutti, certo più degli agiografi e degli stessi frati, ci hanno trasmesso indizi succulenti per ricostruire con precisione l’altra storia magica de La Verna.

    Tutto comincia da un sospetto. Siamo intorno al maggio del 1213. Francesco è reduce dal successo di Narni dove ha fondato una serie di eremi tra cui il misterioso santuario rupestre di Vasciano, che esamineremo in un prossimo articolo.
    Cerca sostegni in giro per l’Umbria e dintorni per creare consenso intorno a sé e tornare di nuovo dal papa per farsi confermare con una Regola scritta la sua fraternitas. Giunto al castello di San Leo in Casentino in occasione dell’investitura di un nobile della famiglia Catani, Francesco spera di prendere accordi con qualche potente della zona. Un uomo, il conte Orlando di Chiusi, lo nota; sembra sia un pezzo grosso, nell’atto di donazione ufficiale de La Verna sancito tra i frati e i suoi discendenti il 9 luglio del 1274, ci viene descritto infatti come «uno dei più prodi tra i guerrieri dell’Imperatore». Colpito dal fervore della sua predica, il conte Orlando chiede all’aspirante santo di prendere possesso del monte adducendo motivi ‘serafici’.

    Onde, compiuta la predica, egli trasse santo Francesco da parte e dissegli [...] “Io ho in Toscana uno monte devotissimo il quale si chiama il monte della Vernia, lo quale è molto solitario e selvatico ed è troppo bene atto a chi volesse fare penitenza, in luogo rimosso dalla gente, o a chi desidera vita solitaria. S’egli ti piacesse, volentieri lo ti donerei a te e a’ tuoi compagni per salute dell’anima mia.[1]

    Francesco, naturalmente, non se lo fa ripetere due volte e accetta la proposta del conte di prendere in affitto quel cocuzzolo per i suoi ritiri spirituali. Ma il dettaglio più insolito, quello che alimenta i nostri sospetti, arriva poco dopo, quando Francesco manda al conte due suoi emissari per perlustrare il sito...

    E volendo egli mostrare loro [i due frati mandati da Francesco in ricognizione, n.d.a.] il monte della Vernia, sì mandò con loro bene da cinquanta uomini armati, acciò che li difendessimo dalle fiere selvatiche.[2]

    Detta così, la giustificazione addotta dall’agiografo dei Fioretti sembra più che scontata. È comprensibile che il conte facesse scortare degli ospiti che si stavano per inoltrare nel cuore della foresta da una milizia armata; ma in realtà, i 50 uomini di questa soldatesca fanno un certo effetto se si pensa che i frati erano già abituati a percorrere da soli decine di sentieri montani abitati da fere e lupi.
    I casi, quindi, sono due; o La Verna all’epoca era molto più selvatica e inospitale di tutti gli altri monti visitati fino ad allora dai frati (cosa, ovviamente, assai improbabile); oppure il bosco non era così solitario come vogliono farci intendere le fonti, ma nella selva si nascondevano indigeni e banditi che potevano mettere a repentaglio l’incolumità dei frati. Ma allora, perché spedire là Francesco?
    Per capirlo facciamo un sopralluogo alla Verna, il primo di una lunga serie... Il passo della Verna, che si trova in corrispondenza del monte vero e proprio, chiamato Penna, è un affastellato di rocce del Miocene ricoperte da una foresta lussureggiante fatta di querce e faggi secolari; i pellegrini che, al contrario di noi vili peccatori, scelgono di percorrere l’erta a piedi, vi arrivano attraverso due sentieri dai nomi agli antipodi, ma sorprendenti. Il primo sentiero è noto come Bosco del Beato Giovanni, e si riferisce all’episodio che vide protagonista l’eremita Giovanni della Verna, il quale un mattino del 1518 vide la Madonna appollaiata su un faggio mentre cullava il bambin Gesù (nell’immagine a destra la scena illustrata da Jacopo Ligozzi nel 1612). Così quel faggio divenne sacro –lo sapevamo!–, mentre nelle adiacenze fu costruita una cappella per celebrare il lieto evento.
    L’altro sentiero, che non vanta stranamente episodi rilevanti tramandati dalla tradizione francescana, è chiamato –e so quanto sia difficile crederci– il Bosco delle Fate [3]. Lo costellano alberi imponenti che troneggiano coi loro tronchi, testimoni di un passato che forse alla fine delle nostre ricerche riusciremo in parte a svelare.

