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    Citazione Originariamente Scritto da Frescobaldi Visualizza Messaggio
    G.Spadolini, Autunno del Risorgimento, Le Monnier

    Prefazione a «Autunno del Risorgimento. Miti e contraddizioni dell’unità» (1986)

    di Giovanni Spadolini

    Questo titolo, «Autunno del Risorgimento», è nato nel 1971 e riflette un’epoca. Il sottotitolo, «Miti e contraddizioni dell’unità», è nato nel 1986 e riflette un’altra epoca, così diversa, nonostante le lievi variazioni del calendario: appena quindici anni.
    Il primo titolo, col susseguirsi di varie edizioni nel giro di pochi anni, nell’ambito della mia collana «Quaderni di storia», accompagnò la prima raccolta organica di scritti risorgimentali che avevo compiuto dalle stanze del Corriere, dallo studio di Luigi Albertini. Il secondo – titolo e sottotitolo – caratterizza questa più vasta raccolta di pagine che comprende e riassume, si può dire, un quarantennio di studi dedicati al Risorgimento.
    Gli scritti riuniti della prima silloge, e ampliati nella nuova (con parecchi capitoli nuovi, soprattutto coi quattro centrali dedicati alle «contraddizioni dell’unità», «Mazzini: dall’Italia all’Europa», «Cavour: un doppio destino», «La leggenda di Garibaldi», «Vittorio Emanuele II e Pio IX»), non costituiscono soltanto una confessione autobiografica, un esame di coscienza di se stesso. Presuppongono certi problemi irrisolti, rispondono a un interrogatorio sempre dominante: esiste ancora, oltre il centenario di Porta Pia, un’Italia capace di sentire come punti di riferimento, come princìpi attuali, i valori risorgimentali?
    La prima raccolta, oggi largamente accresciuta e innovata in questa edizione in qualche modo definitiva, si venne ordinando nella mia mente, spontaneamente, quasi senza forzature, proprio in quel travagliato ciclo della mia direzione del Corriere della Sera, fra il 1968 e l’inizio degli anni settanta, che coincise con la fase più tormentata di crisi e quasi di ripiegamento su se stessa della democrazia italiana. Spente le grandi speranze del centro-sinistra; naufragata nella scissione socialista la prospettiva di un migliore e più articolato equilibrio fra laici e cattolici. Ridiscussi, o rimessi in forse, i valori del patto costituzionale, gli approdi della «magna charta» repubblicana, in cui erano brillati ancora, fra ’44 e ’48, gli ideali o i punti fermi del riscatto nazionale rinverditi dalla lotta di liberazione, talvolta nelle stesse testate, talvolta nelle stesse generose simbologie.
    La democrazia rappresentativa contestata da tutte le parti, aggredita da tutte le sponde. Una crescente sfiducia nei princìpi della libertà e della tolleranza. Nuovi e potenti miti, tanto più inattaccabili quanto più sottratti a ogni controllo della ragione, dilaganti sulla scia di una contestazione che aveva perduto rapidamente la sua vibrazione illuminista, la sua primitiva ansia di riscatto. Dilagante la stanchezza della libertà; d’obbligo il rifiuto di Croce. Da tutte le parti suggestioni di violenza, aneliti di “purificazione” che nascondevano spesso ritorni a vecchi e deteriori miti, ai detriti dell’irrazionalismo sempre incubatore del totalitarismo e del fascismo.
    Fu in quel clima che nacque spontaneamente l’insegna di questo libro: «Autunno del Risorgimento». Non solo reminiscenze di Huizinga, non solo fermentazioni della memoria (con tutte le radici dell’adolescenza, evocate nella post-fazione); ma più precisamente intuizione etico-politica. Rivendicazione, insieme, di un’eredità e liquidazione di una retorica. Riaffermazione di certi valori, ma svincolati da ogni sottinteso strumentale o peggio ancora statuario. Ricerca di quanto era vivo, e di quanto era morto, in un filone storico che si identificava coi titoli di legittimità della nazione, che si era riflesso non a caso nell’esperienza del secondo Risorgimento, nella Resistenza.
