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  • 1 Post By Gianky

Discussione: Oggi festeggiano..

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    Predefinito Oggi festeggiano..

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    Predefinito Re: Oggi festeggiano..

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    ████████

    Gli umori corrodono il marmo

  3. #3
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    Predefinito Re: Oggi festeggiano..

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  4. #4
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Oggi festeggiano..


    Anche se l’armistizio era stato firmato, non significava nulla fino al momento in cui fosse stato possibile renderlo pubblico. Durante l’intervallo gli Alleati continuarono a uccidere gli italiani. Tre giorni dopo la firma, fu sferrato contro Frascati uno degli attacchi aerei più massicci che si fossero visti fino a quel momento. Frascati, situata a una quarantina di chilometri a sud-est di Roma, era un legittimo obiettivo militare, data la presenza di numerosi alti comandi tedeschi. Ma i bombardieri alleati, con l’abituale imprecisione, riuscirono a causare solo danni lievi a uno di essi, e uccidere invece centinaia di donne e bambini. (da ‘La guerra inutile’, pag.141).
    Suonava mezzogiorno, quando 135 bombardieri B-17 rovesciarono su Frascati 389 tonnellate di bombe, uccidendo 6.000 degli 11.000 abitanti. Costoro pagavano con la loro vita l’inesattezza delle informazioni fornite a suo tempo da Castellano agli Alleati sulla dislocazione del Quartier Generale tedesco: esso, infatti, non si trovava proprio a Frascati, ma in diverse ville vicine, tra Montecavo e Grottaferrata, fra cui la celebre Villa Aldobrandini. Cosi i tedeschi se la cavarono con un centinaio di morti ed il loro Quartier Generale continuò a funzionare perfettamente. (da ‘In nome della resa’, pag.352)

    L’opera umanitaria di soccorso di quel maledetto 8 settembre è stata immortalata da Padre Giuseppe Alvarez nel libro-diario: “Tra le macerie di Frascati. Ricordi personali”, pubblicato nel 1944, pagine 134. Gli episodi narrati da questo sacerdote sono sconvolgenti, essi fotografano la drammatica situazione di un evento storico che rimarrà scolpito in eterno. Riportiamo due stralci significativi:

    «Tra le vittime c’era una ragazza, avvenente, giovane, nella primavera della vita, alle quali prestò le sue esperte cure un soldato tedesco…. Noi cominciavamo a fare la respirazione artificiale, poi pregavamo qualcuno dei presenti di continuare, per poterci prendere subito la cura di un altro.



    Maria Valeri

    Quel soldato tedesco passò due lunghe ore occupato con la stessa vittima. Si sarebbe detto che l’avesse conosciuta prima: mi disse, invece, che non l’aveva mai vista. Le faceva la respirazione artificiale, le trazioni ritmiche della lingua, i massaggi, le dava ad odorare aceto o ammoniaca. La paziente apriva gli occhi e ricominciava a respirare, allora il soldato tedesco la lasciò distesa su un tavolo, per prendere un po’ d’acqua.

    Frattanto venne un addetto della Croce Rossa il quale, avendo bisogno di un tavolo e credendo morta quella ragazza, la spostò bruscamente. [Si accertò che la buttò per terra senza pensarci su]. Allora quel cuore, che aveva lottato per più di due ore tra la vita e la morte, cessò di battere per sempre. Era Maria Valeri di anni 20. Io ho visto quella ragazza, mentre era curata dal soldato tedesco, l’ho vista appena morta, l’ho vista nel pomeriggio della tristissima giornata, il giorno dopo prima di portarla al cimitero, poi diverse volte nel cimitero, fino al momento nel quale la lasciammo cadere nella fossa comune. Ne ho visto il progressivo disfacimento, ho conosciuto le vanità delle cose del mondo, delle bellezze umane».