    Ma torniamo alla domanda di partenza; infatti, è mai possibile che non si riesca a capire perché Francesco –mettendo da parte l’amenità del paesaggio– amasse così tanto La Verna?
    Di primo acchito, dare una risposta a questa domanda appare sempre più difficile; malgrado quello de La Verna sia un capitolo cruciale nell’esperienza umana di Francesco, al santuario sono dedicate nelle fonti appena una decina di pagine, anche a causa della distruzione delle agiografie francescane voluta dal Concilio di Pisa del 1263, che decretò la sparizione e l’insabbiamento di tutte le Vitae di Francesco diverse dalla Legenda Maior di Bonaventura[4], compresi quindi i racconti conservati negli eremi. I nostri dubbi, quindi, sembrano destinati a rimanere insoluti, quando ci viene incontro un libro...
    Si tratta di un volume rarissimo scritto da Padre Salvatore Vitale e stampato a Firenze nel 1628 dal titolo davvero invitante, Monte Serafico della Verna. È una sorta di guida turistico-agiografica in cui don Vitale raccolse, alla maniera degli eruditi del Seicento, racconti e testimonianze sparsi, anche di carattere leggendario, che nelle Vite ufficiali del santo non avevano trovato spazio o perché troppo assurdi o perché secondari e marginali rispetto all’esaltazione del poverello.
    Ma leggiamoci qualche estratto qua e là partendo dall’incipit, giusto per toglierci lo sfizio di sapere se davvero, sulle origini ignote de La Verna, i frati che ancora oggi custodiscono le chiavi del santuario raccontano per filo e per segno tutta la sua storia.

    Libro Primo: Della causa perché questo Sacro Monte fu chiamato Laverna.

    Questo sacro Monte per tradizione di memoria antichissima si sa, e per molti Autori, che fu nominato Laverna; per un tempio di Laverna Dea gentilica di ladroni quivi edificato, e frequentato da molti crassatori e ladri, che stavano dentro al folto bosco che lo veste; e spesse, profonde ed orrende caverne, e borroni, dove sicuri dimoravano per spogliare e predare li viandanti e passeggieri ch’andavano di Roma in Francia, ed altre provincie.
    E così fin’al tempo del glorioso Serafico Padre San Francesco stette ‘l Monte santo fatta spelonca di ladri, si come raccontano l’istorie; per li cui meriti fu da questo luogo scacciato l’empio e scellerato ladrone Laverno Satanasso, e suoi seguaci: ed all’hora perse ‘l vecchio, ed abominevol nome, cangiato in Vernia; per esser questo benedetto Monte una florida, fresca, ed odorifera primavera [...][5]
    Hai capito Francesco? I nostri sospetti iniziali trovano riscontro; non solo, infatti, La Verna era abitata all’arrivo dei frati, ma in corrispondenza dell’attuale santuario si trovava pure un tempio pagano dedicato a una dea romana la cui identità ufficiale non ci deve ingannare. In realtà, quelli dedicati alla dea dei briganti Laverna nel mondo antico erano dei culti della morte e dell’ombra molto importanti, che si svolgevano all’ombra dei boschi e delle foreste, quelle stesse foreste in cui spesso si nascondevano ladri e malfattori; motivo per cui, col tempo, le due cose vennero a coincidere e nella cultura popolare fino al Medioevo Laverna fu riconosciuta come protettrice dei ladri.
    Nadia Canu, ricercatrice dell’Università di Sassari, lo spiega bene nella sua tesi Il culto della dea Laverna che attualmente, per quanto opera ancora inedita, costituisce il maggior contributo in lingua italiana alla storiografia della misconosciuta dea romana.

