L’altare del passato
Considerazioni intorno alla “ricchezza”
di Florian
Mi capita sempre più spesso di fare questione con persone che a vario titolo si definiscono “di destra”. Berlusconiani, liberisti, fascisti… A tal punto da indurmi a pensare che se questa è la destra - e questa è indubbiamente la destra che si incontra, almeno sui fora – il sottoscritto con questa destra ha chiuso. Troppe differenze di cultura, mentalità, stile. Ma non abbastanza da causarmi una crisi d’identità. La destra sono io, mi dico dopo il momento di sconforto, chi si fa passare per tale… non so.
E' inutile girarci intorno, ma fintanto che la destra qualificherà la ricchezza e lo status sociale nei termini materiali secondo una logica liberale anziché conservatrice, ebbene io avrò da ridire con questa destra. Finché si baderà alla costruzione di un semplice fronte “antiprogressista”, andando dietro qualunque campione dell’"antistatalismo" liberista e capitalista, io avrò difficoltà ad identificarmi con questa destra. Ma pollice verso anche per quei nicciani che in onore di una pretesa identità nazionale si nascondono dietro un biologismo razzista che dietro di sé ha molto di illuminista e pagano, e nulla, al fondo, di cristiano. D’altronde, è necessario fare i conti con la realtà. E' inutile citare contro visioni tanto contraffatte, quali numi tutelari di una Vera Destra, gli esempi di un Metternich, un Disraeli, un Bismarck, o magari di un Prezzolini. Immagini di un passato remoto, sono divenute ormai insignificanti, figure di una tradizione interrottasi, che ha perduto vitalità e forse ragion d'essere. Al tempo stesso, proclamarsi di destra perché si reputa la condanna a morte di Maria Antonietta un crimine, come di recente ha ricordato da par suo un intellettuale rigoroso come Franco Cardini, è politicamente un non-senso. Proporre invece una supertassa agli straricchi, che agli ultras post '89 sarebbe andato, non bene, benissimo, acquista sì un senso, però “di sinistra”.
Già, la sinistra. Chi scrive si è “scoperto” conservatore solo una volta messo di fronte alla promiscuità fricchettona, ad un lassismo morale che ha caratterizzato e caratterizza ancora la parte più militante della base radical-comunista. Tuttavia poco importa sottolineare oggi il tuo “no” ai matrimoni gay, così di moda nel dibattito politico odierno. In fondo certe esagerazioni coinvolgono solo una minima parte dell'elettorato progressista, con buona pace di quegli integralisti cattolici che, pur di non venir meno a “principi non negoziabili”, si adattano alle frequentazioni più indecenti dei politici più impresentabili. Il relativismo morale dei progressisti su vita, famiglia ed educazione è indigeribile per qualunque conservatore, tuttavia non è soltanto la sinistra a “lasciar fare” all’istinto individualista. C’è infatti un lassismo di destra non meno pericoloso, che personalmente non riuscirò mai ad accettare, che riguarda i darwinisti sociali, abituati a guardare il mondo dall'alto della loro insignificanza, ma col portafoglio sufficientemente pieno da convincersi pur sempre di essere qualcuno. Questi superficiali arroganti, annoiati e cazzari, che si godono la “bellavita” ridendo apertamente delle disgrazie altrui, li disprezzo profondamente. Il loro nichilismo superficiale mi indigna. E il pensiero di aver investito tempo, fatica, ideali in qualcosa di totalmente diverso dalle migliori aspettative mi assale. Mentre si materializza l'immagine di una modernità che come una frana travolge tutto e tutti e dalla quale non è più possibile sottrarsi.
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Tu dici trent'anni e anche il mio orologio segna suppergiù la stessa data. C'è stato un momento in cui i parametri, giusti o sbagliati che fossero, si sono ribaltati. A quel punto non bastava più essere considerati dei "signori" per essere riveriti e/o rispettati, ma bisognava essere innanzitutto “ricchi”. Chi è ricco è chi non lo è? Un tempo ormai remoto la ricchezza arrideva ai “signori”. Ed era una ricchezza che si valutava in terreni, in educazione, in tradizione. Chi aveva un passato era ricco, poveri erano, in senso lato, i “figli di nessuno”. Il "signore" è stato colui che possedeva qualcosa di immateriale che lo poneva di fatto al di sopra di altri, magari anche maggiormente provvisti di moneta sonante. Ma non tutte le monete avevano egual valore. Quelle che si accompagnavano ad una tradizione ereditaria erano più autorevoli o sembravano essere tali. Per essere considerati dei “signori”, anche se non si apparteneva alla nobiltà, bisognava avere un certo ruolo sociale, un'educazione che si imparava prima che a scuola in famiglia, e che per questo ti segnava per tutta la vita.
