di Mario M. Merlino


Un po’ di risguardo storico tanto per non sentirmi troppo in pensione, fare sfoggio delle mie conoscenze, consapevole di seguire un percorso e non il percorso. Semmai esso vi sia, è per dirla con Ernst Jùnger ‘il proprio petto: qui sta, come un tempo nella Tebaide, il centro di ogni deserto e rovina. Qui sta la caverna verso cui spingono i demoni. Qui ognuno di qualunque condizione e rango, conduce da solo e in prima persona la sua lotta, e con la sua vittoria il mondo cambia’. Quel nichilismo europeo, di cui parla Heidegger; per altri, necessitanti le maschere, la propria arroganza presunzione alibi incapacitanti quieto vivere… Altrimenti detto: qui la parola si fa nero su bianco sempre, però, privilegiando quelle parole che si traducono in azione. Un tempo, passeggiando con un amico per Bovalino e chiedendogli come mai parlasse così piano che faticavo ad udirlo, mi rispose che le parole sono pietre. Avere peso, magari per scagliarle, appunto come sassi aguzzi, contro gli imbecilli gli inetti i compromessi la menzogna i pregiudizi vari…




Il 24 novembre 1914 l’assemblea socialista, a Milano, decretò l’espulsione di Mussolini dal partito. Lo scontro tra la posizione interventista – la guerra intesa come fucina rivoluzionaria – e il neutralismo rigido – la guerra è un prodotto del capitale e a pagarne è il proletariato – nascondeva l’insofferenza del primo ai legacci del partito e del secondo verso una personalità così audace e ben superiore ai livelli modesti, anzi mediocri dei suoi dirigenti.. Nell’occasione il futuro Duce ebbe a dire ‘Voi mi odiate perché mi amate ancora’ e, subito dopo, ‘Sono e rimarrò un socialista… Non è possibile tramutarsi l’animo. Il socialismo entra nella carne’. Ed io credo egli vi restò in qualche modo fedele, nonostante i troppi compromessi con la monarchia il vaticano le strutture dello stato liberale e l’alta borghesia. Si pensi ai ‘tre cazzotti nello stomaco della borghesia’ negli anni ’30: il passo romano, il passaggio dal ‘lei’ al ‘voi’, le leggi razziali. Poi, va da sé, l’esplicito riconoscimento nella Repubblica Sociale con i 18 punti di Verona, le mine vaganti, la presenza di Nicolino Bombacci.


Un socialista con forti richiami a Nietzsche, come sostiene il Nolte, e certamente all’anarchia, come gli aveva sempre rimproverato il riformista Filippo Turati. Del resto Torquato Nanni, che fu il suo primo biografo, ricordava come, in qualità di direttore della redazione milanese dell’Avanti, egli avesse sulla scrivania una copia dell’Unico di Max Stirner. Di quel filosofo, tanto ridicolizzato da Marx e che venne considerato il padre dell’anarco-individualismo.


E qui è d’obbligo, per appagare la prioritaria virtù della vanità, aprire una parentesi personale. Nel carcere di Regina Coeli sono stato il primo detenuto a sostenere esami universitari. Filosofia teoretica, ad esempio, con il professor Guido Calogero, uno dei tanti discepoli dissidenti di Giovanni Gentile. Lo accompagnava Antonio Capizzi che sarebbe subentrato nella cattedra alla sua morte e che, pochi giorni dopo, partendo dalla sua visita alla prigione, citava Carlo Michelstaedter e Max Stirner. A lui mi rivolsi, ovviamente in via epistolare, per chiedergli se volesse essermi relatore per la tesi di laurea proprio sullo Stirner. Egli accettò a condizione che leggessi l’opera in tedesco in quanto molti termini adoperati venivano tradotti in modo riduttivo e imperfetto. Un paio d’anni prima un pessimo editore, tramite una pessima traduzione, aveva rimesso in circolazione l’Unico ormai introvabile. La direzione del carcere, sensibile al precetto di recupero del detenuto, mi negò l’autorizzazione con la motivazione che, essendo in lingua straniera, non poteva verificarne il contenuto. Un manuale dell’evasione, suppongo, ebbe a pensare. E, pur confondendo le sbarre limate e le lenzuola annodate con quella ‘causa fondata sul nulla’ quale confine estremo e radicale ove ogni concetto si dissolve, non aveva poi tutti i torti…


Quanto e quanto in modo diffuso e profondo Stirner abbia inciso su Mussolini è difficile dirsi o, almeno, non conosco un’opera o qualcosa d’affine in tal senso. E ciò vale per altri personaggi che ebbero modo di leggerne gli scritti. Mi viene a mente, nota di colore ma forse qualcosa di più, un passo di una lettera di Antonio Gramsci alla cognata Tatiana in data 19 febbraio 1927, cioè pochi mesi dopo il suo arresto. ‘A Palermo, durante una certa attesa per il controllo dei bagagli, incontrai in un deposito un gruppo di operai torinesi diretti al confino; insieme a loro era un formidabile tipo di anarchico ultra individualista, noto con l’indicazione di ‘Unico’, che rifiuta di confidare a chiunque, ma specialmente alla polizia e alle autorità in generale, le sue generalità…’.