    Sullo sfondo di quell’autunno, la ripresa dei motivi di contrasto e talvolta di dilaceramento fra Chiesa e Stato, che sembravano smentire le speranze o gli auspici del «Tevere più largo»: un punto di riferimento inalterabile nella mia azione di studioso non meno che di politico.
    Anni di direzione del Corriere: polemiche sulla legge istitutiva del divorzio, scontri, spesso dissimulati, fra le due rive del Tevere circa l’interpretazione del Concordato, ferma e coerente rivendicazione dello Stato italiano, a tutti i livelli, della sua potestà in materia di legislazione matrimoniale, quella potestà cui in principio non aveva rinunciato nemmeno Mussolini (monstrum dell’art. 34 a parte). E l’eredità giovannea, così rinnovatrice, così rivoluzionaria, nonostante il candore disarmato dell’uomo, che rischiava di dissiparsi prima ancora di avere operato. Gli storici steccati fra guelfismo e ghibellinismo, fra laici e clericali, che si stagliavano di nuovo all’orizzonte, carichi di tutte le loro minacce, gravidi di tutte le loro insofferenze.
    Il centenario di Porta Pia: celebrato stancamente e contro voglia in quel clima (credo di essere stato il solo direttore di grande quotidiano – dalle stanza di via Solferino – ad averlo onorato con un fondo del giornale e con un numero che resterà «rara avis» di un’età di distrazione e di dimenticanza).
    E proprio nel 1971, l’anno in cui comparve la prima edizione di questo volume, che oggi si rinnova completamente nel contenuto e nella grafica (400 tavole tutte nuove e tutte riunite come sempre con l’aiuto di Antonio Godoli, che ha curato con intelletto d’amore l’iconografia di questo e dei volumi precedenti), tutti i nodi al pettine: la quinta legislatura repubblicana che non riusciva più a trovare un ubi consistam, e il cui scioglimento doveva aprire poco dopo la serie delle legislature interrotte nella storia del Parlamento italiano. La reazione di destra e di estrema destra, appena dissimulata dietro le finzioni e gli equivoci della «maggioranza silenziosa», si profilava minacciosa all’orizzonte, pericoloso contraccolpo dell’infantilismo pseudorivoluzionario. E la prepotenza del pan-sindacalismo sembrava destinata a dileguarsi o attenuarsi nella gravità di una situazione economica che rischiava di allontanarci dal nostro naturale, e occidentale, modello di sviluppo. Mentre avanzava l’ombra della violenza e del terrorismo, non ancora vinto.
    Cos’è successo in tutti questi anni, fra ’71 e ’86? Ecco la ragione di quel sottotitolo che è integrazione essenziale del titolo. La leggenda del Risorgimento, che si tendeva a dimenticare o contestare nella violenza di un ritorno a un’epoca primitiva e immaginaria (pre-illuministica, pre-capitalistica, con tutto il suo Marcuse), è tornata ad essere sentita come un mito, suscitatore di studi, animatore di tanti «perché». E le contraddizioni dell’unità si sono rispecchiate, e quasi continuate, nelle contraddizioni del nostro sistema democratico, hanno ripreso l’attualità autobiografica che unico aveva intuito, con la sua balenante anticipazione, Piero Gobetti.
    «Risorgimento senza eroi» certamente: come noi sempre lo sentimmo nella nostra inalterabile formazione gobettiana ma non in senso né riduttivo né umiliante, tantomeno in senso anti-risorgimentale o contro-risorgimentale. Momento della formazione dell’Italia a nazione e a Stato, sulla base di quella identità di cultura e di lingua che ci fa identificare il corso della nostra storia nazionale col corso di quella certa idea dell’Italia.
