ecentemente mi sono trovato, tutto sommato mio malgrado (non amo molto le discussioni da stadio, nelle quali diventa impossibile argomentare con chiarezza e logica), in una di quelle dispute cui, penso, molti di noi siano abituati: stato/non stato, legalità formale/legalità sostanziale, legalità/legittimità. Il tutto è partito da una mia provocazione, più o meno condivisibile: considerare i comportamenti umani con riguardo al solo criterio della legalità formale, escludendo del tutto il lato “sostanziale” dell’azione umana, ci porta ad equiparare la situazione del baby pensionato a quella del ligio ufficiale delle SS; erano entrambi comportamenti leciti formalmente, sui quali, però, vi sarebbe non poco da obiettare dal punto di vista etico.
Non voglio qui, ovviamente, sostenere l’identità perfetta tra l’assassino nazista e il baby pensionato, ci mancherebbe: il primo è, a tutti gli effetti, un criminale; il secondo può essere, a ragione, definito un “privilegiato di Stato”, in quanto riceve, previdenzialmente, minimo 3 volte di più di quello che ha versato nella sua vita lavorativa (da dipendente pubblico, il che ci porterebbe all’ulteriore e ragionevole considerazione per cui, quei contributi, altro non erano che artifici contabili).
Quello che voglio (e volevo, nella discussione) far notare è come non si possa fare a meno di un criterio “altro” nella valutazione della bontà o meno di una norma giuridica, un criterio sostanziale che faccia riferimento a quella nozione di giustizia intuitiva, spontanea e condivisa di cui tutti siamo dotati, prescindendo dal mero legalismo: la maggior parte di noi sente come un “furto” o quantomeno una grossa ingiustizia il fatto che un baby pensionato possa godere di un simile regime pensionistico; e, fortunatamente, la maggior parte di noi considera nient’altro che “assassini” veri e propri gli ufficiali delle SS. Non c’è bisogno di una legge che lo dica chiaramente (a tal proposito, si veda lo spiccato rispetto dei diritti di proprietà negli infanti, libertari naturali); anzi, alcuni autori, tra cui Nietzsche (e, almeno in parte, Spengler) hanno messo in relazione il decadimento culturale e morale di una società con l’aumento della legislazione scritta.
Per Adam Smith, ad esempio, esiste un senso naturale di giustizia, per cui:
Non ci può essere alcun motivo appropriato per danneggiare il nostro prossimo, né ci si può aspettare di esser condivisi se si incita a fare del male a un altro, tranne nel caso di giusta indignazione per il male che l’altro ha fatto a noi. Nessuno spettatore imparziale potrà condividere se turbiamo la felicità dell’altro solo perché si frappone alla nostra, se gli sottraiamo ciò che gli è utile solo perché può essere altrettanto, o più utile, a noi, o se ci lasciamo andare in tal modo a spese di altri, alla naturale preferenza che ogni uomo ha per la propria felicità più che per quella degli altri.
Ora, seguendo il filone tracciato all’inizio, facciamo un altro esempio: il cittadino che riceve prestazioni assistenziali civili (cioè trattamenti pensionistici di invalidità civile) senza possederne i requisiti (ossia, non cumulativamente: -presenza di minorazioni congenite o acquisite; -riduzione permanente della capacità lavorativa non inferiore ad un terzo; -difficoltà persistenti a svolgere le funzioni e i compiti propri, nel caso dei minori di 18 anni). Anche questo, ovviamente, è un comportamento deprecabile: si utilizza a proprio vantaggio uno strumento che dovrebbe, in linea teorica, essere destinato ai bisognosi e ai minorati/indigenti.
Nella discussione, sottolineavo come questa malsana abitudine sia particolarmente diffusa nel Sud Italia: con questo, non penso di aver scoperto nulla di così eclatante, tantomeno di aver detto una menzogna, data la mia (parziale ovviamente) conoscenza della situazione meridionale (sono nato e ho vissuto per anni in un piccolo paese del Cosentino), nella quale un welfarismo spinto sembra pare avere completamente corrotto la natura umana. La mia controparte, quindi, si “scandalizzava” nel sentire queste parole: non riusciva a capacitarsi dell’andazzo clientelistico-parassitario che affligge le splendide terre meridionali da decenni; e non riusciva a farlo, perché convinta (magari a ragione, non saprei) della propria impossibilità nel porre in essere un comportamento così moralmente abbietto.
Ora torniamo al baby pensionato: lui riceve una prestazione cui, dal punto di vista etico, economico e logico, non ha diritto; il falso invalido, allo stesso modo, riceve una prestazione assistenziale cui non ha assolutamente diritto, nemmeno formalmente. Le due situazioni sono quindi identiche? No, ovviamente: per esempio, nel secondo caso, potremmo avere tutta una documentazione che attesta la falsa minorazione del cittadino, con la compiacenza del medico di base; una truffa ai danni della P.A. quindi. Nel primo caso, questa condotta attiva manca: il baby pensionato riceve il trattamento di privilegio in base ad una mera disposizione legislativa ad hoc; nessuna truffa allo stato, nessun inganno, tutto alla luce del sole.
Ciò nonostante, si tratta, come detto, di situazioni analoghe eticamente: nessuno dei due soggetti ha diritto alle prestazioni ma entrambi (uno, ripetiamo, lecitamente dal punto di vista formale, l’altro no, le ricevono).
