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  1. #1
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    Predefinito Guido Gozzano e la poesia crepuscolare

    Guido Gozzano
    La signorina Felicita ovvero la Felicità



    I.

    Signorina Felicita, a quest'ora
    scende la sera nel giardino antico
    della tua casa. Nel mio cuore amico
    scende il ricordo. E ti rivedo ancora,
    e Ivrea rivedo e la cerulea Dora
    e quel dolce paese che non dico.

    Signorina Felicita, è il tuo giorno!
    A quest'ora che fai? Tosti il caffè:
    e il buon aroma si diffonde intorno?
    O cuci i lini e canti e pensi a me,
    all'avvocato che non fa ritorno?
    E l'avvocato è qui: che pensa a te.

    Pensa i bei giorni d'un autunno addietro,
    Vill'Amarena a sommo dell'ascesa
    coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa
    dannata, e l'orto dal profumo tetro
    di busso e i cocci innumeri di vetro
    sulla cinta vetusta, alla difesa...

    Vill'Amarena! Dolce la tua casa
    in quella grande pace settembrina!
    La tua casa che veste una cortina
    di granoturco fino alla cimasa:
    come una dama secentista, invasa
    dal Tempo, che vestì da contadina.

    Bell'edificio triste inabitato!
    Grate panciute, logore, contorte!
    Silenzio! Fuga dalle stanze morte!
    Odore d'ombra! Odore di passato!
    Odore d'abbandono desolato!
    Fiabe defunte delle sovrapporte!

    Ercole furibondo ed il Centauro,
    le gesta dell'eroe navigatore,
    Fetonte e il Po, lo sventurato amore
    d'Arianna, Minosse, il Minotauro,
    Dafne rincorsa, trasmutata in lauro
    tra le braccia del Nume ghermitore...

    Penso l'arredo - che malinconia! -
    penso l'arredo squallido e severo,
    antico e nuovo: la pirografia
    sui divani corinzi dell'Impero,
    la cartolina della Bella Otero
    alle specchiere... Che malinconia!

    Antica suppellettile forbita!
    Armadi immensi pieni di lenzuola
    che tu rammendi paziente... Avita
    semplicità che l'anima consola,
    semplicità dove tu vivi sola
    con tuo padre la tua semplice vita!


    II.

    Quel tuo buon padre - in fama d'usuraio -
    quasi bifolco, m'accoglieva senza
    inquietarsi della mia frequenza,
    mi parlava dell'uve e del massaio,
    mi confidava certo antico guaio
    notarile, con somma deferenza.

    "Senta, avvocato..." E mi traeva inqueto
    nel salone, talvolta, con un atto
    che leggeva lentissimo, in segreto.
    Io l'ascoltavo docile, distratto
    da quell'odor d'inchiostro putrefatto,
    da quel disegno strano del tappeto,

    da quel salone buio e troppo vasto...
    "...la Marchesa fuggì... Le spese cieche..."
    da quel parato a ghirlandette, a greche...
    "dell'ottocento e dieci, ma il catasto..."
    da quel tic-tac dell'orologio guasto...
    "...l'ipotecario è morto, e l'ipoteche..."

    Capiva poi che non capivo niente
    e sbigottiva: "Ma l'ipotecario
    è morto, è morto!!...". - "E se l'ipotecario
    è morto, allora..." Fortunatamente
    tu comparivi tutta sorridente:
    "Ecco il nostro malato immaginario!".


    III.

    Sei quasi brutta, priva di lusinga
    nelle tue vesti quasi campagnole,
    ma la tua faccia buona e casalinga,
    ma i bei capelli di color di sole,
    attorti in minutissime trecciuole,
    ti fanno un tipo di beltà fiamminga...

    E rivedo la tua bocca vermiglia
    così larga nel ridere e nel bere,
    e il volto quadro, senza sopracciglia,
    tutto sparso d'efelidi leggiere
    e gli occhi fermi, l'iridi sincere
    azzurre d'un azzurro di stoviglia...