    In questi quindici anni, nonostante tutto, la società civile si è rivelata complessivamente migliore dei suoi gruppi dirigenti, dei vertici dei partiti e dei sindacati.
    Il paese ha difeso quasi d’istinto valori e garanzie giuridiche o morali in cui si riassume, anche per chi non lo sa, l’eredità del Risorgimento, cioè dello Stato nazionale e unitario, la più grande e rivoluzionaria scoperta della nostra storia, come amava dire Giovanni Amendola.
    Forze spontanee sono emerse dall’opinione pubblica: impegnate in battaglie che hanno avuto un loro significato peculiare, che hanno finito per assumere una precisa incidenza politica, da quelle per i diritti civili alle altre per la libertà di informazione o contro il monopolio televisivo.
    L’area dei grossi partiti non si è più identificata con una soffocamento livellante o condizionatore dell’opinione pubblica al servizio dei facili strumenti del consenso superficiale e insincero, ritmato dalle opposte e bilanciate posizioni fideistiche. La molteplicità, e la pluralità della vita italiana, nelle tensioni di una società industriale avanzata e sospesa fra nord-Europa e Mediterraneo, non sembrano riducibili agli schemi dei troppo disinvolti fautori del bipolarismo, riduttivo di tutti e di tutto. Una società, nel complesso, più ricca di energie, più adulta, largamente secolarizzata. Con l’alternanza laica alla guida del governo si è delineata una democrazia in movimento.
    Passata la scalmana della contestazione la gioventù è tornata a studiare: in aule universitarie insufficienti, in aule scolastiche che giustificano i movimenti di reazione degli studenti, ma con una serietà e una severità in cui riescono a collocarsi, senza prepotenze e senza esclusioni, sia i miti sia i moti risorgimentali, con le loro grandezze e le loro miserie, con le loro luci e le loro ombre.
    Il risultato è che il libro è nuovo. Nuovo nelle molte pagine mai raccolte in volume, ma nuovo anche nelle pagine della vecchia edizione, tutte riviste, ritoccate, qua e là scorciate o temperate (quasi a correggere antiche ingenuità, a riparare entusiasmi non più sostenibili). Un Risorgimento, in questo senso, come parte segreta della nostra anima, come momento della nostra vita interiore prima che della nostra vita politica o intellettuale.
    Questo libro è dedicato ai giovani. Ai miei tanti allievi nelle aule universitarie dopo il 1950; ma più ancora ai giovani che ho avuto occasione di incontrare in tutti questi anni di vita politica, attraverso le magistrature pubbliche che ho ricoperto, cercando di ispirarmi, appunto, a quella certa idea dell’Italia.
    Chi studia il Risorgimento con animo critico, al di fuori di ogni pregiudiziale settaria o deformante, non ha regole da imporre né consigli da suggerire. Richiama gli italiani, che affrontano ormai gli orizzonti del nuovo millennio, rappresentanti di un paese profondamente trasformato rispetto a quello in cui siamo nati noi stessi, al senso della continuità nella novità, alle radici della loro storia nella coscienza del nuovo che avanza.
    Autunno quindi in certo modo: perché la storia è sempre superamento delle fasi che l’hanno preceduta. Ma anche rapporto di discendenza, come diceva Croce, «coi padri e con gli avoli». Perché per noi laici la storia non solo non ha modelli da imporci, ma non conosce termini da raggiungere. È sempre, e comunque, storia incompiuta. Nel perenne dialogo dell’uomo col Dio che è in noi.

