'Noi sindaci, Grillo, la sinistra'
di Stefania Rossini



«Pisapia, De Magistris e io abbiamo il dovere di indicare un percorso, di proporre un'idea al Paese. Governando bene le nostre città. Ecco perché ho detto di no alla 'lista arancione'». Parla Massimo Zedda, primo cittadino di Cagliari(20 agosto 2012)Timido come mai ti aspetteresti dal primo cittadino di una grande città, acerbo come se avesse vent'anni di meno dei suoi 36 appena compiuti, cauto nelle argomentazioni ma perentorio nelle idee, Massimo Zedda indossa la sua carica di sindaco con un misto di ritrosia sarda e di sicurezza politica che ne fanno un personaggio inedito nel panorama pubblico italiano. A più di un anno dalla clamorosa elezione che lo vide sfidare il Pd alle primarie e poi vincere in una città dove la sinistra non aveva mai governato, il giovane politico vendoliano mantiene intatto il suo appeal sui concittadini, che anzi lo premiano nei sondaggi facendone il secondo sindaco più amato d'Italia (dopo De Magistris, naturalmente). E proprio per fedeltà alla sua Cagliari, Zedda è stato il primo a tirarsi fuori dalla ventilata lista dei sindaci, novità mai decollata del continuo anelito a rinnovare la politica italiana.

Sindaco, come mai ha rotto subito l'incanto di un team con Pisapia, De Magistris, Emiliano, Doria?
«Perché candidarmi al Parlamento sarebbe stato un tradimento verso i miei elettori cagliaritani».

Sta dando del traditore ai suoi colleghi tentati dall'operazione?
«Io parlo per me, gli altri possono fare quello che vogliono. E poi, come avrà visto, si stanno smarcando un po' tutti».

Ma non eravate voi l'unica speranza di arginare il grillismo?
«Se mi permette, trovo ozioso parlare di nomi e di liste prima di aver discusso collettivamente un progetto di governo. Sa cos'è che andrebbe davvero imitato dell'esperienza vincente dei sindaci?».

Che cosa?
«Il nostro percorso. Proporre un'idea di Paese, coinvolgere la società chiedendo contributi su occupazione, crisi, sviluppo. Poi vagliare il tutto attraverso le primarie, anche nella composizione delle liste. E continuare anche dopo le elezioni in un coinvolgimento costante».

Un vero manifesto di cittadinanza attiva. E i partiti che fine fanno?
«I partiti non si toccano. Non credo che sia utile una loro ulteriore mortificazione. Invece devono riprendere a svolgere il ruolo che hanno avuto nel passato: cogliere le esigenze e le passioni che circolano nella società e renderle progetto».

Parla ormai come un leader nazionale. Si è detto che questa sua ascesa abbia un po' incrinato il suo rapporto con Vendola. E' vero?
«E' assolutamente falso. Anche perché io spero di far bene ma cerco di restare sempre in overdose di modestia».

Com'è prudente, sindaco. Era così anche un anno fa o è stato segnato dall'impatto con la realtà?
«Non sono cambiato, anche se sono cambiate le condizioni. Le cinque manovre che hanno travolto gli enti locali e decine di milioni in meno hanno ridimensionato per forza alcuni progetti. Ma i cittadini hanno apprezzato quanto siamo riusciti a fare finora».

Tagli, soprattutto.
«Sì, ma reali oltre che fortemente simbolici, come ridurre le auto blu da sedici a quattro, dimezzare le consulenze, riportare tutti gli uffici in affitto negli immobili del Comune. Poi c'è l'attenzione al decoro urbano, ci sono i nuovi chioschi sulla spiaggia e le nuove piste ciclabili. Sui grandi progetti ho molti cantieri aperti, ma non faccio la politica degli annunci».

Per non rischiare di deludere?
«Perché i tempi medi italiani tra un progetto e la sua realizzazione sono di cinque anni e gli annunci si dimenticano. Ma ho cominciato subito a lavorare per fare di Cagliari il crocevia del Mediterraneo».

Per la media italiana lei è un amministratore molto giovane. Non si sente mai schiacciato dalle responsabilità?
«L'anagrafe conta poco perché si può anche essere dei giovani vecchi».

Si vede così?
«No, ma ho il dovere di non fallire anche per quelli della mia generazione. La mia sconfitta porterebbe a dire: "Avete visto, i giovani non sono all'altezza!". Del resto devo soprattutto ai miei coetanei se sono stato eletto. Li conosco quasi tutti in città e i loro problemi sono stati anche i miei. Così hanno fatto rete, hanno convinto genitori e nonni, molti dei quali non mi avevano mai sentito nominare».