    Tu m'hai amato. Nei begli occhi fermi
    rideva una blandizie femminina.
    Tu civettavi con sottili schermi,
    tu volevi piacermi, Signorina:
    e più d'ogni conquista cittadina
    mi lusingò quel tuo voler piacermi!

    Ogni giorno salivo alla tua volta
    pel soleggiato ripido sentiero.
    Il farmacista non pensò davvero
    un'amicizia così bene accolta,
    quando ti presentò la prima volta
    l'ignoto villeggiante forestiero.

    Talora - già la mensa era imbandita -
    mi trattenevi a cena. Era una cena
    d'altri tempi, col gatto e la falena
    e la stoviglia semplice e fiorita
    e il commento dei cibi e Maddalena
    decrepita, e la siesta e la partita...

    Per la partita, verso ventun'ore
    giungeva tutto l'inclito collegio
    politico locale: il molto Regio
    Notaio, il signor Sindaco, il Dottore;
    ma - poiché trasognato giocatore -
    quei signori m'avevano in dispregio...

    M'era più dolce starmene in cucina
    tra le stoviglie a vividi colori:
    tu tacevi, tacevo, Signorina:
    godevo quel silenzio e quegli odori
    tanto tanto per me consolatori,
    di basilico d'aglio di cedrina...

    Maddalena con sordo brontolio
    disponeva gli arredi ben detersi,
    rigovernava lentamente ed io,
    già smarrito nei sogni più diversi,
    accordavo le sillabe dei versi
    sul ritmo eguale dell'acciottolio.

    Sotto l'immensa cappa del camino
    (in me rivive l'anima d'un cuoco
    forse...) godevo il sibilo del fuoco;
    la canzone d'un grillo canterino
    mi diceva parole, a poco a poco,
    e vedevo Pinocchio e il mio destino...

    Vedevo questa vita che m'avanza:
    chiudevo gli occhi nei presagi grevi;
    aprivo gli occhi: tu mi sorridevi,
    ed ecco rifioriva la speranza!
    Giungevano le risa, i motti brevi
    dei giocatori, da quell'altra stanza.


    IV.

    Bellezza riposata dei solai
    dove il rifiuto secolare dorme!
    In quella tomba, tra le vane forme
    di ciò ch'è stato e non sarà più mai,
    bianca bella così che sussultai,
    la Dama apparve nella tela enorme:

    "é quella che lascò, per infortuni,
    la casa al nonno di mio nonno... E noi
    la confinammo nel solaio, poi
    che porta pena... L'han veduta alcuni
    lasciare il quadro; in certi noviluni
    s'ode il suo passo lungo i corridoi...".

    Il nostro passo diffondeva l'eco
    tra quei rottami del passato vano,
    e la Marchesa dal profilo greco,
    altocinta, l'un piede ignudo in mano,
    si riposava all'ombra d'uno speco
    arcade, sotto un bel cielo pagano.

    Intorno a quella che rideva illusa
    nel ricco peplo, e che morì di fame,
    v'era una stirpe logora e confusa:
    topaie, materassi, vasellame,
    lucerne, ceste, mobili: ciarpame
    reietto, così caro alla mia Musa!

    Tra i materassi logori e le ceste
    v'erano stampe di persone egregie;
    incoronato dalle frondi regie
    v'era Torquato nei giardini d'Este.
    "Avvocato, perché su quelle teste
    buffe si vede un ramo di ciliege?"

    Io risi, tanto che fermammo il passo,
    e ridendo pensai questo pensiero:
    Oimè! La Gloria! un corridoio basso,
    tre ceste, un canterano dell'Impero,
    la brutta effigie incorniciata in nero
    e sotto il nome di Torquato Tasso!

    Allora, quasi a voce che richiama,
    esplorai la pianura autunnale
    dall'abbaino secentista, ovale,
    a telaietti fitti, ove la trama
    del vetro deformava il panorama
    come un antico smalto innaturale.

    Non vero (e bello) come in uno smalto
    a zone quadre, apparve il Canavese:
    Ivrea turrita, i colli di Montalto,
    la Serra dritta, gli alberi, le chiese;
    e il mio sogno di pace si protese
    da quel rifugio luminoso ed alto.