    Giovanni Spadolini

    In G. Spadolini, «Autunno del Risorgimento. Miti e contraddizioni dell’unità», Cassa di Risparmio di Firenze, 1986, pp. IX-XIII.


    https://www.facebook.com/notes/giova...0974608660793/
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    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  2. #112
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    Predefinito Re: [*] Biblioteca Repubblicana [*]

    Walter Maturi "Interpretazioni del Risorgimento", Einaudi, Torino 1962






    Prefazione di Ernesto Sestan: https://musicaestoria.wordpress.com/...rgimento-1962/
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  3. #113
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    Predefinito Re: [*] Biblioteca Repubblicana [*]

    Luigi Mastrangelo, “Democrazia e cultura nel pensiero di Giovanni Spadolini”, Polistampa, Firenze 2021

    PREMESSA

    Luigi Mastrangelo rivela una genuina attrazione per la figura e l’opera di Giovanni Spadolini. La sua non è una biografia tradizionalmente intesa; non è neppure un lavoro organico, in quanto non segue un ordine cronologico di inquadramento del pensiero. Trova tuttavia la sua organicità nella libertà di scelta dell’autore: un’antologia, un florilegio, una serie di agili medaglioni, di profili ed affermazioni tali da suscitare il particolare interesse di chi costruisce il volume, attento ad aspetti e valori umani, servendosi delle parole di Spadolini, delle note critiche degli studiosi che hanno affrontato le singole tematiche, delle sue stesse personali conoscenze. Da qui l’abbondanza delle citazioni, proficuo supporto alla linea interpretativa di Mastrangelo.
    Da una citazione, da una frase si trae spunto per un paragrafo, breve o lungo che sia, comunque un approfondimento.
    Non vi è dunque nessuna pretesa di completezza piuttosto una vetrina di passi fondamentali evocanti il percorso coerente dello statista, dello storico, del giornalista, del politico che ha fatto dell’interesse generale del Paese e del rispetto della democrazia pura, senza aggettivi, la regola fondamentale della propria battaglia politica e civile.
    Costante punto di riferimento, Piero Gobetti, l’ “eroe borghese” come lo definì Montale, in grado di richiamare con la sua militanza e con la sua stessa breve vita «al coraggio dei propri ideali, all’assunzione delle proprie responsabilità, all’eroismo del proprio impegno».
    Il filo rosso che muove in modo costante l’educatore civile – Mastrangelo lo coglie perfettamente – è la inseparabilità della cultura dalla politica. Contro ogni concessione alla spettacolarizzazione.

    Cosimo Ceccuti
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  4. #114
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    Predefinito Re: [*] Biblioteca Repubblicana [*]





    L. Mercuri e G. Tartaglia (a cura di), “Il Partito d’Azione dalle origini all’inizio della Resistenza armata”, Atti del Convegno (Bologna, 23-25 marzo 1984), prefazione di Giuseppe Galasso, Archivio Trimestrale, Roma 1985