    Evidente è quindi il passaggio da dea degli inferi e dell’oscurità a divinità dei malfattori, proprio per il fatto che costoro agivano con la protezione delle tenebre. Tale identificazione deve essere avvenuta in epoca piuttosto alta se tutta la tradizione letteraria omette la componente ctonia per concentrarsi in modo esclusivo sulla sua qualità di patrona dei ladri.[6]

    E in effetti, qualunque dizionario di mitologia si consulti sottolinea sempre questo secondo aspetto della dea, soprassedendo sulla natura più arcana del suo culto. Prendiamone uno a caso:

    Orazio parla di un imbroglione che a voce alta invoca Giano e Apollo e “muovendo appena le labbra mormora: ‘Laverna bella, fa che l’inganno riesca, fa che io sembri giusto e puro, stendi il buio sui miei peccati e una nube sulle mie frodi’ (Epist. I 16, 60-62) Laverna aveva un bosco sacro sulla via Salaria, dove i ladri si rifugiavano a dividere il bottino; gli antichi chiamavano laverniones i ladri[7].

    Ma sulla vera identità della dea Laverna aveva gettato un cono di luce già lo stesso don Vitale, che fu costretto a smorzare i toni su quel barbaro culto pagano frutto del demonio, per giustificare il repentino mutamento de Laverna da "covo di ladroni"[8] a santuario immacolato della fede...

    Ma io più credo quel che dice Acrone ed altri, cioè che Laverna fusse una Dea dei secreti, e che perciò erano chiamati li suoi cultori ladroni, per il gran silenzio con che faceano i loro negozi, con tanta segretezza come se fussero furti. [...]
    È dunque questo sacro luogo di secreti, ed arcani misteri di Dio, e per ciò gli sta bene il nome di Laverna. [...] Monte di ladri è sì perché i servi di Dio sono ladri nobilissimi, che rubbano ‘l Paradisio.[9]

    Ora a noi non interessa discutere il balzano accostamento di don Salvatore ladri-cristiani, anche se per una volta potrei essere in sintonia con un prete. A noi interessa sapere che La Verna prima della venuta di Francesco era abitata da devoti che si riconoscevano in un culto pagano poco raccomandabile.
    Questo, ovviamente, non significa che La Verna che vide Francesco non fosse infestata da ladri e malfattori, anzi. Una delle leggende più note tramandate dalla tradizione popolare racconta proprio la storia di una di queste bande capitanata da un certo Lupo il quale, dopo essersi imbattuto nel piccolo santo, si convertì alla luce del Vangelo entrando nella fraternitas e mutando il proprio nome in frate Agnello.