    Ecco - pensavo - questa è l'Amarena,
    ma laggiù, oltre i colli dilettosi,
    c'è il Mondo: quella cosa tutta piena
    di lotte e di commerci turbinosi,
    la cosa tutta piena di quei "cosi
    con due gambe" che fanno tanta pena...

    L'Eguagliatrice numera le fosse,
    ma quelli vanno, spinti da chimere
    vane, divisi e suddivisi a schiere
    opposte, intesi all'odio e alle percosse:
    così come ci son formiche rosse,
    così come ci son formiche nere...

    Schierati al sole o all'ombra della Croce,
    tutti travolge il turbine dell'oro;
    o Musa - oimè! - che pu˜ giovare loro
    il ritmo della mia piccola voce?
    Meglio fuggire dalla guerra atroce
    del piacere, dell'oro, dell'alloro...

    L'alloro... Oh! Bimbo semplice che fui,
    dal cuore in mano e dalla fronte alta!
    Oggi l'alloro è premio di colui
    che tra clangor di buccine s'esalta,
    che sale cerretano alla ribalta
    per far di sé favoleggiar altrui...

    "Avvocato, non parla: che cos'ha?"
    "Oh! Signorina! Penso ai casi miei,
    a piccole miserie, alla città...
    Sarebbe dolce restar qui, con Lei!..."
    "Qui, nel solaio?..." - "Per l'eternità!"
    "Per sempre? Accetterebbe?..." - "Accetterei!"

    Tacqui. Scorgevo un atropo soletto
    e prigioniero. Stavasi in riposo
    alla parete: il segno spaventoso
    chiuso tra l'ali ripiegate a tetto.
    Come lo vellicai sul corsaletto
    si librò con un ronzo lamentoso.

    "Che ronzo triste!" - "é la Marchesa in pianto...
    La Dannata sarà che porta pena..."
    Nulla s'udiva che la sfinge in pena
    e dalle vigne, ad ora ad ora, un canto:
    O mio carino tu mi piaci tanto,
    siccome piace al mar una sirena...

    Un richiamo s'alzò, querulo e roco:
    "é Maddalena inqueta che si tardi:
    scendiamo; è l'ora della cena!". - "Guardi,
    guardi il tramonto, là... Com'è di fuoco!...
    Restiamo ancora un poco!" - "Andiamo, è tardi!"
    "Signorina, restiamo ancora un poco!..."

    Le fronti al vetro, chini sulla piana,
    seguimmo i neri pippistrelli, a frotte;
    giunse col vento un ritmo di campana,
    disparve il sole fra le nubi rotte;
    a poco a poco s'annunciò la notte
    sulla serenità canavesana...

    "Una stella!..." - "Tre stelle!..." - "Quattro stelle!..."
    "Cinque stelle!" - "Non sembra di sognare?..."
    Ma ti levasti su quasi ribelle
    alla perplessitˆ crepuscolare:
    "Scendiamo! é tardi: possono pensare
    che noi si faccia cose poco belle..."


    V.

    Ozi beati a mezzo la giornata,
    nel parco dei marchesi, ove la traccia
    restava appena dell'età passata!
    Le Stagioni camuse e senza braccia,
    fra mucchi di letame e di vinaccia,
    dominavano i porri e l'insalata.

    L'insalata, i legumi produttivi
    deridevano il busso delle aiole;
    volavano le pieridi nel sole
    e le cetonie e i bombi fuggitivi...
    Io ti parlavo, piano, e tu cucivi
    innebriata dalle mie parole.

    "Tutto mi spiace che mi piacque innanzi!
    Ah! Rimanere qui, sempre, al suo fianco,
    terminare la vita che m'avanzi
    tra questo verde e questo lino bianco!
    Se Lei sapesse come sono stanco
    delle donne rifatte sui romanzi!

    Vennero donne con proteso il cuore:
    ognuna dileguò, senza vestigio.
    Lei sola, forse, il freddo sognatore
    educherebbe al tenero prodigio:
    mai non comparve sul mio cielo grigio
    quell'aurora che dicono: l'Amore..."