Ad un certo punto scopri che questo universo non esiste più, che persino chi ti è prossimo se ne allontana, si scrolla di dosso questi orpelli barocchi, forse perché si accorge prima di te che non gli servono più. Gli sono anzi d’impiccio. Diventa come gli altri, bada ad arricchirsi, preferisce la compagnia di chi ha rispetto a quella di chi è. Penso a delle persone con le quali sono cresciuto insieme e che pur venendo su dallo stesso ceppo familiare hanno acquisito una forma mentis del tutto diversa dalla mia, forse perché diversamente da me non hanno ereditato una casa, non hanno avuto un passato a cui sentirsi intimamente legati, né delle tradizioni da difendere. Tutto ciò può apparire pretestuoso o sciocco, eppure io lo sento naturale e vero. Quando viene meno l'ereditarietà finisce tutto: questa è la vera, unica, ragione del conservatorismo, che non è mai venuta meno. Noi siamo quello che ereditiamo, non quello che diventiamo, anche se è per quest'ultimo aspetto che veniamo adesso giudicati. La decadenza è un mondo senza radici, di case senza tradizione e di tradizioni senza case. La casa è infatti quanto di più importante abbiamo, anche se di questi tempi fanno di tutto per separarci da essa, con la tassazione, il lavoro, o un confuso ideale di libertà. Perché la logica del denaro su cui si basa questo mondo moderno è l'antitesi della tradizione. Predilige gli sradicati, i nomadi, chi è capace di reinventarsi continuamente. Gli ultimi saranno alla fine premiati.
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Tuttavia, com’è vero che non si può più ripulire una casa quando si è al di fuori di essa, è altrettanto vero che se si resta all’interno di una casa si è di fatto separati dalla strada, che è il mondo. Il conservatore non è uomo di mondo. Pochi viaggi, rare vacanze, è abituato a godere dei frutti del proprio giardino. Ma esiste ancora un conservatore siffatto? Io dico di no. I “nuovi conservatori”, gli unici di cui è lecito riconoscere le sembianze, sono soltanto i vecchi liberali con un vestito diverso. Più “nazionale” e, talvolta, “populista”. Ma gratta la superficie e trovi l’antica sostanza: elogio di un sistema che si fonda sulla libera intrapresa dell'individuo, che protegge i diritti sacri dell'individuo, che rubrica ogni tradizione a superstizione, la religione a fantasia, i legami a qualcosa da sciogliere immediatamente per acquisire una sana, autentica, libertà. E questo sarebbe “conservatorismo”? Giammai, dicono loro stessi quando vengono punti sul vivo. I più audaci del gruppo azzardano: il nostro è solo un liberal-conservatorismo, ovvero un neo-conservatorismo, ovviamente anni luce distante dal vecchio. E a tutto ciò di cadaverico che sopravvive dell’Antico Regime. Tant'è vero che se affronti con loro la questione di petto, imbastendo “da destra” una critica puntuale della modernità capitalista, si viene facilmente denunciati come "assolutisti", difensori della "servitù della gleba", apologeti di un mondo in cui si viveva alfine poco e male. O additati, perfino, a “comunisti”. Quel comunismo, che per anni si è inteso realizzare la modernità, avanguardia di un processo storico anti-tradizionalista e anti-feudale, oltre che anti-borghese, e che oggi attraverso le lenti dei suoi rivali liberali assume i tratti di un sistema arretrato, quasi premoderno. Tant’è che in ultima analisi lo stesso Marx, in bocca ad alcuni suoi più recenti detrattori, ci fa persino la figura del reazionario.
