di Giovanni Sessa
Julius Evola, oltre ad essere stato un pensatore di primo piano del secolo XX, ebbe in dote una particolare sensibilità interpretativa rispetto ai fenomeni intellettuali prodottisi nell’età in cui ebbe in sorte di vivere. Ciò gli consentì di leggere in essi, sia le potenzialità latenti che gli aspetti problematici. La cosa è confermata da una recente pubblicazione della Fondazione Evola. Si tratta del Quaderno, L’infezione psicanalista. Scritti sulla psicanalisi 1930/1974, da poco nelle librerie per i tipi di Controcorrente editore (per ordini: 081/421349; controcorrente_na@alice.it). Il volume raccoglie gli scritti che, nel corso di un’intera esistenza, il filosofo tradizionalista ha dedicato alla psicoanalisi. Il lettore è introdotto in argomento dalla prefazione, informata e stimolante, di Adriano Segatori, psichiatra e dottore di ricerca in Filosofia delle Scienze Sociali. Stimolante in quanto, da un lato ricostruisce i capisaldi della dottrina psicoanalitica, nelle sue diverse varianti e famiglie, freudiana, junghiana, lacaniana e hillmaniana, e dall’altro, con esemplare chiarezza, rileva, attraverso l’esegesi degli scritti di Evola, ciò che differenzia la proposta dell’analisi psichica, dal pensiero di Tradizione. Non manca, infine, di prospettare la possibilità, date, come si vedrà, certe condizioni, di un incontro tra gnosi psichica e gnosi tradizionale.
Entriamo, pertanto, nel merito delle questioni che il testo presenta. E’ ben noto che il pensatore romano si interessò della psicoanalisi fin dalla fine degli anni Venti, cogliendo nella dottrina di Freud un pericolo evidente e una forma intellettuale tipica della modernità dissolutiva. In particolare, in essa si sarebbe esplicitata quella tendenza verso il basso, l’infero e il regressivo che connota i tempi ultimi, nonché le forme del neospiritualismo contemporaneo. Infatti, muovendo dall’uomo malato, descrivendo il subconscio che lo caratterizzerebbe, la dottrina psicoanalitica giunge a farne il paradigma dell’uomo in generale, elaborando una sorta di descrittiva antropologica. Lacan, con coerenza, portò alle estreme conseguenze le premesse freudiane, rendendo la psicoanalisi mera “questione antropologica”, facendole definitivamente valicare i limiti angusti della terapia. In questi termini, la psicoanalisi nasce con l’impronta del materialismo e si realizza nell’indagine di fenomeni che appartengono al mondo sotterraneo, precludendosi aperture e possibili accessi a realtà sovraumane e sovrarazionali. La dimensione del sacro è estranea al dispositivo analitico che interpreta ogni istanza trascendente come uno scatenamento di pulsioni primitive. L’antropologia che è sottesa a questa teoria e a questa prassi delle libere associazioni linguistiche, relega l’Io all’interno di esigenze puramente vegetative, passive. Gli preclude il superamento attivo, ascetico ed iniziatico dell’individuazione.
Al contrario, per Evola e la Tradizione, al di sopra dell’elemento subliminale, sotterraneo, espressione della dimensione istintuale e biologica, vige la “personalità”, vivacizzata, dinamicizzata certo, dalle correnti pulsionali afferenti alla natura, le quali, però, possono essere controllate, dominate in un percorso centrato sulla volontà autoaffermativa. Il fine da perseguire è una vita Alta, una vita superiore alla condizione primitivistica dell’animalità umana. Invece, in psicoanalisi il mondo esteriore e quello interiore sono ridotti a cosalità, alla dimensione valutabile, quantitativa, ossificata e quindi misurabile, propria della scienza moderna. Non è casuale che quest’ultima sia l’erede diretta della cultura monoteista, capace di omologare differenze e particolarità nell’Unico. La cosa è evidentissima nel debito, esplicitamente riconosciuto dallo stesso Freud, nei confronti del monocausalismo ebraico. In tale contesto, il linguaggio perde naturalmente la sua funzione più propria, quella evocativa e poietica, per essere ridotto a strumento, mezzo di comunicazione naturalistico-zoologico. Da un punto di vista generale, pertanto, la psicoanalisi rappresenta un momento estremo, ma comunque interno allo sviluppo dell’umanesimo moderno. Essa ha perso definitivamente di vista la dimensione della persuasione, intesa in termini greci e michelstaedteriani, appiattendosi sulla “rettorica”, su un Io esclusivamente mediatore tra le istanze dell’Es e il principio di realtà. Un Io condizionato.