    PREMESSA


    I curatori della raccolta degli atti del Convegno di studi «Il Partito d’Azione dalle origini all’inizio della Resistenza armata» non desiderano fare o rifare la cronaca o la storia di queste giornate di studio. Lo ha fatto bene l’amico Vincenzo Cicognani, con il calore e la passione che il quarantennio successivo al fascismo non sembra aver scalfito minimamente. Piuttosto interessa qui fissare alcuni punti. Leo Valiani, presidente dell’Istituto Ugo La Malfa e militante da sempre della FIAP ha, più volte, ricordato che spesso La Malfa gli aveva parlato della necessità di approfondire lo studio delle origini del Partito d’Azione per meglio comprendere la breve parabola azionista che coincise – è noto – con la stagione delle speranze anch’essa assai breve. Non è un caso che Valiani espresse questa idea nell’8° Congresso Nazionale della FIAP (Bologna, novembre 1981) che venne subito accolta. A testimonianza di questa idea permanente di Ugo La Malfa, rinveniamo oggi tra le sue carte, numerosi e sparsi appunti che potrebbero servire come traccia per un apposito convegno o seminario per ripercorrere tutta la vicenda dell’azionismo. Del tutto naturale, quindi, che l’Istituto intitolato al leader scomparso e la FIAP (alla quale il La Malfa era associato) fondata da Ferruccio Parri che riunisce in una continuità, non solo ideale, il superstite mondo dei combattenti di GL e del Partito d’Azione, pur militando gli associati della FIAP in partiti diversi, ponessero mano assieme a questa iniziativa. Un convegno di studi è parsa formula preferibile perché essa ha consentito un confronto tra storici di diverse generazioni e di differenti estrazioni ideologiche e ha soprattutto consentito il confronto tra studiosi e testimoni di quelle lontane vicende. Gli organizzatori del Convegno hanno voluto altresì che le relazioni e le comunicazioni sugli affluenti politici e culturali (GL, liberalsocialismo, Democrazia liberale, autonomismo democratico, repubblicanesimo ecc.) che daranno poi vita al Partito d’Azione, fossero accompagnate anche da una serie di approfondimenti su singole realtà regionali, ciascuna dotata di proprie caratteristiche ed esperienze. Studiare le origini dell’azionismo significa anche partire da queste peculiarità locali. Di qui lo spazio riservato all’azionismo del Mezzogiorno, un’area geografica ricca di significativi avvenimenti, mossi anche da una presenza, affatto marginale, degli azionisti, vicende che non hanno avuto, ad oggi, grande attenzione da parte degli studiosi. Del resto da qualunque tipo di scelta si procede, è sempre ineliminabile una certa arbitrarietà e si potranno avanzare riserve sul metodo e sulla validità di criteri di scelta e sulla utilità di alcune considerazioni. Dirà il lettore se il Convegno ha risposto o non ha risposto alle attese degli osservatori, dei partecipanti o degli studiosi medesimi. Innanzitutto nel nesso profondo (e contrastato) che lega alcune parti di questi materiali con la «cultura storica» tradizionale e non e che non pone in dubbio però, nel complesso, i rapporti tra politica e storia. Le novità, le verifiche e così taluni approfondimenti qui acquisiti ci appaiono di indubbia rilevanza. In alcune occasioni il volume segnala alcuni dissensi o anche «buchi», se così si può dire ma anche qui il risultato non è stato trascurabile perché, forse per la prima volta, è possibile vedere meglio i termini di alcune questioni che talvolta erano state eluse o non tenute nella giusta considerazione. Naturalmente, vi sono qui e lì testimonianze, ricordi marginali, impressioni, ecc., utili certo, ma che non riescono a darci completamente «il clima» del tempo considerato e così le tonalità degli altri pezzi del mosaico. Come è noto, le idee e non solo queste bisogna vederle sempre nella loro realtà effettuale. Che la storiografia sull’azionismo e dell’azionismo abbia raggiunto risultati più consistenti negli ultimi tempi, è cosa sicura. C’è da domandarsi – se lo chiedono soprattutto i curatori di questi materiali – se i risultati di questo convegno hanno aggiunto un altro granello a quella storiografia. L’espressione è forse compromettente e probabilmente ambiziosa (c’è sempre, esercitando la funzione di scrittura-lettura l’occasione di imbattersi in connotazioni diverse che la parola o il termine si porta appresso). Qui si sono confrontanti non solo storici accademici ma anche altri fuori dei ranghi universitari e gli studiosi più giovani. Anche coloro i quali hanno portato la loro testimonianza hanno fatto bene e il loro contributo merita rispetto perché di valore umano e morale e frutto di lavoro serio e meditato. Qui va fatta una precisazione doverosa. Abbiamo osservato la dichiarazione d’intenti dei due Presidenti degli Enti promotori, Enzo Enriques Agnoletti e Leo Valiani e degli altri studiosi, di pubblicare rispettando il calendario dei lavori e destinare, dopo tale raccolta, gli interventi «fuori programma» se così possiamo dire, anche quando essi erano oltre i confini che le giornate di studio si erano dati. Una nota, anzi una vera e propria proposta emersa dai lavori del Convegno (presieduti da Carlo L. Ragghianti, Francesco Berti, Leo Valiani, Carlo Francovich, Giancarla Codrignani), va qui sottolineata perché può costituire un punto di riferimento anche per un lavoro successivo. Anzi, si tratta di due proposte per la verità: di continuare queste giornate di studio (Valiani e Bruno Zevi). Il primo ha parlato di uno studio sul Partito d’Azione e dell’azionismo nella Resistenza armata e il secondo sull’itinerario degli ex-azionisti nel post-fascismo. Proposte suggestive da ponderare bene per tutto ciò che tale esame comporta, anche dal punto di vista organizzativo. Qui non dovrebbero esserci, come ha osservato Valiani, solo istinti elementari che albergarono nel partigianato ma anche idee ponderate, della maturazione culturale, da dove veniva l’antifascismo dei combattenti della libertà. Occorrerebbe però far presto per definire queste coordinate e le ragioni si intuiscono. La proposta di Bruno Zevi è del pari ricca di interesse e di suggestioni. La raffigurazione, bella e anche suggestiva, del «fiume carsico» dovrebbe indurre a ricerche su tutti gli aspetti della «diaspora» azionista nel contesto più profondo della realtà italiana del secondo dopoguerra per un panorama assai più largo di quanto non sia stato analizzato ad oggi. Un bilancio che non sia influenzato da pregiudizi politici o di tendenza e la data del 1953 potrebbe essere scelta a «terminus ad quem» di questo aspetto. Potrebbero essere due occasioni (o una forse) da non perdere prima che sia troppo tardi. Intanto le sottoponiamo al lettore per quello che possono valere.