    Tu mi fissavi... Nei begli occhi fissi
    leggevo uno sgomento indefinito;
    le mani ti cercai, sopra il cucito,
    e te le strinsi lungamente, e dissi:
    "Mia cara Signorina, se guarissi
    ancora, mi vorrebbe per marito?".

    "Perché mi fa tali discorsi vani?
    Sposare, Lei, me brutta e poveretta!..."
    E ti piegasti sulla tua panchetta
    facendo al viso coppa delle mani,
    simulando singhiozzi acuti e strani
    per celia, come fa la scolaretta.

    Ma, nel chinarmi su di te, m'accorsi
    che sussultavi come chi singhiozza
    veramente, né sa più ricomporsi:
    mi parve udire la tua voce mozza
    da gli ultimi singulti nella strozza:
    "Non mi ten...ga mai più... tali dis...corsi!"

    "Piange?" E tentai di sollevarti il viso
    inutilmente. Poi, colto un fuscello,
    ti vellicai l'orecchio, il collo snello...
    Già tutta luminosa nel sorriso
    ti sollevasti vinta d'improvviso,
    trillando un trillo gaio di fringuello.

    Donna: mistero senza fine bello!


    VI.

    Tu m'hai amato. Nei begli occhi fermi
    luceva una blandizie femminina;
    tu civettavi con sottili schermi,
    tu volevi piacermi, Signorina;
    e più d'ogni conquista cittadina
    mi lusingò quel tuo voler piacermi!

    Unire la mia sorte alla tua sorte
    per sempre, nella casa centenaria!
    Ah! Con te, forse, piccola consorte
    vivace, trasparente come l'aria,
    rinnegherei la fede letteraria
    che fa la vita simile alla morte...

    Oh! questa vita sterile, di sogno!
    Meglio la vita ruvida concreta
    del buon mercante inteso alla moneta,
    meglio andare sferzati dal bisogno,
    ma vivere di vita! Io mi vergogno,
    sì, mi vergogno d'essere un poeta!

    Tu non fai versi. Tagli le camicie
    per tuo padre. Hai fatta la seconda
    classe, t'han detto che la Terra è tonda,
    ma tu non credi... E non mediti Nietzsche...
    Mi piaci. Mi faresti più felice
    d'un'intellettuale gemebonda...

    Tu ignori questo male che s'apprende
    in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,
    tutta beata nelle tue faccende.
    Mi piace. Penso che leggendo questi
    miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
    ed a me piace chi non mi comprende.

    Ed io non voglio più essere io!
    Non più l'esteta gelido, il sofista,
    ma vivere nel tuo borgo natio,
    ma vivere alla piccola conquista
    mercanteggiando placido, in oblio
    come tuo padre, come il farmacista...

    Ed io non voglio più essere io!


    VII.

    Il farmacista nella farmacia
    m'elogiava un farmaco sagace:
    "Vedrà che dorme le sue notti in pace:
    un sonnifero d'oro, in fede mia!"
    Narrava, intanto, certa gelosia
    con non so che loquacitˆ mordace.

    "Ma c'è il notaio pazzo di quell'oca!
    Ah! quel notaio, creda: un capo ameno!
    La Signorina è brutta, senza seno,
    volgaruccia, Lei sa, come una cuoca...
    E la dote... la dote è poca, poca:
    diecimila, chi sa, forse nemmeno..."

    "Ma dunque?" - "C'è il notaio furibondo
    con Lei, con me che volli presentarla
    a Lei; non mi saluta, non mi parla..."
    "é geloso?" - "Geloso! Un finimondo!..."
    "Pettegolezzi!..." - "Ma non Le nascondo
    che temo, temo qualche brutta ciarla..."

    "Non tema! Parto." - "Parte? E va lontana?"
    "Molto lontano... Vede, cade a mezzo
    ogni motivo di pettegolezzo..."
    "Davvero parte? Quando?" - "In settimana..."
    Ed uscii dall'odor d'ipecacuana
    nel plenilunio settembrino, al rezzo.