    «Per necessità cognitiva ed umana dobbiamo collegare la figura di Maria con quella di Renato Vittori, nato a Frascati il 16 ottobre 1923, la cui morte resta un evento tragico, unico, lasciando tutta la famiglia nella costernazione più desolante al punto che il padre, per il resto della vita, si faceva vedere con una grande barba incolta. La madre si era illusa che il figlio era rimasto prigioniero, forse in Russia…Andiamo con ordine


    Renato Vittori

    Questo aitante ragazzo, a diciannove anni (1942) parte volontario per la guerra arruolandosi nell’Aeronautica Militare. Il padre Giulio è un uomo altamente specializzato di motori aerei, passione e capacità che trasferisce al figlio. Così, con il consenso della famiglia perché minorenne e dopo un breve addestramento, viene subito sbattuto in Africa su uno stormo di Marchetti-Savoia 79/82. Si distingue in numerose battaglie, ne esce sempre vincente, ma nell’aprile del ’43 il suo apparecchio viene colpito dalla contraerea inglese ed egli rimane ferito ad una spalla. Guarito nell’arco di un mese, la patria lo reclama e Renato sale di nuovo sul suo apparecchio. E’ l’estate del ’43, la guerra volge al peggio, Renato viene trasferito a Castelvetrano in Sicilia, poi a Tarquinia. Da qui egli telefona alla madre dicendole che l’8 settembre sarebbe venuto a trovarla per qualche giorno di permesso, precisandole però che, prima di andare a Colle Maria (dove lei abitava), sarebbe passato dal sarto Bottomei a via Cairoli per misurarsi un abito. E’ proprio qui che lo coglie il bombardamento. Lui e il sarto cercano di raggiungere il ricovero, ma lungo la strada, all’incrocio con via del Gesù (ora Buttarelli) una bomba lo colpisce in pieno. Non rimane neppure un’unghia. Polverizzato.

    Alla fine, su una montagna di macerie, spicca una borsa di pelle foracchiata che Renato portava sempre con sé. E’ quello che trova il padre Giulio quando si porta a cercarlo. Allora il presentimento della morte di Renato diventa certezza. Sarà il sarto Bottomei – che, pur ferito gravemente, si salverà – a confermare la fine di questo eroico ragazzo.

    Un dolore profondo lasciava senza lacrime le due famiglie per anni e anni. I genitori di Maria e tutti i suoi amici, finchè vissero, rimasero con il ricordo di quella allegria e di quel sorriso scoppiettante che sapeva di fontanella di montagna che precipita a valle. Mentre i genitori di Renato misero in salotto, in bella mostra, la borsa di pelle foracchiata pensando che dentro vi fossero rimasti tutti i sogni del loro figlio, che un giorno sarebbe ritornato a riprenderseli.

    Un reduce di guerra come tanti altri… Sulla tomba dei Vittori brilla la foto di Renato (che riportiamo), ma dentro non c’è la sua salma. I genitori sono morti in una attesa senza fine, con un dolore senza spazio. Un inferno!».

    Ricordiamo l’otto settembre: Frascati… | Thule Italia
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  5. #5
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Oggi festeggiano..

    L’insurrezione dei vegliardi.

    di Giselher Wirsing

    L’Europa ha assistito, in pieno 1943, ad un tentativo di restaurazione liberale in una delle sue grandi nazioni. Fra il 15 luglio e l’8 settembre, in Italia, il liberalismo ha tentato infatti di resuscitare. Sette settimane queste che hanno un’importanza anche per gli altri popoli europei. Sarebbe quindi sbagliato passarvi sopra con una semplice scrollatina di spalle, dato che gli insegnamenti che ne derivano sono davvero troppo significativi.

    Verso la metà d’agosto la rivista italiana «Nuova Antologia» ha pubblicato una relazione particolareggiata sugli avvenimenti che sboccarono nel colpo di Stato contro Mussolini, articolo evidentemente ispirato da Badoglio. In una corrispondenza apparsa qualche giorno dopo in un ben noto giornale svizzero, che allora non lasciava trascorrere un sol giorno senza festeggiare, sulle sue colonne, la caduta del Fascismo, dopo di aver espresso l’adesione ai concetti esposti nell’articolo della rivista italiana, si poteva leggere la seguente conclusione: «La nomina del Maresciallo Badoglio, prevista da diverso tempo, ha avuto l’approvazione delle più note personalità politiche di tutte le tendenze che il Fascismo aveva, da anni, condannate al silenzio. Badoglio non ha chiesto un armistizio ma nelle tre settimane in cui ha resistito al nemico in campo militare, egli ha distrutto l’intero organismo statale fascista. Badoglio ha restituito al popolo il diritto alla libertà d’opinione ed ha fatto dell’Italia una Nazione nuovamente conscia delle sue tradizioni liberali, che la rendono degna di venir domani a trattative con i nemici di oggi».