    Naturale che venga qualche sospetto sulla vera identità di questo Lupo, specie se pensiamo che la dimora del detto criminale, identificata ancora oggi come Sasso di fra Lupo, si trova curiosamente proprio ai margini del Bosco delle Fate (a sinistra, immagine del Sasso tratta sempre dalle illustrazioni del Ligozzi). Detto questo, la descrizione che di questo covo di balordi assatanati fa don Vitale è talmente ricca di dettagli pittoreschi e avvincenti, che sarebbe un vero peccato perdersene anche una sola riga.
    Era questo ladrone capo d’una compagnia di ladri famosi banditi, che abitavano in questo aspro e quasi inaccessibile monte. Schiavone, bandito di là da quei confini, huomo diabolico, infernale, bevisangue di Cristiani; quale, scorrendo queste parti, predando ammazzando e rubando i Mercanti e i passeggeri […] Con la sua schiera d’assassini sen uscia da questo Monte, senza poterli resistere nessun Conte del Casentino e veniva alla strada che va alla volta della Marca d’Ancona e passa qui per la selva e predava e rubava mercanti e qualunque persona che ne sperasse guadagno, o facendoli prigioni menandoli su per la più profonda valle del Monte e labbro di quello, dove si vede un sasso terribile e orribile in modo di torre, spiccato dal Monte, fatto quasi a diamante e nella cima piano e altissimo che mi fece stupire quando lo guardai. Giusto a questo sasso il truculento Lupo, con legni congegnati a modo di ponte, dal labbro del Monte mandava al predetto sasso i prigioni, e levato il ponte poneva loro la taglia se volevano uscire[10].
    Dopo questo tourbillon di notizie, ricapitoliamo un attimo.
    Alla Verna, fin dal mondo antico, era sopravvissuto dalle nebbie dell’Alto Medioevo un importante santuario dedicato appunto alla dea Laverna. Protettrice dei ladri, certo; ma anche, a quanto pare, custode degli Inferi. Già perché, che fine ha fatto la regina dell’Oltretomba di cui abbiamo parlato poco fa? È sopravvissuta in appena due frammenti di autori latini minori del Tardo Impero, che ce ne parlano come se ancora il suo culto fosse molto forte e radicato, ma non proprio riferito a ladri e malfattori...
    Agli inferi sacrifichiamo con la coppa nella mano sinistra. Le cose che vedi a sinistra sono di Laverna, quelle che vedi a destra sono di Pallade.[1]
    Quello che abbiamo appena citato è un frammento tratto da Settimio Sereno, intellettuale del II secolo d.C. che faceva parte della corte dell’imperatore Settimio Severo, a cui sembra egli debba il suo nome.
    Sereno accenna a un rituale –che vedeva protagoniste Laverna da una parte, e la dea della luce Pallade dall’altra– e associa la mano sinistra, come ci attesta anche una ricchissima tradizione antica, alle forze oscure e tenebrose dell’oltretomba. Ma se in questo caso ci troviamo ancora in ambito pagano, altro discorso si deve fare invece per Prudenzio, autore latino cristiano, che nel 382-384 d.C. scrisse un’invettiva contro Simmaco in una disputa sulla superiorità del suo credo cristiano rispetto alla superstiziosa religione dei pagani.
    Iside, Serapide, la Scimmia dalla grande coda e il Coccodrillo, sono la stessa cosa di Giunone, Laverna e Priapo: quelli tu, Nilo, fai venerare; questi tu, Tevere, adori. È la medesima superstizione, sebbene l’errore vesta colori differenti.[12]
    Ma qui il dettaglio più interessante non è tanto la disputa in sé, lo scontro di due anime del Senato romano che di lì a poco vedrà la capitolazione del paganesimo; la cosa davvero importante di questo passo è che il culto di Laverna viene associato esplicitamente a Serapide, divinità nata dal sincretismo religioso egizio in età ellenistica che presidiava al regno dei morti, e che per questo veniva accostata al Plutone romano.
    Laverna, quindi, doveva avere una natura molto più ipogeica e ctonia di quanto il nomignolo di patrona dei ladri, affibbiatole poi dalla tradizione, non lasci intendere. Qualcuno potrebbe storcere il naso e ammonirci che questo discorso sulle religioni antiche poco o nulla c’entra con Francesco. E infatti, se su quel cocuzzolo nemmeno gli agguerriti predicatori benedettini avevano osato avventurarsi, come fece Francesco a sradicare nel giro di una manciata di anni un culto così radicato?