    Andai vagando nel silenzio amico,
    triste perduto come un mendicante.
    Mezzanotte scoccò, lenta, rombante
    su quel dolce paese che non dico.
    La Luna sopra il campanile antico
    pareva "un punto sopra un I gigante".

    In molti mesti e pochi sogni lieti,
    solo pellegrinai col mio rimpianto
    fra le siepi, le vigne, i castagneti
    quasi d'argento fatti nell'incanto;
    e al cancello sostai del camposanto
    come s'usa nei libri dei poeti.
    Voi che posate già sull'altra riva,
    immuni dalla gioia, dallo strazio,
    parlate, o morti, al pellegrino sazio!
    Giova guarire? Giova che si viva?
    O meglio giova l'Ospite furtiva
    che ci affranca dal Tempo e dallo Spazio?

    A lungo meditai, senza ritrarre
    la tempia dalle sbarre. Quasi a scherno
    s'udiva il grido delle strigi alterno...
    La Luna, prigioniera fra le sbarre,
    imitava con sue luci bizzarre
    gli amanti che si baciano in eterno.

    Bacio lunare, fra le nubi chiare
    come di moda settant'anni fa!
    Ecco la Morte e la Felicità!
    L'una m'incalza quando l'altra appare;
    quella m'esilia in terra d'oltremare,
    questa promette il bene che sarà...


    VIII.

    Nel mestissimo giorno degli addii
    mi piacque rivedere la tua villa.
    La morte dell'estate era tranquilla
    in quel mattino chiaro che salii
    tra i vigneti già spogli, tra i pendii
    già trapunti da bei colchici lilla.

    Forse vedendo il bel fiore malvagio
    che i fiori uccide e semina le brume,
    le rondini addestravano le piume
    al primo volo, timido, randagio;
    e a me randagio parve buon presagio
    accompagnarmi loro nel costume.

    "Viaggio con le rondini stamane..."
    "Dove andrà?" - "Dove andrò? Non so... Viaggio,
    viaggio per fuggire altro viaggio...
    Oltre Marocco, ad isolette strane,
    ricche in essenze, in datteri, in banane,
    perdute nell'Atlantico selvaggio...

    Signorina, s'io torni d'oltremare,
    non sarà d'altri già? Sono sicuro
    di ritrovarla ancora? Questo puro
    amore nostro salirà l'altare?"
    E vidi la tua bocca sillabare
    a poco a poco le sillabe: giuro.

    Giurasti e disegnasti una ghirlanda
    sul muro, di viole e di saette,
    coi nomi e con la data memoranda:
    trenta settembre novecentosette...
    Io non sorrisi. L'animo godette
    quel romantico gesto d'educanda.

    Le rondini garrivano assordanti,
    garrivano garrivano parole
    d'addio, guizzando ratte come spole,
    incitando le piccole migranti...
    Tu seguivi gli stormi lontananti
    ad uno ad uno per le vie del sole...

    "Un altro stormo s'alza!..." - "Ecco s'avvia!"
    "Sono partite..." - "E non le salutò!..."
    "Lei devo salutare, quelle no:
    quelle terranno la mia stessa via:
    in un palmeto della Barberia
    tra pochi giorni le ritroverò..."

    Giunse il distacco, amaro senza fine,
    e fu il distacco d'altri tempi, quando
    le amate in bande lisce e in crinoline,
    protese da un giardino venerando,
    singhiozzavano forte, salutando
    diligenze che andavano al confine...

    M'apparisti così come in un cantico
    del Prati, lacrimante l'abbandono
    per l'isole perdute nell'Atlantico;
    ed io fui l'uomo d'altri tempi, un buono
    sentimentale giovine romantico...

    Quello che fingo d'essere e non sono!

