"Chi non fa inchieste, non ha diritto di parola" Mao

Stefano Liberti : la guerra tra poveri nelle township


Abdallahi ancora trema dalla paura quando pensa alla pallottola che gli ha sfiorato la spalla. «Era tardo pomeriggio. Stavo nel negozio riordinando la merce e ho sentito lo sparo. Subito dopo, ho visto il sangue. Per fortuna mi hanno colpito solo di striscio». Mentre parla, questo ragazzo dal fisico affilato che dalla Somalia meridionale si è trasferito nella township di Gugulethu, a un quarto d'ora di macchina dal centro di Cape Town, abbassa gli occhi a terra. A tratti ansima. E si guarda intorno intimorito. Abdallahi se l'è cavata con una corsa all'ospedale e una bendatura. «Oggi, posso dire che mi è andata bene». Meno bene è andata a due suoi connazionali - Omar Josef e Hazim Amad - rimasti uccisi pochi giorni dopo nell'incendio divampato improvvisamente nel loro negozio alle tre del mattino. I due stavano dormendo come sempre all'interno del locale e sono stati sorpresi dalle fiamme. Vicino ai loro resti inceneriti, sono state trovate un paio di taniche di benzina.
Quelli di Abdallahi, di Omar, di Hazim, non sono casi isolati: a Cape Town, nell'ultimo mese, c'è stata una recrudescenza di attacchi contro gli stranieri, soprattutto di cittadini del martoriato paese del Corno d'Africa. Altri due commercianti somali sono rimati feriti in un assalto a Delft, un quartiere al di là dell'aeroporto, e un negozio sempre gestito da somali è stato dato alle fiamme, questa volta senza provocare vittime, nella gigantesca e derelitta township di Khayelitsha. «Siamo nel mirino di bande organizzate e la polizia non fa nulla per proteggerci», si infervora Hussein Omar, responsabile nella regione del Western Cape della Somali Association of South Africa. «Ce l'hanno con noi perché siamo più bravi nel fare commercio, teniamo aperti più a lungo i nostri negozi e manteniamo i prezzi più bassi, sempre avendo un profitto».


La guerra per il commercio rischia di rinfiammare le township, dopo l'esplosione di violenza del maggio dell'anno scorso, quando folle inferocite hanno preso d'assalto negozi e case degli immigrati in tutto il Sudafrica, con un bilancio di almeno 62 morti, 150mila sfollati e un numero imprecisato di feriti e di donne stuprate. Una fiamma xenofoba che ha sconvolto il mondo, soprattutto perché scatenata da persone nate e cresciute durante il regime razzista dell'apartheid. «Oggi siamo ancora in pericolo», tuona Omar Hussein, che si divide tra il suo lavoro di tecnico informatico e il ruolo di capo della comunità. «La situazione a Gugulethu è esplosiva. Lo abbiamo detto ripetutamente alla polizia, ma loro non fanno nulla».
Una cultura dell'impunità
Da qualche settimana questa township di Cape Town, che non è neanche tra le più disastrate, è sotto tutti i riflettori. A metà giugno, un uomo non meglio identificato ha recapitato a tutti i commercianti somali del quartiere la fotocopia di una lettera scritta a mano in un inglese approssimativo, in cui dava loro una settimana di tempo per «abbandonare l'area». La lettera con l'ultimatum proveniva dal Gugulethu Business Forum, una sorta di associazione dei commercianti locali, che accusano gli stranieri di essere «disonesti». I somali si sono rivolti alla polizia, che ha cercato di mediare. Ma intanto, a macchia di leopardo, hanno cominciato a verificarsi attacchi contro gli stranieri anche in altre township, e non solo a Cape Town. «Il problema è che si sta sviluppando una vera e propria cultura dell'impunità. Quando i commercianti somali vengono uccisi e la polizia non muove un dito, si diffonde l'idea che chiunque può fare ciò che vuole ai somali e non subirà alcun processo», sottolinea ancora Hussein Omar. La polizia ha classificato tutti gli attacchi contro gli stranieri, avvenuti dopo la fine «ufficiale» dell'ondata di violenze dell'anno scorso come «fatti di criminalità comune». Sia le forze dell'ordine che i politici resistono a pronunciare la parola «xenofobia», temendo un drammatico danno d'immagine proprio nel momento in cui il paese si prepara a ospitare la Coppa del mondo dell'anno prossimo ed è completamente proteso verso il grande evento.
«Loro dicono che sono fatti di cronaca comune, ma intanto non indagano. Nessuno è stato accusato. Noi abbiamo fornito un identikit dell'uomo che ci ha dato la lettera. È conosciuto nel quartiere. Ma la polizia non lo cerca», accusa Abdirrahman Aweys, portavoce dei commercianti somali di Gugulethu. Che aggiunge: «Gli altri venditori ce l'hanno con noi perché siamo più bravi nel fare affari. Ma la cosa più grave è il razzismo della polizia, che ci considera cittadini di serie b». Da quando è partita la lettera ed è scaduto l'ultimatum, per il momento senza ulteriori danni, ci sono stati diversi incontri tra i commercianti somali e quelli locali, anche con la partecipazione delle forze dell'ordine, ma la situazione è rimasta in una specie di stallo.
«La guerra dei prezzi ha fatto esplodere delle tensioni già presenti all'interno del quartiere», afferma Mncedisi Twalo, un attivista locale che ha assunto una funzione di mediazione tra i due gruppi. «Non è la prima volta che si verificano episodi di intolleranza. Già negli anni scorsi la comunità somala è stata presa di mira», racconta Twalo, mentre si prepara a condurre l'ennesimo incontro di mediazione.
Il compromesso mancato
All'interno di un centro sportivo di Gugulethu, una trentina di persone stanno sedute guardandosi in cagnesco. Ai giornalisti è vietato l'ingresso. Da fuori, si sentono discussioni infervorate. Dopo un paio d'ore, esce il commissario e sostiene che «tutto è stato risolto, hanno trovato un accordo». Poi si eclissa senza rispondere alle domande. Passano pochi minuti e si aprono le porte ai media. La tensione è alle stelle. «Abbiamo trovato un compromesso sui prezzi», annuncia Twalo. Poi partono le domande. I commercianti locali sembrano a disagio. Non rispondono. Finché uno di loro sbotta: «Avevate detto che i giornalisti sarebbero rimasti cinque minuti». I media sono invitati a uscire di nuovo. Dopo un po' compare Omar Hussein. Ha la faccia scura, ma l'espressione sicura di chi sa il fatto suo: «Vi dicono bugie per non far esplodere il caso sulla stampa. Temo che sarà difficile trovare un accordo. Ma se pensano di cacciarci, si sbagliano di grosso. Ne abbiamo viste talmente tante in Somalia che quello che accade qui è una barzelletta».

V.C.U.