    Ecco, pressappoco, quali erano le illusioni sull’avvenire dell’Italia coltivate, tre settimane dopo l’eliminazione di Mussolini, non soltanto dai liberali italiani, ritornati con Badoglio al potere, ma anche dai diversi ambienti liberali d’Europa. Proprio in quei giorni Badoglio iniziava, a Lisbona ed a Madrid, le trattative segrete con la diplomazia inglese. È oramai fin troppo noto quale «dignità le tradizioni liberali abbiano conferito all’Italia per trattare con i nemici di allora». Il risultato finale è stato la capitolazione incondizionata ed il più spietato trattato d’armistizio che mai sia stato imposto alla conclusione di una guerra. I cosiddetti uomini di Stato democratici a Washington ed il generale Eisenhower non si sono affatto curati della «dignità liberale» e, poco dopo, il mondo intero ha veduto cosa significassero tali illusioni.

    Le sette settimane del regime Badoglio appartengono ora al passato e non avremmo certo occasione di occuparci ancora una volta di questa tristissima fase della storia d’Italia se da essa non risultasse ciò che oggi in Europa può esser possibile ed anche quanto non lo può essere.

    Il mattino del 26 luglio Badoglio si trovò investito dei pieni poteri. Il colpo di mano contro Mussolini, che Vittorio Emanuele stesso aveva preparato, era infatti riuscito. Ora, la questione sul da farsi si presentava sotto un ben altro aspetto di quanto non fosse stato preso in esame durante i colloqui segreti tenuti in antecedenza con il Re. In quella notte a Roma e in altre città d’Italia la plebaglia aveva occupato le strade, dando sfogo ai più bassi istinti di cui essa è capace e offrendo così una nuova dimostrazione dell’inestirpabile balordaggine umana, che si rinnova eternamente. Del resto, la plebaglia fa sempre la sua apparizione ovunque si dischiudano anche solo un poco le dighe dell’ordine. Persino Badoglio ebbe l’impressione che in quei disordini il protagonista non fosse il popolo italiano bensì gente che viveva ai margini della società umana. Egli incaricò quindi un suo portavoce di comunicare alla stampa che i dimostranti erano dei «ragazzacci scamiciati». Non era ancora giunto, evidentemente, il momento di chiedere l’appoggio della strada; lo doveva essere più tardi, quando egli stesso fece appello ai ripugnanti istinti della plebaglia.

    Il ministero che Badoglio costituì subito non conteneva nemmeno una personalità che potesse dire di godere di un’autorità morale agli occhi del popolo italiano. Era amorfo e incolore. Lo si ritenne generalmente un ministero di transizione, che sarebbe rimasto in carica fino al giorno dell’avvenuta ricostituzione dei partiti. Intatti, i partiti riapparvero. E successero fatti stranissimi. Nel foro politico fece la ricomparsa l’ottantatreenne ex-presidente dei ministri, Orlando, che era stato Capo del governo nel 1917, all’epoca della sconfitta di Caporetto, e che fu poi defenestrato dalla conferenza parigina della pace da Wilson. Orlando tenne un discorso ai siciliani e annunciò che la via della rinascita della Patria era oramai aperta.

    Apparve inoltre il settantacinquenne ex-presidente dei ministri, Nitti, che aveva vissuto a lungo, in esilio, nella Svizzera. Anch’egli non rinunciò a parlare sull’avvenire dell’Italia. Apparve pure il quasi ottantenne senatore Bergamini, che aveva fondato nel 1901 il «Giornale d’Italia» ed ora ne Riassumeva la direzione.

    E riapparve infine il Nestore del liberalismo italiano, il filosofo settantasettenne Benedetto Croce (a cui il Fascismo aveva generosamente lasciato tanto il titolo di senatore quanto l’autorizzazione di continuare a redigere, per venti anni, la sua rivista « Critica »), per gettare le fondamenta spirituali della giovane Italia democratica. Tuttavia, quando gli si offrì la presidenza dell’Accademia d’Italia egli rifiutò, giustificando tale atteggiamento coll’affermare che l’Accademia avrebbe dovuto venir soppressa. Ciò nonostante Croce era la più grande speranza del regime Badoglio per la creazione di un nuovo programma spirituale.

