28/08/2012 - Il debito pubblico del belpaese e gli investitori internazionali: una riflessione sul Corriere
Chi specula davvero sull’Italia? Sono davvero soltanto gli stranieri a colpire quando lo spread sale? Roger Abravanel e Luca D’Agnese sul Corriere della Sera rispondono alla domanda in maniera piuttosto originale:
I malvagi speculatori internazionali? Non sono i soli. L’Economist (fonte Eurostat) dimostra che l’Italia è un Paese con un debito estero netto relativamente basso (21% del Pil contro il 90% della Spagna). Come si spiega? Col fatto che gli italiani, titolari di una ricchezza finanziaria netta pari a 2 volte il Pil (più ricchi di spagnoli, tedeschi e inglesi) ne hanno un bel po’ investita all’estero. Alle Cayman? Non solo. Basta investire in un qualsiasi fondo comune di investimento italiano in titoli a basso rischio che vende i titoli italiani e compra i bund.
E quindi, sostengono i due, gli «speculatori» siamo anche noi:
Mentre per i nostri risparmi il futuro dell’euro è il problema numero uno, per i nostri redditi (e quelli dei nostri figli) ce n’è un altro ben più grande. Che si chiama crescita. Negli ultimi quindici-vent’anni l’Italia ha accumulato un grave ritardo rispetto alle altre economie occidentali. Prima della crisi? Un punto, un punto e mezzo di Pil pro capite all’anno. Durante la crisi? Uguale. Non è un problema di euro ma di produttività nella produzione fisica di beni e servizi, che misura quante ore bisogna lavorare per costruire un’auto, ristrutturare una casa o insegnare le tabelline a un bambino. Che da noi non cresce, per cui mentre negli altri Paesi si costruiscono più auto, più case, più istruzione a parità di ore, in Italia siamo al livello di vent’anni fa. E le macchine tedesche, i mobili svedesi, le assicurazioni inglesi, gli alberghi francesi, l’istruzione finlandese sono migliori dei nostri, il che peggiora ulteriormente il nostro gap di produttività. E conseguentemente il numero di italiani che lavorano è cresciuto ma troppo poco: è il trenta per cento in meno che in Germania e in Usa. In un’economia di mercato la produttività la fanno le aziende, che in Italia non crescono neanche loro. E questo spaventoso deficit di occupazione rispetto alla popolazione (10 milioni) non lo fanno solo i disoccupati, ma anche i pensionati, le casalinghe, quelli che si laureano a trent’anni. Dovremmo occuparci delle politiche che fanno crescere le aziende, incentivano l’occupazione femminile, migliorano la scuola e l’università e non solo dell’euro. Perché ai nostri figli non può pensarci Angela Merkel.
Chi specula davvero sull’Italia




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