La parte degli angeli, in una distilleria di whisky, è il nome dato a quel 2% di liquido che evapora dalle botti e scompare nell'aria.
Il film, ambientato in una Glasgow economicamente depressa e proletaria, racconta la storia di un gruppo di giovani e un po' meno giovani, disadattati, che vengono condannati, per vari motivi, a fare una certa quantità di ore di lavori socialmente utili. Il protagonista è il giovane Robbie (20), che dalla più tenera età, entra ed esce da riformatori e carcere, e che ora, in attesa della nascita di un figlio dalla sua ragazza, viene perseguitato dai maschi della famiglia di lei, che lo considerano un fallito e un perdente. Robbie, a causa di una storia famigliare disfunzionale, ha un'indole violenta e fatica a rigare dritto.
Sarà la nascita del bambino e l'aiuto dell'assistente sociale Rhino, un burbero omone dal cuore d'oro, a fargli capire che ce la può fare ad emanciparsi dal mondo chiuso e claustrofobico della delinquenza di strada e delle case popolari. Il nuovo mondo che gli si apre davanti è, del tutto inaspettatamente, anche se ci troviamo in Scozia, quella della degustazione di whisky e degli appassionati e dei collezionisti del prezioso liquido ambrato. Robbie scopre un innato talento nel riconoscere sapori e aromi, e viene a conoscenza della vendita all'asta di una preziosissima botte di un rarissimo whiskey d'annata in un villaggio a nord. Lui e i suoi improbaili nuovi amici (i delinquentelli dei lavori socialmente utili), partono per una missione impossibile: rubare la preziosa botte.
Ken Loach tenta in questo film di fondere i temi sociali a lui cari, con la heist movie e la commedia. L'esperimento purtroppo riesce a metà, non perché la storia in sé non abbia tutti gli ingredienti per risultare divertente (e la parte del colpo grosso, per quanto sgangherata e inverosimile, raggiunge l'obiettivo di far tifare il pubblico incondizionatamente per i personaggi), ma perché la commedia, come scoprono in molti quando vi si cimentano, è molto meno facile da scrivere e da girare di quanto non si pensi a prima vista (Il mio amico Eric permetteva ancora dei margini di minore severità in quanto tentativo autoriale di commedia surreale). In questo caso Ken Loach tenta la rincorsa dell'ormai classico della commedia inglese The Full Monthy: un gruppo di simpatici sfigati che tentano una improbabile mission impossible.
I tempi lunghi di Loach (il regista inglese ama usare l'improvvisazione e indugia come è il suo solito sulle pause naturali che si creano nei dialoghi) smorzano spesso l'effetto delle battute, che già sulla carta non sono poi così esilaranti, anzi, in alcuni casi sono ingenue e piuttosto scontate (quando i quattro ladri di whisky si travestono in kilt per non dare nell'occhio in mezzo agli intenditori di whisky, uno di loro si lamenta del borsello che gli sbatte sui genitali per buoni cinque minuti, e anche dopo questa battuta un po' stantia viene ripresa fino a non strappare che un sorriso forzato). La componente fondamentale di una battuta messa a segno con successo è il ritmo, che può rendere comica anche una trovata non esattamente brillantissima, e mal si coniugano il verismo e l'esigenza di una serrata cadenza comica.
Per quello che riguarda l'aspetto dell'indagine sociale, Loach (con il suo sceneggiatore Paul Laverty), sembrano essersi molto ammorbiditi (fino a perdere qualsiasi mordente, verrebbe quasi da dire). La parte degli angeli è una favola moderna a lieto fine, che insiste sull'idea che tutti meritano una seconda possibilità, che in effetti non viene mai negata ai personaggi del film dallo stato e dal sistema di recupero inglesi (osservati con occhi italiani questi furbastri e delinquentelli di strada appaiono fin troppo viziati e assecondati nella loro pur simpatica pigrizia e mancanza di spina dorsale).
Essi vengono instradati e seguiti, messi davanti a numerose opportunità, portati a incontrare le vittime dei propri crimini per far loro maturare la consapevolezza di ciò che hanno fatto. Se essi non si redimono è solo perché non vogliono, ci dice il film, e un Ken Loach così addomesticato e poco battagliero proprio non ce lo aspettavamo. Le sue posizioni così critiche e a tratti coraggiose, appaiono indebolite dall'età, ed è difficle non rimanere un po' delusi. Sia come sia, il film alla fine è gradevole e si lascia guardare, ma non è certo la commedia dell'anno. Far ridere è un'arte difficile e fondere commedia e dramma è ancora più arduo, senza confondere i registri (fino a lasciare il pubblico lievemente interdetto).
Meritano una menzioni a parte gli attori, come sempre sconosciuti e bravissimi: il giovane Paul Brannigan e l'ottimo John Henshaw.
Il film ha vinto il Gran Premio della Giuria a Cannes nel 2012.




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