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    Anche Tacito era un antisemita?
    di Francesco Lamendola - 09/05/2012

    Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte]








    Tacito non amava gli Ebrei, questo è certo.

    Ne parla nel quinti libro delle «Historiae», e non ne parla in termini lusinghieri.

    Riporta una voce secondo cui il faraone decise di deportare gli Ebrei fuori dall’Egitto in seguito a un oracolo di Giove Ammone, consultato per sapere che fare davanti a una pestilenza che mieteva innumerevoli vittime. L’oracolo gli aveva detto che doveva purificare il suo regno da una stirpe che era in odio agli dèi, deportandola in terra straniera: «purgare regnum et id genus hominum ut invisum deis alias in terras avehere iussum» («Hist.», 5, 3).

    Afferma che Mosé, dopo aver persuaso i suoi compatrioti che, in quel frangente, non dovevano aspettarsi alcun aiuto né dagli uomini, né dagli dèi, li condusse attraverso il deserto e li legò a sé mediante una nuova religione, nella quale sono empie tutte le cose che per i Romani sono sacre, mentre sono permesse tutte quelle cose che per i Romani sono sacrileghe: «Profana illic omnia quae apud nos sacra, rursum concessa apud illos quae nobis incesta (5, 4).»

    Dice che le loro pratiche religiose sono perverse e infami, e che i Giudei hanno attirato presso di sé la feccia degli altri popoli, per la loro depravazione; li accusa di proselitismo sleale, di coltivare un fortissimo spirito settario, per cui si aiutano l’un l’altro in ogni occasione, mentre riservano un odio implacabile a tutti gli altri popoli: «cetera instituta, sinistra foeda, pravitate valuere. Nam pessimus quisque spretis religionibus patriis tributa et stipes illuc <con>gerebant, unde auctae Iudaeorum res, et quia apud ipsos fides obstinate, misericordia in promptu, sed adversus omnes alios hostile odium.» (5, 5).

    Coloro i quali decidono di convertirsi al Giudaismo, per prima cosa devono farsi circoncidere, perché tale è il loro segno di riconoscimento; poi devono imparare a disprezzare gli dèi, a rinnegare la loro patria, a non tenere più in alcun conto i rapporti di parentela, sacri invece ai Romani, perché I Giudei hanno un unico dio, che adorano solo in spirito: «Transgressi in morem eorum idem usurpant, nec quidquam prius imbuuntur quam contemnere deos, exuere patriam, parentes liberos fratres vilia habere» (ibidem).

    Non è un ritratto simpatico, senza dubbio.

    D’altra parte, prima di trarre delle conclusioni affrettate, bisogna tener presenti due circostanze, l’una di ordine specifico, l’altra di ordine generale.

    La prima è che Tacito descrive i costumi degli Ebrei e ne traccia un ritratto morale nella sezione della sua opera in cui si accinge a narrare la guerra giudaica sostenuta da Tito, per conto del padre, Vespasiano, culminata nell’assedio, nella conquista e nel saccheggio di Gerusalemme: guerra durissima, spietata da ambo le parti, che costò molto sangue e molti sacrifici ai Romani, e nella quale non ci si può ragionevolmente aspettare che un Romano fosse propenso a giudicare il nemico con equanimità.

    È vero: Cesare, nel descrivere le sue campagne contro i Galli, e specialmente quelle contro i Germani, non manca di una certa imparzialità; e lo stesso Tacito, nel descrivere i Germani nella monografia ad essi dedicata, giunge perfino a idealizzare quei fieri avversari di Roma; così come, nell’«Agricola», che pure è un’apologia del suocero, protagonista di una guerra contro i Caledoni, non si perita di dipingere il capo di questi ultimi, Calgaco, in un’aura quasi romantica; né si trattiene dal criticare duramente i propri concittadini, che escono non poco sminuiti dal confronto con i costumi e la tempra morale dei cosiddetti barbari.

    Però le guerre condotte dai Romani al di là del Danubio, del Reno e nelle estreme regioni settentrionali della Britannia, erano state molto diverse da quella condotta contro i Giudei: accanto ad episodi atroci, di autentico genocidio (come quello degli Eburoni, da parte di Cesare) ve ne errano stati altri, quasi cavallereschi. Pur nella diversità delle culture e delle religioni, i Romani si erano misurati con dei nemici che potevano capire e la cui voglia di indipendenza essi, in fondo, ammiravano; mentre la guerra giudaica era stata una guerra senza quartiere, combattuta con estremo fanatismo in nome di valori che essi con comprendevano o che non ritenevano tali, così come non comprendevano il monoteismo giudaico, implicante rifiuto e disprezzo per tutti gli altri dèi e per tutti gli altri popoli.

