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G.Spadolini, Autunno del Risorgimento, Le Monnier

Prefazione a «Autunno del Risorgimento. Miti e contraddizioni dell’unità» (1986)

di Giovanni Spadolini

Questo titolo, «Autunno del Risorgimento», è nato nel 1971 e riflette un’epoca. Il sottotitolo, «Miti e contraddizioni dell’unità», è nato nel 1986 e riflette un’altra epoca, così diversa, nonostante le lievi variazioni del calendario: appena quindici anni.
Il primo titolo, col susseguirsi di varie edizioni nel giro di pochi anni, nell’ambito della mia collana «Quaderni di storia», accompagnò la prima raccolta organica di scritti risorgimentali che avevo compiuto dalle stanze del Corriere, dallo studio di Luigi Albertini. Il secondo – titolo e sottotitolo – caratterizza questa più vasta raccolta di pagine che comprende e riassume, si può dire, un quarantennio di studi dedicati al Risorgimento.
Gli scritti riuniti della prima silloge, e ampliati nella nuova (con parecchi capitoli nuovi, soprattutto coi quattro centrali dedicati alle «contraddizioni dell’unità», «Mazzini: dall’Italia all’Europa», «Cavour: un doppio destino», «La leggenda di Garibaldi», «Vittorio Emanuele II e Pio IX»), non costituiscono soltanto una confessione autobiografica, un esame di coscienza di se stesso. Presuppongono certi problemi irrisolti, rispondono a un interrogatorio sempre dominante: esiste ancora, oltre il centenario di Porta Pia, un’Italia capace di sentire come punti di riferimento, come princìpi attuali, i valori risorgimentali?
La prima raccolta, oggi largamente accresciuta e innovata in questa edizione in qualche modo definitiva, si venne ordinando nella mia mente, spontaneamente, quasi senza forzature, proprio in quel travagliato ciclo della mia direzione del Corriere della Sera, fra il 1968 e l’inizio degli anni settanta, che coincise con la fase più tormentata di crisi e quasi di ripiegamento su se stessa della democrazia italiana. Spente le grandi speranze del centro-sinistra; naufragata nella scissione socialista la prospettiva di un migliore e più articolato equilibrio fra laici e cattolici. Ridiscussi, o rimessi in forse, i valori del patto costituzionale, gli approdi della «magna charta» repubblicana, in cui erano brillati ancora, fra ’44 e ’48, gli ideali o i punti fermi del riscatto nazionale rinverditi dalla lotta di liberazione, talvolta nelle stesse testate, talvolta nelle stesse generose simbologie.
La democrazia rappresentativa contestata da tutte le parti, aggredita da tutte le sponde. Una crescente sfiducia nei princìpi della libertà e della tolleranza. Nuovi e potenti miti, tanto più inattaccabili quanto più sottratti a ogni controllo della ragione, dilaganti sulla scia di una contestazione che aveva perduto rapidamente la sua vibrazione illuminista, la sua primitiva ansia di riscatto. Dilagante la stanchezza della libertà; d’obbligo il rifiuto di Croce. Da tutte le parti suggestioni di violenza, aneliti di “purificazione” che nascondevano spesso ritorni a vecchi e deteriori miti, ai detriti dell’irrazionalismo sempre incubatore del totalitarismo e del fascismo.
Fu in quel clima che nacque spontaneamente l’insegna di questo libro: «Autunno del Risorgimento». Non solo reminiscenze di Huizinga, non solo fermentazioni della memoria (con tutte le radici dell’adolescenza, evocate nella post-fazione); ma più precisamente intuizione etico-politica. Rivendicazione, insieme, di un’eredità e liquidazione di una retorica. Riaffermazione di certi valori, ma svincolati da ogni sottinteso strumentale o peggio ancora statuario. Ricerca di quanto era vivo, e di quanto era morto, in un filone storico che si identificava coi titoli di legittimità della nazione, che si era riflesso non a caso nell’esperienza del secondo Risorgimento, nella Resistenza.
Sullo sfondo di quell’autunno, la ripresa dei motivi di contrasto e talvolta di dilaceramento fra Chiesa e Stato, che sembravano smentire le speranze o gli auspici del «Tevere più largo»: un punto di riferimento inalterabile nella mia azione di studioso non meno che di politico.
Anni di direzione del Corriere: polemiche sulla legge istitutiva del divorzio, scontri, spesso dissimulati, fra le due rive del Tevere circa l’interpretazione del Concordato, ferma e coerente rivendicazione dello Stato italiano, a tutti i livelli, della sua potestà in materia di legislazione matrimoniale, quella potestà cui in principio non aveva rinunciato nemmeno Mussolini (monstrum dell’art. 34 a parte). E l’eredità giovannea, così rinnovatrice, così rivoluzionaria, nonostante il candore disarmato dell’uomo, che rischiava di dissiparsi prima ancora di avere operato. Gli storici steccati fra guelfismo e ghibellinismo, fra laici e clericali, che si stagliavano di nuovo all’orizzonte, carichi di tutte le loro minacce, gravidi di tutte le loro insofferenze.
Il centenario di Porta Pia: celebrato stancamente e contro voglia in quel clima (credo di essere stato il solo direttore di grande quotidiano – dalle stanza di via Solferino – ad averlo onorato con un fondo del giornale e con un numero che resterà «rara avis» di un’età di distrazione e di dimenticanza).