    Studiando la storia delle chiese del santuario ci viene un sospetto... E se la prima chiesa edificata da Francesco nel 1216 a due passi dal dirupo, chiesa dedicata alla Vergine Maria (a sinistra), sia stata voluta proprio per occultare o sostituire il culto antichissimo della dea?
    Detta così sembra la mia poco più che una provocazione, ma andiamoci a leggere cosa scrive padre Vitale appena poche righe dopo aver narrato la storia pagana de La Verna...
    De’ ladroni se fu questo monte, ed a lor Dea in questo luogo, dove hor è l’ Tempio della Madonna, cioè la Chiesa piccola, era il suo Tempio.
    Tombola! Adesso abbiamo la certezza che non solo il copyright del santuario non apparteneva a Francesco, ma che addirittura lo stregone di Assisi operò una sostituzione in piena regola per assecondare le conversioni sul monte.
    E la dea romana, allora? Cosa c’entra con le stimmate? Calma un attimo, ci stiamo arrivando.
    La chiesa di Santa Maria degli Angeli, di cui oggi i pellegrini ammirano un ampliamento del XV secolo, non fu la prima costruzione eretta all’arrivo dei frati, ma il progetto si realizzò ‘solo’ nel 1216. Prima, cioè dal maggio del 1213, esistevano solo delle capanne di fango realizzate dai frati dopo che la soldatesca del conte Orlando provvide a disboscare il circondario[13]. Francesco dove stava esattamente? In un ricovero addossato al solito faggio secolare; ricovero al cui posto sarà eretta nel XIV secolo l’ennesima cappella votiva, dedicata anch’essa guarda caso a una divinità femminile del pantheon cristiano, e cioè a Santa Maria Maddalena. Ma non perdiamoci nei dettagli.
    Il ricovero primitivo di Francesco era posto proprio sul ciglio del dirupo, in modo da sovrastare l’antro del Sasso Spicco. «Sasso Spicco? E cosa sarebbe??» chiederà qualcuno. Semplice, il Sasso Spicco è un masso incastonato da tempi immemorabili tra due costoni di roccia che si aprivano sotto il livello del Tempio, nel ventre della montagna. Ma per una descrizione più dettagliata ci affidiamo a padre Antonio Tani, altro erudito sacerdote feretrano che in un opuscolo degli inizi del secolo scorso spiegava molto bene cosa il Sasso Spicco fosse...
    È un enorme masso, lungo 13 metri, largo 4, alto 2, un masso sporgente e isolato, di cui solo una punta s’interna nel terreno. Par che debba da un momento all’altro piombarvi addosso e schiacciarvi: non abbiate paura. Son già da secoli e secoli che si protende sul vuoto e non ha mai minacciato di cadere. Non vedete come sul suo dorso frondeggiano al vento giganteschi faggi? […] Qui veniva Francesco a pregare; poco lontano, dentro una grotta buia, su cui si accavallano grossi massi ferrigni, è il suo letto.
    Insomma, il Sasso Spicco (foto a sinistra) è un masso sospeso ancora oggi nel vuoto che doveva essere venerato fin dall’antichità, al pari della caverna che sembra presidiare. Gli antichi consideravano di certo quello straordinario fenomeno naturale un segno divino, se è vero che Francesco al momento di convertire il santuario pagano della dea Laverna, raccolto in preghiera sotto il Sasso Spicco, ebbe la visione di un angelo che gli raccontò come quelle spaccature nella roccia derivassero dalla lacerazione della terra avvenuta al momento della morte di Cristo sul Golgota[14].
    I devoti pagani della Verna probabilmente non la pensavano allo stesso modo; ma, tolti questi dettagli, è curioso vedere come anche la riscrittura in chiave cristiana de La Verna mantenga inalterato il binomio dio/morte. Di fatto il Sasso Spico continuò ad essere considerato, con il trucco agiografico dell’angelo, una porta degli Inferi, una traccia indelebile della morte divina.
    Ed è proprio in una apertura posta a pochi passi da qui che il devoto figlio della Provvidenza Francesco prese le stimmate e provò il supplizio della morte di Cristo, a dimostrazione che i misteri pagani dell’oltretomba si potevano tradurre in chiave cristiana, a patto che ci fosse uno stregone in grado di mediare tra le due sponde.
    Ma cadremmo in errore se pensassimo adesso che la conversione sulla cime de La Verna avvenne senza scossoni o rappresaglie da parte della fazione pagana. Estirpare il culto della dea non doveva essere facile nemmeno per chi, al contrario dei monaci benedettini, cercava di scendere a compromessi con il mondo pagano, evitando di ricorrere alle maniere forti. Ricostruire il reale andamento dei fatti naturalmente è impossibile, ma desta più di un sospetto l’episodio che vide opposto Francesco al diavolo nel punto del santuario noto ancora oggi come Precipizio del Diavolo (a destra ripreso dal basso). Il solito aneddoto dal sapore popolare, ripreso poi nel Seicento da don Vitale[15], narra che, mentre un giorno Francesco passeggiava in solitaria, il diavolo tentò di spingerlo giù dal dirupo.