    La seconda circostanza è che Tacito non esprime, riguardo agli Ebrei, giudizi diversi da quelli di quasi tutti i suoi concittadini, o, per dir meglio, di quasi tutti gli altri popoli antichi del bacino mediterraneo, i quali con essi erano venuti a contatto.

    L’insofferenza e l’antipatia verso di essi sono generalizzate; e, se si vuol essere onesti, bisogna pur dire che esse erano largamente ricambiate, se non anche precedute dagli Ebrei: i quali, in base alla legge mosaica, consideravano abominio e contaminazione qualunque mescolanza e perfino qualunque contatto occasionale con gli altri popoli, al punto da doversi lavare le mani se avevano a che fare con stranieri o da rifiutarsi di entrare nelle loro case, anche solo per ragioni di affari o di legge. Non ci testimoniano forse i Vangeli che Ponzio Pilato dovette tenere il giudizio a carico di Gesù Cristo nello spiazzo fuori dal Pretorio, il Litostroto, perché i sacerdoti non intendevano entrarvi, conformemente alle loro leggi?

    Alla luce di tali, semplici riflessioni, ci sembra decisamente esagerato interpretare l’atteggiamento di Tacito come un caso di antisemitismo, come pure da parte di taluno si è fatto, oltre che metodologicamente scorretto.

    L’antisemitismo è un fenomeno medievale e moderno e risale a dopo la Diaspora; parlare di antisemitismo prima della Diaspora, non solo quella verificatasi dopo la guerra del 66-70 (sotto Nerone e poi Vespasiano) ma anche quelle, sanguinosissime ed estese a buona parte del bacino mediterraneo, del 115-117 (sotto Traiano) e del 132-35 (sotto Adriano), è una forzatura in termini storiografici.

    Oltre a ciò, bisognerebbe sempre distinguere, quando si parla di antisemitismo (che è, esso stesso, un termine scorretto, perché Semiti non sono soltanto gli Ebrei, ma anche gli Arabi), fra un antigiudaismo di tipo religioso, tipico dell’Europa cristiana medievale, e l’antisemitismo propriamente detto, biologico e razziale, tipico della persecuzione nazista; mentre i “pogrom” e le intermittenti persecuzioni in Polonia, Ucraina, Russia, fra la seconda metà del XIX e i primi decenni del XX secolo, presentano caratteri misti dell’uno e dell’altro.

    L’antisemitismo vero e proprio, ad ogni modo, è quello dei primi decenni del Novecento, manifestatosi nell’Europa centro-orientale: nell’Ucraina di Petljura, nella Polonia di Pilsudskij e, da ultimo, e in forma tragicamente organizzata e sistematica, nella Germania hitleriana, nella Romania di Antonescu e nella Croazia di Ante Pavelic; è, pertanto, del tutto improprio parlare di “antisemitismo” per quanto riguarda il giudizio di Tacito sugli Ebrei, a meno di voler sostenere che tutto il mondo antico fosse pregiudizialmente e deliberatamente antisemita.

    In quest’ultima maniera, peraltro, la pensano quegli storici e quegli storici della letteratura che si sono confrontati con i brani sopra ricordati delle «Historiae» tacitiane; i quali, con poco senso della prospettiva storica e giudicando un paradigma culturale, quello di Roma antica, con le categorie del proprio, hanno ritenuto di dover mettere Tacito sul banco degli imputati, in una specie di Norimberga ideale post-rem, affinché nemmeno lui sfuggisse alla riprovazione morale per quel che gli Ebrei hanno sofferto quasi duemila anni dopo.

    Spicca, fra gli altri, il giudizio del latinista Ludovico Griffa, che da un lato tende a stemperare il presunto antisemitismo di Tacito in un più ampio pregiudizio romano nei confronti dei popoli orientali, dall’altro porta a sostegno del proprio punto di vista le parole di un altro latinista, Concetto Marchesi - il quale, forse, non era la persona più idonea a esprimere condanne morali sul prossimo, né la più serena per parlare di antisemitismo, visto il ruolo a dir poco ambiguo che ebbe, quale esponente del movimento partigiano comunista, nella trista vicenda dell’assassinio del filosofo Giovanni Gentile (checché ne dica Luciano Canfora). Riportiamo entrambi i giudizi (da: L. Griffa, «Antologia di autori latini», Milano, Edizioni A. P. E. Mursia, 1987, vol. 2, p. 406):



    «UN EPISODIO DI ANTISEMITISMO NELL’ANTICHITÀ.