Quello che mi premeva evidenziare, quindi, era la necessità di sganciarsi da una visione puramente “kelseniana”: non possiamo giudicare le nostre norme solo secondo un principio di stretta legalità formale, per cui la bontà di una norma discende dall’osservanza delle regole gerarchicamente sovraordinate nel sistema de quo, fino a risalire alla Grundnorm, la norma fondamentale, la quale, però, pone problemi simili dal punto di vista della validità ex ante, con il pericolo di una regressione infinita che non consente la “quadratura del cerchio”, se non con un riferimento fondamentale extragiuridico (cosa che Kelsen voleva assolutamente evitare).
Non possiamo correre il rischio di essere giuridicamente avalutativi: questa dovrebbe essere una delle lezioni più importanti da cogliere dando uno sguardo alle tragedie del XX secolo; il giusformalismo è l’arma dei tiranni, il ciclone che spazza via ogni traccia di buonsenso dalla nostra anima.
Come ricorda Antigone al tiranno Creonte, in una delle più belle opere mai scritte:
Neppure pensavo i tuoi decreti avere tanta forza che tu uomo potessi calpestare le leggi degli dèi, quelle leggi non scritte e indistruttibili. Non soltanto da oggi né da ieri, ma da sempre esse vivono, da sempre: nessuno sa da quando sono apparse.
Esse vivono da sempre, ci ricorda Antigone e sempre vivranno.
Creonte, nella sua incapacità morale, non è molto diverso dai progressisti odierni: questi vogliono plasmare a loro piacimento la società, incuranti delle norme che, da secoli, governano l’interazione umana. E i secondi si apprestano a provocare gli stessi disastri del primo (Antigone si impicca; questo porta al suicidio di Emone, promesso sposo di Antigone e figlio di Creonte; quindi tocca a Euridice, moglie di Creonte e madre di Emone togliersi la vita, lasciando Creonte solo nella sua disperazione).
L’elemento caratteristico, che distingue il moderno progressismo dalle tirannie precedenti, sembra essere l’uso del linguaggio; per lo “Stato del benessere” (sic!), esso è fondamentale: la prestazione coercitiva diventa “tributo” o “contributo”; la redistribuzione di denari altrui “solidarietà”; la spesa clientelare – parassitaria, acquisita attraverso lo scambio politico, “funzione sociale”; l’espropriazione delle classi maggiormente produttive e dei più meritevoli “equità”; l’evasore fiscale, che difende i frutti del proprio lavoro, diviene “ladro”; e via dicendo.
Se, per assurdo, denominassimo, grazie ad atto legislativo, gli stupri collettivi delle vergini minorenni “contributo all’armonizzazione dell’organismo sociale” o lo sterminio dei nuovi nati vivi “politiche per la sostenibilità dello sviluppo ambientale”, ciò non cambierebbe di una virgola la natura malvagia di questi atti; il timbro statale non può dare legittimità ad un comportamento che, moralmente, non ne ha alcuna.
Per ipotesi, potremmo anche accettare la “maggiore” e migliore moralità dei progressisti, i quali non approfitterebbero mai di uno strumento loro non destinato dal potere costituito. Ma sappiamo che il comportamento umano è guidato da incentivi: se crei un sistema che premia gli indigenti e i disoccupati, punisce le classi produttive e scoraggia il risparmio e gli investimenti, allora otterrai più disoccupati, più indigenti, più minorati e zero risparmi; sappiamo anche che non tutti abbiamo la stessa tempra morale e forza d’animo per resistere a simili tentazioni. Sarei propenso, prudentemente, a collocarmi nella seconda categoria: l’occasione fa l’uomo ladro.
È molto triste rilevare come questa linea di pensiero sia particolarmente diffusa tra persone grandemente istruite: dottori, ricercatori, professori, laureati in genere; si potrebbe, in certe ipotesi suffragate empiricamente, postulare l’esistenza di una proporzionalità inversa tra il buonsenso e il grado di istruzione: al crescere di questo, l’altro diminuisce . Potremmo chiamarla: “legge ferrea dell’istruzione pubblica”.
D’altro canto, non pare né giusto, né utile pungolare o ridicolizzare il nostro interlocutore: bisogna sì cercare di esporre una dottrina coerente e logica, senza dimenticare che abbiamo davanti una persona che, in buona fede la maggior parte delle volte, non è niente altro che una vittima incosciente del costante e silenzioso assassinio della libertà e del buon senso; il nostro avversario è il collettivismo statalista.
Un sistema che sfrutta, mente e corrompe e del quale, più o meno consapevolmente e in qualche misura, tutti facciamo parte: non ha senso una guerra di questo tipo, personale; ha senso, dal mio punto di vista, l’elogio della libertà, l’esposizione di una dottrina chiara e coerente, lo sforzo costante nel cercare di rispettare chi abbiamo di fronte coniugando tutto questo, nei limiti delle nostre possibilità e capacità, con l’amore per la Verità e la Giustizia.
Non è facile, ma non abbiamo altra scelta.
Facciamo uno sforzo: proviamoci.
E che Bastiat, Menger, Mises, Hayek, Rothbard, ci aiutino da lassù: è una lotta impari.
Se Dio vorrà, col Suo aiuto, vinceremo.
(Im)moralità progressista - Ludwig von Mises Italia




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