    Gozzano, La signorina Felicita
    Ultima modifica di Florian; 26-07-12 alle 15:39
    SADNESS IS REBELLION

  2. #2
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    Predefinito Re: Guido Gozzano e la poesia crepuscolare



    Guido Gozzano


    Guido Gustavo Gozzano, quarto di cinque figli, nacque a Torino il 19 dicembre del 1883 dal matrimonio fra Fausto Gozzano e Diodata Mautino. Nel 1904 si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza all’Università di Torino, ma non si laureò mai. A causa dei suoi problemi di salute fu costretto fin da ragazzo a numerosi soggiorni di riposo e cura sulla riviera ligure o nella familiare campagna di Agliè. Nel 1907 venne pubblicata la sua prima raccolta: La via del rifugio. Il 1909 fu un anno importante che segnò profondamente la vita di Gozzano, sia dal punto di vista familiare che da quello letterario: prima la paralisi della madre, alla quale era profondamente legato, poi la pubblicazione de “La signorina Felicita ovvero la felicità”, che ebbe un grande successo. Nel 1912 partì per un viaggio in India e a Ceylon, con l’illusione di curarsi, ma soprattutto di andare alla ricerca di quelle forme di spiritualità che lo attraevano e che lo avrebbero incoraggiato a oltrepassare i limiti della cultura positivista radicata a Torino a livello accademico. Il 9 agosto del 1916 a trentatrè anni, morì per emottisi e venne sepolto nel cimitero di Agliè.

    Di Guido gli amici elogiavano la “bella voce” ed un’essenziale, garbata, gestualità. Di lui si tracciava il profilo di “un giovane signore” misurato ed elegante, signorilmente compito: “Di media statura, coi capelli di un autentico biondo dorato, il corpo magrissimo, il viso pallido, scarno, dai lineamenti pronunciati ma regolari, gli occhi di un debole azzurro; non era precisamente bello, ma era “la distinzione in persona”. La sua voce era addolcita da “un lievissimo accento subalpino”, dal tono “grave” e “lenta e calda, leggermente cadenzata”. Negli anni del suo esordio letterario, Gozzano tese a costruirsi un ritratto pubblico. Perfino la sua identificazione in una firma costituì per lui un “problema letterario”. Infatti, tra il 1903 e il 1907 apparvero due varianti importanti di firma: Guido Gustavo Gozzano, Gustavo Gozzano e altrettante sigle come “g.g.g.”, “gggozzano”, fino a giungere al nome col quale lo conosciamo oggi: Guido Gozzano.

    Non ha avuto dubbi Guido, invece, quanto alla fonte di ispirazione della sua poesia: è sempre stata la sua esperienza di vita. Tutti gli ambienti, tutte le persone, i luoghi, “le piccole cose di pessimo gusto” sono stati eternati nei suoi versi. Così alla “vita inimitabile” del contemporaneo D’Annunzio, Gozzano ha contrapposto il mondo borghese della provincia torinese, ritratto nei suoi sentimenti tenui con ironia e disincanto, con i toni smorzati del linguaggio comune e con la semplicità dello stile discorsivo, tipico del crepuscolarismo di inizio ‘900.

    Guido Gozzano
    Ultima modifica di Florian; 26-07-12 alle 15:25
    SADNESS IS REBELLION

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    Predefinito Re: Guido Gozzano e la poesia crepuscolare

    Guido Gozzano
    L'amica di nonna Speranza



    28 giugno 1850
    "...alla sua Speranza
    la sua Carlotta..."
    (dall’album: dedica d’una fotografia)



    I.

    Loreto impagliato ed il busto d’Alfieri, di Napoleone
    i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto),

    il caminetto un po’ tetro, le scatole senza confetti,
    i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro,

    un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve,
    gli oggetti col monito, salve, ricordo, le noci di cocco,

    Venezia ritratta a musaici, gli acquarelli un po’ scialbi,
    le stampe, i cofani, gli albi dipinti d’anemoni arcaici,

    le tele di Massimo d'Azeglio, le miniature,
    i dagherottìpi: figure sognanti in perplessità,

    il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone
    e immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto,

    il cùcu dell’ore che canta, le sedie parate a damasco
    chèrmisi... rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta!


    II.

    I fratellini alla sala quest’oggi non possono accedere
    che cauti (hanno tolte le federe ai mobili. È giorno di gala).

    Ma quelli v’irrompono in frotta. È giunta, è giunta in vacanza
    la grande sorella Speranza con la compagna Carlotta.