    Lamberto Mercuri – Giancarlo Tartaglia


    Interventi


    - CARLO LUDOVICO RAGGHIANTI, La formazione del Partito d’Azione, Lettera a Leo Valiani - LEO VALIANI, Le matrici politiche del Partito d’Azione - RUGGERO RANIERI, La confluenza dei liberalsocialisti nel Partito d’Azione - DINO COFRANCESCO, Filosofia e politica del Partito d’Azione nel giudizio storiografico - LAMBERTO MERCURI, Giustizia e Libertà nelle carte di polizia 1929-1942 - ALDO GAROSCI, Linee per una microstoria - ARTURO COLOMBO, Da Giustizia e Libertà al Partito d’Azione attraverso i «Ricordi inediti» di Riccardo Bauer - MARINA TESORO, L’itinerario di Fernando Schiavetti dal Partito Repubblicano a Giustizia e Libertà al Partito d’Azione - ALDO ALESSANDRO MOLA, La Massoneria e Giustizia e Libertà - GIOVANNI DE LUNA, L’Azionismo - STEFANO VITALI, Il Partito d’Azione nei 45 giorni del Governo Badoglio - VITTORIO TELMON, La formazione del Partito d’Azione a Bologna - VICENZO CICOGNANI, Questo Convegno, a Bologna - GIOVANNI SPADOLINI, Il pensiero e l’azione di Ugo La Malfa - ENRICO SERRA, Il Partito d’Azione e le fonti diplomatiche italiane (1941-1945) - FULVIO MAZZA, La formazione del Partito d’Azione nel Mezzogiorno - GIANCARLO TARTAGLIA, Le origini del Partito d’Azione in Puglia - ANNA MARIA CITTADINI CIPRI’, Il Partito d’Azione in Sicilia - MARINA ADDIS SABA, Partito Sardo d’Azione e Partito Italiano d’Azione - ANTONIO ALOSCO, Il Partito d’Azione in Campania - ENZO ENRIQUES AGNOLETTI, Il Convegno di Firenze (settembre 1943) - GIANCARLA CODRIGNANI, Una carica ideale - BRUNO ZEVI, «Giustizia e Libertà» in USA 1940-43 - GIGLIOLA VENTURI, Su Franco Venturi - LEONE BORTONE, Cattolici e laici - MICHELE CIFARELLI, Alla ricerca della libertà - RAIMONDO CRAVERI, L’Ufficio studi della BCI - PIETRO CROCIONI, Il Partito d’Azione a Bologna - PASQUALE SCHIANO, Alcune considerazioni sul Convegno - VITTORE FIORE, Il problema meridionale - FRANCO ANDREANI, Studenti contro il fascismo - GIULIO BUTTICCI, Il Partito d’Azione in Abruzzo - AGOSTINO ZANON DAL BO, Il Partito d’Azione a Venezia dalle origini all’inizio della resistenza armata - JOYCE LUSSU SALVADORI, Su Emilio Lussu
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    Alfredo Capone, “Giovanni Amendola. Il padre fondatore della democrazia liberale antifascista”, presentazione di Giorgio Napolitano, Salerno, Roma 2013


