di Mario M. Merlino

Il cinema Cristallo si trovava ad equa distanza dal vecchio distretto militare e l’austero palazzo con colonne e alti soffitti dove sono nato e vissuto (con le parentesi dei miei vagabondaggi in terra di Germania e la permanenza forzosa a Regina Coeli). Una modesta sala adatta e frequentata da militari in libera uscita giovani domestiche civettuole e una masnada di ragazzini con la merenda in tasca e le figurine dei calciatori. Con gli anni tenterà di trasformarsi in sala per film impegnati e per amatori spocchiosi, scarso successo, per finire ad essere cinema a luci rosse e spettacolini con donnine svestite rari gli spettatori un po’ pervertiti e tanto soli…


Vi andavo da adolescente, a volte con le mie sorelle, a fare scorpacciata di western in bianco e nero poi a colori, ma sempre con gli eroi, inossidabilmente belli e bravi, cow-boys o ufficiali in giacca blu, contro gli indiani, i pellerossa, brutti sporchi cattivi e sfigati… le loro frecce si conficcavano nei raggi dei carri mentre con un sol colpo il protagonista di turno faceva ruzzolare da cavallo dai due ai quattro nemici. Nonostante ciò, quando ormai sembrava tutto perduto, ecco il suono della tromba, il vessillo del Settimo cavalleggeri (sempre loro, va da sé, prima di essere presi a calci in culo e tosati a Little Big Horn!) ondeggiante al vento della carica, le sciabole sguainate al sole (e gli indiani, sempre sfigati, continuavano ad essere buttati giù da cavallo!). Allora scattava l’applauso dalla platea per salutare, respiro di sollievo, l’arrivo dei ‘nostri’. Che fossero i ‘nostri’ nessuno dubitava, essendo della stessa razza dei ‘liberatori’ che, a metà degli anni ’50 ancora spadroneggiavano (l’avrebbero fatto, meno palesi, anche dopo ed oggi!) per le strade delle nostre città.


Solo noi restavamo al nostro posto, scontenti e scontrosi. Non che avessimo le idee chiare, solide fondamenta ideologiche, profonde analisi geo-politiche… io avevo girato allora la boa dei dieci anni e poco più grandi le prime due delle mie sorelle. Ma questa era la consegna di mia madre, magari con il ricatto di imporci a sera la minestra di cavolo. Mia madre, che era nata a New York, aveva portato in Italia la sola dote dell’anti-americanismo, assoluto e viscerale. Quando gli alleati raggiunsero la costa romagnola, assestandosi a pochi chilometri da Rimini, discesero lungo i viali alla marina lanciando sigarette cioccolata razioni Kappa ad una folla plaudente becera e stracciona. Le mie sorelle, richiamate dal trambusto, uscirono dal giardino della nostra villetta e la più grande ebbe il tempo di raccogliere una tavoletta di cioccolata. Se la portò alla bocca ed ebbe la sensazione di qualcosa di gustoso al palato che mia madre, sopraggiunta alle loro spalle, le diede un ceffone, le ordinò di buttarla via…perché non si prende dal nemico nulla e in nessun caso… (povera Maria Letizia, tutto le puoi chiedere ma non del cioccolato che ne ha conservato il trauma. Trauma salutare, educativo, oserei dire di stile…).


Un altro compagno della mia adolescenza furono i fumetti, le strisce di Pecos Bill, dell’Intrepido, di Black Macigno e i romanzi di Salgari e le avventure de Il Coyote. Fra costoro, però, trovai i miei eroi preferiti, quelli che s’imposero premessa ad altre, ma consequenziali scelte di campo. Uno squadrone di cavalleria sudista soccorre ed arruola come trombettiere un piccolo pellerossa, Oklahoma Jim, la cui tribù è stata sterminata dalle truppe nordiste. Il bianco sole dei vinti e Alce Nero parla ancora in embrione… Come si vede, potevo fare il chierichetto in parrocchia? Stravaccarmi al bar a parlare della Roma e della Lazio? Frequentare la cellula per essere indottrinato su ‘a da venì baffone!’ e fare la santificazione del proletario stakanovista? Direi proprio di no…


Il tragico destino delle popolazioni indiane del Nord America si compiva il 29 dicembre del 1890 a Wounded Knee nel South Dakota. La ‘follia del Messia’ venne chiamata la disperazione e l’orgoglio mai sopito, la vana speranza di una palingenesi, che spinse gli ultimi pellerossa a lanciarsi contro i proiettili, le sciabole e le baionette confidando nell’invulnerabilità promessa loro dal Grande Spirito. Ma l’età degli dei era già da lunga data volta al tramonto e fu solo scempio di carni lacerate e infamia senza fine. Da Alce Nero parla, a cura di John G.Neihardt, ultima pagina: ‘Non sapevo in quel momento che era la fine di tante cose. Quando guardo indietro, adesso, da questo alto monte della mia vecchiaia, ancora vedo le donne e i bambini massacrati, ammucchiati e sparsi lungo quel burrone a zig zag, chiaramente come li vidi con i miei occhi da giovane. E posso vedere che con loro morì un’altra cosa, lassù, sulla neve insanguinata, e rimasta sepolta sotto la tormenta. Lassù morì il sogno di un popolo. Era un bel sogno… perché il cerchio della nazione è rotto e i suoi frammenti sono sparsi. Il cerchio non ha più centro, e l’albero sacro è morto’.


Quando gli dei si ritirano, la terra si fa arida e il grido di rivolta non giunge a percuotere la volta del cielo. Rimane, forse, soltanto un compito di testimonianza come quel soldato romano che, sotto l’eruzione del Vesuvio a Pompei, non volle abbandonare il suo posto perché nessuno venne a scioglierlo dalla consegna. Immagine questa cara ad Oswald Spengler e riproposta da Adriano Romualdi.
EreticaMente: Venti e danze di guerra