La lezione di Carlo Costamagna
San Tommaso e Vico dopo la modernità
Considerata senza pregiudizi, l’umiliante storia della destra postfascista rimanda ad un’unica causa, il rigetto della filosofia politica atta a contrastare l’assolutismo democratico, errore radicale, che attribuisce la sovranità al popolo anziché a Dio.
Nell’assenza di un pensiero antagonista al democratismo, la classe dirigente del Msi si è estenuata nella pratica dei riti nostalgici e nella produzione di un inutile e alibistico marchingegno: la repubblica presidenziale, blando disegno riformista, che conserva intatto e perpetua l’assolutismo democratico.
Il pallido bluff presidenzialista è la principale e purtroppo inavvertita causa del naufragio della cultura missina nel vuoto pneumatico, ovvero il trampolino del tuffo in quella chiacchiera senza pensiero, che è utile solo alla conservazione dei seggi premuti dalle natiche di politicanti logorroici e coriandolisti, in perpetua guerra contro la politica propriamente detta.
Lo storico tuffo ha causato la dispersione dei militanti e degli aderenti missini in una diaspora antropologica, che si estende dai portaborse di Ignazio La Russa all’ingente folla dei microscopici duci autocefali, fino alla nicchia che avvolge i pensatori catalettici inquadrati nel progetto Fini.
La contemplazione del desolante e frammentato scenario, che è allestito a destra, esclude l’ottimismo politico e tuttavia incoraggia la riflessione sul cammino di ricerca da intraprendere, quando fosse almeno desiderata la riappropriazione della originaria identità. Va da sé che la rivisitazione degli autori, che hanno contestato l’ideologia democratica con argomenti persuasivi e condivisibili, esclude il qualunque giudizio sulla storia del regime fascista.
La finalità della ricerca proposta è l’orientamento a una politica conforme a verità, non la vestizione di una divisa storiografica tagliata a misura della fuga dal presente. Stabilito l’orizzonte della ricerca di un pensiero antagonista, la scelta cade sulla «Dottrina del fascismo», un’opera d’alto profilo teoretico, pubblicata nel 1940 dal giurista cattolico Carlo Costamagna (Quiliano 1881- Pietra Ligure 1965).
La preferenza per la «Dottrina del fascismo» è suggerita dalla memoria dell’influsso positivo esercitato da Costamagna nel pensiero della corrente giovanile, costituita da Enzo Erra al fine di educare e valorizzare la futura classe dirigente del Msi.
Secondo la condivisibile opinione dell’anonimo autore della Nota introduttiva alla seconda edizione della «Dottrina del fascismo» (Ar, Brindisi 1982) l’intento di Costamagna era condurre l’ideologia fascista all’incontro con la filosofia perenne: «Gli elementi ontologici su cui il Costamagna fonda la sua dottrina dello Stato sembrano evocare più gli insegnamenti di Aristotele e di San Tommaso che ispirare le formule politiche e le istituzioni del fascismo».
Costamagna affermava appunto che risultato delle rivoluzioni nazionali «è riproporre allo studio l’argomento del bene comune, sul quale si era esercitato il pensiero della civiltà mediterranea da Aristotele a San Tommaso e che è sempre coltivato dalla dottrina della Chiesa».
Il bene comune, in quanto complesso e non composito [e a conferma del suo assunto Costamagna cita San Tommaso: Unitas ordine et non compositione aut collgatione] non può essere stabilito dal voto popolare. Di qui l’esclusione degli interessi rappresentati democraticamente da categorie sociali e/o da partiti estranei all’orizzonte della politica unicamente intesa al bene comune.
Eliminato il concetto di rappresentatività elettoralistica, si pone il problema del metodo atto a selezionare la classe politica. La soluzione proposta da Costamagna è la nomina su designazione «proprio alla procedura di formazione gerarchica degli organi pubblici».
Agli studiosi di architettura politica, Costamagna indica due esigenze indeclinabili: «Vi è una necessità organica, quella dell’autoselezione, che esclude l’indifferenza della classe politica quando si tratta di formare gli organi direttivi. Essa, in concreta, vieta che si assuma quale unico metodo quello della elezione. Ma vi è poi anche un’altra necessità organica, quella della integrazione. Essa esclude l’inerzia della massa politica in questa operazione medesima. E quindi che si adotti come unico metodo quello della nomina dall’alto».
È sull’ipotesi di lavoro proposta e non sviluppata da Costamagna che dovrà applicarsi l’intelligenza dei fondatori di una destra felicemente liberata dalla suggestione neodestra e dalle vischiosità storiche ereditate dall’idealismo, dal neo-idealismo e dal trans-idealismo.