    Stranissimo poi il quadro che si offerse in Italia subito dopo il colpo di Stato del 25 luglio. Si videro infatti risalire a galla non già le correnti che avevano dominato in Italia nei periodo di caos seguito alla fine della prima guerra mondiale ma il liberalismo anno 1901 1910: vegliardi più o meno rispettabili, che si cullavano nella ridicola illusione di essere, proprio loro, i veri rappresentanti del popolo italiano! Cosa avevano da offrirgli? Cosa volevano? Si fece subito un gran discorrere di «libertà», riempendone anche i giornali. In tutta fretta vennero soppresse una serie di organizzazioni e di enti fascisti. Nessuno però sembrava avere una pallida idea di quanto si sarebbe dovuto fare. Questa gente voleva la pace ma faceva contemporaneamente sapere che non avrebbe accettato una disonorevole capitolazione.

    Dopo quindici giorni il caos era già giunto a tal punto da indurre Badoglio a sacrificare la libertà di stampa elargita all’atto dell’assunzione del governo. Un corrispondente di un giornale svizzero scrisse maliziosamente che le forbici del censore diventavano sempre più lunghe e la sua matita rossa sempre più grossa. Il Re che, dopo tutto, era personalmente responsabile della caduta di Mussolini, non sì faceva vivo, nemmeno con una parola. In tutta la sua vita non aveva avuto, del resto, mai nulla da dire: avrebbe dovuto forse sapere ora, improvvisamente, cosa bisognava fare?

    Intanto nell’alta Italia si formavano gruppi politici con spiccato orientamene verso sinistra, in netta opposizione quindi a Badoglio e alla Monarchia. Si manifestarono tendenze comuniste, contro le quali Badoglio non aveva il coraggio di agire. Quattro partiti antifascisti, e precisamente un «Partito d’Azione», costituito in Inghilterra dai fuoriusciti, il Partiti cristiano-democratico, il Partito della ricostituzione liberale — fondato dopo il colpo di Stato, ed il Partito comunista, fecero causa comune, unendosi in un sol blocco. Il programma ch’essi resero noto, a metà agosto, si fondava essenzialmente sull’illusione che, una volta eliminato Mussolini, l’Inghilterra e gli Stati Uniti avrebbero ricevuto l’Italia a braccia aperte. Essi posero le seguenti condizioni:

    «1) Cessazione immediata delle ostilità. I socialisti italiani non sono tuttavia disposti ad accettare condizioni di pace qualsiasi e le misure coercitive degli eserciti d’occupazione nemici ma esigono invece che già l’armistizio si basi sui principi statuiti nella Carta Atlantica e spiani il terreno onde permettere all’Italia di prender poi parte alla conferenza della pace coi diritti equiparati.

    2) Liberazione di tutti i detenuti politici.

    3) Eliminazione della Monarchia.

    4) Libertà di stampa e libertà delle organizzazioni politiche e sindacali.»

    L’appello di questi quattro partiti, fra quali i comunisti erano naturalmente i pii attivi, concludeva affermando che essi consideravano i «popoli democratici» non già come nemici ma come alleati e che erano certissimi che all’Italia sarebbero state accordate condizioni conformi d’armistizio e di pace».

    Questo proclama venne redatto proprio nel momento in cui agli emissari di Badoglio, recatisi a Lisbona, era già stato comunicato che non potevano esserci trattative di sorta fra gli Anglo-americani e gli Italiani. L’Italia doveva, al contrario, accettare incondizionatamente tutte le condizioni imposte da Washington. I gruppi liberali e socialisti italiani, tornati alla ribalta della vita politica dopo tanti anni di segregazione, credevano seriamente che la Carta Atlantica fosse un documento in base al quale Churchill e Roosevelt intendessero orientare la loro politica nei confronti dell’Italia.

    Questi gruppi non possedevano un programma di politica interna che si differenziasse dalla abusata fraseologia, propria a tutti i partiti socialdemocratici avvicendatisi in Europa dal 1870 al 1910. E come avrebbe potuto essere altrimenti? Le loro esperienze risalivano infatti a quei tempi, i tempi della loro gioventù.