    “Nel quinto libro delle “Storie” Tacito esprime la sua collera contro i Giudei e il loro culto mosaico, empio ed abominevole, contrario al culto degli altri mortali. Nei quattro capitoli dove parla degli Ebrei e del loro territorio manifesta non l’inimicizia ma l’odio: l’odio della razza, anzi l’odio delle razze contro una razza sola che pareva la più chiusa, trista, malefica. Nemica implacata di Roma era la Germania: eppure quale differenza tra le parole onde Tacito ha esaltato la gente germanica, poderosa e invitta, e quelle onde ha colpito il popolo ebreo battuto e disperso! ‘Quanto è sacro presso gli altri popoli - scrive Tacito - è per i Giudei profano: ed è sacro a loro ciò che è impuro per gli altri… Fedeli tra loro, pietosi tra loro: odiatori e nemici del resto degli uomini’. Come Tacito, anche Giovenale, suo contemporaneo. Spirito rudemente italico e nazionale, avverso anche lui a quanti orientali e greci eran venuti di levante a intrudersi come vischio nel ceppo latino, Giovenale denunciava nell’ebreo ‘lo spregiatore consueto delle leggi romane, che teme soltanto la legge di Giuda, e a nessuno indicherebbe la via che non fosse suo fratello di religione e nessuno accompagnerebbe alla fontana che non fosse circonciso’ (Sat., XIV, 96-104)” (C. Marchesi).

    Le pagine citate di Giovenale e di Tacito sono dunque un lampante esempio di antisemitismo nel mondo romano. Tacito alla scarsa considerazione unisce un astio che non ha riscontro per nessuna altra gente: gli Ebrei sono un popolo di buoni a nulla, che gli Egiziani non hanno potuto sopportare neppure come schiavi, fanatici in una superstizione irragionevole, odiatori del genere umano, dediti a riti infami e ridicoli, abitanti in una regione desolata come il loro lugubre destino. A loro Tacito non riconosce proprio nulla: non capisce la sublimità del loro monoteismo, non apprezza la spiritualità della loro religione che non vuole effigi materiali di Dio, presenta la difesa del loro costume e della loro cultura come cocciuta ostinazione, come odio per gli altri popoli (un razzismo alla rovescia!); persino davanti ad un episodio che per altre genti egli avrebbe esaltato ed elogiato come amore eroico per la libertà (la ribellione armata all’ordine di Caligola di erigergli una statua nel Tempio di Gerusalemme) rimane indifferente e si limita ad una scarsa notizia.

    Per capire (non per giustificare) questo atteggiamento bisogna inquadrarlo nell’ostilità che gli scrittori di origine quiritaria, da Catone il Vecchio (III-II sec. a. C.) in poi hanno sempre dimostrato verso i popoli dell’Oriente, a cominciare dai Greci per finire ai Persiani, considerati sempre effeminati, corrotti e corruttori. Forse l’antisemitismo di Tacito e di Giovenale non è ce un aspetto d questa avversione per tutto ciò che sia orientale.»



    Dunque, stando a questo ragionamento, chi critica le usanze di un altro popolo, chi ne evidenzia i difetti, veri o presunti, è automaticamente un razzista; e chi lo fa nei confronti degli Ebrei, è automaticamente un antisemita. Tacito lo fa, dunque è un antisemita; Giovenale lo fa, dunque è un antisemita anche lui (e cosa dovremmo dire, allora, della misoginia di Giovenale: forse che il poeta latino era pure, per soprammercato, un antifemminista?).

    Una volta imboccata questa linea di pensiero, a Marchesi non crea alcun problema accusare di antisemitismo non solo tutti gli antichi Romani, ma tutti i popoli dell’antichità, accomunati da un identico razzismo: neppure per un istante egli prende in considerazione la possibilità che, se certi giudizi erano diffusi presso TUTTE le nazioni antiche che avevamo avuto rapporti con i Giudei, forse sarebbe più ragionevole domandarsi se, per caso, quei giudizi non avessero una base effettiva nel modo di porsi dei Giudei medesimi verso di esse.

    Griffa, da parte sua, rincalza la dose, ironizzando sul presunto “razzismo alla rovescia” degli Ebrei verso i Gentili, con il mettere un punto esclamativo accanto all’espressione; e arrivando a imbastire un processo alle intenzioni, in cui rimprovera a Tacito non quello che ha scritto, ma quello che ha pensato mentre scriveva, e lo accusa di aver espresso un giudizio molto diverso da quello che avrebbe dato, in una circostanza simile, se si fosse trattato di un altro popolo.

    Però, allo stesso tempo, si contraddice: perché, mentre parla di «un episodio di antisemitismo nell’antichità» (mentre sarebbero due: quello di Tacito e quello di Giovenale), poi, sposando la tesi di Marchesi, mette sul banco degli accusati niente di meno che tutte le nazioni antiche…

    Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it
    Ultima modifica di Avanguardia; 04-09-12 alle 22:44

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