    PRESENTAZIONE


    Incoraggiato e indirizzato da Giuseppe Galasso, “amico e maestro”, Alfredo Capone si è dedicato all’impresa altamente impegnativa di una compiuta ricostruzione della figura e del pensiero di Giovanni Amendola, esplorandone la dimensione filosofica (e filosofico-religiosa) non meno di quella politica. È con quest’ultima, peraltro, che sentono di non aver fatto abbastanza i conti persone rivoltesi come me da giovanissime – dopo la caduta del fascismo e nella fase iniziale della rinascita della democrazia in Italia – alla politica in quanto “scelta di vita”. Nessuno meglio di Giorgio Amendola, figlio di Giovanni, ha rappresentato il senso, appunto, di quella “scelta di vita” che già di fronte al fascismo imperante aveva compiuto insieme con altri della sua generazione, aderendo al PCI e calandosi così nella lotta per l’abbattimento della dittatura e per la costruzione – in una prospettiva rivoluzionaria – di una società radicalmente nuova. Per la consuetudine che ebbi, a partire dal 1945-’46, con Giorgio Amendola – al quale davvero debbo la mia formazione politica – posso dire che dalla tragica sconfitta, dal martirio e dal sacrificio del padre, egli aveva tratto – alla fine degli anni ’20 – l’impulso ad abbracciare tutt’altra causa, quella del comunismo, staccandosi dal liberalismo, ma portando per sempre con sé qualcosa di essenziale della lezione paterna. E chi ora leggerà il libro di Capone e vorrà riflettere sulla travagliata esperienza politica e insieme sul personale magistero di Giovanni Amendola, potrà trovare nella personalità del figlio Giorgio – tra le maggiori dell’antifascismo e dei primi decenni della vita repubblicana – molteplici tracce. La severità dell’impegno politico – direi innanzitutto -, la determinazione e il coraggio dei comportamenti (l’attitudine, quasi, al coraggio fisico), l’energia morale che si fa forza motrice di ogni scelta concreta e che in primo luogo regge la scelta generale, decisiva, della politica come ragione di vita. Molto altro emerge, ovviamente, dalla così ampia e puntuale ricognizione del percorso politico e della figura di Giovanni Amendola: il senso della nazione, la visione del governo, la coscienza della crisi dello Stato e della democrazia. E si tratta, certo, di altri aspetti importanti di un lascito su cui è giusto tornare a indagare e interrogarsi. Ma ho voluto mettere innanzitutto l’accento su un patrimonio di valori e riferimenti ideali – nel segno del supremo attaccamento alla libertà – che poté naturalmente trasmettersi a chi ne fu, come Giorgio, forte e consapevole erede. Un patrimonio di valori che, fino a quando Giovanni Amendola visse e operò, non rimase sua impronta solitaria, ma caratterizzò l’ ‘élite’ dei suoi sodali, delle personalità intellettuali e politiche che lo circondarono, e dei suoi sostenitori anche nelle battaglie elettorali salernitane. Ne ho conosciuto qualche rappresentante, anche per i rapporti che mi legavano alla famiglia Marone (a Gherardo in particolare), e ne ho ripercorso esperienze significative come quella della rivista «La Diana». Gli “amendoliani”, le loro prove, il loro fervore, meriterebbero di essere un po’ più ricordati, e con rispetto. La poca attenzione rivolta, sul piano della memoria storica, alla cerchia degli “amendoliani”, può ovviamente ricondursi a quella che Capone chiama «la sfortuna storiografica» di Amendola, individuandone con puntualità la ragione principalmente nel fatto che «il suo modello di democrazia si ispirava a una concezione in gran parte estranea alla tradizione dell’Italia moderna e contemporanea». Tuttavia, per il significato che può avere, anche per ragioni generazionali, la mia testimonianza personale, voglio dire che non sono mai stato toccato da una rappresentazione stroncatoria dell’Aventino e di Giovanni Amendola come capo dell’Aventino. Di quella interpretazione addirittura “colpevolizzante”, che Capone presenta come calcolata o comunque funzionale alla valorizzazione dei partiti di massa divenuti egemoni sull’onda della Resistenza, non mi sono mai sentito portatore: non c’è dubbio, comunque, che se ne debba confutare e liquidare ogni residua sopravvivenza. Ogni volta (e quante volte accadde, nel corso dei decenni) che mi sono trovato, a Montecitorio, nella Sala della Lupa, di fronte alla lapide dedicata alla “secessione” dell’Aventino, non mi sono mai abbandonato, dentro di me, a un qualche facile criticismo, ma ho sempre avvertito un sentimento di istintiva, profonda riconoscenza e ammirazione per quei tenaci avversari della violenza fascista, per quegli irriducibili assertori «di un libero e democratico Parlamento», e innanzitutto per l’intransigenza di cui Giovanni Amendola fu campione e che pagò con la vita. Ed è questo il sentimento da tener sempre vivo nella coscienza degli italiani.


    Giorgio Napolitano – Luglio 2013
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