E proprio nel 1971, l’anno in cui comparve la prima edizione di questo volume, che oggi si rinnova completamente nel contenuto e nella grafica (400 tavole tutte nuove e tutte riunite come sempre con l’aiuto di Antonio Godoli, che ha curato con intelletto d’amore l’iconografia di questo e dei volumi precedenti), tutti i nodi al pettine: la quinta legislatura repubblicana che non riusciva più a trovare un ubi consistam, e il cui scioglimento doveva aprire poco dopo la serie delle legislature interrotte nella storia del Parlamento italiano. La reazione di destra e di estrema destra, appena dissimulata dietro le finzioni e gli equivoci della «maggioranza silenziosa», si profilava minacciosa all’orizzonte, pericoloso contraccolpo dell’infantilismo pseudorivoluzionario. E la prepotenza del pan-sindacalismo sembrava destinata a dileguarsi o attenuarsi nella gravità di una situazione economica che rischiava di allontanarci dal nostro naturale, e occidentale, modello di sviluppo. Mentre avanzava l’ombra della violenza e del terrorismo, non ancora vinto.
Cos’è successo in tutti questi anni, fra ’71 e ’86? Ecco la ragione di quel sottotitolo che è integrazione essenziale del titolo. La leggenda del Risorgimento, che si tendeva a dimenticare o contestare nella violenza di un ritorno a un’epoca primitiva e immaginaria (pre-illuministica, pre-capitalistica, con tutto il suo Marcuse), è tornata ad essere sentita come un mito, suscitatore di studi, animatore di tanti «perché». E le contraddizioni dell’unità si sono rispecchiate, e quasi continuate, nelle contraddizioni del nostro sistema democratico, hanno ripreso l’attualità autobiografica che unico aveva intuito, con la sua balenante anticipazione, Piero Gobetti.
«Risorgimento senza eroi» certamente: come noi sempre lo sentimmo nella nostra inalterabile formazione gobettiana ma non in senso né riduttivo né umiliante, tantomeno in senso anti-risorgimentale o contro-risorgimentale. Momento della formazione dell’Italia a nazione e a Stato, sulla base di quella identità di cultura e di lingua che ci fa identificare il corso della nostra storia nazionale col corso di quella certa idea dell’Italia.
In questi quindici anni, nonostante tutto, la società civile si è rivelata complessivamente migliore dei suoi gruppi dirigenti, dei vertici dei partiti e dei sindacati.
Il paese ha difeso quasi d’istinto valori e garanzie giuridiche o morali in cui si riassume, anche per chi non lo sa, l’eredità del Risorgimento, cioè dello Stato nazionale e unitario, la più grande e rivoluzionaria scoperta della nostra storia, come amava dire Giovanni Amendola.
Forze spontanee sono emerse dall’opinione pubblica: impegnate in battaglie che hanno avuto un loro significato peculiare, che hanno finito per assumere una precisa incidenza politica, da quelle per i diritti civili alle altre per la libertà di informazione o contro il monopolio televisivo.
L’area dei grossi partiti non si è più identificata con una soffocamento livellante o condizionatore dell’opinione pubblica al servizio dei facili strumenti del consenso superficiale e insincero, ritmato dalle opposte e bilanciate posizioni fideistiche. La molteplicità, e la pluralità della vita italiana, nelle tensioni di una società industriale avanzata e sospesa fra nord-Europa e Mediterraneo, non sembrano riducibili agli schemi dei troppo disinvolti fautori del bipolarismo, riduttivo di tutti e di tutto. Una società, nel complesso, più ricca di energie, più adulta, largamente secolarizzata. Con l’alternanza laica alla guida del governo si è delineata una democrazia in movimento.
Passata la scalmana della contestazione la gioventù è tornata a studiare: in aule universitarie insufficienti, in aule scolastiche che giustificano i movimenti di reazione degli studenti, ma con una serietà e una severità in cui riescono a collocarsi, senza prepotenze e senza esclusioni, sia i miti sia i moti risorgimentali, con le loro grandezze e le loro miserie, con le loro luci e le loro ombre.
Il risultato è che il libro è nuovo. Nuovo nelle molte pagine mai raccolte in volume, ma nuovo anche nelle pagine della vecchia edizione, tutte riviste, ritoccate, qua e là scorciate o temperate (quasi a correggere antiche ingenuità, a riparare entusiasmi non più sostenibili). Un Risorgimento, in questo senso, come parte segreta della nostra anima, come momento della nostra vita interiore prima che della nostra vita politica o intellettuale.
Questo libro è dedicato ai giovani. Ai miei tanti allievi nelle aule universitarie dopo il 1950; ma più ancora ai giovani che ho avuto occasione di incontrare in tutti questi anni di vita politica, attraverso le magistrature pubbliche che ho ricoperto, cercando di ispirarmi, appunto, a quella certa idea dell’Italia.
Chi studia il Risorgimento con animo critico, al di fuori di ogni pregiudiziale settaria o deformante, non ha regole da imporre né consigli da suggerire. Richiama gli italiani, che affrontano ormai gli orizzonti del nuovo millennio, rappresentanti di un paese profondamente trasformato rispetto a quello in cui siamo nati noi stessi, al senso della continuità nella novità, alle radici della loro storia nella coscienza del nuovo che avanza.
Autunno quindi in certo modo: perché la storia è sempre superamento delle fasi che l’hanno preceduta. Ma anche rapporto di discendenza, come diceva Croce, «coi padri e con gli avoli». Perché per noi laici la storia non solo non ha modelli da imporci, ma non conosce termini da raggiungere. È sempre, e comunque, storia incompiuta. Nel perenne dialogo dell’uomo col Dio che è in noi.

Giovanni Spadolini

In G. Spadolini, «Autunno del Risorgimento. Miti e contraddizioni dell’unità», Cassa di Risparmio di Firenze, 1986, pp. IX-XIII.


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