    Lo stesso atteggiamento si poteva costatare non soltanto di fronte ai problemi d’ordine interno ma anche nelle questioni di politica estera. Poco prima che gli Inglesi sbarcassero in Calabria, il «Messaggero» scriveva ingenuamente: «In Italia prevale la convinzione che gli Anglo-americani non intraprenderanno nulla per porgere aiuto all’Unione Sovietica e che essi interverranno soltanto quando i Sovietici costituiranno una minaccia per il rimanente dell’Europa. I soldati che si trovano in Inghilterra, in Africa e in Sicilia sbarcheranno sul Continente — secondo le nostre opinioni — soltanto se l’Unione Sovietica riuscirà a minacciare direttamente la Germania.» Il “Messaggero” concludeva quindi che l’Italia avrebbe potuto ritirarsi senz’altro dalla guerra e dichiararsi neutrale, con riferimento alla Carta Atlantica.

    La confusione degli spiriti era tale che questo articolo venne riprodotto in numerosi fogli di provincia dai vecchi liberali, ritornati anche là al potere. Contemporaneamente il ministro della Cultura popolare, Galli, dichiarava che la stampa italiana avrebbe assunto un atteggiamento pieno di comprensione nei riguardi della stampa estera. Anche nei confronti del nemico non sarebbero più state tollerate espressioni poco riguardose! Questo signor Galli ebbe comunque occasione di costatare come — proprio in quei giorni — la stampa inglese pullulasse di caricature velenose contro l’Italia e contro la Monarchia, dove la statura del Re forniva il tema predominante alle battute satiriche.

    Quindici giorni circa dopo il vergognoso tracollo, la confusione era giunta al punto che tanto i giornali quanto il regime Badoglio si nutrivano unicamente di accuse, lanciate giornalmente contro le personalità del regime fascista. Era l’ora delle denunce e dei ricatti. Dopo di aver mantenuto, fin verso la metà d’agosto, un certo riserbo vennero aperte le dighe della delazione; contemporaneamente si eseguirono arresti in massa di fascisti. Non si sapeva già trovare più nulla da scrivere sui propri programmi di governo. Dopo quattro settimane gli argomenti erano completamente esauriti e non rimaneva quindi che appellarsi ai più bassi istinti della teppaglia. Fecero la ricomparsa, nella vecchia Roma, le liste di proscrizione, proprio come ai tempi di Silla. Il colmo del ridicolo era costituito dal fatto che il Re, in nome del quale tutto ciò avveniva, aveva collaborato per vent’anni con quei stessi fascisti, e che Badoglio — il quale, su proposta di Mussolini, aveva avuto, a suo tempo, il titolo di Duca di Addis-Abeba — aveva concluso il suo libro sulla guerra abissina con la frase:

    «Questo fascio di spiriti — il quale si chiama la Nazione Fascista — ha con noi combattuto e, unitamente a noi, ha vinto integralmente e rapidamente la guerra.»

    Il fango, che il Re e Badoglio permettevano si gettasse a manciate contro il Fascismo, doveva servire a nascondere l’impossibilità loro e dei vegliardi che li circondavano, di dire al popolo italiano anche una sola parola plausibile sull’avvenire che gli sarebbe riserbato. Questi individui tramavano contemporaneamente il tradimento contro l’alleato, tradimento che, fra l’altro, doveva costare — anche ad armistizio già firmato — il sacrificio di migliaia di donne, bambini e vecchi di Napoli, rimasti vittime di un attacco terroristico degli aviatori anglo-americani.

    È necessario trarre delle conclusioni? Le sette settimane trascorse dal colpo di Stato contro Mussolini hanno dimostrato che nessun popolo in Europa può sopravvivere ad una tate crisi tentando di rifugiarsi nel passato oppure confidando nella cavalleria delle forze anti-europee. Se le Forze Armate tedesche non avessero preso fulmineamente in loro protezione l’Italia, è certo che — dopo questi primi prodromi d’anarchia — il caos più completo e la guerra civile sarebbero state per l’Italia le conseguenze di questo tragico tradimento.
    L’insurrezione dei vegliardi (da Signal) | Thule Italia
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