Insomma, nonostante il dispregio espresso da Marx, esso non scalfisce l’attenzione e, potremmo dire, un assorbirne il contenuto del socialista Mussolini e un certo affetto misto ad ammirazione del comunista Gramsci. E’ la tenerezza che ci ispira ancora l’ascolto di canzoni come ‘Addio Lugano bella’ per la nobiltà il disinteresse l’utopia di quegli uomini dal cappello a tesa larga, il fiocco nero al posto della cravatta e il volto dagli occhi spiritati e la folta barba. Altra stagione, altri uomini capaci di donare interamente se stessi in nome di un’idea di redenzione riscatto libertà delle masse derelitte e sfruttate. E questa capacità e questa aspirazione filtrarono certo nel fascismo, passando attraverso l’avventura fiumana…


Alcuni anni fa Claudia Salaris autrice e critico di libri sulle avanguardie del ‘900 e specificatamente sul futurismo, pubblica il bel libro Alla festa della rivoluzione. E’ l’impresa di D’Annunzio letta non tanto nelle sue dinamiche politiche quanto il luogo ove confluirono la festa e la provocazione, la bravata e ogni forma di trasgressione. Insomma lo spazio libertario per coloro che, insofferenti all’esistente, volevano sperimentare nella vita nell’arte nell’azione qualcosa di audace ed eretico dalle convenzioni borghesi. Un anarchismo di fatto, diremmo esistenziale, non esente però da richiami specifici, ad esempio, lanciando veementi proclami e denuncie contro Giolitti, artefice dell’arresto del vecchio Enrico Malatesta, figura storica del movimento anarchico. Sullo stesso Popolo d’Italia esce un articolo in sua difesa, con accenti di sincera simpatia e di oggettiva preoccupazione di una deriva possibile verso il bolscevismo. E, per quanto ci si sia sforzati di mettere l’un contro l’altro il realismo politico di Mussolini con l’utopia poetica di D’Annunzio, rimane Fiume un messaggio vivo ad attraversare tutto il fascismo fino a coagularsi in tanti aspetti della R.S.I.. Fulvio Balisti, ad esempio, legionario fiumano, poi esule in Svizzera a contatto con i circoli anarchici, rientrato in Italia e fautore della guerra contro i sistemi plutocratici, a capo del I btg. Giovani Fascisti, mutilato di una gamba a Bir el Gobi, poi indicato quale possibile segretario del partito fascista repubblicano, donatore della ‘Piccola Caprera’ affinchè, dal dopoguerra ad oggi, i reduci di Salò potessero ritrovarsi e riunirsi. De Felice lo definisce ‘forse la figura moralmente più limpida di tutto il gruppo dirigente repubblicano’…


Berto Ricci… Raccontava Gianpiero Mughini, che ne è grande estimatore, che il giorno del suo matrimonio Berto Ricci invitò sette amici e offrì loro un cappuccino al banco di un bar. Siamo, sì, in un’Italia dalle modeste abitudini ed essenzialmente povera, ma qui vi è qualcosa che trascende la disponibilità economica. Siamo di fronte ad uno stile di vita, senza retorica e false piume di pavone. Una povertà francescana, da professore precario per molteplici anni e, al contempo, attraverso le pagine de L’Universale, portatore di una visione alta, nobile e proletaria al contempo, educatrice che l’Italia avrebbe dovuto esercitare e di cui il fascismo e il suo Duce ne erano lo strumento primario. Un Berto Ricci che proveniva dalla tradizione del socialismo anarchico, quello di Proudhon di Sorel dei sindacalisti rivoluzionari, entusiasta della Carta del Carnaro, lettore attento e coinvolto di Stirner e Nietzsche oltre che degli italiani Alfieri e Machiavelli, antifascista di certo fino al 1925 e soltanto dal ’27 ammiratore di Mussolini. E Indro Montanelli, cresciuto alla scuola di giornalismo de L’Universale, lo rammentava costantemente nel suo rigore morale e nella fedeltà – che non equivale a servilismo come oggi tentano di insegnarci -.


Prometto: vi sarà un terzo intervento e questo sì sarà dedicato al mio fratello più caro, Robert Brasillach, e al grande dissacratore, anarchico aristocratico, Louis Ferdinand Destouches, noto con il cognome della nonna materna, Céline… forse…

EreticaMente: L’anarcofascismo tanto caro ai francesi e non solo… (seconda parte)