Alcuni pensano che abbia contato parecchio anche la sua famiglia.
«Per il fatto che mio padre è stato segretario della Federazione comunista? Può darsi, ma è solo un elemento di una combinazione dove ha pesato soprattutto il momento propizio. E poi mio padre non fa politica da più di vent'anni, subito prima della svolta di Occhetto».

Perché?
«Forse perché era stanco di non avere spazi per la vita privata, o forse perché la politica stava già cambiando. Allora ha ripreso gli studi, si è laureato, ha fatto felicemente l'insegnante e il dirigente».

Il ritorno agli studi dopo la politica. Farà così anche lei?
«Forse, o forse ci riuscirò prima, in fondo mi mancano solo cinque esami alla laurea e poco prima di essere eletto ho speso un'enormità per pagare tutte le tasse arretrate. Ma è certo che il fatto che io non abbia concluso gli studi ha un po' logorato i rapporti in famiglia. E anche io non ci dormo la notte».

Ma lei ormai è il sindaco di una grande città. Anche Togliatti, anche Berlinguer non erano laureati.
«Già. Ma per me resta un progetto non compiuto. E' una cosa che non torna con la mia educazione».

A proposito, quale educazione si assorbe in una famiglia come la sua proprio negli anni in cui le idee comuniste cominciano a essere svalutate. E soprattutto come si resta comunisti?
«Serietà, sobrietà e onestà erano e restano gli elementi basilari di una visione di sinistra. Ieri come oggi. Il comunismo italiano ha avuto del resto le sue peculiarità positive. A casa mia c'era molto rigore. Da bambino, per esempio, non ho mai avuto la paghetta, solo retribuzioni».

Che vuol dire?
«Ricevevo dei soldi se facevo lavoretti in casa, se andavo a far la spesa e più ancora se falciavo il prato del giardino condominiale. In quest'ultimo caso una educazione precoce al rispetto del bene comune».

Il rigore non le ha impedito di avere un periodo dark.
«Dark, non esageriamo. Diciamo darkeggiante. Vestivo con jeans, giubbotti e anfibi neri, ma senza troppe borchie. Era il mio modo di essere adolescente. Del resto venivo da un'infanzia dove la mia più grande passione era stata quella di giocare da solo ai soldatini. Preparavo strategie militari napoleoniche ma poi facevo sempre vincere Sandokan, mischiando le epoche e gli stili».

Che è un po' una sua caratteristica. Per un periodo ha fatto lo studente universitario, l'attore, il pubblicitario, il cassiere in un bar, il militante politico. Sembra una giovinezza senza centro.
«Sembra, ma il centro è sempre stata la politica. Tutto il resto mi ha dato gli strumenti per farla meglio».

Vediamoli.
«La scuola di teatro mi ha insegnato a stare su un palco vincendo la mia terribile timidezza. Non dico che un politico debba recitare, ma deve saper dire la verità senza timori. La pubblicità mi ha portato a fare esperienze nella comunicazione politica. I tanti mestieri mi hanno fatto vivere da vicino il destino precario della mia generazione. Tutto torna, anche l'imprinting della paghetta».

Che cosa intende?
«Penso che anche nell'assistenza sociale non bisogna dare denaro a vuoto, quasi ad allontanare la persona e a dimenticarla. Ci deve essere un tentativo di collegare a quella persona un lavoro utile, che è peraltro il più potente strumento di socializzazione che esista».

Che però è il contrario del salario di cittadinanza, tanto caro alla sua parte politica.
«Possiamo dare anche quello, ma intanto con i servizi sociali sto cercando di attivare la mia idea».

Zedda, lei torna sempre alla politica. Però è anche giovane, celibe e bellino. Come va con le ragazze?
«Così così. Sono stato fidanzatissimo dai diciotto ai ventotto anni. Poi ho avuto altre ragazze, non so, forse cinque... no, quattro in tutto. Le ho lasciate tutte io, ma l'ultima mi ha abbandonato durante le primarie perché non sopportava che fossi completamente assorbito dalla politica».

Ma è passato un anno e mezzo! Da allora niente, solo lavoro?.
«Solo il Municipio. La mia modestia si applica però anche al lavoro, che è intenso ma non certo logorante e difficile come quello che svolgono molti cittadini».

Va bene, ma anche i più stressati occupano il tempo libero, se non con l'amore, con qualcos'altro di piacevole. Lei che fa?
«Io ne ho davvero poco. Ma in quel poco mi piace leggere autori come Philip Roth. Sa parlare della morte che è una cosa che ci riguarda tutti e il cui pensiero, alla mia età, è un grande antidoto alla sindrome di Peter Pan, quella che ci impedisce di crescere davvero».© RIPRODUZIONE RISERVATA

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