Eppure le cose stanno messe in modo alquanto diverso. Senza scomodare Marx, ma solo i suoi più recenti discepoli, notiamo invece che un “certo” comunismo si è nei fatti realizzato e gode di ottima salute, non solo in Cina, ma soprattutto in Occidente. Dove la cultura che ha preso piede è quella sedimentata nelle aule della “new left” sessantottina. Da Hillary Clinton, giovane "radical" per i diritti civili ed oggi Segretario di Stato USA, allo stesso Presidente americano Barack Obama, erede di Martin Luther King e di Malcom X, fino ai vari Joschka Fischer, Daniel Cohn-Bendit, e le Emma Bonino di casa nostra, tutti con un passato extraparlamentare alle spalle, ci si rende conto che a detenere il potere di oggi sono quelli che protestavano contro il potere di ieri. Che il comunismo occidentale, fondamentalmente libertario, ha finito con l’imporsi come un "liberalismo nuovo", che con quello "vecchio" condivide praticamente solo il nome. Il politically correct, l'antiautoritarismo, il femminismo, l'omosessualismo, il buddismo e la new age, sono tutti figli realizzati di questo comunismo anarchico, nato per combattere la borghesia nella sua duplice veste liberale e socialista. “Meno Stato e più mercato” era infatti un motto che gli hippies non disdegnavano gridare quando un tempo pure i conservatori “a la Nixon” si vantavano di essere keynesiani. Cosicché uno Steve Jobs è riuscito nella mirabile impresa di affratellare una destra e una sinistra completamente ridisegnate da risultare complementari. E ai libertari, in questo mondo "culturally left and economically right" che hanno forgiato a propria immagine e somiglianza, spetta il ruolo di perdenti di successo. Lavorano per anni sotto traccia, ma le loro idee si affermano alla distanza sbocciando laddove meno te l'aspetti.
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Il conservatorismo un tempo si chiamava anche "paternalismo". Nonostante sia questa una tradizione estinta ormai da decenni, confermo di guardare nostalgicamente ad essa come riferimento ideale. Il paternalismo è un sistema che arrogava ad alcuni il diritto/dovere di prendersi cura dei più svantaggiati in virtù di uno status sociale superiore. Noblesse oblige. A chi è parso tanto scandaloso che dovesse esistere una noblesse è importato poco che alla fine scomparisse anche l' oblige. Ed ecco fatto, in questo mondo di eguali non c'è più motivo di essere compassionevoli con chi non ce la fa.
La memoria corre all’infanzia, immagini di una casa con tante stanze, abitata da uomini, donne e antenati in forma di statua, in cui l’anziana cameriera, da tempo parte integrante della famiglia, godeva dello status di persona più amata e rispettata. Chi confonde il paternalismo con propositi di superiorità o arroganza non ha capito nulla. O forse è in malafede. Una volta, quando si era alle scuole medie, e la maestra chiese chi di noi volesse occuparsi di seguire nello studio due ragazzi che rischiavano la bocciatura, nessuno si offrì volontario, tranne il sottoscritto. Dopo la scuola sarebbero venuti a casa e mia madre li avrebbe aiutati come faceva con tutti senza distinzione alcuna. Ciò che sembrò a me naturale e doveroso, parve ad altri una "stupidaggine"... perché aiutare quei due ragazzacci? perché mettersi in mezzo? Così ragionavano i miei coetanei del "ceto medio", non c'era ragione di fare una "buona azione", così come di lì a poco per molti non ci sarebbe stata ragione di credere ad una morale che non fosse quella del denaro. Arricchitevi e tutto verrà di conseguenza, fu il motto degli anni Ottanta e le conseguenze sono ogni giorno dinanzi ai nostri occhi. Un sistema che promette a tutti ma avvantaggia di fatto pochissimi. Quei pochissimi che non di rado sono anche i peggiori.
In casa mia non si parlava mai di denaro perché non lo si riteneva fondamentale e anche perché se ne è sempre maneggiato poco. La nostra ricchezza stava in cose che ci differenziavano dalla massa, come potevano essere un quadro, una statua, una fotografia di qualità. Sono cresciuto con queste cose, l’Iliade e i fratelli Grimm. La “plastica” è venuta dopo, quando rifiutarla per partito preso sarebbe risultato snob. La mia infanzia è stata segnata da un'educazione umanistica piuttosto che tecnica, dalla familiarietà con l'arte, dalla religione cattolica, dal valore della famiglia e della parentela. Quelle parentele che legano generazione e generazione e ci si ritrova tutti insieme intorno ad un immenso tavolo, come si vede ormai solo in quei film indiani moderni che ironizzano sull’ostinata persistenza dell’antica tradizione. Tutte queste cose si legavano indissolubilmente e al tempo stesso ponevano una distanza verso chi ne era privo, anche se poteva contare su un conto in banca che quelli come noi si sognavano.
La proprietà dei “signori” è una proprietà vissuta, legata a tradizioni, e sulla quale mai si sarebbe pensato di speculare. Ma è soprattutto un passato da conservare gelosamente e che conferisce senso al nostro essere. Il disprezzo di classe, l'arroganza e la durezza d'animo, sono patrimonio dei nuovi arrivati, dei "nuovi ricchi", della mediocritas di un ceto medio “radicale” che nel mondo nuovo ha preso il sopravvento su quanto restava ancora intatto di “conservatore”.




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