Al riguardo è necessario rammentare che, nel corollario alla «Dottrina del fascismo», Ulderico Nisticò sottolinea opportunamente l’indirizzo anti-idealista della dottrina di Costamagna, secondo cui la nazione precede vichianamente lo Stato «e si dà delle istituzioni confacenti al momento storico che vive: ed è legittimo quel regime che incarna il senso del bene comune che in quel momento è proprio della Nazione».
Rinnovato da Costamagna il pensiero fascista diventava pertanto idoneo a imprimere all’azione dei giovani militanti nel Msi un orientamento non nostalgico e non conformista. Ai giovani emergenti nel Msi di Michelini (Erra, Accame, Caradonna, Gianfranceschi, Belfiori, Siena, Vitale, Adorni, Tricoli, Giraldi, Legitimo, Sossi ecc.) Costamagna propose una filosofia fedele alla genuina tradizione italiana, una controriforma in sintonia con le aspirazioni di Arnaldo e di Benito Mussolini. I suggerimenti di Costamagna avviarono le più vivaci intelligenze del neofascismo ad un dialogo fecondo con o più autorevoli fautori cattolici dell’apertura a destra: mons. Roberto Ronca, Luigi Gedda, padre Virginio Rotondi, Vittorio Trocchi, Augusto Del Noce, Gianni Baget Bozzo, padre Raimondo Spiazzi, Agostino Greggi, Gaetano Rebecchini, Giovanni Durante, Francesco Mercadante, Claudio Leonardi, Nicola Guiso, Paolo Possenti.
La licenza accordata al revisionista Costamagna di contestare la filosofia neohegeliana è sicuro indizio della propensione di Benito Mussolini a percorrere fino in fondo la via della perfetta intesa del movimento fascista con la Chiesa cattolica. Intesa che era paradossalmente desiderata anche da Giovanni Gentile, che nel 1943, lo ha rammentato recentemente Primo Siena, affermò «sto percorrendo fin dal giorno della mia nascita la via di Damasco».
La via di Damasco era peraltro la via percorsa da Mussolini (lo ha dimostrato Ennio Innocenti, autore del fondamentale saggio sulla conversione finale del duce) e dall’avanguardia fascista attiva nella scuola milanese di mistica fascista.
Costamagna non era un deviazionista e neppure un pensatore isolato, ma il filosofo che assecondava autorevolmente le intenzioni dell’avanguardia milanese (Giani, Pallotta, Tripodi) intesa alla rettifica e all’archiviazione dei caotici stati d’animo che agitavano sansepolcristi. Vero è che nella sua «Dottrina del fascismo» è dichiarata apertamente la dipendenza dalla filosofia dell’italianissimo Giambattista Vico, «colui che ribatté per il primo, direttamente, nelle scienze morali le tesi di Cartesio, coll’opporre l’essere al pensiero e col far derivare le conoscenze non dalla ragione ma dall’intuizione della vita».
Attraverso il filtro del fascismo riformato da Costamagna, l’antimoderno può assumere i caratteri dell’autentica avanguardia: «Le rivoluzioni nazionali hanno riproposto allo studio l’argomento del bene comune, nel quale si era esercitato il pensiero della civiltà mediterranea, da Aristotele a San Tommaso».
Quasi anticipando le iniziative di Francisco Elias de Tejada e di Alberto Catturelli, Costamagna ha aperto alla tradizione italiana la via d’uscita dalle strettoie del tradizionalismo chic, anacronistico e frustante.
Sotto l’energica spinta del fascismo, la scuola tradizionalista potrebbe ritrovare finalmente le indeclinabili ragioni del bene comune e di conseguenza congedare gli azzimati incensatori della santo capitale, il feticcio, che fa cadere in estasi davanti al liberalismo rigurgitato dalla scuola di Vienna.
La verità è che la nozione di bene comune, estranea all’ideologia liberale, è ripresa dall’avanguardia fascista. Costamagna sosteneva che «La potenza va intesa in senso spirituale, e specificamente in senso morale». E al proposito citava Leone XIII: «In caso diverso la società si leverebbe poco al disopra di un aggregato di esseri senza ragione, la cui vita intera consiste nella soddisfazione degli istinti sensuali. ... [di conseguenza] il bene sociale, dovendo essere nel suo conseguimento un bene perfezionativo dei cittadini in quanto sono uomini, va principalmente collocato nella virtù».
Quando si riconosce che la pressione strozzina, esercitata dai convergenti poteri della finanza apolide, dello zombi-liberismo e della depravazione sessantottina, non è contrastata ma incrementata dallo scudiscio fiscale agitato dalla Callipigia Angela Merkel, si rivela l’attualità del pensiero antagonista e il favore che la congiuntura assegna alla destra a identità tradizionale. Ammesso che esista una destra capace di rinunciare alle mezze misure per uscire allo scoperto.
Piero Vassallo




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