    Ha diciassett’anni la Nonna! Carlotta quasi lo stesso:
    da poco hanno avuto il permesso d’aggiungere un cerchio alla gonna,

    il cerchio ampissimo increspa la gonna a rose turchine.
    Più snella da la crinoline emerge la vita di vespa.

    Entrambe hanno uno scialle ad arancie a fiori a uccelli a ghirlande;
    divisi i capelli in due bande scendenti a mezzo le guance.

    Han fatto l’esame più egregio di tutta la classe. Che affanno
    passato terribile! Hanno lasciato per sempre il collegio.

    Silenzio, bambini! Le amiche - bambini, fate pian piano! -
    le amiche provano al piano un fascio di musiche antiche.

    Motivi un poco artefatti nel secentismo fronzuto
    di Arcangelo del Leùto e d’Alessandro Scarlatti.

    Innamorati dispersi, gementi il core e l’augello,
    languori del Giordanello in dolci bruttissimi versi:


    ...
    ...caro mio ben
    credimi almen!
    senza di te
    languisce il cor!
    Il tuo fedel
    sospira ognor,
    cessa crudel
    tanto rigor!

    ...


    Carlotta canta. Speranza suona. Dolce e fiorita
    si schiude alla breve romanza di mille promesse la vita.

    O musica. Lieve sussurro! E già nell’animo ascoso
    d’ognuna sorride lo sposo promesso: il Principe Azzurro,

    lo sposo dei sogni sognati... O margherite in collegio
    sfogliate per sortilegio sui teneri versi del Prati!


    III

    Giungeva lo Zio, signore virtuoso, di molto riguardo,
    ligio al Passato, al Lombardo-Veneto, all’Imperatore;

    giungeva la Zia, ben degna consorte, molto dabbene,
    ligia al passato, sebbene amante del Re di Sardegna...

    "Baciate la mano alli Zii!" - dicevano il Babbo e la Mamma,
    e alzavano il volto di fiamma ai piccolini restii.

    "E questa è l’amica in vacanza: madamigella Carlotta
    Capenna: l’alunna più dotta, l’amica più cara a Speranza."

    "Ma bene... ma bene... ma bene..." - diceva gesuitico e tardo
    lo Zio di molto riguardo "Ma bene... ma bene... ma bene...

    Capenna? Conobbi un Arturo Capenna... Capenna... Capenna...
    Sicuro! Alla Corte di Vienna! Sicuro... sicuro... sicuro..."

    "Gradiscono un po’ di moscato?" "Signora sorella magari..."
    E con un sorriso pacato sedevano in bei conversari.

    "...ma la Brambilla non seppe..." - "È pingue già per lErnani..."
    "La Scala non ha più soprani..." - "Che vena quel Verdi... Giuseppe!..."

    "...nel marzo avremo un lavoro alla Fenice, m’han detto,
    nuovissimo: il Rigoletto. Si parla d’un capolavoro."

    "...Azzurri si portano o grigi?" - "E questi orecchini? Che bei
    rubini! E questi cammei..." - "la gran novità di Parigi..."

    "...Radetzki? Ma che? L’armistizio... la pace, la pace che regna..."
    "...quel giovine Re di Sardegna è uomo di molto giudizio!"

    "È certo uno spirito insonne, e forte e vigile e scaltro..."
    "È bello?" - "Non bello: tutt’altro." - "Gli piacciono molto le donne..."

    "Speranza!" (chinavansi piano, in tono un po’ sibillino)
    "Carlotta! Scendete in giardino: andate a giocare al volano!"

    Allora le amiche serene lasciavano con un perfetto
    inchino di molto rispetto gli Zii molto dabbene.


    IV.

    Oimè! che giocando un volano, troppo respinto all’assalto,
    non più ridiscese dall’alto dei rami d’un ippocastano!

    S’inchinano sui balaustri le amiche e guardano il Lago
    sognando l’amore presago nei loro bei sogni trilustri.