Una rettificazione profonda della psicoanalisi è intervenuta negli ultimi decenni grazie all’opera di James Hillman, creatore della psicologia archetipica. Egli ha fatto riferimento, a proposito di centro della psiche, al concetto di vocazione. In questa prospettiva, vivere comporta l’assunzione di un destino, implica il divenire ciò che si è, nell’accettazione degli eventi che il nostro percorso di vita ci impone. In questo modo, si riattiva la sensibilità mitica. Essa, a giudizio dello studioso statunitense, ci permette di comprendere che il nostro modello di crescita ha le radici non in basso, ma in alto, nell’azzurro del cielo. Ad esso dobbiamo adeguarci, in un percorso in cui stile e carattere divengono, aristocraticamente, i segni tangibili del successo conseguito, dell’equilibrio realizzato. Secondo Hillman un’analisi che rispecchi il trascendente, deve essere una teologia pagana e politeista, in grado di accettare e comprendere in sé differenze e gerarchie. Sulla stessa linea si muove anche Tobie Nathan, sostenitore del paradigma etno-psicologico. Egli rivendica le diversità come ricchezza maturata nell’inconscio etnico. Meglio, con Geoges Devereux, altro studioso afferente a quest’area di pensiero, è possibile sostenere che il sub-conscio dei popoli è quella parte condivisa di inconscio collettivo, dagli appartenenti ad una stessa cultura, trasmessa per tracce trans generazionali e fondata su radici comuni, la Tradizione. Essa è il vero fondamento strutturale e strutturante dello psichismo umano.
Naturalmente, il maestro attorno al quale i pensatori ora ricordati si sono formati, è Carl Gustav Jung. Nello psicoanalista svizzero, che manifestò in molte delle opere un interesse esplicito per i simboli e il mondo della Tradizione, Evola ravvisò un pericolo più sottile di quello rappresentato da Freud. Infatti, nonostante gli interessi ora ricordati, Jung non rivendica una Tradizione, ma : “…invita a surrogare il tradimento di questa con innovazioni compensatrici” (p. 37). Il procedimento analitico junghiano può essere semplificato in questi termini: visto che la Tradizione nell’epoca moderna si è inabissata, non resta che assumerne i simboli e trasferirli in un loro possibile utilizzo contingente. Esso fondamentalmente consiste in un percorso di conoscenza razionale, attraverso il quale conseguire l’individuazione. Così Jung riduce la “funzione trascendente” in psicologia, all’unificazione di contenuti consci e inconsci L’interesse tradizionale di Jung può essere definito come analisi di ciò che egli stesso chiamò sinteticamente “campo sciamanico”: dallo zodiaco, ai simboli, all’I’Ching. In questo ambito egli mise in atto la riduzione del superiore all’inferiore, che era stata già di Freud, attraverso l’occidentalizzazione e la deformazione dei contenuti tradizionali iniziatici ed esoterici, in esso custoditi. Privato, ad esempio, l’I’Ching del suo contesto astorico e atemporale, ne fece un mezzo di gestione del quotidiano, del vissuto reale, delle scelte individuali e determinate degli uomini. In ciò, il riferimento cosmico del fondamentale testo della Tradizione cinese, viene definitivamente meno, assieme allo sfondo sacrale che lo contraddistingue.
Resta il fatto, comunque, che Jung può essere letto come l’alternativa politeista e differenzialista al monoteismo psicologico, pansessualista, di Freud. Alternativa gnostica la sua, fondata su un recupero del Sé di tipo intuitivo, nella quale però non mancavano concessioni al moderno. Esse lasciavano aperte, nel sistema dello studioso svizzero, brecce pericolose, tra le quali va segnalata l’incomprensione delle valenze profonde della simbologia. Mentre nel pensiero di tradizione e in Evola, il simbolo è il mezzo più adeguato per insegnamenti di ordine superiore, in Jung esso è segno di portata intellettuale o, addirittura, semplice evidenza patologica. Concordiamo, pertanto, con Segatori quando sostiene l’ineludibilità di un confronto, da parte del pensiero tradizionale, con la psicologia del profondo. Infatti, solo il pensiero di Tradizione è in grado di indurre nella psicoanalisi junghiana il solve alchemico in grado di svincolarla dalle premesse psicopatologiche e, al medesimo tempo, può introdurla al coagula, foriero della ri-nascita iniziatica.
Consigliamo caldamente, infine, la lettura del testo che abbiamo brevemente presentato, in quanto da esso emerge certamente un aspetto essenziale di Evola: quello di sismografo culturale della modernità dissolutiva. Egli ha saputo intuire, nel caso della psicoanalisi, oltre agli aspetti inferi, delle possibilità latenti che, solo nell’ultimo periodo, Hillman è riuscito a declinare sotto il segno di una possibile epistrophè, di un possibile ritorno all’immaginario greco e classico. Solo in esso, l’anima potrà nuovamente contenere ed equilibrare in sé, spirito ed eros, come Evola aveva compreso.
Julius Evola | Evola e la psicoanalisi. Un incontro possibile?




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