IL GENERALE E LA DISINFORMATIJA
mercoledì 22 luglio 2009
Roma, 22 lug - (di Giuseppe Paradiso) - Oggi vi devo dare conto di una curiosa notizia ricevuta via fax dal segretario del neonato PDM (partito per la tutela dei diritti dei militari). Il fax riporta un ritaglio di stampa con un articolo pubblicato da "Libero" il 18 luglio scorso a pagina 12 dal titolo "Il 'partito dei soldati' è un insulto alle Forze Armate", a firma di Gianalfonso D'Avossa. Scopro quindi che l'estensore dell'articolo è un ex generale in pensione e, per come riporta Wikipedia, "figlio del generale Giovanni d'Avossa, che ottenne la medaglia d'oro al valor militare durante la seconda guerra mondiale a Bardia in Africa, è stato il 58° comandante del reggimento di artiglieria a cavallo 'Voloire' di Milano e il 41° comandante della brigata corazzata 'Ariete'." Insomma, un militare a tutto tondo.
Ma torniamo a bomba sull'articolo. La prima cosa che noto è che il generale in pensione non ha perso il piglio militaresco; lo si deduce quando si chiede "chi ha dato questa infelice e inopportuna autorizzazione" riferendosi alla conferenza stampa di presentazione del PDM svoltasi a Montecitorio nella Sala del Mappamondo. Forse il generale immagina i luoghi di pertinenza del parlamento come una specie di caserma dove i deputati debbano alzare timidamente la manina financo per chiedere di utilizzare una sala dedicata alle conferenze. Forse immagina (e spera) che le istanze vengano vagliate da un occhialuto e pedante funzionario armato di timbro che decide quando e come concedere graziosamente l'utilizzo di locali adibiti al pubblico dibattito. Il generale si rassegni: grazie a Dio le cose all'interno di una istituzione democratica non funzionano così. Ma passiamo oltre.
Noto ancora che l'ex generale, nella concitazione di esprimere il suo sdegno, non si è nemmeno informato sul nome reale della neonata formazione politica che non si chiama "partito dei soldati" ma "partito per la tutela dei diritti dei militari" e, come specificato chiaramente nel corso della conferenza stampa, non è il "partito dei militari" e
nemmeno quello della truppa o del soldato. La questione non è di poco conto perchè il PDM si rivolge a tutti gli italiani che hanno a cuore la riforma dei regolamenti militari in chiave democratica. Nulla di sedizioso nè tantomeno "lesivo della specificità della condizione militare", come ha scritto il generale nel suo articolo.
Continuando la lettura del pezzo pubblicato da "Libero", l'ex generale annaspa ancora nell'equivoco parlando di "un partito riservato agli uomini in uniforme" nato "proprio nel luogo simbolo della volontà popolare". A ben vedere l'ex generale non sembra avere dimestichezza con quello che scrive, specialmente per l'asserito rispetto della "volontà popolare". Non era lui infatti quello che sul sagrato della Basilica di San Paolo a Roma, al termine del funerale del Caporal Maggiore scelto Alessandro Pibiri ucciso a Nassiriya, si rivolse al presidente della Camera dandogli dell'opportunista? E il presidente della Camera dei Deputati non è forse una figura istituzionale espressione della volontà popolare? Oppure, domandiamo al generale, la volontà popolare è meritevole di rispetto solo quando si conforma al suo personale gradimento?
Non gli è parso fuori luogo polemizzare in quel momento, al cospetto delle spoglie mortali di un nostro soldato, con la terza carica dello Stato?
Rivolgendosi poi all'inclita e al colto il generale scrive che "iscriversi a un partito politico, come per qualsiasi altro cittadino, non è consentito al soldato, come non gli è
permesso scioperare e svolgere attività politica al di fuori di una campagna elettorale".
Qui siamo alla disinformatija più plateale.
Delle due una: o l'ex generale disconosce le leggi che regolano la materia o mente sapendo di mentire.
Nessuna legge è mai stata promulgata che impedisca al militare l'iscrizione e la militanza in un partito politico, in qualsiasi circostanza di tempo anche al di fuori "di una campagna elettorale". Questo è bene chiarirlo una volta per tutte. Per completezza di informazione aggiungo che la questione dell'iscrizione ai partiti politici da parte dei militari è stata al vaglio del parlamento negli scorsi anni, senza però approdare mai ad una legge. Stiamo parlando della proposta di legge presentanta nel 1986 e del d.l. n. 141/1991 . Il generale D'Avossa potrà sicuramente fare una ricerca nell'archivo del parlamento per rendersene conto ma per maggior intelligenza gli consiglio di leggersi anche le interrogazioni parlamentari presentate nel corso di questi ultimi anni rivolte ai vari ministri della Difesa l'ultima della quali, mi pare di ricordare, è avvenuta nel 2005 quando il ministro Martino, seppure a denti stretti, ha dovuto ammettere che ai militari non è vietata l'iscrizione ai partiti politici in mancanza di una legge che espressamente lo impedisca. Ma passiamo alle domande: mi risulta che il generale quando era in servizio si candidò per ben due volte nella DC, una volta nel PSDI e un'altra nel PRI (subito ritirata per l'intervento di Spadolini), senza che nessuna di queste sue iniziative sia stata coronata da successo. Perchè dunque un generale può tranquillamente destreggiarsi nell'agone politico ma si infuria se a farlo è un semplice soldato?
Infine, alla luce di quando appena esposto, mi sento di tranquillizzare l'on. Maurizio Turco: se il dispiacere dei generali alla nascita del "partito per la tutela dei diritti dei militari" verrà esternato con lo stile dell'ex generale D'Avossa, il PDM avrà davanti a sè un luminoso cammino.




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