    "Ah! se tu vedessi che bei denti!" - "Quant’anni?..." - "Vent’otto."
    "Poeta?" - "Frequenta il salotto della Contessa Maffei!"

    Non vuole morire, non langue il giorno. S’accende più ancora
    di porpora: come un’aurora stigmatizzata di sangue;

    si spenge infine, ma lento. I monti s’abbrunano in coro:
    il Sole si sveste dell’oro, la Luna si veste d’argento.

    Romantica Luna fra un nimbo leggiero, che baci le chiome
    dei pioppi, arcata siccome un sopracciglio di bimbo,

    il sogno di tutto un passato nella tua curva s’accampa:
    non sorta sei da una stampa del Novelliere Illustrato?

    Vedesti le case deserte di Parisina la bella?
    Non forse non forse sei quella amata dal giovine Werther?

    "...mah! Sogni di là da venire!" - "Il Lago s’è fatto più denso
    di stelle" - "...che pensi?" - "...Non penso." - "...Ti piacerebbe morire?"

    "Sì!" - "Pare che il cielo riveli più stelle nell’acqua e più lustri.
    Inchìnati sui balaustri: sognamo così, tra due cieli..."

    "Son come sospesa! Mi libro nell’alto..." - "Conosce Mazzini..."
    - "E l’ami?..." - "Che versi divini!" - "Fu lui a donarmi quel libro,

    ricordi? che narra siccome, amando senza fortuna,
    un tale si uccida per una, per una che aveva il mio nome."


    V.

    Carlotta! nome non fine, ma dolce che come l’essenze
    risusciti le diligenze, lo scialle, le crinoline...

    Amica di Nonna, conosco le aiuole per ove leggesti
    i casi di Jacopo mesti nel tenero libro del Foscolo.

    Ti fisso nell’albo con tanta tristezza, ov’è di tuo pugno
    la data: vent’otto di Giugno del mille ottocento cinquanta.

    Stai come rapita in un cantico: lo sguardo al cielo profondo
    e l’indice al labbro, secondo l’atteggiamento romantico.

    Quel giorno - malinconia - vestivi un abito rosa,
    per farti - novissima cosa! - ritrarre in fotografia...

    Ma te non rivedo nel fiore, amica di Nonna! Ove sei
    o sola che, forse, potrei amare, amare d’amore?
    Ultima modifica di Florian; 26-07-12 alle 15:38
    SADNESS IS REBELLION

  4. #4
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    Predefinito Re: Guido Gozzano e la poesia crepuscolare

    Sempre amato Gozzano.
    Perché l'unico tipo di rapporto che riusciva a concepire era di tipo feudale. Non aveva la minima idea di cosa fosse il cameratismo al quale anelava l'anima. (E. M. Forster)



  5. #5
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    Predefinito Re: Guido Gozzano e la poesia crepuscolare

    Citazione Originariamente Scritto da Monsieur Visualizza Messaggio
    Sempre amato Gozzano.

    Anch'io lo adoro. Quell'ironia affettuosa, mai pungente e anzi dolce, d'un artista decadente che sente il fascino d'una quiete anonima vita borghese-campagnola che pur sa non appartenergli. Il dramma causato dal dissidio tra arte e vita viene risolto alla fine attraverso il gioco, la finzione:


    (...)

    Tu ignori questo male che s'apprende
    in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,
    tutta beata nelle tue faccende.
    Mi piace. Penso che leggendo questi
    miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
    ed a me piace chi non mi comprende.

    Ed io non voglio più essere io!
    Non più l'esteta gelido, il sofista,
    ma vivere nel tuo borgo natio,
    ma vivere alla piccola conquista
    mercanteggiando placido, in oblio
    come tuo padre, come il farmacista...

    Ed io non voglio più essere io!

    (...)

    M'apparisti così come in un cantico
    del Prati, lacrimante l'abbandono
    per l'isole perdute nell'Atlantico;
    ed io fui l'uomo d'altri tempi, un buono
    sentimentale giovine romantico...

    Quello che fingo d'essere e non sono!
    Ultima modifica di Florian; 27-07-12 alle 09:58
    SADNESS IS REBELLION

 

 

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