    Il masso su cui precipitò il santo miracolosamente divenne cera e l’atterraggio di Francesco fu morbido e indolore. Questo racconto saporoso, che potrebbe anche destare ilarità, ha un fondo di verità se si pensa che nell’immaginario medievale, sia di estrazione popolaresca che clericale, il diavolo simboleggia proprio lo spauracchio pagano, come è comprovato anche da innumerevoli studiosi...
    Ogni cosa consacrata agli dei pagani può esserlo anche al Diavolo. Suoi luoghi di dimora erano considerati i templi pagani, per cui o li si abbatteva o li si riconsacrava come chiese. Alberi sorgenti montagne steccati grotte rovine pozzi boschetti corsi d’acqua e foreste erano anch’essi rifugi del Maligno. Dedicati ai vecchi dei per le loro qualità numinose, questi luoghi erano doppiamente temuti dai cristiani, perché numinosi e perché pagani. […] Qualunque oggetto di pietra grande e misterioso si pensava messo lì a terra, eretto o scoperto dal Maligno: da qui i fossi del Diavolo, i canali, i ponti e i burroni del Diavolo. […] L’uso di designare con il nome del Diavolo grandi formazioni naturali di roccia –fra tutti gli oggetti naturali i meno vivi– , particolarmente in zone remote e isolate, è durato fino al XX secolo nella Cucina del Diavolo, la Grotta del Diavolo, la Discesa del Diavolo, la Torre del Diavolo.[16]
    Quello che Francesco voleva fare sulla Verna, quindi, non era un prodigio come gli altri; non lo era perché il santuario che aveva scelto il nostro aspirante santo era già da secoli un centro di devozione fuori dal comune. Bastava ‘bonificarlo’ dagli influssi pagani, scremare quelle credenze vecchie e consolidate, e gli abitanti de La Verna avrebbero accettato di buon grado nell’antro della loro dea uno stregone che stava per scendere agli Inferi.
    Perché qui i casi sono due: o il santuario di Laverna, quando vi giunse il santo, era davvero disabitato e il fatto che il nostro stregone abbia preso qui le stimmate non sarebbe altro che una curiosa casualità. Oppure Francesco, che conosceva benissimo i credenti della dea tanto da trasformare il suo tempio in una chiesa consacrata propria a Maria, decise che era giunto il momento anche per lui di morire crocifisso come Cristo e di rinascere nei misteri della dea.
    Favole? Sciocchezze? Fantasticherie?
    Può darsi. Ma tutte queste coincidenze hanno un che di sinistro, e ci fanno pensare che forse anche quelle stimmate prese all’ingresso di una caverna sotto il tempio della dea Laverna non siano poi così cristiane.
    Ma questa ovviamente è un’altra storia...

    [1] Cfr. Fioretti, Della Prima considerazione delle sacre sante istimate, ff 1898-1899.
    [2] Ibidem.
    [3] Cfr. in particolare La Verna. Guida al Sacro Monte, a cura di Alberta Piroci Branciaroli, Edimond, Città di Castello, 2000, pp. 46-48.
    [4] Su questo argomento confronta in particolare Chiara Frugoni, Francesco e l’invenzione delle stimmate, Torino, Einaudi, 1993, p. 25.
    [5] Cfr. Salvatore Vitale, Monte Serafico della Verna, Firenze, 1628, p. 9.
    [6] Cfr. Nadia Canu, Il culto della dea Laverna, p. 9. Per maggiori informazioni sulla reperibilità della tesi: http://www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=20910.
    [7] Cfr, Luisa Biondetti, Dizionario di mitologia classica, Varese, Badini&Castoldi, 1997, pp. 394-395.
    [8] Questa definizione non è una libera licenza atea del sottoscritto, ma così definì La Verna nientemeno che padre Antonio Tani nel suo libro S. Francesco nel Montefeltro: da San Leo alla Verna, 1926, p. 143.
    [9] Cfr. ancora Vitale, p. 13.
    [10] Cfr. Padre Adolfo Agnelli, Il Sasso di fra Lupo in La Verna, contributi alla storia del santuario, Arezzo, 1913.
    [11] Cfr. Nadia Canu, op. cit., p. 8. Il frammento si trova in Aemilius Baehrens, Fragmenta Poetarum Romanorum, Lipsia, 1886, p. 385.
    [12] Cfr. ancora Nadia Canu, p. 13.
    [13] Cfr. Vitale, op. cit., p. 49.
    [14] Cfr. Vitale, p. 94.
    15] Cfr. Vitale, p. 75.
    [16] Cfr. Jeffrey Burton, Il Diavolo nel Medioevo, Bari, Laterza, 1990, pp. 42-49.
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    Andrea Armati

 

 

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